domenica 22 luglio 2018

Il fallimento degli OGM e la minaccia planetaria della Monsanto


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Nel 1990 ci dicevano che gli Ogm avrebbero annullato tutti i limiti imposti dall’ambiente, permettendo la crescita di cibo ovunque, compresi i deserti e le discariche di materiali tossici. 

Oggi ci sono solo due applicazioni degli Ogm: la resistenza agli erbicidi e le colture Bt. La prima applicazione è stata decantata come metodo per il controllo delle erbe infestanti in realtà ne ha create di super resistenti; quanto alle culture Bt, si supponeva che sarebbero riuscite a tenere a bada i parassiti, quando in realtà ne hanno sviluppati di super-resistenti. 

L’ultima grande notizia è che i “big data” ci nutriranno. Monsanto parla di “agricoltura digitale” basata sui “big data” e “sull’intelligenza artificiale”. Prefigura anche un’agricoltura senza agricoltori. I piccoli contadini producono il 70 per cento del cibo globale usando il 30 per cento delle risorse totali destinate all’agricoltura. Tutto il contrario vale per l’Agricoltura Industriale. 

Climate Corporation, la più grande compagnia al mondo per i dati sul clima, e Solum Inc., la più grande compagnia al mondo per i dati sul suolo sono oggi di proprietà di Monsanto e vendono solo dati, ben differenti dalla conoscenza che, unica, affrancherebbe l’agricoltore. 

Non possiamo affrontare i cambiamenti ambientali  e le loro reali ed effettive conseguenze senza riconoscere il ruolo centrale del sistema alimentare industrializzato e globalizzato, che genera fino al 40 per cento delle emissioni di gas climalteranti a causa dei seguenti fattori: deforestazione, allevamenti intensivi, imballaggi per alimentari in plastica e alluminio, trasporti su lunghe distanze e spreco di cibo.

A cura del Prof. Luigi Campanella 

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Dipt. Chimica Università “La Sapienza”, Roma

(Fonte: AK Informa N. 29)

venerdì 20 luglio 2018

Agli USA non conviene attaccare la Russia, ne uscirebbero distrutti....

giovedì 19 luglio 2018

Sperequazioni sociali e compensi esagerati ai servitori del sistema

martedì 17 luglio 2018

Mosca. L'organizzazione "mondiale" della Grande Madre Russia ha vinto... malgrado le "pornosorosette pussy riot"



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Brevemente, sugli splendidi (più per organizzazione, atmosfera, che per gioco) Mondiali 18 di Russia, riflessioni di uno spaparanzato al sole, irradiato da un incontro Putin-Trump che, riprendendo i toni positivamente alternativi del ciuffone di polenta nei suoi trascorsi elettorali e anche prima (rapporti con la Russia, Nato, messa in discussione della False Flag 11 settembre), incontrando quelli, da sempre saggi e corretti, di Putin, non ha potuto che trasformarsi in puntura di speranza per i giusti e onesti del mondo. 

Ma come i vaccini con i residui di metalli pesanti e altro, dal cui morso coatto ora pare voglia almeno parzialmente liberarci la ministra 5 Stelle, anche questa fialetta, al promesso bene, aggiunge un fondo rancido.

E qui le riflessioni escono dall’area di luce per disperdersi nel buio di un’ombra affollata dai ectoplasmi neri della mediacrazia uccidentale, dall’Huffington Post al manifesto, attraverso le sette montagne di Mordor popolate dai giornaloni e televisionone. 

Frustrata oltre ogni limite da un rapporto cazzate-cose buone del governo, che l’ha fatta sbroccare già solo per museruola ai biscazzieri, sindacato dei militari, riposo domenicale degli esercizi, possibile veto alle sanzioni alla Russia, freno al precariato, tagli alle borse gonfie d’oro sottratto, approccio culturale anziché mercantile alla Cultura, il Comandante della Forestale all’Ambiente, sabbia negli ingranaggi dello spostamento indotto di popoli, mazzate ai delocalizzatori (d’accordo, lo so, non ci basta, vorremmo tutto subito, ma la marcia delle donne su Versailles non è ancora partita, per ora le fanno fare la guerra ai maschi), l’élite, subiti questi graffi, ha scatenato i suoi media.

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Rottweiler da mansion nobiliare e, formicolando e latrando nella rincorsa, botoli da tinello che, a loro volta, frustrati dal non poter eccepire neanche un mozzicone per terra, un hooligan, un crollo di tribuna, un sedile sporco, un arbitro al soldo della GPU, un transessuale torturato ai bordi del campo, una rivolta colorata sotto il Cremlino, si sono dovuti attestare sulla Caporetto delle Pussy Riot, le eleganti pornosorosette delle ammucchiate in chiesa, e della loro invasione di campo di 13 secondi nella finale della Coppa. 

Come sempre, il coro è unanime, letto con disciplina sull’Ordine di Servizio: “E ora vorremmo proprio sapere che cosa faranno a quelle là !” e, sugli schermi, i punti esclamativi sostituivano quelli interrogativi, i sopraccigli si alzavano gravemente, e gli occhi roteavano significativamente. Il resto era tremebondo silenzio...

Fulvio Grimaldi

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lunedì 16 luglio 2018

L'auto-difesa possibile ed il "si salvi chi può..." - All'armi, all'armi...


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I borghesi si armano — La filosofia politica europea ama molto la definizione di “Stato” che parte dal presunto “monopolio della violenza fisica legittima” di Weber, anche se la parola “legittima” rende la definizione sostanzialmente circolare: è legittimato alla violenza chi ha la maggiore capacità di praticarla. Il concetto è comunque coerente con la tradizione continentale di Stati autocratici e altamente centralizzati. 

Spiega anche la forte resistenza europea al possesso privato delle armi da fuoco, nonché le obiezioni all’idea che possa esistere un “diritto” all’autodifesa da parte dei cittadini. Al di fuori della bolla culturale nata dalla “Tregua di Dio” del 13° secolo e dall’estrema necessità di dare una sistematina al violento clima del “si salvi chi può” del tardo Medioevo, l’idea non è universale. Nel mondo, il possesso di armi da parte dei privati è comune ed è in forte crescita. Secondo un recente censimento del fenomeno, lo “Small Arms Survey” dell’Institut de Hautes Études Internationales e du Développement di Ginevra, ci sono al mondo oltre un miliardo di armi da fuoco leggere—all’85 percento di proprietà privata. 

Lo studio trova inoltre che il possesso privato è in forte crescita. Globalmente, le armi in mano ai “borghesi” sarebbero passate da 650 milioni nel 2006 a 857 milioni nel 2017. Le armi istituzionali invece, dei “legittimati alla violenza”, sono molte di meno. I dati svizzeri indicano che, nel mondo, quelle sotto il controllo militare sarebbero 133 milioni e le armi leggere delle varie forze dell’ordine 22,7 milioni. “Il possesso da parte dei civili appare globalmente in crescita”, secondo il Survey, “nei soli Stati Uniti i privati hanno acquistato almeno 122 milioni di armi da fuoco nuove o importate nel periodo 2006-17”. Negli Usa, che hanno visto un forte declino della criminalità violenta negli ultimi 25 anni—dai 747 crimini con violenza per 100mila abitanti nel 1993 ai 387 nel 2016—le forze dell’ordine dispongono di uno stimato 1.016.000 armi leggere di fronte a una popolazione che ne detiene invece 393.300.000. 

I militari Usa ne controllano altre per circa 4,5 milioni. Come suggeriscono i dati americani, i borghesi armati non sono necessariamente pericolosi. “I paesi dov’è maggiore il livello di violenza con le armi da fuoco non occupano posizioni alte in termini del possesso di armi procapite”, secondo Anna Alvazzi del Frate, il program director dello Small Arms Survey. “Non troviamo una correlazione a livello globale tra il possesso di armi da fuoco e la violenza”. 

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Siccome chi detiene un’arma—legalmente o meno—spesso preferisce non farlo sapere, si sospetta che il possesso privato possa essere sottostimato. Un altro problema sorge con l’intracciabile produzione “informale” delle cosiddette “craft guns” artigianali. L’India ne produrrebbe 2,5 milioni all’anno. 

Un altro grande produttore è la Nigeria, che fabbrica artigianalmente pistole automatiche copiate da modelli Beretta, moderni fucili d’assalto e mitra. Altrove—soprattutto in Nordamerica—l’introduzione della stampa 3D già serve alla produzione “irregolabile” di armi leggere perfettamente funzionanti. 

Nei fatti, in molte parti del Mondo gli Stati, dopo la fine dei monopoli radiotelevisivi e quelli del sale e dei tabacchi, stanno perdendo anche il monopolio della violenza. Meno male allora che, almeno secondo la ricerca svizzera, il semplice possesso dell’arma non implica la necessità di tirare il grilletto.

James Hansen - hansen@hansenworldwide.com

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sabato 14 luglio 2018

"Why Wait to Eliminate all Nuclear Weapons?"



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“...In the meantime the whole lot of the Nordic and Baltic countries have been Nato-militarized beyond any reasonable defence requirements and are conducting and preparing gigantic Nato exercises officially directed against Russia; Columbia has become of the Nato Partnership for Peace against a background that experiences the assault on all progressive countries in Latin America; Libya and Iraq have been shattered to near death, Syria is still there only thanks to Russia and Iran; Georgia will join Nato;The US Fleet invades  South China waters, Pompeo demands North Korea to totally abandon the nuclear assets that hitherto have assured its survival, lethal sanctions intend to put a series of non obedient countries on their knees. All of this has been done under Trump, or under someone that makes Trump lead the world this way. No changes in US foreign policies since end of World War 2. Those that deviate, are done away with...”

Fulvio Grimaldi



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Articolo collegato: http://www.accuracy.org/release/-nato-trump-putin----reagan-why-wait-to-eliminate-all-nuclear-weapons/

venerdì 13 luglio 2018

"Siamo in una botte di ferro!" - L'Italia dei buonisti in attesa del "botto"



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Noi italiani – si sa – siamo buoni, siamo generosi, non rifiutiamo mai un aiuto a chi è in difficoltà. Non è lo stereotipo degli “italiani brava gente”, ma un dato vero, reale, credo anche statisticamente rilevabile. Probabilmente è per questo – oltre che per la nostra collocazione al centro del Mediterraneo – che siamo stati scelti dai poteri forti per fungere da cavia per la africanizzazione dell’Europa. Già, perché è questo il vero obiettivo dell’invasione migratoria che è stata scagliata contro il nostro Continente; e basta dare un’occhiata ai dati statistici per averne conferma. 

Oggi gli africani sono un miliardo, gli europei 700 milioni. Fra pochi decenni, nel 2050, le statistiche prevedono il raddoppio del numero degli africani (2 miliardi); mentre gli europei – indotti a fare meno figli per la miseria generata dalla globalizzazione economica – saranno ancora meno di oggi (600 milioni).

Ma non c’è bisogno di immaginare scenari futuri, basta guardare alla situazione odierna per rendersi conto dell’abisso sul cui ciglio i nostri politici e i nostri chierici continuano a danzare giulivi. La migrazione africana verso l’Europa – dicono – è un fatto ineluttabile, inarrestabile e, come tale, non va contrastata, va solamente “governata”. Naturalmente – affermano i più rigorosi fra i danzatori – con la “solidarietà” di tutti i paesi europei, non lasciando l’Italia sola ad affrontare gli sbarchi, ma condividendo i nostri problemi.

E qual’é la percentuale dei nostri problemi che “gli altri” sarebbero disposti ad accollarsi? L’uno per cento? O magari – crepi l’avarizia – il due, il tre per cento? Poco importa. Gli italiani sono buoni, per far breccia nei loro cuori basta organizzare qualche bel servizio televisivo, di quelli con la regìa giusta, basta non inquadrare certi ceffi nerboruti sui gommoni (in stragrande maggioranza maschi fra i 18 e i 35 anni d’età, dicono le statistiche), ed indugiare invece su una delle pochissime donne, meglio se con un bambino piccolo in braccio; basta spremere all’italiano medio una lacrimuccia di commozione, e il gioco è fatto.

Intanto, i buonisti alzano il tiro. Non basta più accogliere “chi fugge dalla guerra e dalle dittature”. Occorre adesso stabilire “corridoi umanitari” per chi ci invade “alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli”. Giornali, televisioni, sacrestie, politicanti demodé, ballerine di seconda fila e rivenditori di magliette rosse innalzano al cielo un coro unanime di banalità senza capo né coda. Nessuno che si chieda dove andremo a metterli tutti questi, dove troveremo le case popolari per ospitarli, dove troveremo i posti-letto in ospedale per curarli, dove troveremo le carceri per custodire i tanti, tantissimi delinquenti che vengono da noi “in cerca di un futuro migliore”, dove reperiremo i soldi per pagar loro le pensioni. Anzi, tal Tito Boeri, presidente dell’INPS per nomina renziana e per intercessione debenedettiana, sostiene che saranno loro, gli immigrati, a pagare le nostre pensioni, con i loro contributi. Barzelletta che non fa più ridere nessuno, ma che invece fa indignare: i contributi li paga chi lavora, a prescindere dal colore della pelle.

Certo, se continueremo a dare posti di lavoro agli immigrati e a far emigrare i nostri giovani, allora la boutade di Boeri potrebbe diventare realtà. Ma non credo che gli italiani siano disposti a subire ancora questa sporca “sostituzione etnica” che si sta operando sulla loro pelle. Hanno cominciato a reagire, con l’unica arma che hanno a disposizione – il voto – e tutto lascia credere che non si fermeranno. La nuova Lega di Salvini è già – nei sondaggi – al primo posto, oltre il 30%. Ma siamo soltanto all’inizio. Vedrete che cosa succederà l’anno prossimo, quando si terranno quelle elezioni europee che, soprattutto in Italia, saranno concepite come un referendum pro o contro l’immigrazione.

Intanto, i governanti di tutta Europa fanno a gara per favorire Salvini. La Merkel – incalzata dai suoi alleati bavaresi e dall’estrema destra dell’AFD – chiuderà probabilmente le frontiere agli immigrati che arrivano dall’Austria. L’Austria – è solo questione di tempo – chiuderà la frontiera con l’Italia. E la Francia dell’antipaticissimo Macron – di fatto – fa già la stessa cosa al valico di Ventimiglia.

Dunque, l’Italia buonista e bonacciona – nei piani di chi dirige la musica – dovrebbe diventare una sorta di campo profughi dell’Unione Europea, da imbottire di immigrati fino all’inverosimile, fino a scoppiare, quando poi l’invasione – sempre nei piani di lor signori – dovrebbe travalicare i nostri confini settentrionali e dilagare in Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. Non è fantapolitica. È demografia, è antropologia, è statistica, è – non sembri una forzatura – matematica.

Si può reagire? Certo, blindando le frontiere esterne dell’Europa, a iniziare dalla frontiera più facilmente difendibile: il Mediterraneo.

A onor del vero, potrebbe essere fatta anche un’altra cosa. Si potrebbe, cioè, tentare di disinnescare la bomba demografica africana, evitare che il miliardo di africani di oggi diventi due miliardi nel 2050. Ma, per ottenere ciò, bisognerebbe vincere i pregiudizi religiosi, specie quelli – lo dico da cristiano – che pretendono di difendere la vita fin da prima del suo concepimento. In altre parole: senza una seria politica di controllo delle nascite, l’Africa è destinata ad esplodere. A meno che, prima, non esploda l’Europa.


Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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