domenica 17 febbraio 2019

Negazionismo. Politeismo della libertà, monoteismo del dogma



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Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente, dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’ umano si impose il metafisico, al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.


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E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora a negare qualcosa, i vaccini, le foibe, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, ontologicamente ricerca tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce un sentire comune indotto da pubblicità e consensi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV. O incide con le rivelazioni nel blocco mafie-Stato.

Fulvio Grimaldi


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venerdì 15 febbraio 2019

"L’ancien journalisme" - Un saggio di Adriano Colafrancesco



Un paese umiliato per anni da un sistema politico corrotto e incapace che ha regalato agli italiani le più turpi vergogne – mafia capitale, conflitti di interesse, jobs act, ministre e ministri senza titoli, autostrade killer in mano a privati, priva(tizza)zioni-rapina di beni pubblici, camorristi e soubrettes in Parlamento, leggi ad personam, martiri di apparati deviati dello stato scesi a patti con la mafia, salvataggi costosissimi di banche di partito, truffe finanziarie sulla pelle dei correntisti, vittime di calamità naturali abbandonate in baracche dopo essere state sfruttate per  invereconde passerelle della politica, invasione senza controllo di centinaia di migliaia di migranti vittime di mercanti di carne umana – un paese offeso da un omertoso e partigiano sistema dell’informazione al soldo degli interessi di “prenditori e magnager”, finalmente ce l’ha fatta a trovare il vero  responsabile delle sue disgrazie: la nuova classe di governo gialloverde, colpevole di aver cercato di mettere un freno alla sua vergognosa, e inqualificabile deriva degli ultimi decenni.

Lo certifica su LaSetta, a trasmissioni unificate, il trio ForFloBer, la nuova avanguardia del telegiornalismo d’inchiesta, specializzato, e per questo costantemente impegnato, sul tema divisioni-tensioni di governo.

Un governo, a loro dire, diviso su tutto, che non si capisce come faccia ancora a stare in piedi, responsabile com’è di provvedimenti impopolari e degni di dittature del terzo mondo:

  • il Reddito di cittadinanza a favore di nullafacenti (che, ipocrita e contraddittoria considerazione di alcuni, sarebbe comunque non sufficiente per raggiungere tutti quelli che ne avrebbero realmente diritto),
  • la pensione a 62 anni per gli sfaticati che ne hanno lavorati appena 38, assicurando loro subito un gettito di 30mila euro per il TFR (fino ad oggi prudentemente concesso solo parzialmente e in due o più rate - secondo l’importo complessivo - a  partire dal secondo anno di pensionamento),
  • leggi Anticorruzione, riforma della prescrizione, daspo per i corrotti, agenti sotto copertura
  • leggi per la Sicurezza e controllo serio dell’immigrazione con stroncamento della gestione mafiosa dei centri di accoglienza,
  • leggi contro il precariato e per la dignità dei lavoratori

Un governo che osa pensare - dopo truffe inenarrabili, col coinvolgimento di imprenditori con le pezze al culo (rattoppi, ovviamente, con soldi pubblici) - a una seria ri-nazionalizzazione della compagnia di bandiera!.....un governo che ha addirittura l’ardire di abbattere drasticamente le misere prebende dei parlamentari, riducendo di questi persino il numero! …… ma dove vogliamo arrivare, dico io!!?? 

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Come si permettono questi parvenu dell’ultima ora di rifiutare le brioches che gli abbiamo elargito finora al posto del pane?”.......che pena, che tristezza, che schifo e, soprattutto che puzzaimpudica!


Adriano Colafrancesco adrianocolafrancesco@gmail.com

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giovedì 14 febbraio 2019

Geopolitica - Se Russia e Cina restano a metà del guado...


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Perché Russia e Cina non possono intervenire in Venezuela mentre gli USA intervengono a migliaia di chilometri di distanza? La risposta è che le Forze Armate russe e cinesi sono state costruite per la difesa mentre quelle statunitensi sono esclusivamente configurate sulla proiezione di potenza, cioè sull'aggressione. 
Per via della loro geografia, storicamente gli USA non devono difendersi da nessuno (Messico al sud separato da deserti e Canada al nord separato da steppe solitamente gelate). 

L'unica loro preoccupazione in origine è stata la difesa (dal temuto Impero Britannico) delle vie d'accesso al Midwest, cioè le coste dove sfociano il Missisipi e il Missouri. E questo è significato il controllo dei mari antistanti. Una riedizione di quello che avevano fatto gli Inglesi i quali privi di nemici di terra dovettero solo sviluppare una marina militare-commerciale che finì per dominare il mondo.

Fine della storia antica. Quella moderna ci dice che la Russia ha una sola mezza portaerei, la Admiral Kuznetsov, di epoca sovietica, costruita dopo molte polemiche perché, per l'appunto, per la pura difesa serve a poco (infatti la costruirono solo per una questione di prestigio).

Se in Siria i Russi possono intervenire anche dal Mar Caspio, come si è visto, intervenire in Venezuela per la Russia sarebbe un disastro militare ed economico annunciato con tentativo di "regime change" dietro l'angolo. Analoghe considerazioni valgono per la Cina.
 
I sistemi S-400? Non è solo business, ma l'acquisto/vendita di questi sistemi d'arma hanno un valore geopolitico. Guarda il can can nella Nato che è stato scatenato dall'annuncio turco. E i mal di pancia che ha fatto venire all'Arabia Saudita l'annuncio del Qatar (e viceversa). Questi sistemi implicano un legame con la Russia, anche tecnico (software, hardware, firmware). 

Senza contare che non credo che la Russia sia così pazza da vendere armi che possono abbattere i suoi aerei. Quindi o c'è un inghippo tecnico oppure la Russia prevede che non saranno usati contro i suoi aerei. 

Non li ha forniti alla Siria? Ma qui si gioca sempre sul filo del rasoio di una guerra aperta con Israele. La Russia se la può permettere? No, anche non tenendo conto delle lobby occidental-sioniste a Mosca.

L'unica guerra aperta che oggi la Russia si potrebbe permettere è una guerra di difesa nazionale. Oppure una guerra nucleare, ma qui la mutua distruzione, ovvero una vittoria/sconfitta reciproca, è assicurata.
 
Infine, non esiste oggi al mondo l'internazionalismo proletario, in nessuna accezione concepibile. Esistono alleanze, non solidarietà. Tutte le Potenze pensano solo a come avvantaggiarsi/non essere distrutte dalla crisi sistemica, dal cambio storico di paradigma dei rapporti internazionali. Tutte le Potenze fanno politica estera sulla base di un solo concetto: "interesse".

E grazie al cielo a volte - sempre più spesso - l'interesse vuol dire ostacolare l'arbitrio dell'Impero statunitense. E grazie al cielo Russia e Cina vedono più in là del loro naso e pensano anche al medio termine e all'aiuto della generalessa Crisi Sistemica (che vuol dire crisi del Dollaro come moneta internazionale, eccetera). A volte questo vuol dire che fanno cose che sono difficili da valutare. Senza contare che i loro confini sono smisurati, mentre quelli degli USA a tutti gli effetti pratici non esistono, perché sono una sorta di mastodontica isola bagnata da due oceani strategici sia commercialmente che militarmente.
(P.)


Commento di F.G.: 
"Le distanze geografiche qui contano poco, come dimostrano gli Usa. E furono gli stessi russi a rammaricarsi di non essere stati pronti a reagire sulla Libia. Troppe attenuanti basate sull’assunto delle debolezze economiche. E quelle statunitensi allora?
Com’è che si è arrivati a una Russia totalmente circondata dalla Nato e non agli Usa con i russi a Cuba, in Venezuela, in Bolivia, in Nicaragua, ad Haiti?
E perché aspettare centinaia di incursioni israeliane, limitandosi a borbottare, prima di concedere il sistema S300 e neanche l’S400 che invece ricevono turchi e sauditi. Realpolitik? Mica un po’ miope, per caso?
Contare sull’approfondimento della “crisi sistemica” degli Usa è come contare su un buon vento che ci porti via il riscaldamento climatico.
Anche la comunicazione dei due colossi euroasiatici sull’enormità che si sta verificando in Venezuela e sugli abusi scandalosi di Trump e Israele non è all’altezza del pericolo.
Credo che varrebbe la pena coltivare qualche dubbio sulla sagacia e coerenza delle strategie sinorusse..."

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lunedì 11 febbraio 2019

"Il superamento del liberismo, secondo Alain de Benoist" di Lorenzo Merlo


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In una recente intervista Alain de Benoist risponde così all’ultima domanda, dedicata a come si potrà superare il liberalismo.

Breizh-info.com - Quali antidoti, quali alternative esistono, o restano da inventare, perché le nostre società trionfino su questo liberalismo?

Alain de Benoist - “Ovviamente non esiste una ricetta miracolosa. D’altra parte, c’è una situazione generale che evolve sempre più rapidamente e che ora mostra i limiti del sistema attuale, che si tratti del sistema politico della democrazia liberale o del sistema economico di una forma-capitale confrontata con l’immensa minaccia di una generale svalutazione del valore. Il futuro è locale, dei circuiti brevi, della rinascita delle comunità umane, della democrazia diretta, dell’abbandono dei valori esclusivamente mercantili. L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo”. [http://www.barbadillo.it/80596-lintervista-alain-de-benoist-ogni-forma-di-liberalismo-e-nemica-del-sovranismo/]


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L’ultimo pensiero è sostanziale e fa al caso nostro. «L’antidoto sarà stato scoperto quando i cittadini avranno scoperto che non sono solo dei consumatori, e che la vita può essere più bella quando si ripudia un mondo in cui nulla ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo»

Se politicamente, sociologicamente e psicologicamente sottoscrivo la condivisione a quel pensiero, ontologicamente la mia sicurezza vacilla pericolosamente.

Il perché dell’incertezza è di tipo semplice, anzi banale.

In quella frase è presente un’unità di misura che potremmo chiamare generazionale.

Affinché un cittadino scopra di essere solo consumatore, che il denaro brucia i valori, quindi le identità, le tradizioni, le comunità, la serenità, la salute, eccetera è necessaria una serie di prese di coscienza che non tutti compiono nel proprio arco di vita.

Oggi – ma il paragone con altre epoche sarebbe cosa elementare per storici e sociologi – godiamo pure della fortuna di essere in mezzo al guado, un notevole stimolo a porsi domande di implicazione evolutiva. Eppure, nonostante lo stimolo indotto dalle difficoltà e dall’incertezza, nonché da una speranza ridotta alla resilienza, non è difficile condividere che quella catena di prese di coscienza utili a riconoscere di essere merce da mercato, tarda a compiersi.

La mia affermazione, direbbe De Benoist, e non è difficile crederlo, si riferisce ed implica un processo che coinvolge più generazioni.

Anche su questo condivido. Ma, e questo è il punto, ogni generazione compare nella realtà come le oche di Konrad Lorenz. Ciò che i neonati vedono, tra starnazzi e vagiti, corrisponde al vero. Nel caso delle oche, alla madre, anche se era Lorenz stesso che avevano di fronte.


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L’esperimento dell’etologo austriaco è utile per comprendere che l’affermazione di de Benoist, affinché prenda il suo pieno significato e diffonda la sua deflagrazione, necessita di un raggio d’azione plurigenerazionale. Un servizio che tende ad essere impossibile a causa del fatto che le generazioni ripartono da zero ogni volta. Anzi, anche da sottozero. La saggezza non si tramanda in un ambito senza confini certi, dai valori liquidi e l’esperienza non è mai trasmissibile.

Quindi, il diritto di bere qualunque realtà trovi il neonato è sacrosanto, ineludibile, incomprimibile, da rispettare.

Pensare a una evoluzione dell’umanità che non sia solo crassa, tecnologica e materiale, è cosa inopportuna. La storia si ripete e si ripeterà finché ci identificheremo con i nostri sentimenti, finché le emozioni ci trascineranno lontani da noi stessi nel profondo dell’orgoglio. La logica dello scontro e la scelta della sopraffazione si nutrono di quelle modalità.

L’affermazione di de Benoist diventa utopica se inserita in un contesto quale il nostro, diciamo, di perdizione, egoico, narcisistico, individualistico.

Certamente de Benoist è consapevole che la meta che indica necessita di una corsa di lunga durata, di un passaggio del testimone, di una squadra di generazioni unita, costituzionalmente invulnerabile.

Diversamente, come si potrebbe contrastare chi detiene la comunicazione e guida la realtà a proprio uso e consumo? Cioè i poteri finanziari, occulti e criminali, che per qualcuno corrispondono soltanto a espressioni di persone che meglio di altre hanno saputo cavalcare la realtà.


La partita è platealmente impari, tanto che citare Davide e Golia non può che evocare solo molto lontanamente le forze in campo, meglio visibili come la formica e l’elefante.

Ma anche il piccolo imenottero e il grande mammifero non risolvono del tutto la prospettiva della questione.

Combattere, reagire, ribellarsi hanno sempre le loro imenottere ragioni.

Per trovarle è necessario ritornare all’ambito utile affinché un progetto plurigenerazionale possa avviarsi e ultimarsi. Nessun elefante la farebbe più franca.

I terrazzamenti, opere dei montanari, delle Alpi e degli Appennini ben rappresentano la battaglia imenottera. Piena di fatica, ma ancor più piena della visione che ogni mano callosa che ci ha lavorato aveva davanti a sé.

Come ritornare a quel contesto di valori certi di consapevoli confini di sé, di identificazione con la comunità, di solidarietà immancabile, cioè a quanto de Benoist allude e dice per formulare un’idea sulla fine dell’alienazione liberalista partendo dal nostro contesto intriso di diritti individuali, ovvero di identificazione con l’avere, dell’incapacità di una conoscenza che non sia analitica, tecnica, misurabile e misurante, di possibilità aperte solo, sempre e necessariamente a chiunque ne abbia pagato il ticket.

Le oche che nascono oggi, hanno davanti a sé un mondo in cui Sanremo, il festival, occupa uno spazio sufficiente per fare da madre. Quanto impiegheranno a sospettare che dietro la quinta Burbank ci sia un’altra realtà, non artefatta, più a misura d’uomo e al suo equilibrio? Necessariamente molto verrebbe da dire. Ma non è vero o meglio, non è il modo opportuno per dare risposta alla domanda.

Sappiamo che per certi aspetti impieghiamo una vita a metterci in pari, e a volte non basta, a comprendere quali erano le forze che ci hanno battuto e quali ci servano per mantenersi sereni. L’impossibilità di una evoluzione sociale parrebbe già così argomentata. Ma non basta, c’è un’ulteriore complicazione affinché l’utopia si realizzi. Sempre che, distratti da qualche vizio o individualismo prezzolato, la sua immagine non ci esca dal campo visivo.

Si tratta dei Grandi Numeri.


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Un ambito la cui principale caratteristica è data dal numero elevato dei suoi componenti. I grandi numeri degli imenotteri non sono soggetti a quanto invece è caratteristico in ambito umano. Lo scopo e il ruolo di ogni individuo formica non è un’opzione come nel nostro caso. Resta fisso per la durata della vita. Sanno che i loro progetti, come nel caso dei terrazzamenti non si esauriscono con la loro morte.

Nei grandi numeri di tipo umano, tende a esistere uno spazio per idee, scelte e comportamenti differenti e contraddittori tra loro. Anzi, pare ne siano l’identità costitutiva stessa.

Se si aggiunge il capillare accesso alla comunicazione, la sua conseguenza di relativizzazione di principi e valori, si giunge a dover ammettere che l’evoluzione necessaria al progetto enunciato da De Benoist – il liberismo cesserà quando potremo realizzare piccole comunità e rifiutare l’opulenza – subirà un ulteriore rallentamento.

Una visione forse pessimistica ma di fatto dettata da una certa osservazione delle forze e delle dinamiche sociali.

C’è però una speranza che nasce da un’altra osservazione. Come il neocapitalismo e neoliberismo hanno finora ritenuto d’aver dimostrato, il mondo è infinitamente sfruttabile e il progresso è lineare e crescente in funzione dei consumi, del pil, ecc.

Nei confronti di questa prospettiva, effettivamente sempre più persone stanno aprendo gli occhi e, meravigliate, si chiedono come abbiamo potuto arrivare dove siamo?

Dunque l’ottimismo sta in questa domanda, anzi nella sua risposta. Un passo alla volta.

Ovvero, indipendentemente dal grande mammifero che ci vuole annientare, abbiamo la certezza che un passo alla volta, secondo quanto dice de Benoist e quanto ci dicono i terrazzamenti, ogni visione contiene la garanzia della sua realizzazione.



Lorenzo Merlo - 11.02.19  

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domenica 10 febbraio 2019

L'informazione "veloce" non aiuta la comunicazione... Forse è meglio una pizza al taglio tra amici


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...non si può tornare indietro. La comunicazione digitale facilita, velocizza, razionalizza processi. Ma va ridimensionata, come il consumo di Nutella. Totalizzata decerebra, cioè uccide. Mi ripetono in tanti che sono sempre troppo lungo. Giusto, chiedo perdono. Ma non mi ridurrete a dire sì o no, a scegliere un nome piuttosto che un altro per l’inchiesta su una legge, o su un candidato, o su un’iniziativa.

Qui tutti viaggiano a sms, chat, like, fotine, whatsapp. Ci interessa di più mostrare il nostro grugno, che passare qualche informazione. Il linguaggio si riduce e si elementarizza. E se lo fa il linguaggio, lo fa conseguentemente il pensiero. E se lo fa il pensiero, ne discende un’azione monca, rinsecchita. Confrontate l’interno di una noce, con la sua complessità, le sue volute, gli strati, gli arabeschi degli orli, con il nocciolo di un’arachide. E così che siamo diventati analfabeti funzionali al 48% e che facciamo tilt appena ci si presenta, da dire, o da scrivere, o da leggere, una subordinata. 

Passiamo dalla ricchezza musicale e cromatica di un “se avessi potuto, mi sarei precipitato”, al misero “se potevo, mi precipitavo”. O, orrore!, da un “ti voglio bene”, piccola sinfonia, a un TVB, acronimo all’americana. E per non scrivere tre lettere, mettiamo uno sgorbio: al posto di “per” X. Abbiamo impigrito qualche cellula, ma abbiamo guadagnato tempo. A che scopo?

Vanno bene il blog, la piattaforma Rousseau, ma va ancora meglio la pizza a taglio tutti assieme in sede, o, almeno, a casa tua, a parlarci addosso.

Fulvio Grimaldi

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giovedì 7 febbraio 2019

Firenze, 7 aprile 2019 - "Uscire dal sistema di guerra NATO!" - Convegno internazionale


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Consapevoli della crescente pericolosità della situazione mondiale, della drammaticità dei conflitti in atto, della accelerazione della crisi, riteniamo che sia necessario far comprendere all'opinione pubblica e ai parlamenti il rischio esistente di una grande guerra.
Essa non sarebbe in alcun modo simile alle guerre mondiali che l'hanno preceduta e, con l’uso delle armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, metterebbe a repentaglio l’esistenza stessa dell’Umanità e del Pianeta Terra, la Casa Comune in cui viviamo.
Il pericolo non è mai stato così grande e così vicino. Non si può rischiare, bisogna moltiplicare gli sforzi per uscire dal sistema di guerra.
Discutiamone al 
Convegno internazionale
I 70 ANNI DELLA NATO:  QUALE BILANCIO STORICO? 
USCIRE DAL SISTEMA DI GUERRA, ORA.
Firenze, Domenica 7 Aprile 2019
CINEMA TEATRO ODEON
Piazza Strozzi 
ORE 10:15 – 18:00
Tra i relatori:
Michel Chossudovsky, direttore del Centre for Research on Globalization (Global Research, Canada).
Gino Strada, fondatore di Emergency.
Alex Zanotelli, missionario comboniano.
Franco Cardini, storico.
Generale Fabio Mini.
Tommaso Di Francesco, condirettore de il manifesto.
Giulietto Chiesa, direttore di Pandora TV.
Manlio Dinucci, giornalista.
PROIEZIONE DI DOCUMENTAZIONI VIDEO E VIDEOMESSAGGI
MICROFONO APERTO AL PUBBLICO PER LE CONCLUSIONI
Promotori:
ASSOCIAZIONE PER UN MONDO SENZA GUERRE
Comitato No Guerra No Nato  / Global Research
in collaborazione con
Pax Christi Italia, Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Rivista/Sito Marx21, Sezione Italiana della WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), Tavolo per la Pace della Val di Cecina e altre associazioni la cui adesione è in corso.
PER PARTECIPARE AL CONVEGNO (A INGRESSO LIBERO) OCCORRE PRENOTARSI COMUNICANDO VIA EMAIL O TELEFONO IL PROPRIO NOME E LUOGO DI RESIDENZA A:
Giuseppe Padovano, Coordinatore Nazionale CNGNN
Email giuseppepadovano.gp@gmail.com
Cell. 393 998 34624
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mercoledì 6 febbraio 2019

Animalisti a Torino: "Così abbiamo occupato il mattatoio..."


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«Abbiamo cominciato a organizzarci – racconta Fabiana, 49 anni, alle spalle un percorso di animalista che adesso è sfociato nell’antispecismo e non è ancora finito – dopo l’incatenamento al mattatoio Bell in Svizzera del novembre scorso.

Quando sono venuta a conoscenza dell’iniziativa ho aderito con immediatezza, non è necessario essere iscritti a questa associazione, non ci sono tesseramenti, chiunque condivida la necessità di fermare l’uccisione degli Animali ma anche di dare un segno alle altre persone affinché riflettano, può partecipare a queste iniziative.

Siamo partiti in un piccolo gruppo nel pomeriggio del 27 gennaio 2019, in auto, molti sono invece arrivati a Torino in treno. Siamo poi giunti nella zona del mattatoio di notte, non c’erano Animali perché la domenica rimane chiuso ma sapevamo dagli organizzatori che nel primissimo mattino sarebbero arrivati i camion con i loro carichi. In questo mattatoio si uccidono 100 vitelli al giorno. Prima di incatenarmi nel corridoio ho potuto guardare la “ruota”: quel meccanismo che solleva l’animale, lo mette a testa in giù e lo sgozza. Poi ci siamo coricati a terra e ci siamo legati e chiusi con i lucchetti e abbiamo atteso. Ogni tanto passava qualcuno degli organizzatori a chiederci se avevamo bisogno di qualcosa, dal fare la pipì a mangiare un po’ di zucchero e di cioccolato. Faceva freddo, erano le 2 di notte.
I camion con gli animali hanno cominciato ad arrivare che c’era già luce, non saprei dire l’ora precisa perché ero bloccata a terra, ma era dopo l’alba; vedevo solo la lamina che divide le persone dagli Animali.

Quando i poliziotti sono arrivati (Digos in borghese dentro e agenti in assetto antisommossa all’esterno, n.d.r.), non li abbiamo visti subito ma solo sentiti. Quando sono entrati, a ognuno di noi hanno ingiunto di alzarci, ma io, come gli altri, ho risposto che dovevano trascinarci a forza fuori da lì, come se fossimo corpi morti, esattamente come accade agli Animali, ogni notte.
La resistenza passiva prevede anche che, quando gli agenti ti portano fuori a braccia, tutti gli altri che sono ancora a terra con te cerchino di trattenerti e ostacolare il passaggio per allungare i tempi dell’occupazione e dello sgombero e bloccare le attività il più possibile, perché ogni minuto fatto “sprecare” a chi gestisce il mattatoio gli causa anche un danno economico; ci hanno detto che Bell in Svizzera per il giorno di lavoro andato in fumo grazie alla nostra occupazione ha perso somme ingenti (Bell ha un fatturato stimato intorno al miliardo di franchi, n.d.r.).
Dai locali dove ci hanno portato per il controllo dei documenti e per la denuncia di rito (violazione di domicilio privato, resistenza a pubblico ufficiale, vandalismo perché gli attivisti hanno dovuto spezzare una barra di ferro per entrare), si vedeva l’intero spazio del mattatoio con le sue case dai mattoni rossi, sembrava proprio Auschwitz.

Poi ci hanno rilasciati. La grande pena di tutti è stata il pensiero che gli Animali nei camion che sono tornati indietro saranno stati macellati altrove.

La macchina di morte ancora non si ferma. Ma posso dire ciò che si prova mentre sei lì a terra insieme agli altri, al Loro posto: senti di fare la cosa giusta, e provi un’emozione che ti cambia la vita. Migliori anche tu come persona».

Si chiude così la testimonianza di Fabiana che, tra l’altro, ci ha detto di aver saputo che nel mattatoio di via Traves a Torino (posto oltre tutto vicino a campus universitari) lavorano 26 persone, tutte straniere.

Una notizia che dedichiamo a quella stampa, cattolica ma anche di destra e di sinistra, che parla di “superiorità della razza umana”, per cui si sarebbe giustificati nell’uccidere per cibarsi. E quegli uomini disgraziati, costretti a un lavoro che di umano non ha niente? Chi sono? Perché lo fanno? È un caso che siano tutti stranieri?

Una riflessione in più per dire ancora una volta che il destino degli uomini e quello degli Animali è unico: o ci salviamo tutti o non si salverà mai nessuno.

Ilaria Beretta  



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lunedì 4 febbraio 2019

Afghanistan. I parlamentari del M5S smentiti dalla ministra alla Difesa: "Nessun ritiro"


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A gioire per l'annuncio del ritiro dei soldati italiani italiani dall'Afghanistan era stato subito Alessandro Di Battista (M5s) che, dopo essersi rallegrato con Di Maio per il "successo del governo", su Facebook aveva scritto: "Il ritiro delle truppe dell’Afghanistan (di tutto il contingente entro un anno) è una splendida notizia. Ho lottato tanto per questo obiettivo e con me ha lottato tutto il Movimento".
I casi sono due: o la ministra della Difesa non ha saputo comunicare o i parlamentari cinque stelle non hanno saputo capire. 
Terza possibilità: e se ci fosse un accordo per lanciare false illusioni agli elettori pacifisti sempre più disorientati? -  disarmo@peacelink.it 

Integrazione: 

A me pare che i M5S improvvisano (o improvvisino, se vi fa piacere). Non hanno struttura, non c'è 'linea' né 'cultura' né 'storia' politica, loro 'pregio e difetto', sempre a loro contestato. Niente di cui meravigliarsi. Applicato alla politica estera è ovviamente un disastro, molto pericoloso.
L'alternativa l'abbiamo già provata: l'ultima è quella della Pinotti.  E con Renzi o D'Alema non ci sarebbero stati dubbi, né comunicati contraddittori: viva gli F35, viva Camp Darby, viva la Folgore, viva Guaidò. E Minniti in Libia. 
Con questi del m5s  qualche spiraglio c'è: no ingerenza (guerra) su stati sovrani, sprazzi di recupero di autonomia in politica estera (e non solo), possibile dialogo con la Russia/Cina per INF e molto altro, 'emancipazione' in Africa e MO da una UE di marca Aachen Francia e Germania. Cose su cui ai precedenti governi telecomandati nemmeno passava per la testa di mettere bocca, come il pareggio di bilancio in Costituzione. 
Non sono certo che si possa giungere a qualcosa, ma una cosa però è sicura: è con questi che oggi abbiamo a che fare. Il campo da gioco lo conosciamo e le regole pure: testa bassa e lavorare. 
Jure 

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domenica 3 febbraio 2019

NWO. Ritorno ai tempi della clava...


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I poteri finanziar-militari, repressivi e decerebranti, che guidano la parte nord-occidentale del mondo hanno deciso che era giunta, nei fatti, la fine di ogni pretesa di distinzione tra bene e male, giusto e ingiusto. Ritengono di essere capaci ormai, grazie agli strumenti militare, sicuritario, di spoliazione FMI e BCE e agli stregoni digitali, di organizzare i controlli, i condizionamenti psicofisici e la trasformazione della libertà in carcassa, in misura tale da poter abbandonare ogni finzione, seppure di una democrazia tutta di fuffa. 
Già Facebook e gli altri ci hanno abituati a vedere bandita la nostra scelta di opinione e la manifestazione della stessa. I media hanno attribuito a Maduro la crisi economico-sociale del paese più benestante ed equo del Continente e oltre, precipitata invece in catastrofe per i sabotaggi e le sanzioni genocide che, a partire da Obama, gli Usa si permettono di infliggere ai paesi disobbedienti e che, da noi condivise, causano più eccidi delle guerre per fame, freddo, malattie, ma dai pacifisti e sinistri vari sono sorvolate come male minore, trascurabile.
C’era corruzione nel bolivarismo? C’era chi ha mollato, chi s’è approfittato? Accusa mossa dal paese che su 176 è il 69° per corruzione, dietro al Ruanda, è il lancio della prima pietra da parte di Berlusconi. Dei lupi di Wall Street, degli zombie nelle porte girevoli tra Cia, Pentagono e business, neanche a parlarne.
Un Occidente capeggiato da uno Stato, fallito (20mila miliardi di dollari di debito), ma armato più di tutti gli altri messi insieme, utilizzato dal vertice della Piramide per togliersi dai piedi sempre più umanità in eccesso e devastare più parti di pianeta, nel tempo più breve di qualsiasi predecessore, persiani, romani, mongoli, ottomani, musulmani, cristiani, nazifascisti, a Caracas ha gettato la maschera definitivamente. 
Salvano la faccia Russia, Cina, altri minori. Non è poco. Ecco perché toccherà pompare il palloncino Russiagate e attivare i ragazzi di bottega perché si schiantino, e schiantino la loro integrità, contro la Russia in nome della democrazia.


Fulvio Grimaldi - www.fulviogrimaldicontroblog.info

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