giovedì 19 settembre 2019

Ecco perché Teresa Bellanova vuole gli OGM ed il CETA...

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"...tutta l'agricoltura industriale è una terribile patologia della Terra, è un processo che distrugge la Vita. La colpa è di tutta la civiltà industriale, con il suo squallido primato dell'economia e della crescita, che ha ormai invaso il mondo intero..."   (Guido Dalla Casa)

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Teresa Bellanova, la nuova ministra per l'agricoltura del governo m5s+pd, ci porta la bella nuova: "Sugli Ogm e sul CETA voglio aprire un confronto rapidamente con le parti imprenditoriali...". Insomma apre la porta agli OGM ed al CETA. I tempi sono parecchio cambiati rispetto all'11 marzo 2013 in cui mi scriveva un neodeputato stelluto (che non nomino per non metterlo in imbarazzo): “Salve. Mi occupo della questione OGM, vorrei acquisire la documentazione scientifica che avvalora i rischi alla salute e all'ambiente e capire quali dossier hanno presentato gli altri paesi UE che hanno adottato la clausola di salvaguardia. Mi auguro di poterla incontrare anche di persona a Roma o in altra occasione. Il Dott. Trinca mi ha suggerito il suo contatto e dato che sono iscritto alla mailing list bioregionale le ho riscritto proprio ora. Grazie dell'attenzione.” 

Mia rispostina: “Caro neodeputato, son contento della tua lettera e dell'interesse che dimostri verso il problema degli OGM... Il materiale che abbiamo raccolto nel corso degli anni è parecchio voluminoso, intanto puoi cominciare da qui:  http://www.circolovegetarianocalcata.it/page/3/?s=organismi+geneticamente+modificati

Qualcuno mi chiedeva come mai un ministro del governo Conte 2.0 malgrado la lunga contrarietà agli ogm ed al CETA del M5S si esprimesse a favore di questi progetti globalisti e distruttori dell'habitat. La risposta arriva para para da Facebook, dalla stessa Teresa Bellanova, ministro alle Politiche agricole,  che ha dichiarato: "Ho sempre detto che al momento opportuno avrei detto da che parte sto. Sto con Matteo Renzi. Quello di Renzi, sottolinea Bellanova nel suo post, è un progetto politico ambizioso..."   

Ah, ecco perché...

Paolo D'Arpini - Portavoce European Consumers Tuscia

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martedì 17 settembre 2019

17 settembre 2019, avevano ragione i gufi - Matteo Renzi torna nella foresta



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Avevano ragione i gufi,  17 settembre 2019.  Da fonti dirette (lo dice persino Repubblica) apprendiamo che Matteo Renzi ha deciso di scindersi dal PD.  Lo annuncia egli stesso su Twitter con queste parole emblematiche: "Due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso” (Matteo Renzi @matteorenzi  - Senatore di Firenze). Ma la scissione era nell'aria sin dal successo di Zingaretti alle ultime primarie per l'elezione del segretario. 

La situazione strana è che Zingaretti ha vinto all'interno del partito, almeno formalmente, mentre renzie conserva il controllo della quasi totalità dei parlamentari eletti (visto che le candidature delle elezioni di un anno e mezzo fa le aveva decise lui). Ora si capisce perché a tutti i costi ha spinto per il Conte 2.0, con il m5s, non certo per amore del grillo o del Conte ma per poter restare in gioco con i suoi scherani e controllare le scelte di governo, che se -come avrebbe voluto Zingaretti- andando a nuove elezioni i posti sicuri nelle liste del PD  renzie, boschi e compari se li sarebbero sognati. 

Furbetto quel renzie, come ai tempi di "lascia o raddoppia", ma non intelligente e nemmeno onesto con il partito che lo ha accolto fornendogli l'occasione di un momento di gloria con una formidabile ascesa ripagata da lui con una altrettanto formidabile caduta. Si vede che renzie doveva essere la nemesi del PD, il continuatore dell'opera di Rutelli e Veltroni diretta al definitivo annichilimento di quello che fu un partito popolare e di sinistra. 

Bravo renzie sei riuscito nell'intento! Un commentatore marchigiano ha scritto: "Alla faccia degli estimatori di renzie... penso che stanotte qualcuno non è riuscito a dormire... "che faccio, rimango col PD senza renzie o vado con il nuovo partito assieme a renzie?" ... Per i trasformisti, quelli che fanno politica attiva, sia chiaro, è un bel guaio. Comunque con la sua boria ha fatto un bel casino... poverino i suoi adepti toscani tutti fuori dal governo, se ne va per una questione di posti, tanto lui non è stato mai di sinistra. Qualcuno nel PD infine se ne starà accorgendo ed io lo ho sempre detto: è più credibile Crozza!". 

Ora dobbiamo vedere come verrà spartita la torta del gradimento tra il probabile "partito della nazione", un miscuglio di renziani, berlusconiani e boninisti e l'ultimo fortino PD. Un sondaggio recente, ma precedente l'annunciata scissione renziana, realizzato da Scenari politici-Winpoll per il Sole 24 Ore fa registrare un aumento dei consensi per la Lega di Matteo Salvini. Resta al secondo posto il PD, seppur nettamente staccato. In calo costante (ed inevitabile) il Movimento 5 Stelle che si ferma al 15,5% (e continuando su questa china prima del termine della legislatura sarà estinto). In crescita invece Fratelli d’Italia e La Sinistra-sinistra.

Ora serve un nuovo sondaggio per capire che percentuali di voti renzie porterebbe via al PD... ma l'esperienza passata dimostra che gli scissionisti di solito restano con l'amaro in bocca... Intanto quelli della Sinistra-sinistra stigmatizzano l'azione del renzie definendola "un'operazione di controrivoluzione preventiva" (e stavolta si capisce benissimo cosa intendono).

Paolo D'Arpini - Portavoce di European Consumers Tuscia

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lunedì 16 settembre 2019

F35 ed altre armi inutili - Soldi buttati al vento....


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Gli F35, programma aeronautico internazionale che coinvolge (con tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi lustri) la Difesa italiana, sono al centro da anni di critiche e contestazioni. In occasione delle elezioni politiche del 2013 ci fu la corsa dei partiti a proclamare che l’avrebbero ridimensionato. O addirittura cancellato. In tempi di campagna elettorale purtroppo da sempre l’italiano è abituato ad ogni sorta di promessa che viene poi, puntualmente, cancellata. E per gli F35 non è andata diversamente. 

La Rete Italiana per il Disarmo e altre organizzazioni pacifiste hanno prodotto dossier su dossier, denunce su denunce, sulla “qualità” degli aerei e su come quei fondi potevano essere investiti in maniera più fruttuosa. Dal risanamento del territorio di un Paese dove altissimo è il pericolo del dissesto idrogeologico (e la cronaca di questi anni ci ha documentato perfettamente, tra disastri e lutti, quanto questo pericolo sia terribile) alla possibilità di fornire istruzione universitaria gratuita a chi non può permetterselo (in un Paese dove sempre più le disuguaglianze sociali ed economiche aumentano sarebbe una rivoluzione) o alla costruzione e ristrutturazione delle scuole. 

Gli ultimi dati sulla inadeguatezza al rischio sismico delle scuole italiane, in alcune regioni anche oltre il 50% non rispettano standard di sicurezza contro i terremoti, sono di questi giorni. Ma il j’accuse più forte contro gli F35 non è dei disarmisti e dei pacifisti ma, in un assurdo che supera anche il teatro pirandelliano, de facto della Difesa USA e del governo che più negli anni l’ha sponsorizzato e sostenuto.

Come riportato nel 2014 da Francesco Vignarca su Altreconomia, il 19 settembre 2014 “ alla Lockheed Martin, capofila del programma, è stata accordata una modifica di un precedente contratto, per complessivi 25 milioni di dollari ” per “ intervenire con sistemazioni di post-produzione sugli aerei del lotto VI ”. In più le necessità operative e di supporto annuali triplicano i costi complessivi del progetto. Un paio di anni prima, rivelò sempre Vignarca, uno studio del governo canadese rapportato all’adesione italiana al progetto colloca la spesa complessiva “ per acquisto e gestione di una flotta di 90 aerei ad oltre 50 miliardi di euro ”, praticamente una finanziaria e molto di più di quanto occorre per disinnescare la clausola di salvaguardia sull’Iva annualmente. 

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Ma le criticità economiche non finiscono qui. Sempre dagli USA nel 2014 arrivò un rapporto secondo cui i costi annuali per gli F35 sono dell’80% superiori a 4 diversi aerei già in dotazione all’esercito a stelle e strisce. E anche qui tutto è partito da stime della Difesa statunitense. Sono passati 5 anni e diversi altri dossier sulle criticità, economiche e funzionali, degli F35. Ma, nonostante le promesse elettorali e non solo, il progetto internazionale è andato avanti per l’Italia a gonfie vele. Altri Stati hanno diminuito o azzerato il proprio impegno, il BelPaese no. 

Al di là delle belle parole retoriche in occasione di cerimonie e anniversari l’impegno per la Pace e il disarmo non esiste più. Basterebbe (per chi ha tempo e soprattutto lo stomaco così forte da sostenerlo) risfogliarsi e riascoltarsi i programmi e dibattiti pubblici degli ultimi anni. Nessuna parola per la riconversione delle spese militari, nessun impegno per la difesa non armata e nonviolenta (nonostante una campagna sostenuta da tantissime organizzazioni e cittadini!). In questi anni sono state tagliate tutte (o quasi) le spese pubbliche possibili, milioni di italiani si sono ritrovati senza assistenza sanitaria e previdenziale. Eppure le spese militari (in una dinamica terribilmente identica alla Grecia massacrata dalla crisi finanziaria e dall’austerity) hanno visto solo balzi in avanti.

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Una dimostrazione di quanto disarmo e riconversione sono stati banditi viene dalla Sardegna. La guerra in Yemen e le criminali conseguenze dei bombardamenti dell’Arabia Saudita hanno scalfito il “muro di gomma” del silenzio mediatico. Le denunce di varie associazioni per i diritti umani, e anche di alcune trasmissioni televisive nazionali, hanno mostrato anche in Italia quel che sta accadendo. Alimentando un fragile e debole dibattito in quanto le bombe sganciate in Yemen vengono prodotte anche in Sardegna. Nonostante silenzi, reticenze e un inner circle mediatico di ben altra “sensibilità” (ammesso e non concesso che si possa parlare di sensibilità per chi si schiera con militarismo e guerre), questo dibattito ha prodotto anche conseguenze in Parlamento: il 25 giugno scorso una mozione di maggioranza votata alla Camera ha chiesto al governo di bloccare l’esportazione di alcuni tipi di armi – le bombe d’aereo e i missili – verso i due Paesi fino a che non ci sarà una svolta concreta nel processo di pace con lo Yemen . Nei giorni successivi Rwm, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall con sede a Domusnovas, in Sardegna, e a Ghedi, in provincia di Brescia, ha annunciato la sospensione delle licenze per l’esportazione di bombe d’aereo e componenti verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Dopo l’approvazione della mozione parlamentare il Comitato per la riconversione della Rwm si è rivolta alle istituzioni sarde e nazionali, ai sindacati, all’Università e all’imprenditoria “ al fine di promuovere e sostenere la messa in atto di attività alternative a quelle della produzione di bombe ” e per la salvaguardia dei lavoratori che “ non devono subire le conseguenze di un’eventuale chiusura dello stabilimento e conseguente delocalizzazione ”. Davanti a questo scenario ci si aspetterebbe un rilancio della possibilità di riconversione della fabbrica e un ritorno a discussioni su disarmo e alternative alle spese militari. Resistenze da parte di determinati settori politici o, al massimo imprenditoriali. Per motivi ideologici i primi ed economici i secondi. E invece, colpo di scena, la negazione di ogni possibile alternativa all’industria bellica è venuta dai sindacati. Negli Anni Ottanta furono tra i primi in Italia a parlare, e produrre documenti su documenti, sulla riconversione delle spese militari e sul disarmo.

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Negli Anni Novanta e Duemila in prima fila nelle manifestazioni pacifiste con i tre sindacati confederali tra i promotori della “Tavola della Pace” e della Marcia Perugia-Assisi. Eppure oggi, nella Sardegna da cui partono le bombe per la guerra in Yemen viene da loro un secco no alla riconversione. Una decisione presa dall’assemblea dei lavoratori l’11 settembre che ha approvato un documento dove si fa riferimento ad “ un’alternativa ” che vada incontro “ alle esigenze della Difesa dello Stato Italiano e dei paesi europei ” e la “ non accettazione di alternative quali la riconversione della produzione ”. Un rifiuto quest’ultimo motivato con il fallimento di passate riconversioni delle industrie minerarie, fatti drammatici per l’intera società sarda che lasciano un senso di smarrimento, indignazione e scetticismo. In conclusione del documento i lavoratori hanno chiesto all’azienda di proseguire gli investimenti programmati. Che i lavoratori siano esasperati e indignati di fronte a rischi, come già accaduto a tantissimi altri in Sardegna e tutt’Italia, per il proprio lavoro è giusto e sacrosanto. 

Mai sacrificare migliaia di famiglie, mai gettare nel dramma della disoccupazione i lavoratori. Ma stupisce che i sindacati, vicini storicamente anche alle istanze pacifiste, non abbiano ripreso i temi della riconversione pacifica e delle alternative all’industria militare stupisce. Ancor di più alla luce di quanto accaduto lo scorso 1° marzo quando la Camera dei Deputati ha ospitato il Convegno “Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità”. In tale occasione Sergio Bassoli (esponente della CGIL e della segreteria della Rete della Pace) ha dichiarato che “ un Paese civile come l’Italia non può vendere le armi ad un Paese come l’Arabia Saudita ” e che “ se si segue la prospettiva secondo cui se non vendiamo noi, vendono altri, andiamo a sbattere ”.

Alessio Di Florio

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venerdì 13 settembre 2019

Cattive nuove dal Vaticano: "Bergoglio e l'infelice papato..."


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Mentre tutti noi siamo presi dalle vicende politiche nostrane, che sono un granello di sabbia nella politica mondiale, pochi si avvedono dei pericoli che incombono sulla Chiesa Cattolica Romana.

I problemi posti dall’infelice papato attuale, frutto di grossa svista dello Spirito Santo al momento del Conclave, non riguardano solo il mondo cattolico, ancorché formato da oltre un miliardo e mezzo di seguaci in tutto l’orbe, ma l’intera politica mondiale.

Il porsi Papa Bergoglio come autorità politica dimenticando quella precipua di guida spirituale dei suoi fedeli, sta creando fratture, speriamo non insanabili, nella Chiesa universale di Cristo ed anche negli assetti geopolitici generali.

In Sud America, da dove è venuto l’attuale inquilino dei sacri palazzi vaticani, emergono i movimenti episcopali latino-americani ed amazzonici che rappresentano un’aperta contestazione alla chiesa tradizionale ed agli insegnamenti di Cristo, che però godono di aperta simpatia bergogliana.

In pratica, tutti questi movimenti danno tutta l’aria di un nuovo scisma, che non potrà che portare ad un effetto emulazione in tutto il mondo.

In Germania, per esempio, già qualcosa bolle in pentola. Lo ha compreso il Card. Woelkl arcivescovo di Colonia, ma papa Bergoglio no. Di quanto in quanto, lo schema della “chiesa nazionale” si riaffaccia.

Torniamo al prossimo Sinodo dei Vescovi del Consiglio Episcopale Latino americano e Rete ecclesiale panamazzonica che si terrà (udite, udite !) in Vaticano da domenica 6 a domenica 27 ottobre prossimi.

Il tema del Sinodo: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”.

Il Papa ha benedetto questa iniziativa che invece ha tutta l’aria di essere un vero e proprio scisma. Tra i tanti problemi del mondo, uno scisma della Chiesa cattolica proprio non ci voleva, soprattutto perché gli scismi del passato sono stati “giustificati” da eresie.

In parole povere, il prossimo Sinodo dei Vescovi del sud America prepara la formazione di una chiesa nazionale amazzonica in quanto pone come soggetto principale dell’interesse ecclesiale la popolazione, la realtà, il territorio di quelle zone del mondo, contravvenendo quindi all’insegnamento di Cristo che è universalità.

Osservando il “Documento di Bogotà” dei giorni 6, 7 settembre scorsi si leggono errori panteisti, pelagiani, luterani, proprio tutti quelli che nel passato portarono a scismi. Vedansi il sinodo filo-ariano di Milano nel 355, il sinodo monofisita di Efeso nel 449, il sinodo nestoriano di Costantinopoli del 553, quello conciliarista di Basilea del 1438 e quello giansenista del 1786. Le tesi di questi sinodi assomigliano a quelle “amazzoniche”.

Infatti, il documento di Bogotà si propone di minare o rovesciare gli elementi fondamentali della dottrina cattolica, sostenendo che la Chiesa non ha il “monopolio della salvezza” e che il pluralismo e la diversità delle religioni sono espressioni di una saggia volontà divina;

le religioni non cristiane sono in grado di portare la “salvezza” alle persone e le tradizioni religiose pagane degli indigeni in Amazzonia vanno rivalutate;

il testo ridefinisce l’Eucaristia come atto simbolico della comunità;

attacca il sacerdozio gerarchico del Nuovo Testamento prevedendo la creazione di nuovi ministeri per i laici, la possibilità dell’ordinazione delle donne al diaconato e l’ordinazione uomini sposati al sacerdozio;

promuove una nuova teologia indigenista, femminista ed ecologica e si propone di esportare questo modello per creare una Chiesa dal “volto amazzonico”.

Queste le tesi che si proporranno in Vaticano il mese prossimo!

Orrore!



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Nella Chiesa cattolica non possono esistere “chiese nazionali” e nemmeno movimenti di interesse locale. In passato, la formazione di “chiese nazionali” ha portato a pesanti scismi. E’ scritto nella storia.

Chi dovrebbe proteggere la Chiesa Cattolica da questi pericoli? Il Papa.

Ma Papa Bergoglio appare complice di questi movimenti, la sua provenienza dalla “fine del mondo” (così si definiscono le province meridionali argentine), lontana dalla Curia storica di Roma, l’hanno abbindolato.

Nell’ambiente della curia romana l’atmosfera è di forte preoccupazione, soprattutto per quanto riguarda il prossimo sinodo sull’Amazzonia.

La preoccupazione riguarda anche recenti avvenimenti, come la decapitazione dell’Istituto Giovanni Paolo II e le nomine dei nuovi cardinali, tutti uomini di fiducia di papa Bergoglio, sbilanciati su temi come l’Islam (Ayuso Guixot, Fitzgerald, Lopez Romero) l’immigrazione (Czerny, Ramazzini Imeri, Zuppi) la teologia femminista (Tolentino Mendonça).

Con queste nomine oltre il cinquanta per cento dei cardinali elettori sarà stato scelto da Papa Francesco e il prossimo conclave sarà “blindato” in senso progressista. Una larga parte della curia è legata alla memoria di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, ma sembra che papa Francesco voglia prendere sempre di più le distanze dai due pontificati precedenti.

Un altro motivo di preoccupazione è infine l’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del cardinale Pell, abbandonato all’(in)giustizia australiana, malgrado in Vaticano tutti siano convinti della sua innocenza.

Per concludere.

Giorni fa, parlando con un noto ecclesiastico di cui ometto il nome, mi espressi augurando presto un nuovo Conclave che elegga un vero soldato di Cristo.

La risposta: “Non ti illudere, il prossimo sarà peggio.”

Non resta che affidarsi alla Beatissima Vergine Maria, perché interceda e che con i suoi angeli ci protegga nelle prossime decisive settimane.

Un’ultima osservazione: nel pontificato Bergoglio il culto di Maria appare offuscato. Chi ce lo può spiegare?

Andrea Stefano Marini Balestra


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Fonte:  https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwDrHqVDPFVKFSsVRNZDSDXQSnM?compose=GTvVlcSPFrFDtvtSppTMQJpbgskGRJCXXXldHqLClqvJMrbXjlzkpVqnfTGMzXTqpbcGlwSxbwrXs

giovedì 12 settembre 2019

USA. Petition to a Special Grand Jury on un-prosecuted federal crimes at the World Trade Center on September 11, 2001


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Whereas, the attacks of September 11, 2001, are inextricably and forever tied to the Franklin Square and Munson Fire Department;

Whereas, on September 11, 2001, while operating at the World Trade Center in New York City, firefighter Thomas J. Hetzel, badge #290 of Hook and Ladder Company #1, Franklin Square and Munson Fire Department of New York, was killed in performance of his duties, along with 2,976 other emergency responders and civilians;

Whereas, members of the Franklin Square and Munson Fire Department were called upon to assist in the subsequent rescue and recovery operations and cleanup of the World Trade Center site, afflicting many of them with life-threatening illnesses as a result of breathing the deadly toxins present at the site;

Whereas, the Board of Fire Commissioners of the Franklin Square and Munson Fire District recognizes the significant and compelling nature of the petition before the United States Attorney for the Southern District of New York reporting un-prosecuted federal crimes at the World Trade Center on September 11, 2001, and calling upon the United States Attorney to present that petition to a Special Grand Jury pursuant to the United States Constitution and 18 U.S.C. SS 3332(A);

Whereas, the overwhelming evidence presented in said petition demonstrates beyond any doubt that pre-planted explosives and/or incendiaries — not just airplanes and the ensuing fires — caused the destruction of the three World Trade Center buildings, killing the vast majority of the victims who perished that day;

Whereas, the victims of 9/11, their families, the people of New York City, and our nation deserve that every crime related to the attacks of September 11, 2001, be investigated to the fullest and that every person who was responsible face justice;

NOW THEREFORE, BE IT RESOLVED that the Board of Fire Commissioners of the Franklin Square and Munson Fire District fully supports a comprehensive federal grand jury investigation and prosecution of every crime related to the attacks of September 11, 2001, as well as any and all efforts by other government entities to investigate and uncover the full truth surrounding the events of that horrible day.

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mercoledì 11 settembre 2019

Con Di Maio ministro degli esteri il nucleare verrà "spento"?

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C’è finalmente un ministro degli Esteri che si impegnerà a far aderire l’Italia al Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari?
Il neoministro Luigi Di Maio ha sottoscritto nel 2017 il Parliamentary Pledge dell’Ican, coalizione internazionale insignita del Premio Nobel per la Pace. In tal modo il capo politico del Movimento 5 Stelle – attuale ministro degli Esteri – si è impegnato a «promuovere la firma e la ratifica di questo Trattato di rilevanza storica» da parte dell’Italia. 
L’Impegno Ican è stato sottoscritto anche da altri attuali ministri 5 Stelle – Alfonso Bonafede (Giustizia), Federico D’Incà (Rapporti con il Parlamento), Fabiana Dadone (Pubblica Amministrazione) – e da altri parlamentari del M5S, come Roberto Fico e Manlio Di Stefano. C’è però un problema. 
All’Articolo 4 il Trattato stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi». 
Per aderire al Trattato Onu, l’Italia dovrebbe quindi richiedere agli Stati uniti di rimuovere  dal nostro territorio le bombe nucleari B-61 (che già violano il Trattato di non-proliferazione) e di non installarvi le nuove B61-12 né altre armi nucleari. 
Inoltre, poiché l’Italia fa  parte dei paesi che (come dichiara la stessa Nato) «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo», per aderire al Trattato Onu l’Italia dovrebbe chiedere di essere esentata da tale funzione. 
Richieste impensabili da parte del secondo governo Conte che, come il primo, considera gli Stati uniti «alleato privilegiato». Qui si scoprono le carte. 
L’Impegno Ican è stato sottoscritto in Italia da oltre 200 parlamentari, per la maggior parte del Pd e del M5S (circa 90 ciascuno), gli attuali partiti di governo. Con quale risultato? 
Il 19 settembre 2017, il giorno prima che il Trattato venisse aperto alla firma, la Camera approvava una mozione Pd (votata anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia) che impegnava il governo Gentiloni a «valutare la possibilità di aderire al Trattato Onu».
Da parte sua il M5S non chiedeva l’adesione al Trattato Onu, e quindi la rimozione dall’Italia delle armi nucleari Usa, ma di «dichiarare l'indisponibilità dell'Italia ad utilizzare armi nucleari, e a non acquisire le componenti necessarie per rendere gli aerei F-35 idonei al trasporto di armi nucleari». Ossia che gli F-35, concepiti per l’attacco nucleare soprattutto con le B61-12, siano usati dall’Italia con una sorta di sicura che impedisca l’uso di armi nucleari. 
Il giorno dopo il Consiglio nord-atlantico, con il pieno consenso italiano, ha respinto e attaccato il Trattato Onu. 
Esso è stato finora firmato da 70 paesi ma, a causa delle pressioni Usa/Nato, ratificato solo da 26 mentre ne occorrono 50 perché entri in vigore. 
Lo stesso è  avvenuto con il Trattato sulle forze nucleari intermedie affossato da Washington. Sia in sede Nato, Ue e Onu, il primo governo Conte si è accodato alla decisione statunitense, dando luce verde alla installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa. 
Il solenne Impegno sottoscritto dai parlamentari Pd, 5 Stelle e altri si è rivelato dunque, alla prova dei fatti, un espediente demagogico per raccogliere voti. Se per qualcuno non è così, lo dimostri coi fatti. 
A causa dell’«imprescindibile legame con gli Stati uniti», ribadito ieri da Conte nel discorso alla Camera, l’Italia viene privata della propria sovranità e trasformata in prima linea della strategia nucleare Usa. Con il consenso e il complice silenzio multipartisan.
Manlio Dinucci - Comitato promotore della campagna NO GUERRA  NO NATO
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martedì 10 settembre 2019

11 settembre 2001 – La grande beffa


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Non mi sono dimenticato della grande “beffa” dell’11/9. E sento il dovere di ricordare qualcosa di quanto accadde in quel non lontano 2001. L’11 settembre di quell’anno due grattacieli di New York, costruiti in cemento armato con intelaiature di acciaio durissimo, si sbriciolarono su se stessi in minuta polvere bianca senza toccare altri fabbricati. Il governo degli Stati Uniti dice che a causare il crollo e la morte di migliaia di persone che si trovavano nelle strutture furono due aeroplanini di linea, “dirottati da terroristi”, che si schiantarono sui fabbricati.


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Uhu, uhh… Quando quel giorno mi telefonò alla sede del  circolo vegetariano di  Calcata il caporedattore de Il Messaggero (edizione di Viterbo) per chiedermi un parere sull’appena avvenuto “attentato” alle twin towers (torri gemelle) immediatamente sentii la puzza di bruciato. Non credetti assolutamente alla fola dell’attacco dinamitardo di Al Qaeda ma siccome non avevo dati sufficienti per obiettare o sostenere tesi alternative mi limitai a dire “…sono stati gli extraterrestri…”.. e con ciò sistemai la faccenda, lasciando chiaramente intuire il mio pensiero, ovvero che la fantasia degli addetti ai “servizi” è intergalattica (se ne inventano di tutti i colori..). Peccato che il giornalista non raccolse la mia dichiarazione, che altrimenti la “bugia dinamitarda” sarebbe stata scoperta subito. Niente paura, con lo scorrere degli anni la verità vera dei fatti fu confermata da solide prove e da indizi inequivocabili sul come e perché le torri erano state buttate giù in un sol colpo…
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L’America aveva bisogno di una nuova guerra, piena di morti, una guerra di tragedia, paura. Serviva una guerra che facesse sentire al popolo americano d’essere in guerra perché un grande pericolo lo sovrasta… La desideravano la guerra, una guerra che facesse provare il tremolio della vendetta, una guerra che mantenesse ad libitum il senso di pericolo imminente, che giustificasse l’occhio per occhio.
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Ma era la vendetta brutale, che gli Stati Uniti d’America cercavano  oppure l’opportunità di rapinare il mondo di ogni sua ricchezza con la scusa di combattere il “nemico”? Questo è in fondo lo sporco segreto che, da quelle parti, tengono gelosamente nascosto. Rinunciando alla vergogna liberatoria di una confessione pubblica d’errore.  L’America mantiene il patto mefistofelico che aveva stretto con i “terroristi”. Ne abbiamo una prova anche oggi con le vicende dell’ISIS, con i rivoltosi di piazza Maidan, etc. etc.
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Per tutto questo gli americani, “che sanno”, provano quotidianamente un senso di colpa che non riescono a cancellare. Però l’ipocrisia è più forte: sopportano lo status quo, mangiando hamburgers e popcorn al cinema o davanti alla tv.
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L’America della Libertà e morta, viva l’America finta di Hollywood!
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Paolo D’Arpini
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