mercoledì 22 marzo 2017

....in risposta a chi difende il voucher.... meglio definito "marchetta"


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Dopo la decisione del governo di cancellare i voucher, per evitare il referendum indetto dalla CGIL, ho letto sui giornali diverse prese di posizione da parte di “imprenditori”, i quali si lamentano dicendo che tale provvedimento “rovina l'economia”, “non si potranno più pagare le baby sitter”, “i lavori estemporanei saranno penalizzati”, etc. 

La verità è che con i voucher, bastano 10 euro lordi per comprare un’ora di prestazione oraria comprensiva di assicurazione e versamento previdenziale. Niente controlli né verifiche. 

E ben fece la CGIL a raccogliere le firme per il referendum poiché il buono occupazionale è stato l’ultimo attacco al salario e ai diritti dei lavoratori. Con il voucher il lavoro è stato reso sempre più povero e meno tutelato, e poi non si capisce perché usare un termine inglese, in italiano si direbbe “marchetta”.

Senza  controlli, in camera caritatis, né limiti settoriali.  Si compra un “servizietto”, scardinando, così, l’idea complessa di regolazione dei rapporti tra datore di lavoro e lavoratore che si manifesta in un contratto, anche il più precario e instabile. 

Insomma, il voucher, fortemente voluto dall'ex premier Renzi, rappresentava la frontiera ultima dell’attacco al contratto di lavoro. Ed ora aspettiamo di vedere se il governo Gentiloni, sempre al fine di evitare il referendum, metterà mano agli “appalti al massimo ribasso" (e relativi sub-appalti pilotati), a tutto scapito dei lavoratori e della realizzazione delle opere.... 

Paolo D'Arpini


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"L'Irlanda oggi è meno libera..." - In memoria di Martin McGuinness irridentista


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Il modo più efficace per distruggere i popoli è negare loro e cancellarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)


Martin McGuinness (Derry, 23 maggio 1950 – Belfast, 21 marzo 2017) 

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Erano le cinque della sera e anche in Irlanda a quell’ora si finiva di morire. E iniziava l’inganno dei vivi, di quelli che lo subirono, di quelli che lo inflissero. Erano le cinque della sera tra il 30 e il 31 gennaio 1972 e si era compiuta la mattanza di Derry, quella che poi avremmo chiamato la Domenica di Sangue. Gli U2 ci avrebbero fatto una canzone, Paul Greengrass ci avrebbe fatto un film che avrebbe perpetuato l’inganno scaricando la mattanza ordinata dal governo di Sua Maestà su qualche militare fuori di testa, Ci feci un film anch’io. Anzi, era il momento culminante di un film che avevo iniziato a girare due anni prima e che dei “troubles”, dei guai, come chiamavano la guerra di liberazione nordirlandese,.raccontava ciò che non è mai più stato raccontato. Me lo aveva montato Marco Ferreri, nientemeno. Non c’è più, disperso nei caveau delle polizie nordirlandese, irlandese e di Scotland Yard. che lo confiscarono. La mia copia andò dispersa con il resto dell’archivio di Lotta Continua, quando l’organizzazione fu uccisa dai suoi fondatori.

Alle cinque della sera gli spari del 1° Reggimento Paracadutisti erano finiti. Camminando per i vicoli di Bogside, il cuore del ghetto repubblicano, nazionalista, cattolico, irridentista, come lo volete chiamare, si udivano lamenti e imprecazioni terribili. Ogni casa trasudava il dolore per la perdita di un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico. Da ogni casa usciva l’urlo della verità: 14 esseri umani, inermi e innocenti, massacrati a freddo dai sicari in divisa di chi a Londra aveva ordinato che alle manifestazioni, alle proteste, agli scontri con sassi e molotov, andava posto fine. O questi “bastardi fenians” (antica definizione ingiuriosa della minoranza autoctona) si sarebbero lasciati intimidire, terrorizzare e l’avrebbero smessa di rivendicare parità con i coloni protestanti, unionisti con la Corona, classe dirigente, classe ricca. Ma anche un proletariato e sottoproletariato altrettanto escluso, ma fanatizzato dall’illusione di essere della stessa “razza” dei padroni, nel giro nobile, comunque non quello degli ultimi. Destino tragicomico dei sudditi operai dei signori colonialisti.  Avrebbero, i cattolici, rinunciato a chiedere lavoro, case che non fossero “match boxes”, accesso alla pubblica amministrazione, alla sanità, a scuole decenti e non britannizzate, la fine delle sevizie degli “Special B”, il corpo di picchiatori della polizia, e quella degli incursori e piromani unionisti dai quartieri dove sventolava l’Union Jack.

O, se non l’avessero capita, testa dura quella degli irlandesi, in  lotta contro il colonizzatore da oltre due secoli, che lo scontro da civili contro le forze d’occupazione si militarizzasse pure. Che tirassero fuori dalle vecchie pagine di storia – ultima insurrezione dell’IIRA negli anni ’50 – la fanfaluca dell’Irlanda unita e da sottoterra le vecchie spingarde. Per l’esercito di Sua Maestà sarebbe stata un passeggiata e la simpatia del mondo verso chi brandiva miseria, discriminazione, apartheid, repressione, volontà di riscatto, si sarebbe tramutata in revulsione verso i “terroristi” dell’IRA. Vecchio trucco. Che non funzionò, neanche dopo vent’anni, dato che era la lotta di un popolo. Funzionò solo quando una delle due parti accettò di disarmare. La parte di Martin McGuinness.

Alle cinque della sera  stavo davanti a una tazza di tè, accanto a un camino, in una “casa sicura”, nelle parti di Free Derry dove l’esercito di occupazione non osava penetrare. Sullo schermo un Tg esibiva un tronfio e arrogante generale, tronfio e arrogante come solo i generali sanno essere, quelli anglosassoni poi… Generale Ford, comandante in capo delle forze britanniche in Nordirlanda, cosa cazzo stai dicendo? Che a ignari e pacifici parà i cecchini dell’IRA avevano sparato dai tetti (neanche un ferito tra i militari) e che i parà a malincuore avevano dovuto difendersi, rispondere ai terroristi? Che pare ci siano alcuni feriti…..

Dopo la mia esperienza di inviato di guerra in Palestina, Guerra dei Sei Giorni del 1967, dove si raccontava di un popolo, qui insediato dalla Bibbia, a rischio di essere gettato in mare da sbrindellate armate arabe, mentre invece il suo esercito, il quarto al mondo, radeva al suolo villaggi con i vivi dentro, pensavo di essermi corazzato rispetto alle verità dei padroni. Ma qui la faccia tosta arrivava al sublime e ti insegnava che di quelle “verità” non devi fidarti mai, che il padrone, il dominatore, il capitalista mente sempre e sempre per la gola. La sua gola di antropofago.
McGuinness nei giorni in cui mi salvò dai parà.

A quel punto era necessario salvare le mie foto e registrazioni audio. Documentavano tutto, il corteo pacifico dei 20mila, l’irruzione del battaglione parà sulla coda della marcia, dai primi agli ultimi spari, il panico, la folla disperata o furibonda in fuga, le urla delle donne, le bestemmie e gli insulti degli uomini. Le teste fracassate, le pance bucate, i colori del viso che diventavano gialli e poi bianchi, il pilastro scheggiato dalla pallottola sopra la mia testa, i buchi nella finestra mentre scattavo foto e che erano la reazione della carabina Sterling di uno degli assassini.
C’era il parà che, ginocchio a terra, prende la mira, il ragazzo di 16 anni, Jack Duddy, che fermo, a braccia aperte, come inciso nell’aria, non ci credeva e la pallottola la becca nel cuore, crolla, sbianca. Piovono raffiche, ma siamo tutti lì attorno a lui che scolora, a occhi spalancati come attoniti, il prete eroico, l’infermiere eroico, un vecchietto eroico, per soccorrere, indifferenti alla morte che stava loro addosso. Lo sollevano, lo portano via a braccia, braccia penzoloni, curvi per schivare gli spari che continuano. Io sparo scatti su scatti contro gli spari su spari. Su Jack e poi su Barney, su Jim, su Patrick…..Oggi una di quelle foto ci saluta da una facciata, quando entriamo a Derry, ancora “free”.

La radio militare, intercettata dai ragazzi di un’IRA allora nascente a Derry, aveva ordinato di “arrestare quel fotografo straniero, utilizzando qualsiasi mezzo necessario”.  Mettere le mani sul materiale che avrebbe potuto incriminare, non solo soldataglia abbrutita, ma un governo, un’eccellenza dell’Occidente civile. La stampa internazionale, accorsa per la manifestazione dei diritti civili più grande dall’inizio della rivolta, era stata confinata nella cittadella protestante, dietro le barriere tirate su dall’esercito. Non doveva vedere, raccontare. Ma noi giornalisti poveri abitavamo tra le famiglie del ghetto, eravamo già al di qua della barriera, avevamo visto, potevamo raccontare. Qualcosa di diverso di quanto blaterato dal generale Ford. Dovevamo essere fermati, i materiali sequestrati.

Conoscevo Martin McGuinness, neanche vent’anni, già capo della brigata di Derry dell’IRA Provisional. La serietà e l’allegria di un combattente antico e giovane. Un carisma sconfinato. Era una notte buia e tempestosa, consentitemi la citazione banale, ma appropriata. Per la nebbia non si vedeva a tre metri dalla macchina. Una fortuna. Per vie secondarie, carrarecce, tratturi, fendendo una nebbia che ci occultava ai britannici, Martin mi portò alla vicina frontiera con la Repubblica, contea di Donegal. Scambio di vetture e accompagnatori, efficienza che avrebbe mantenuto in piedi la resistenza fino al 1998, Venerdì Santo, accordo del disarmo e della “pacificazione”. E oltre. E così che, dai giornali e dalla tv di Dublino, una verità altra, rispetto a quella del generale serial- e masskiller, potè raggiungere il mondo e far capire, a chi a capire era disposto, “di che lacrime grondi e di che sangue” il monopolio della forza dei padroni che si proclamano Stato. Il loro.

Nel corso della mia lunga frequentazione di quel popolo indomito, la più lunga lotta anti-coloniale della storia umana, Martin McGuinness l’ho incontrato tante volte. Mi informava, mi faceva conoscere cose, aspetti, compagni partigiani, il capo di Stato Maggiore a Dublino, allora McStiofain, la sua bellissima mamma che mi cucinava l’arrosto di agnello. Mi ha onorato della sua fiducia. Gli ho voluto bene anche dopo che le scelte, più del gran capo Gerry Adams che sue, avevano contrapposto la sua visione su ciò che sarebbe stato bene, per la sua comunità e per l’Irlanda tutta, alla mia e a quella di coloro che ritennero  di mantenere fede al giuramento di liberazione, al poeta combattente Bobby Sands e ai suoi dieci compagni, morti, avvolti in coperte luride, dopo due mesi di sciopero della fame, per non essersi fatti travestire e degradare da criminali comuni. Come alle migliaia di martiri dell’unità, dell’identità, della libertà.

Bobby Sands e Nelson Mandela
Un quarto di secolo di lotte, dopo due secoli di lotte, dopo la carestia – “disastro naturale” come i tanti manovrati dai potenti - a metà dell’800, che aveva dimezzato, tra morti ed emigranti, la popolazione d’Irlanda perché abbandonata al morbo delle patate, mentre i latifondisti inglesi si arricchivano con l’esportazione di ogni bene irlandese. Dopo la mutilazione della nazione, con la negazione dell’indipendenza alle sei contee del Nord. Dopo Bobby Sands e i suoi compagni assassinati da Margaret Thatcher. Dopo una storia infinita di sogni e sangue, di sopportazione al limite del sovrumano, non poteva finire così. Con un governo provinciale fantoccio a Belfast, comandato a distanza da Londra e in cui gli schiavisti d’antan e di sempre dividono un potere vernacolare con gli schiavizzati di ieri e di sempre. Perché nelle condizioni di vita, nelle privazioni sociali, nella subalternità politica, nello spadroneggiare degli unionisti (a cui non si è chiesto di disarmare!) nulla è cambiato. 

Qualche serie di casette a schiera in più. Un posto da subalterno in polizia, o nell’amministrazione. Le strade rattoppate. I pub riverniciati. Le scuole alla pari. Ma sempre, come ribadiscono episodi che ricorrono oggi come ieri, a rischio di teppisti unionisti armati.
Martin McGuiness ne era diventato il co-premier accanto ai proconsoli di Londra, gli unionisti orangisti, dichiaratamente fascisti, di Ian Paisley. Se il cuore di un combattente temprato come lui non ha retto, a soli 66 anni, penso di poter immaginare che sia stato anche per quella resa, per quell’Irlanda verde e unita sparita dall’orizzonte, per quell’inchino alla regina, per la rabbia di tanti, per i sogni di gioventù, per dover affrontare nella sua Derry gli sguardi di dolore e di sgomento dei suoi, di coloro di cui a vent’anni aveva impersonato la dignità e la certezza della vittoria. Per dover collaborare, con padroni e nemici di una vita, alla persecuzione e repressione di quanti, nel Nord, soffrono esattamene come prima e di coloro, suoi compagni d’un tempo, che insistono a non arrendersi e continuano a chiamarsi IRA, Real IRA, Continuity IRA, come nei secoli.

Gerry Adams se ne è andato al Sud, nella Repubblica. Sinn Fein, il partito che si diceva braccio politico dell’IRA, è diventato braccio politico di una tenue socialdemocrazia sud- irlandese che, irritata dalla Brexit, sogna di proseguire un boom, che è tutto del capitale e delle multinazionali, restando nell’UE, nelle fauci di chi macina nazioni e classi subalterne..
Il 24 gennaio 2013 moriva Dolours Price. Militante repubblicana, non era ancora una volontaria dell’IRA Provisional quando la portai in Italia, per un giro di conferenze nelle università. Lei e la sorella Marian, nel 1973, misero bombe al palazzo di giustizia di Londra, l’Old Bailey. Un atto simbolico, non ci rimase nessuno. Ma furono condannate all’ergastolo, poi ridotto a vent’anni. Accusò Adams di tradimento, di aver addirittura negato di essere stato capo di stato maggiore dell’IRA. Per questo, denunciò, fu minacciata da elementi del Sinn Fein. Morì per un eccesso di barbiturici, senza aver mai dato segni di volontà di morte, combattiva più che mai. Non ci furono indagini.

Se oggi giri per i quartieri delle opposte comunità, trovi che non è cambiato niente. A Falls Road di Belfast come a Derry, repubblicani, a Shankill Road come a Coleraine, unionisti, gli stessi murales, gli stessi vessilli, le stesse invocazioni di giustizia, le stesse accuse di repubblicanesimo, gli stessi simboli e ricordi di guerra. Hai voglia a parlare dell’accordo del Venerdì Santo 1998, Good Friday, qui in sostanza non è cambiato niente. Ci sono ricapitato l’anno scorso, per deporre all’ennesima inchiesta su Bloody Sunday, stavolta condotta dalla polizia nordirlandese, figurarsi. Già i militari della strage si sono rifiutati di deporre e nessuno li condannerà mai. Tanto meno i mandanti. Il mio avvocato e grande amico, Ciaran, che è anche il legale di molti prigionieri repubblicani e di coloro che dai filo- britannici sono stati offesi,  mi ha portato in giro per tutta Belfast. Pareva il 1970, o 80, o 90. 

A Derry ci sono tornato per il 45° anniversario della Domenica di Sangue. C’ero stato, invitato dal Comitato delle Famiglie delle vittime, nel 1992, al ventesimo anniversario. Al 30° no. Niente invito, c’era stata la “pacificazione” e uno come me, che agli inglesi, nuovi partner, le palle le aveva rotto parecchio, avrebbe stonato nell’atmosfera della pacificazione. Stavolta sono  stato invitato dai “dissidenti”, gli “Artisti di Bogside”, Tom Kelly, suo fratello William (morto da poco) e Kevin Hasson. Sono gli autori dei più bei murales di Derry, compreso quello tratto dalla mia foto di Jack Duddy. Vanno in giro per il mondo a far raccontare ai muri dolori e onori degli oppressi, infamie e ottusità degli oppressori. 

Anche a Derry non è cambiato niente. La povertà è la stessa di allora, la gente più malmessa, il corteo della ricorrenza ancora combattivo, ma senza sorrisi. La brutta, la tragica novità è la spaccatura all’interno di una comunità che era rimasta compatta a dispetto di tutto. I cambiamenti, le svolte, le “innovazioni” di Gerry Adams non sono passati. Non nella maggioranza. Così Adams la sua cerimonia l’ha fatta quasi da solo, davanti all’ingresso di “Free Derry”, attorniato da pochi. Nel corteo per il solito percorso, dal verde della collina di Creggan alla valle delle casette “match box” di Bogside, c’erano tutti gli altri, con le bandiere dell’Irlanda unita.


Solo la mattina, davanti al cippo con i nomi delle vittime, s’è vista un po’ di unità. Gli stanchi, gli irriducibili. E qui c’era anche Martin McGuinness. Si era dimesso dal governo di Stormont (così si chiama il palazzo a Belfast), un po’ perché gravemente sofferente di cuore, ma anche perché la collega, co-premier della destra-ultrà unionista, era rimasta coinvolta in uno scandalo immobiliare e non si voleva dimettere. E forse, ancora, per cose più profonde. Che quella mattina segnavano il suo viso pallido.

Fulvio Grimaldi


martedì 21 marzo 2017

Ebrei marrani, gesuiti e vaticano



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Sotto il profilo d'individuare i veri "burattinai" del Potere, propongo la seguente sintesi: va bene individuare e denunciare il potere dei Gesuiti, di cui papa Bergoglio è emanazione, ma bisogna chiedersi... CHI SONO IN REALTA'  I GESUITI?? Come e da chi furono fondati? Ricordo che il loro fondatore fu Ignazio da Lojola, noto "Ebreo Marrano", falsamente convertito al cristianesimo... ed ecco che il cerchio si chiude: Gesuiti = Vaticano... ma = infiltrati ebrei che comandano entrambi ed in particolare il Vaticano tramite i Gesuiti!

Riporto dei brani di http://blog.libero.it/UOMONATURA/11982784.html che avvalorano la mia ricostruzione:

"Come mai i Gesuiti hanno potuto insediarsi in India, in Giappone, in Cina e in tutti i paesi d'Oriente in cui i missionari cristiani non erano i benvenuti?
La Compagnia di Gesù ha esteso la sua tela su una rete internazionale già esistente, gli ebrei della diaspora internazionale, insediati nei paesi asiatici da varie generazioni.

Ignazio era un marrano di famiglia ebrea convertita al cristianesimo ed il suo segretario, padre Lainez, era ebreo di nascita. Si suppone che le raccomandazioni dei rabbini d'Occidente presso le  comunità ebraiche d'Oriente abbiano favorito il contatto e la collaborazione."

Prosegue il mio commento: Sul tipo di ispirazione "spirituale" (invertita?!) di Ignazio da Lojola" riporto un secondo brano dello stesso blog: "Ignazio di Loyola racconta nelle sue memorie che è stato investito da un serpente luminoso che «gli dava molta consolazione poiché questa forma era estremamente bella, e aveva molte cose che brillavano come occhi». È lui stesso a confessarlo, tramite i suoi biografi ufficiali nel "Testament d'Ignace de Loyola raconté par lui-même" padre Luis Gonzàles di Camara."

Questa testimonianza sull'identità (anti) "spirituale" del fondatore dei Gesuiti, ci rimanda all'ideologia anticristiana e probabilmente satanista di un altro "grande ebreo" spagnolo:  Jacob Frank, che ha animato un ambiguo e inquietante movimento eterodosso ebraico noto come "frankismo", brillantemente delineato da Maurizio Blondet nel suo breve ma intenso saggio  "Cronache dell'Anticristo" (ed. EFFEDIEFFE") https://www.ibs.it/cronache-dell-anticristo-libro-maurizio-blondet/e/9788885223226
http://www.30giorni.it/articoli_id_4170_l1.htm

Franco Trinca

coordinatore Movimento SOCIETAS
(Movimento per una Società Etica Antifinanziaria e Solidale)

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lunedì 20 marzo 2017

Le scie chimiche fanno male alla salute - Ed i vaccini...?


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Gli elementi immessi nella atmosfera con le scie chimiche contengono bario ed alluminio.  QUESTO MATERIALE MESSO NEL CIELO SERVE ANCHE  A PROVOCARE CAMBIAMENTI CLIMATICI, QUALI VIOLENTISSIMI TEMPORALI, BOLLE D'ACQUA,  VIOLENTISSIMI URAGANI E TIFONI.

Il sistema permetterebbe, ma per questo servono altre prove per dimostrarlo, di interferire attraverso onde elettromagnetiche sulle volontà delle persone sia influenzando il loro stato aggressivo che tarpandone le reazioni

Tutto ciò per interferire sul presunto riscaldamento terrestre. di cui non ci sono evidenze scientifiche serie se, non le chiacchiere del mais stream (le versioni ufficiali).

C'è chi pensa che le scie chimiche siano delle favole  ma  non è vero. C'è chi dice che i grandi acquazzoni, gli uragani siano provocati dal riscaldamento terrestre,  ma la cia stessa  ci dice che sono proprio le scie chimiche a provocarle.

Quanti danni e morti hanno provocato le bombe d'acqua?

Gli stessi elementi che vengono diffusi nella atmosfera stranamente si trovano anche nei vaccini. tanto che istituti di ricerca, compresi quelli italiani, si meravigliano di questi esami  e li attribuiscono ad inquinamento nel momento della produzione... 


Giancarlo Celeste  - giancarloceleste@live.it


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Video collegato: https://www.youtube.com/watch?v=qhaOwOzYn3A&list=TLGGWQiBMdJzknMxODAzMjAxNw

domenica 19 marzo 2017

Fluire con la vita...



Fluire con la vita non significa essere indifferenti a quello che ci accade, ma apprezzare in pieno la gioia che il momento ci offre e accettare anche il dolore, consapevoli che nessuno dei due durerà per sempre. Fluire con la vita implica vivere accettando i cambiamenti e quindi comporta totale accettazione del volere di una forza superiore al nostro personale e limitato libero arbitrio, che si dibatte tra mille preferenze. Fluire come l’acqua di un fiume in piena vuol dire lasciarsi andare, accettando senza resistenze il disegno divino, senza mai permettere alla mente di restare coinvolta nel passato o nelle proiezioni di speranze che vorremmo vedere concretizzate nel futuro.

Questo saggio atteggiamento verso la vita consente anche di non rendere l’amore un business, una transazione commerciale in cui si cerca solo di esaminare i nostri vantaggi o quanto una determinata relazione possa ridurre le nostre insicurezze o le paure della solitudine.

Imparando a fluire con la vita, anche l’amore diviene un movimento spontaneo, senza la ricerca spasmodica di attrarre l’attenzione degli altri per sentirsi sicuri o per ricavarne dei profitti.

Attraverso una profonda analisi introspettiva, sorge la totale accettazione che eventi e azioni sono la manifestazione dell’Energia Divina e che non è mai esistita un’entità individuale chiamata Paolo o Anna e tanto meno un’azione individuale. Realizzando questo, si getta la maschera e si rimane nudi come un neonato, ma del neonato si acquisisce anche l’impersonale spontaneità e il relativo non coinvolgimento.

La causa di questo è data dalle relazioni basate sullo spiccato senso di libero arbitrio e individualità, quindi, analizzare a fondo il reale significato dell’immanenza dell’Energia Divina − e che non esiste altro che questa Energia Universale a permeare ogni atomo − è l’unico passo da compiere consapevolmente, ma anche il più laborioso, dato che i condizionamenti della società odierna si basano proprio sull’illusione di questo ‘io’ personale e individualista, ovvero l’ego o la personalità individuale.

La totale accettazione che ogni azione è un avvenimento divino, e non qualcosa compiuto da qualcuno, è alla base della rinascita della pace. Affinché la pace che permea l’universo possa essere riscoperta, ognuno di noi ha il dovere verso se stesso di dedicarsi del tempo, per approfondire cosa ci aspettiamo dalla vita che possa appagarci veramente, dopo aver soddisfatto i bisogni basilari di cibo, vestiti e riparo. Cosa mi rende diverso dal gatto di casa? Questa domanda e la ricerca delle risposte concatenate che scatena significano volersi veramente bene.
La mente oscilla come un’altalena tra le memorie passate e le aspettative future, escludendo il momento più importante, il presente.

La mente crea il tempo e vive di aspettative e memorie. La mente è un continuo flusso di pensieri e oscilla tra ricordi, proiezioni, rancori, competizioni, speranze e giudizi; la pace prevale invece solo quando la mente tace, ma soprattutto quando smette di cercare e valutare sia i difetti degli altri sia le nostre mancanze. Sono sempre più rare le persone che pensano che tutto sia perfetto ed evitano di emettere giudizi perché consci che ogni attimo è un avvenimento sognato dalla mente divina e che nessuno degli attori di questa grande e infinita soap opera ha la possibilità di commettere errori − se non quando il Regista lo suggerisce − con lo scopo di rendere la trama della commedia più interessante. La mente vuole essere in controllo, ma essendo impossibile, questo è unicamente causa di eterne frustrazioni.

Non saper fluire con la vita, cercando d’essere sempre in controllo degli eventi e delle conseguenze d’ogni decisione, significa andare contro la natura divina stessa dell’universo e quindi crea solo stress e depressioni. Un futuro incerto che va a sommarsi alle recriminazioni di un passato che non esiste più; i sensi di colpa e l’atavico timore di cadere nel ‘peccato’ rendono l’uomo teso e infelice, mentre ogni cosa accade solo se è la volontà di Dio.

Il vero fluire con la vita comporta una parola ostica alla maggioranza− abbandono − ovvero l’accettazione totale che a muovere ogni pedina e gli eventi della vita è solo un grande disegno a incastro, proiettato e sovrimposto su Se stessa dalla Mente Cosmica, che si manifesta attraverso ognuno di noi, come in un intricatissimo puzzle in cui non esiste niente di personale o individuale.
Il film è già stato girato. Il ‘ciak’ che ha dato inizio a questa lunghissima e intricatissima soap opera prodotta dalla Mente Cosmica è scattato milioni d’anni fa. Reagire al ruolo affidato a noi attori crea solo inutili tensioni. Sintonizzarci con il suggeritore delle battute è l’unica alternativa che abbiamo. Questo equivale ad agire senza reagire.

Si arriva a sorridere della nostra folle illusione e a vivere serenamente senza alcun bisogno di psicoanalisti solo quando si comprende a fondo il gioco del grande ipnotista: Dio, la Coscienza, o come volete chiamarlo.  A quel punto non vedremo più uscire fazzoletti multicolori, colombe e conigli dal cappello a cilindro perché avremo compreso ogni trucco e potremo finalmente essere il Supremo Ipnotista stesso.

La vita è un gioco che abbiamo sognato quando eravamo consapevoli d’essere Energia Primaria e, scartando i veli dell’ipnosi, possiamo continuare a giocare non come poveri esseri umani che devono ascendere all’infinito ma piuttosto come Dio mascherato da essere umano, che ha scelto di calarsi sul palcoscenico del pianeta terra.


(Fonte: Centro Nirvana)

sabato 18 marzo 2017

"Chi di speranza vive disperato muore" - Tenersi pronti al peggio talvolta conviene....


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Chiunque sia minimamente appassionato di storia non può non rilevare quanto la situazione attuale non sia dissimile da quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali che hanno devastato il mondo durante il secolo scorso. 

Con l’aggravante che ora la forza militare è enormemente superiore a quella di allora, così come la loro proiezione nel mondo, i tempi di risposta e le complicate relazioni di alleanza. I punti focali, cosiddetti “caldi” sono molteplici, almeno una mezza dozzina, non solo nel solito e sempre pericoloso “Medio Oriente”, ma anche nell’Estremo Oriente ed in Europa dell’Est, cioè a pochi chilometri da casa nostra. 

Impossibile non rilevare che la Diplomazia Internazionale sia sempre meno rilevante ed operativa, come se avesse quasi rinunciato al suo ruolo di mediazione e pacificazione, per dare maggiormente spazio all’azione militare, che inevitabilmente svolge il suo ruolo, almeno a livello di leadership, cioè nelle alte gerarchie, che devono pur giustificare in qualche modo i privilegi di cui godono e dare senso compiuto al loro ruolo, dimostrando di saper agire efficacemente quando occorre, cioè mostrando i “muscoli”. 

Cosa che per altro stanno facendo anche i politici che governano gli stati più importanti e dotati di eserciti ed armamenti in grado di rivaleggiare tra loro. Una sorta di patetico e tragico machismo, che forse nelle intenzioni vorrebbe solo limitarsi ad un colossale bluff, per indurre l’avversario a desistere ed autolimitarsi, inducendolo ad accettare compromessi che favoriscano gli interessi dei rivali, ma che non può assolutamente garantire che tale strategia possa funzionare ed impedire l’escalation fino a superare certi limiti.

Limiti superati i quali gli incidenti diventano molto probabili, e come ben sappiamo dalla storia, gli incidenti, che siano reali o false flag poco importa, il risultato non cambia, quando tali eventi avvengono, i processi bellici diventano irreversibili e si possono solo contare i danni e non si sa per quanto tempo di protrarranno.

Il rischio di questo gioco perverso, che i neocons americani alimentano consapevolmente e cinicamente ed in troppi si adeguano con diversi gradi di complicità (soprattutto i politici e burocrati occidentali europei, ormai vassalli privi di dignità ed autonomia), è che prima o poi sfoci in una guerra mondiale, che seppur si sforzino di “regionalizzare”, cioè di limitare e quindi non estendere geograficamente, facilmente potrebbe sfuggire loro di mano e deflagrare ben oltre le intenzioni iniziali.

L’alibi è sempre lo stesso, da tempo immemore, esercitare il diritto alla difesa, solo che le intenzioni sono ben altre, perlopiù offensive, ma con l’ipocrisia di voler attribuire sempre agli avversari la responsabilità di aver scatenato il conflitto. Siccome i partecipanti a questo gioco perverso sono troppo numerosi per poterli controllare tutti, prima o poi la tensione provocherà un incidente, è inevitabile.

A quel punto dovrebbe intervenire l’ONU per placare gli animi e risarcire i danni, in una sorta di immediato arbitrato, se non fosse che l’ONU è solo un carrozzone pubblico altamente remunerato e privo della benché minima efficienza ed influenza, per cui non ci sono paracaduti, non ci sono soluzioni.

Forse essere ottimisti in questi frangenti non è frutto di saggezza ma disinformazione, ma è anche difficile fare prevenzione ed agire socialmente con efficacia, possiamo solo cercare di ridurre quantomeno la disinformazione e demistificare la propaganda, di suscitare un legittimo sgomento nell’opinione pubblica, che possa in qualche modo destarsi dall’indifferenza e superficialità che gli fa sottovalutare il pericolo. Sono consapevole che è veramente poca cosa di fronte alle minacce che si stanno sempre più approssimando. 

Claudio Martinotti Doria

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venerdì 17 marzo 2017

21 aprile 2017 - Monte Sacro, III Giuramento di Libertà


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Cari Amici,  appare ormai evidente a tutti che siamo sempre più soli senza pilastri, senza puntelli, sostegni, fondamenta, basi, capisaldi, principi… concreti ed astratti e pure senza “santi in paradiso”… E al contrario quelli che una volta noi avevamo eletto e delegato alla difesa dei nostri valori, delle Istituzioni dei nostri diritti delle nostre persone … oggi sono passati senza colpo ferire alle fila dei nostri peggiori nemici che ci stanno riducendo alla figura di plebaglia… addirittura al rango di schiavi…

Per cui dovremmo mettere in atto il piano “B” e cercare di dare un senso ed un nuovo obiettivo alla nostra azione personale… che in altre parole si definisce “vita”.

Occorre quindi riformulare i nostri capisaldi e ricollocarli diversamente da quelli che avevamo in precedenza, che alla prova dei fatti si sono rivelati inconsistenti o peggio inefficaci ed antitetici nel momento di massimo impegno ed utilizzo ed hanno dimostrato la loro ambigua, inaffidabile, traditrice e mistificata natura.

Per questi ed altri numerosi derivati da molte diverse vie motivi e ragioni oggi ci ritroviamo a dover percorrere altre inesplorate strade o percorsi da lungo tempo tralasciati che però sono invece stati validi per secoli ed addirittura per millenni..

Andando a speculare, indagare e ricercare nuove vie mi sono ritrovato ad imbattermi in Simon Bolivar, personaggio che conoscevo solo di nome … ma che andando a studiare un po’ più a fondo o ritrovato particolarmente interessante e soprattutto un eccezionale uomo politico, d’avventura, un veggente, un eroe, un uomo di assoluto spessore, carisma, valore in tutti i sensi lo si voglia analizzare…. Una specie di quintessenza concentrata di Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Mao Tse Tung, Castro.. etc., etc.,

I motivi per cui l’ho citato e l’ho preso in considerazione è perché Simon Bolivar in viaggio a Roma il 15 agosto del 1805 si recò dove adesso esiste la colonna che commemora il fatto e li pronunciò il celebre giuramento detto “del Monte Sacro”… che a sua volta riprendeva e rinvigoriva lo storico ed eroico avvenimento della “secessione” della plebe romana dalla costrizione e usurpazione dei suoi diritti a cui la costringeva la nobiltà romana (nulla di nuovo sotto il sole).

Quindi Bolivar a Roma con il suo amico e maestro Simon Rodriguez si reca sul Monte sacro e pronuncia il celebre giuramento : “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.

Questo a causa della grave situazione di sudditanza, violenza, arretratezza, soggiogamento in cui era tenuta tutta la popolazione del Sudamerica.

Ma perché Simon Bolivar aveva sentito il bisogno di esprimere quel forte impegno in quell’occasione?

Perchè la secessione della plebe era stata una forma di lotta politica adottata dalla plebe romana, in varie occasioni tra il V ed il III secolo a.C … (quando non ne poteva proprio più delle angherie della nobiltà..., per ottenere il giusto riconoscimento e la parificazione di diritti con i patrizi – esattamente come ora).

La secessione avveniva perché la plebe abbandonava in massa Roma uscendo dalle mura e tutte le attività e le botteghe artigiane facevano la “serrata” e siccome i plebei erano anche il nucleo delle legioni non era possibile difendere la città dagli attacchi o muovere guerra ai nemici.

E Simon Bolivar credeva nella “guerra di popolo” come emancipazione delle masse e come conquista della libertà sociale e personale… da applicarsi secondo il suo punto di vista alla lotta contro l’impero coloniale spagnolo.

Ma perché, a nostra volta, AlbaMediterranea ha così a cuore quest’evento?... Perché AlbaMediterranea nasce nel 2009 proprio dalla riflessione sulla estrema attualità del pensiero bolivariano e sulla stessa … quasi identica situazione in cui ci ritroviamo oggi noi in Italia… in cui il dominio dell’impero monetario mondiale ci ha ridotto ad una situazione ben più miserevole … sotto il profilo del rispetto della figura umana…. di quanto non lo fosse all’epoca di Bolivar…

Ma a tutti i motivi che adduceva Bolivar nel suo giuramento, dobbiamo ancor più aggiungere quelli che oggigiorno ….. a distanza di esatti duemila cinquecentosette anni soffocavano le giuste rivendicazioni dei “secessionisti plebei romani” e che imperituramente continuano a violentare, distruggere, angariare i diritti dei cittadini oggi tutti ridotti al rango di plebei.

Le cause che portarono a questa secessione furono da un lato la situazione legislativa dell'epoca, tramandata oralmente, che derivavano dalle precedenti leggi della monarchia che poco avevano avuto modo di essere modificata con l’avvento della repubblica (509 a.C.), e dall'altro l’avvicendarsi continuo di eventi militari.

Le cariche pubbliche erano in mano ai patrizi, ed i plebei non erano di fatto rappresentati. Inoltre le leggi sul debito, e l'uso iniquo ed incivile del Nexum che consentivano di ridurre i debitori alla schiavitù, favorivano di fatto i patrizi, detentori del potere economico e monetario (non è cambiato nulla) che approfittavano della situazione.

Roma era allora impegnata nella sua conquista dell'Italia centrale e quindi più o meno costantemente in guerra contro i vari popoli della regione. Conseguentemente l'esercito, composto in buona parte da contadini e artigiani plebei, era in costante mobilitazione, rendendo quindi assai difficile ai soldati plebei curare con metodo e continuità le attività e gli interessi relativi ai loro mestieri, esattamente come adesso… allora la TASSA era il tempo dedicato alla servitù militare, ora alla servitù fiscale…. TALE E QUALE…..

L'insieme di queste condizioni avevano determinato un contenzioso piuttosto duro fra i debitori plebei ed i loro creditori in generale patrizi e senatori. Questa situazione giunse all’acme nel violento tumulto del 495 a.C. in cui i debitori, sia schiavi che liberi, si presentarono al Senato per perorare la loro causa.

Mentre in senato si discuteva senza arrivare ad una soluzione (esattamente come ora) giunse a Roma la notizia che i nemici attaccavano e stavano marciando contro la città. I senatori volevano quindi allestire un esercito per contrastare i nemici, ma la popolazione in maggioranza partecipe con i plebei in rivolta rifiutò di rispondere alla chiamata alle armi.

Il senato incaricò quindi il console Servilio di convincere il popolo ad arruolarsi. Servilio promulgò un editto in favore dei debitori secondo il quale:

« ....più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, in modo da impedirgli di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli, nessuno poteva impossessarsi o vendere i beni di un soldato impegnato in guerra, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. » (Tito Livio, Ab Urbe Condita, II, 24.)

L'esercito fu quindi condotto dai consoli contro i Volsci che vennero sconfitti.

Il popolo perciò si attendeva il riconoscimento di quanto promesso dal senato, ma così non fu. La situazione si trascinò quindi, non senza inquietudini e malumori, fino alla fine del mandato consolare.

Appena eletti i nuovi consoli si trovarono a fronteggiare il problema di indire una leva per contrastare Volsci, Equi e Sabini.

Non riuscendovi (esattamente come succederà a breve – quando il popolo non riconoscerà più alcuna autorità di questa banda di infami venduti …)….costoro chiesero consiglio al senato, ma ricevettero come risposta critiche per la loro mancanza di polso. Si arrivò ad una situazione di stallo e fu necessario nominare un dittatore.

Il dittatore Manio Valerio riuscì a mobilitare un esercito ed a muovere contro i nemici sconfiggendoli. Rientrato a Roma non avendo dimenticato le questioni interne relative ai problemi dei debitori (vale a dire il problema Equitalia & C.), portò il tema all'attenzione del senato chiedendo un pronunciamento definitivo sulla insolvenza per debiti (come si dovrà fare al più presto).

La richiesta non fu approvata e Manio Valerio si dimise da Dittatore.

A questo punto i senatori temendo che l'esercito potesse sciogliersi, e da questo generarsi nuovi disordini, diedero ordine, con la scusa di una ripresa di ostilità da parte degli Equi, di portare l'esercito fuori città.

I soldati tuttavia si rifiutarono e per protesta si ritirano sul Monte Sacro (appena sopra l’attuale ponte Nomentano), tre miglia fuori Roma sulla destra dell'Aniene dove fortificarono un campo.

Il senato consapevole che la situazione poteva diventare ingovernabile e rivolgersi contro di loro, inviò ai secessionisti Menenio Agrippa, personaggio dotato di grande dialettica e carisma.

Fu in quell’occasione che Agrippa riuscì a convincere i secessionisti a rientrare in città raccontando loro il famoso apologo delle membra e dello stomaco.

Venne a quel punto trovato un compromesso in base al quale venne istituita una carica magistrale a difesa della plebe: il Tribuno della plebe.

Questa pace sociale venne statuita attraverso la creazione della carica di Tribuno della Plebe con la cosiddetta Lex Sacrata che sanciva l’assoluta inviolabilità e sacralità (sacrosancti) della carica interdetta per di più ai patrizi. (Quello che dovrebbe essere l’Authority in difesa dei “debitori”)

Da li la lunga lotta per la graduale democratizzazione della repubblica romana.


Orazio Fergnani e Giorgio Vitali

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