Alla rete bioregionale,
dall'epilogo dei fatti risulta evidente che ognuno deve seguire la propria strada. La contraddizione è diventata insanabile, si è arrivati alla rottura definitiva. Perché? Ricerchiamo le cause per curare alla radice l'errore o gli errori per non portarceli dietro affinchè non si ripresentino. Ne parlerò in maniera impersonale perchè il fine non è scoprire chi ha torto o chi ha ragione ma capirne il nesso, il significato per non ripeterlo più. Da parte di chi lo vuol capire. Allora le divergenze teorico-pratiche sulla Dea Madre o sull'animalismo rimangono tali ma non dovrebbero provocare la frattura poichè siamo orientati per uno stesso fine, il bioregionalismo non è identificabile con un integralismo biocentrico ove lo stile di vita e le scelte esistenziali sono uguali per tutti, ma convivono diverse pratiche e diverse teorie che sono proprie della biodiversità sia umana che vegetale che genetica. Ancestrale, ognuno proviene da un proprio archetipo. allora mettere in contrapposizione le nostre teorie, anteporre il nostro punto di vista a quello degli altri è sinonimo di un egocentrismo paradossale in una cultura che si fa portatrice del rispetto dell'altro, del diverso. questa intollernza provoca si una frattura poichè combatte i propri simili come nemici, non come amici nel rispetto reciproco.
Come fare quindi a trattare la contraddizione con metodo in modo da non arrivare alla frattura? Può darsi che sia stato fatto, ma io non lo so poichè ho partecipato talmente poco che non conosco la dinamica ma presento delle modalità che hanno avuto successo nella mia esperienza e spero serviranno a qualcuno. Allora quando si conprende che c'è questa intolleranza tra i caratteri e la contraddizione assume un impronta personalistica occorre interporsi nel conflitto e scaricare la tensione dagli individui per assumersi tutto il gruppo la responsabilità del processo decisionale. Le scelte vanno condivise, quindi convocare una riunione straordinaria da tenersi in cerchio con la regola del bastone della parola per arrivare ad una decisione presa con la regola del consenso. Ecco che da informale ed amicale l'incontro diventa strutturato e impositivo, con la regola appunto, ma la più democratica ed egualitaria possibile.
Tutti siamo equidistanti dal centro, non vi è nessuno che ha più potere, non vi è nessuno che ha più tempo di parola per manipolare il cerchio, ci sarà un guardiano del tempo ed è concesso ad ognuno 5, 6 o 7 minuti, quel che vogliamo. Per sviscerare gli argomenti ed essere tutti consapevoli delle tensioni e delle dinamiche esistenti sarà opportuno che prima vi sia un confronto fra le posizioni estreme configurabili da chi ha chiamato il cerchio applicando la tecnica del counsueling ossia senza incolpare la persona opposta, senza giudicarla e pretendere un comportamento diverso ma facendo capire il proprio bisogno e prefigurando la soluzione. Già attuare questa pratica di comunicazione nonviolenta, di ecologia nella relazione, prefigura la risoluzione del conflitto poichè significa che si è disponibili, aperti al confronto accettando le regole condivise e tutti insieme cercheremo la soluzione (visto che gli artefici della contrapposizione da soli non ci sono riusciti e siamo arrivati al punto di convocare un cerchio che coinvolge tutti).
Di fronte al comportamento reiterato di qualcuno che vuole avere ragione e non ascolta gli altri, non accetta posizioni contrastanti la sua e non accetta la regola del consenso che presuppone che la decisione va avanti anche se qualcuno non è d'accordo, non ostacola la decisione ma si adopera per dimostrare la propria tesi, cosa che viene presa in considerazione dagli altri e viene valorizzata e non bandita, quindi si prefigura una dinamica aperta, non conflittuale ma condivisa, fra minoranza e maggioranza (se così vogliamo chiamarle in un linguaggio retrivo, poichè non avranno mai questo significato in un gruppo affiatato ove esiste la fiducia reciproca). Invece è possibile in un gruppo poco radicato, ove è radicato invece il personalismo, che si arrivi al conflitto deflagrante che provoca la rottura ed impone anche agli altri la scelta da che parte stare, allora le posizioni sono diametralmente opposte e non è possibile nessuna mediazione. E' meglio attuare la separazione (come anche in rapporto di coppia) piuttosto che farsi del male e remare contro uno all'altro arrivando fino all'ingiuria o al denigramento reciproco.
Queste si che sono ferite e fanno male. Non ha importanza se sono una o più persone, ma quando tutto il possibile è stato fatto, la separazione non è un male, anzi è la soluzione migliore per entrambi, i percorsi sono diversi e bisogna accettare che sia così di buon animo, augurandosi il bene reciproco.
Mario Cecchi - C/O carlofilippo.ruzzi@gmail.com
Mia risposta:
Apprezzo molto il tentativo di Mario Cecchi di riportare i membri della Rete Bioregionale verso un dialogo costruttivo. In fondo la differenza è sempre stata considerata ricchezza, viepiù dovrebbe essere per noi che ci diciamo bioregionalisti ed ecologisti profondi. Ritengo che se avessimo il coraggio e la buona volontà di riunirci attorno ad un fuoco per condividere pensieri sensazioni ed esperienze di vita, come spesso è avvenuto in passato, riusciremo ancora una volta a trovare sontonia e sinergia. Ripropongo perciò di incontarci tutti a San Severino Marche, luogo centrale e raggiungibile facilmente sia dal nord che dal sud, nella data che era stata indicata del 30 e 31 ottobre 2010. Sono certo che in un’atmosfera agreste e naturale, in cui poter ancora una volta condividere i valori in cui tutti crediamo, saremo in grado di “ritrovarci”. Inoltre la persona che ospiterebbe l’incontro, Lucilla Pavoni, è equidistante e non “contaminata da forme pensiero precostituite”, essa è allo stesso tempo amica e vicina alla “Espressione Naturale” di Etain Addey e Felice del Seminasogni che alla visione “spiritualista laica” del sottoscritto. Il bioregionalismo comunque, ricordiamolo sempre, non può e non dovrebbe trasformarsi mai in “ideologia”….
Cari saluti, Paolo D’Arpini
Proposta di incontro bioregionale del 30 ne 31 ottobre 2010:http://paolodarpini.blogspot.com/2010/08/rete-bioregionale-italiana-incontro-del.html
Programma:
La difesa dei diritti, ma anche dei doveri, dei “consumatori” deve partire da una presa di coscienza individuale. Per questo, avendo aderito alla Rete di Associazioni di European Consumers, sento il dovere di esporre alcune mie considerazioni su quelli che dovrebbero essere i fini da raggiungere come operatori nel sociale e nell’umano.
Un sovvertimento di valori é necessario, sia in forma di emendamento dai vecchi modelli consumistici o di protezione passiva degli utenti sia nell'ambito della comprensione di ciò che realmente é utile e necessario per sviluppare la qualità della vita. Occorre andare oltre il “salto della quaglia” ed avventurarsi sulle cime impervie, imitando il volo dell’aquila che dall’alto osserva il territorio e lo fa proprio.
L’aquila dall’alto tutto scorge mentre la quaglia vola basso, anzi bassissimo, e vede solo la sua piccola porzione di terra. Allo stesso tempo, da un punto di vista dell’ecologia profonda, possiamo dire che entrambe le visioni sono necessarie, non si può trascurare né l’una né l’altra. Ma se trascurassimo la visione dell’aquila sarebbe come se credessimo di conoscere il mondo stando dentro al pozzo, come fece quella piccola rana nella storia zen, la ricordate? Tradotto in termini pratici questo significa che non si può essere maturi nella coscienza ecologica solo se ci si occupa del nostro campiello, della capretta nell’ovile, del pollo nell’aia, del ruscello che scorre dietro casa e delle piantine che crescono attorno… o delle mille noie di mercato, del condominio, di precedenze strutturali, di beghe gerarchiche, etc.
Del lontano e del vicino va tenuto conto per un integrazione nel nostro abitare, per il riconoscimento della comune appartenenza alla vita.
Dobbiamo essere consapevoli dell’inscindibilità della vita, partendo dall’ambito sociale in cui viviamo e osservando le cose con l'occhio dell’ecologia profonda, anche nell'ambito istituzionale ed amministrativo. Insomma abbiamo bisogno dell’intelligenza e della ragione, della cultura e delle sue variegate espressioni di pensiero ma anche di sensazioni, percezioni, intuizioni, sentimenti. Altrimenti la nostra società sarà solo una sterile macchinetta funzionale e burocratica, la nostra battaglia sarà solo una continua ricerca di aggiustamenti esteriori con nuove leggi e leggine. Come possiamo far parte di un contesto "umano" e socialmente integro se non consideriamo anche –forse in questo momento storico direi “soprattutto”- le necessità del mantenimento delle dignità umane, della riscoperta dei valori morali e spirituali?
Ci vuole uno scossone intellettuale ed amorevole nella nostra attitudine, occorre avviare un bio-ragionamento all’interno delle Rete. Dobbiamo entrare nelle maglie profonde del pensiero umano e del contesto sociale in cui viviamo ed ottemperare al dovere di manifestare il “bioregionalismo”, "l'ecologia profonda" e la "spiritualità laica" in questa società, sia urbana che rurale, tecnologica e semplicistica, complessa e facile, insomma serve uno scatto di reni e di cervello.
Spero di non aver offeso nessuno con questo discorso e invito tutti i lettori ad una discussione aperta su questo tema.
Paolo D’Arpini
Un sovvertimento di valori é necessario, sia in forma di emendamento dai vecchi modelli consumistici o di protezione passiva degli utenti sia nell'ambito della comprensione di ciò che realmente é utile e necessario per sviluppare la qualità della vita. Occorre andare oltre il “salto della quaglia” ed avventurarsi sulle cime impervie, imitando il volo dell’aquila che dall’alto osserva il territorio e lo fa proprio.
L’aquila dall’alto tutto scorge mentre la quaglia vola basso, anzi bassissimo, e vede solo la sua piccola porzione di terra. Allo stesso tempo, da un punto di vista dell’ecologia profonda, possiamo dire che entrambe le visioni sono necessarie, non si può trascurare né l’una né l’altra. Ma se trascurassimo la visione dell’aquila sarebbe come se credessimo di conoscere il mondo stando dentro al pozzo, come fece quella piccola rana nella storia zen, la ricordate? Tradotto in termini pratici questo significa che non si può essere maturi nella coscienza ecologica solo se ci si occupa del nostro campiello, della capretta nell’ovile, del pollo nell’aia, del ruscello che scorre dietro casa e delle piantine che crescono attorno… o delle mille noie di mercato, del condominio, di precedenze strutturali, di beghe gerarchiche, etc.
Del lontano e del vicino va tenuto conto per un integrazione nel nostro abitare, per il riconoscimento della comune appartenenza alla vita.
Dobbiamo essere consapevoli dell’inscindibilità della vita, partendo dall’ambito sociale in cui viviamo e osservando le cose con l'occhio dell’ecologia profonda, anche nell'ambito istituzionale ed amministrativo. Insomma abbiamo bisogno dell’intelligenza e della ragione, della cultura e delle sue variegate espressioni di pensiero ma anche di sensazioni, percezioni, intuizioni, sentimenti. Altrimenti la nostra società sarà solo una sterile macchinetta funzionale e burocratica, la nostra battaglia sarà solo una continua ricerca di aggiustamenti esteriori con nuove leggi e leggine. Come possiamo far parte di un contesto "umano" e socialmente integro se non consideriamo anche –forse in questo momento storico direi “soprattutto”- le necessità del mantenimento delle dignità umane, della riscoperta dei valori morali e spirituali?
Ci vuole uno scossone intellettuale ed amorevole nella nostra attitudine, occorre avviare un bio-ragionamento all’interno delle Rete. Dobbiamo entrare nelle maglie profonde del pensiero umano e del contesto sociale in cui viviamo ed ottemperare al dovere di manifestare il “bioregionalismo”, "l'ecologia profonda" e la "spiritualità laica" in questa società, sia urbana che rurale, tecnologica e semplicistica, complessa e facile, insomma serve uno scatto di reni e di cervello.
Spero di non aver offeso nessuno con questo discorso e invito tutti i lettori ad una discussione aperta su questo tema.
Paolo D’Arpini
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