domenica 19 febbraio 2017

Golpe su golpe post-democratico - USA, UE... e la povera Italia


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Lo strumento più potente in mano all’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Stephen Biko)

Qualcuno, edulcorando, usa l’eufemismo “post-democrazia”. Per non ammettere che è post-nazismo. Nel senso di nazismo senza camicie brune e senza sostegno di masse consenzienti, ma con sostegno di masse abuliche. E’ il dato che emerge da tre capitali che, una volta di più, unisce in unico progetto globale il pianeta Usa al satellite UE e all’asteroide Italia. Colpi di mano antidemocratici avvolti nella stagnola della menzogna e dell’inganno.
La cavalla di razza di Soros e i suoi puledrini

Fattasi, come la Botteri in Kosovo e poi in Iraq per la Rai, ossa sorosiane come promotrice UNHCR dello spopolamento di paesi da svuotare delle sue energie migliori, da poi far fruttare nel mondo neoliberista a costi ridotti, e della destabilizzazione dei paesi di accoglienza, promossa perciò a giustiziera della democrazia parlamentare a forza di ghigliottine e “canguri”,
 Laura Boldrini ha aggiunto un altro credito al suo percorso di palafreniera di alcuni cavalieri dell’apocalisse. Quel che stentatamente sopravvive di pretese sinistre nel ginepraio atlantista-neoliberista-mafioso-massonico denominato PD, sta per lasciare un partito che a ogni impennata renziana perde qualche milione di voti. Boldrini, coppiera dei potenti in odore di santità, corre in soccorso.

Piccoli farlocchi sinistri vorrebbero crescere e salivano famelici alla vista degli spazi fatti intravvedere dai 20 milioni di NO al referendum costituzionale. Ma per questi già si arabattono e divorano tra di loro una muta di altri botoli sedicenti di sinistra (grande è il marasma nel “manifesto” su chi eleggere a “vera” sinistra). Compreso il pelouche spelacchiato che insiste a chiamarsi
 “L’altra Europa con Tsipras”, mentre il suo “editore di riferimento”, uomo-Troika per far fuori una Grecia come neanche persiani, turchi, italiani e tedeschi, abbraccia a Kiev Poroshenko, le cui brigate neo-SS stanno nello stesso momento sterminando donne e bambini in Donbass. Da uno che è andato in Israele a offrire il suo paese alle voglie depravate di Tsahal e Mossad non c’era nulla di diverso da aspettarsi.

Il problema è che quelli spazi sono già in significativa misura occupati dai 5 Stelle, anche perché di ciò di cui si vantano di essere vessilliferi i detritini “di sinistra”, ma che hanno gettato alle ortiche, si è fatto carico quel Movimento. Compresa la lotta alla guerra, all’UE e alla Nato, di cui, prudentemente, non c’è menzione alcuna nei programmi dei detritini,. Ed è qui che entra in campo la parca che si vuole presidenta e come tale ha azzannato e azzoppato sistematicamente quei 5 Stelle quando hanno provato a ristabilire in aula quanto la Costituzione dispone. Infrantosi il puntello SEL alla Vandea renziana, eccola sulla linea di partenza con Giuliano Pisapia. Altro SEL riciclatosi nella gloriosa impresa renziana dell’Expo e nel tonitruante voto SI allo sfascio della Costituzione. Fingersi di sinistra, insieme a fuorusciti di varia estrazione, Bersani, D’Alema, mezzo SEL che sia, per annichilire gli eventuali gnomi da giardino con cappuccio rosso, da Fassina a Ferrero e ai tsiprasiani. Ma soprattutto, per risparare sui 5 Stelle il napalm già lanciato dal PD, ma che, anziché incenerire il bersagli, è al lanciatore che ha scottato le dita.
 
E’ golpe una campagna di assassinii politici a forza di fango?

Rastrellare cani e porci contro chi ha dietro la maggioranza dei liberi elettori e utilizzare ogni mezzo sporco, compresa un’informazione al 99% falsa e bugiarda, non è ancora colpo di Stato. Ne è una tappa.
 Da noi, caduto in obsolescenza quello dei Di Lorenzo e Borghese, esauritosi l’altro del duo mafia-Servizi nei primi anni ‘90, fatta la pelle a Mani Pulite con tangentopoli, servizi e mafia, i detentori Usa del brevetto ne hanno subappaltato il copyright a Napolitano che lo ha via via perfezionato, fin dai tempi della caduta del cacicco pornomane. L’accelerata in atto, invisibile solo a chi crede che nei partiti, nell’intellettualità di corte, nei media di regime, in Vaticano, nella magistratura, nella scomposta caciara dei “nuovi soggetti di sinistra”, campino integrità, competenza ed etica e, dunque, una speranza di sopravvivenza nazionale, ha per taglio del nastro il Campidoglio e gli onesti confusionari della giunta comunale. Che subiscono un bombardamento di nequizie, frottole e intrighi che nessun vietnamita, libico, o abitante di Dresda, vorrebbe sostituito a quanto a suo tempo gli stessi sponsor dei bombaroli attuali gli avevano riservato. 

Se a quegli sprovveduti di amministratori romani riuscisse anche solo la chiusura di una buca, il percorso puntuale di un bus, una casa popolare, un taglio drastico all’ecomostro di Tor di Valle, per gli altri suonerebbe la campanella di fine corsa nazionale. Ecco perché non si può procedere con le regole dei padri fondatori, dell’etica, dell’onestà. Il fine della
 messa in sicurezza del magna magna nazionale, di Cia, Mossad, Nato, Rothschild, Merkel, Juncker, Draghi, JP Morgan, Messina Denaro e Piromalli, giustifica i mezzi. Giustifica che, riuscendo agevolmente a mettersi nei panni di chi compila lettere minatorie con i ritagli dei giornali, ci si avventi sul vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, appioppandogli un taglia e cuci che rovescia nel contrario la sua presa di distanza dal reprobo incarcerato per essersi fatto comprare un appartamento in cambio di…disponibilità. Quanti ergastoli si dovrebbero dare a chi ha venduto e fatto comprare il paese in cambio di poltrone, agi da nababbo, talkshow da Fazio? Ma questo è un calcolo che, per i nostri campioni d’Europa (e oltre) del giornalismo trash, cortigiano e sicario, è arabo. 

Cosa poteva fare Boldrini di fronte a un’oscenità mediatica dei supergiornaloni come quella di avere, in perfetta malafede, fatto dire a Di Maio il contrario di quanto aveva detto, allo scopo di lacerare, una volta per tutte, quell’odiosa candida veste dei pentastellati che così tanto li distingue dai satrapi di palazzo con i loro broccati e velluti intrisi di merda? A mali estremi estremi rimedi. Mettendosi nella scia della campagna dei nostrani media di regime, ovviamente lanciata dalla “primavera americana” a firma Soros, contro le fake news attribuite dai Grandi Mentitori ai social media e a tutti i comunicatori eterodossi, la megera, dal suo alto scranno, con alto grido, ha invocato la missione punitiva contro quei bastardi che non dicono le stesse cose che dicono lei, i cari colleghi non populisti, edicole e schermi unificati, Hillary Clinton, George Soros e il papa.
Laura indica la via, Adele la asfalta
Un gruppo, chiamato “Misto” perché dall’identità varia e variabile, ma poi soccorso dall’intero arco costituzionale, con in testa Adele Gambaro, la Scilipoti femminile, (vittima di una delle prime bonifiche dei 5 Stelle), ha proposto al parlamento un DDL in cui si chiede carcere, confisca e dannazione per tutti coloro che diffondono, ovviamente solo in rete, sennò sai che spasso, fake news. All’italiana: “notizie false, esagerate e tendenziose”, con ampia libertà di interpretazione riservata a censori amici e per pena minima un anno di gabbio e 5000 euro di multa. Sono le notizie che “possono recare nocumento agli interessi pubblici", o che possono “fuorviare settori dell’opinione pubblica”. Tipo non credere che 19 piloti sauditi abbiano abbattuto tre torri gemelle e perforato il Pentagono, tipo credere nella lotta di classe, tipo dubitare che Obama possa essere Nobel della Pace, tipo dire che Boldrini è vagamente di parte e ha gli occhi da Psycho. Rispetto a questi, il Grande Fratello che controlla le sorti dell’Olocausto è un’eccellenza giuridica.

Mettiamoci nei panni di Boldrini-Gambaro. Notizia falsa:
 il babbo di Renzi è un traffichino; Notizia esagerata: il Babbo di Renzi è un trafficone. Notizia tendenziosa: Matteo Renzi è figlio di un traffichino; oppure: Anche il sindaco di Milano caccia assessori. Notizia che reca nocumento agli interessi pubblici: Inquisito per traffico di influenze il papà del premier; oppure: Il CETA favorisce le multinazionali. Notizia fuorviante l’opinione pubblica: 2000 tecnici e scienziati negano la validità della versione ufficiale dell’11 settembre; o ancora: Osservatori confermano: in Siria condotte regolari elezioni presidenziali; oppure anche: le foto evidenziano una certa pinguedine di Renzi.

La pensata migliore è però quella del reato di “campagna d’odio”, roba che già s’era giocato il Doppelgaenger Renzisconi. E' la chiave universale, il passpartout. Vuol dire cazzi amari tuoi se t’incazzi. Non ti sognare mai di sfanculare Boldrini, una donna, un migrante stronzo. Tutto OK se lo fai con Assad, o con Grillo.

Rinchiuderci nel menzognificio e blindarlo

Non conviene, a dispetto dell’infima qualità dei proponenti, sottovalutare la mossa. Boldrini, Gambaro, i firmatari PD, FI, FdI, Lega, sono mosche cocchiere. E dal momento che pare si sia con la merda oltre il collo, milioni di mosche, come diceva Concetto Marchesi, non possono aver torto. E’ il golpe di un potere criminale che può sopravvivere soltanto corazzando il menzognificio in cui tiene rinchiusi i sudditi e bloccando ogni grumo di vero con minaccia, repressione, corruzione, ricatto.
 Le Salomè Boldrini e Gambaro sono i balon d’essay del movimento per la sacralizzazione di una fogna piena di ratti che la stampa nobilita a giardino delle Esperidi. Se ne denunci il fetore, violi il tabù, offendi il totem, sei fuori. E dentro per almeno un anno. Ci siamo giocati anche la democrazia farlocca con la quale ci avevano turlupinato e tenuti buoni per un paio di secoli. Quando il gioco si fa duro, come suol dirsi….La cosa buffa è che qui i duri cominciano a giocare duro prima ancora che l’altra squadra sia entrata in campo. Prevenire è meglio che curare. Principio di precauzione.
Golpisti UE

Restando nell’ambito dello strisciante colpo di Stato, o piuttosto di Stati, la striscia parte, oltre mezzo secolo fa, da certi illusionisti riuniti a Roma e, corroborandosi a Lisbona e Maastricht, dagli Stati ha generato conigli che ogni tanto il prestidigitatore a stelle e strisce estrae dal cilindro ed esibisce, candidi e giulivi, perché il pubblico possa applaudire (e votare) quest’Europa democratica e senza guerre. Poco fa se, calato il sipario, gli spettatori si ritrovino conigli scuoiati appesi ai ganci della macelleria, senza più la pelliccia protettiva della sovranità politica, economica, valutaria, sociale, militare e con propri mercenari impegnati in guerre da quasi trent'anni.
Tra i coniglietti erano state raccolti 3 milioni e mezzo di firme contro il trattato CETA tra UE e Canada (si fa per dire: è un Canada cavallo di Troia delle multinazionali USA). Mica pizze e fichi. E’ bastato un voto 408 (PD in testa) contro 254 (e 33 non so) al Parlamento Europeo per dissipare al vento quei 3 milioni e mezzo e stabilire che al giustiziere atlantico fosse consentito di scaraventare 1000 multinazionli sulle nostre piccole e medie imprese, banche troppo-grandi-per-fallire sul nostro metastatico sistema finanziario, gli avvoltoi delle liberalizzazioni-privatizzazioni su sanità, scuola, trasporti, servizi pubblici, regole e mercato del lavoro (su quel che resta da rosicchiare). Ed è proibito adottare misure che limitino l’accesso di operatori esteri, Monsanto o Nato che siano, e le loro devastazioni del paese. Vero è che poi ci sono 38 parlamenti nazionali che devono ratificare. E voi pensate che questi non si, anzi ci, taglieranno anche la seconda gonade, dopo quella troncataci all’epoca del Trattato di Roma? Per l’intanto il trattato per la sua peggior parte già entra in funzione.
La Grossissima Koalition e il piccolo miliardario


Ho detto “Nato”
 pour cause. Che se col CETA si è riusciti a prendere in ripartenza un Trump anti-trattati di libero scambio in contropiede, con la Nato, presa da improvviso impeto espansivo, si cerca di arrivare allo stesso risultato, prevenendo le paventate frenate di Trump. Con scatto stoltenberghiano, la Nato ha allagato tutti i confini occidentali della Russia di truppe, mezzi corazzati, Forze Speciali e quant’altro serva a impedire che con l’Impero del Male putiniano la nuova amministrazione Usa e il subalterno europeo possano arrivare a intese piuttosto che a conflagrazione.

E chi si precipita a dare copertura politica alla mossa se non i conigli europei ansiosi di fare terra bruciata del proprio continente, come vaticinato dai referenti Usa preferiti, piuttosto che dare una mano a chi, nella Casa Bianca, contro grandine e tempesta, prova a riportare un po’ indietro le lancette dell’orologio nucleare.
 Alla conferenza europea della Sicurezza, a Monaco, i ministri della difesa dell’UE, precipitati nell’angoscia dalle critiche trumpiane alla Nato e dall’ammorbidimento dei toni verso la Russia, hanno inviato un “severo monito a Washington contro l’abbandono dei valori condivisi e contro accordi con Mosca alle spalle degli alleati”. La cresta, di solito bassina di fronte al padrone d’Oltreatlantico, ha improvvisamente lampeggiato rigogliosa, inturgidita dal vigore con cui i tradizionali padrini obamian-hillarian-neocon-neoliberalcon hanno affrontato lo sconveniente parvenu. Alla testa degli inviperiti di Monaco, Ursula von der Leyen, principessa teutonica e bundesministro della Difesa. E chi se no? E’ donna. Come May, Pinotti, Mogherini, Rice, Albright, Powers, Hillary, Merkel, Thatcher. Una garanzia politically correct.


Tutto questo a chiamarlo colpo di Stato non si fa torto a nessuno. Considerazione che vale tanto più per
 gli Usa che, da quando hanno messo gli scarponi sul suolo italico, (1943) non hanno mai cessato di farci lezione, sollecitandoci in direzione dell’autoritarismo, oggi detto “governabilità”. Lì una tradizionale plutocrazia che, pur garantendo che nessuno sarebbe mai diventato presidente, ministro, governatore, senza avere a disposizione più quattrini di quanti ne avessero insieme tutti i suoi elettori, era riuscita a infinocchiare un gran numero di persone urbi et orbi mediante una formidabile, secolare propaganda circa le proprie virtù democratiche. Ma, da Clinton, Bush, neocon, in poi , ha proceduto a cipolla, dismettendo uno strato di pseudo democrazia dopo l’altro, raggiungendo la quasi totale nudità con l’11 settembre, la guerra al terrorismo e i conseguenti Patriot Act e obamiano Stato di sorveglianza e spionaggio totali.
La belva si autodivora: da genocidi a dirittoumanisti, tutti contro Trump
Il frutto finale di quest’altro colpo di Stato galoppante l’hanno colto le larghissime intese, già presenti, ma contraffatte, nell’obama-hillarismo. Contro il neo presidente è emerso un larghissimo fronte, che fin lì si fingeva diviso e colliso: neocon pimpanti come non mai, neoconliberal marca Soros, Cia, FBI, NSA, FED e buona parte di Wall Street, Pentagono e tutta l’industria militare, fino ai muselidi della “sinistra” o chic, o radical, o alternativa, o diritto-umanista, o centrosinistra, lo sconfinato arcipelago delle Ong di servizio tipo Amnesty, HRW, Save the Children, Avaaz, i tecnologhi decerebranti e sociocidi di Sylicon Valley alla Zucerberg con fitto input di talmudisti e catto-bergogliani. Una Santa Alleanza, da Left a Rothschild, che fa apparire quella del 1815 una consorteria di rivoluzionari. Il peggio del peggio della storia moderna, portato a cavaceci da un coro mediatico rivelatosi nella sua vera identità, tutto intero coro delle voci del padrone. Sotto le loro insegne, masse di anime belle e beceroni, convocate a tradurre in sana invocazione di popolo quanto di tossico era stato fatto bollire nel pentolone degli stregoni. Revanscisti e non rassegnati nostalgici dei fasti del neoliberismo guerresco e finanzcapitalistico con cui avevano consolidato le proprie fortune. I generaloni, miliardari, goldmansachsisti messi da Trump ai posti di comando per temperare la virulenza di questa orda forsennata e ingraziarsi un minimo di quegli acari che infestano la moquette e i tendaggi della presidenza, non attenuavano di un cincinino la furia golpista.

Premetto con forza che sullo strambo neoinquilino della Sala Ovale, che del resto sta già volgendosi nel contrario di se stesso, non esprimo giudizio alcuno fino a quando i suoi mille atti, che fanno a pugni tra di loro, non abbiano trovato un minimo di composizione strategica. Per il momento assistiamo a una mirabolante, caleidoscopica frenesia twittatoria che spara tutto e il contrario di tutto, nomina uno, caccia l’altro, promette pace e distensione, scarponi Usa in Siria, niente scarponi Usa in Siria, Crimea russa, Crimea da riprendere alla Russia, Nato schifo, viva la Nato
. Fino ad arrivare con il nuovo capo, Pompeo, a insignire del “massimo premio Cia per la lotta al terrorismo” nientemeno che il principe ereditario saudita. Uno che del terrorismo jihadista wahabita e takfirista è, in sinergia con Bush e Obama, il massimo finanziatore e promotore. Al trasformista Arturo Bracchetti questo Trump gli fa le scarpe.

Fuori Flynn, presidenza seccata

Il colpo di Stato si è materializzato, a coronamento di quanto andava strisciando da anni, con la caduta del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, consigliere principe di Trump anche nella campagna elettorale, prima testa pensante di tutto il cucuzzaro che costituisce la nuova amministrazione e propugnatore in coppia con il segretario di Stato, il petroliere Tillerson, della museruola al complesso militar-securitario che spinge alla guerra con la Russia. Flynn aveva l’incarico di far una cosa senza precedenti: portare sotto il controllo suo e del presidente Pentagono e piovra dell’Intelligence, da tempo veri manovratori della politica estera, detta Sicurezza Nazionale. Dalla sua aveva la lunga confidenza con le Forze Speciali SOCOM e YSOC, l’élite militare, robusta garanzia contro eversioni interne. Non è bastata. Golpe e contro golpe? Non esageriamo.
Se a Obama e Hillary non ha fatto nemmeno aggrottare le ciglia che il senatore in missione estera John MCain facesse bisboccia con Al Baghdadi, o lisciasse i baffi ai nazisti di Privy Sektor a Kiev, l’amicizia di Flynn con il presidente ucraino legittimo, Yanukovich, poi fatto fuori dal golpe di Obama eseguito dai nazisti, come la sua idea che con Mosca ci si confronta e non ci si picchia, per la turba anti-Trump è valsa alto tradimento, la consegna del paese nelle fauci dell’orso. Parlare con i russi, considerare Putin un essere umano, non capire che Russia vuol dire criptonite, bersi una vodka insieme anziché spendere un trilione per ammodernare l’armamento nucleare, non significa solo precipitare nelle barbarie, ma frantumare quella coesione sociale a forza di “minaccia comunista”, poi islamica e infine, più terrificante di tutte, la “minaccia russa”. Con metodo che solo golpista si può definire, i servizi segreti, strumento del famigerato Stato Profondo, hanno spiato le conversazioni telefoniche della più alta carica dello Stato dopo il presidente, hanno scoperto – che dio lo fulmini! - che parlava con l’ambasciatore russo. E hanno, di nuovo golpisticamente, fatto colare le intercettazioni sulla stampa. Azioni criminali che avrebbero dovuto essere seguite istantaneamente da arresti per mano dell’FBI. Che invece gongola.
Flynn si è dimesso per un pretesto formale: al vicepresidente Pence avrebbe mentito, occultandogli che con l’ambasciatore aveva parlato anche di sanzioni. Balle. A Trump è come se gli avessero scompigliato il ciuffo. O tagliato il braccio destro. L’anatra zoppa ora è lui. Non ci resta che fantasticare su cosa avrebbe potuto fare con le zampe palmate sane. Da quel momento la Crimea deve tornare all’Ucraina, la Nato è bella e la Cia premia il saudita per meriti anti-terrorismo. Che è come Obama col Nobel per la pace. O come Lucifero premiato per l’opera antincendio, come Boldrini Miss Universo. E ricordiamoci che era stato Flynn ad avvertire, nel 2013, che a sostenere i jihadisti si sarebbe finiti con ritrovarsi un califfato alla saudita tra Siria e Iraq. Flynn è stato il primo. Poi verranno gli altri. Compreso Trump. Compresa l’intendenza.

Sono colpi di Stato. E volete che non trionfino quando hanno dietro tutto quello che formicola dall’estrema destra all’estrema sinistra? La Boldrini! La mandante dell’esecuzione di Gheddafi Rossanda e l’esecutrice Hillary! Il New York Times e il manifesto! La Merkel e Juncker! Netanjahu, Tsipras, Saviano, la Botteri!
 

Juncker, presidente europeo, in quel suo raro momento di sobrietà, ci ha poi esemplificato tutto: “
Noi prendiamo una decisione in una stanza, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non provoca proteste o rivolte, è perché la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che è stato deciso; allora noi andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".

E’ così che funzionano i colpi di Stato. Li chiamano post-democrazia.

Ah, perché non son io coi miei pastori…in Romania!


Fulvio Grimaldi


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sabato 18 febbraio 2017

DAT - Scelta di morte o scelta di vita? - “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”.


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All'Aula della Camera si discuterà il 20 febbraio 2017  sulla Proposta di legge “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”.
Una farisaica proposta di legge che illude il cittadino maggiorenne, capace di intendere e di volere, di poter scegliere in vita, anni prima, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi, se accettare o negare determinati interventi della meditecnica, attraverso disposizioni anticipate di trattamento. Con le “DAT” può esprimere il consenso o il rifiuto anche per le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Può altresì indicare una persona di sua fiducia (“fiduciario”) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie.
Sembra un'enunciazione banalmente logica ma non è così.

In primis le DAT devono essere redatte burocraticamente in forma scritta, datate e sottoscritte davanti ad un pubblico ufficiale, ad un medico o a due testimoni o attraverso strumenti informatici di comunicazione e ciò esclude di fatto la più parte della popolazione. Quindi aria fritta soprattutto se negli anni cambi idea e devi ripetere il giro burocratico o magari cambi idea proprio dopo il ricovero e ti tocca magari di morire, perché la burocrazia vince sul rapporto umano medico-paziente.
 
Questo farisaico provvedimento non abroga la legge che impone la “morte cerebrale” a cuore battente in 6 ore a cittadini che la rifiutano, al fine di permettere loro una scelta di vita e di cure. Hanno creato una categoria di malati senza diritti: sono i malati affetti da lesioni cerebrali per traumi o malattia che vengono esclusi in vita dal diritto di rifiutare la “morte cerebrale” e gli esami dannosi non finalizzati alla cura ma all'utilizzo o eliminazione del paziente (esami immuno-genetici per la compatibilità, coronarografie, angiografie cerebrali, test dell'apnea...). Atti di tortura praticati senza autorizzazione. Costoro subiscono recalcitranti la Distanasia di Stato o se preferite la “crudele eutanasia autoritaria imposta dalla legge”: vengono uccisi con l'espianto o se “non donatori” soffocati per rimozione della ventilazione senza “svezzamento” e senza autorizzazione.
 
Si verifica una discrepanza di diritti tra i cittadini che possono in vita presentare i DAT per vietare idratazione e nutrizione artificiali nello stato vegetativo ed i cittadini che non possono coi DAT vietare la tortura della Distanasia/Eutanasia di Stato. Ciò va a contrastare l'art 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge...”

Piuttosto che questo approccio farisaico al problema, meglio nessuna legge.
Consiglio Direttivo
Presidente
Nerina Negrello



venerdì 17 febbraio 2017

La religione eterna, il credo monolatrico e la teoria panteista


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La teoria panteista, propugnata da Giordano Bruno, secondo la quale l'Universo è eterno ed infinito, esclude il concetto di un Dio creatore, avvicinandosi in ciò al pensiero orientale ed  uscendo completamente dal teismo.  E questo le religioni tradizionali  non possono accettarlo poiché mette in discussione la loro stessa ragione di esistere.

La differenza sostanziale nell'espressione religiosa fra oriente ed occidente è che in occidente la religione si considera con un inizio ed una fine mentre in oriente essa viene riconosciuta come "eterna", senza inizio né fine.


L'ebraismo, il cristianesimo e l'islamismo, infatti, sono religioni che prendono l'avvio con la nascita dei loro rispettivi profeti, Mosè, Cristo e Maometto, e ci si aspetta che si concludano con l'apocalisse. In India, in Cina e nel resto dell'Asia, invece, lo Spirito viene dichiarato antecedente e successivo ad ogni manifestazione vitale ed allo stesso tempo  è sia immanente che trascendente. Questa diversità di vedute porta ad una sostanziale differenza nella gestione del fatto religioso.

In oriente non esistono strutture di potere riconosciute come legittime custodi della religione, ciò che è eterno pensa a se stesso.


In occidente al contrario si presuppone che la religione debba essere controllata e gestita da nuclei di potere sacerdotale, proprio in considerazione della sua finitezza ed imperfezione, e questo per "evitare" devianze o eresie dalla norma consolidata e dal credo scritturale.


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Forse questo sistema di controllo -nelle fedi di origine semitica, quali la giudea poi cristiana e musulmana -  basato sul  potere sacerdotale,  derivò dalla figura di Mosè il quale riportò ordine e regole nella religione "madre"; regole fatte in seguito proprie sia dal cristianesimo che dall'islamismo. Ma il potere centralizzato è soprattutto presente nel cristianesimo, formandosi nei secoli un diritto acquisito del vescovo di Roma di gestire in modo autonomo ed assolutistico le cose religiose e mondane connesse al credo cristiano.


Questo semplice fatto ha comportato una "cura d'interessi" personalistica pure nei fatti dottrinali e nel riconoscimento di santità od eresia. Ad esempio andò bene a Francesco d'Assisi che andò ad umiliarsi a Roma e perciò ottenne l'autorizzazione papale e successivamente anche il riconoscimento di santità. Molto male, forse perché in quel periodo regnavano pontefici più gretti, andò al Savonarola od a Giordano Bruno che furono sacrificati sul rogo.  
Nel periodo storico in cui visse Giordano Bruno, in verità vi fu un certo fermento illuminista con Galileo Galilei che studiò il sistema solare e lo definì eliocentrico, oppure con Tommaso Campanella che si ispirò alla teoria neo-platonica per immaginare la sua "Città del Sole".

Purtroppo per Giordano Bruno la sua intuizione fu troppo grande e troppo incontrollabile per poter venir accettata dal papato, addirittura egli chiamò l'universo autoesistente, eterno ed infinito, senza centro né circonferenza. Una cosa del genere non poteva piacere ad un potere religioso che basava il suo esistere sulla "finitudine, sulla limitatezza, sul peccato originale, sulla differenza fra Dio e creature, sulla necessità di un salvatore specificatamente indicato".


Giordano Bruno fu troppo vicino nella sua espressione filosofica al "Sanathana Dharma", all'eterna legge dell'essere e del non essere, ben descritta dai saggi realizzati dell'oriente… 

Se le teorie di Giordano Bruno avessero avuto un seguito che posto sarebbe rimasto per  un papetto qualsiasi, un cardinaletto, un curato di campagna nel contesto di tale verità? Semplici figure autoreferenziali e pretenziosamente costituite in veste istituzionale. Purtroppo la demistificazione ed il rischio che questa avrebbe comportato alla continuazione religiosa cristiana fu inaccettabile per i meschinelli capi religiosi della cristianità (una religione per altro inventata a tavolino). Così fu necessario che Giordano Bruno fosse immolato sul rogo, nel tentativo di distruggere
assieme al suo corpo martoriato anche il suo pensiero.


Ma andò così? No, la verità viene sempre a galla e sia pur ancora calpestata e male interpretata essa alla fine trionferà, ed in realtà sta già trionfando, poiché il finito non può assolutamente condizionare l'infinito.

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




(Fonte: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/La-religione-eterna-il-pensiero-monistico-e-la-sintesi-panteista-di-Giordano-Bruno)

giovedì 16 febbraio 2017

Mafia... l'eterno ritorno a vantaggio del potere costituito


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In Italia non c’è mai stata una reale volontà politica di combattere le mafie perché il livello di collusione e corruzione si è talmente radicato e diffuso (ancor più dopo MANI PULITE) che nessun politico (anche non direttamente coinvolto nel malcostume) avrebbe interesse ad impegnarsi SERIAMENTE ponendosi tali obiettivi, le ripercussioni per lui sarebbe tali da intimidirlo e ridurlo a più miti consigli. 

Le mafie hanno tutto l’interesse a favorire alla carriera politica “ominicchi e quaquaraquà”, che costituiscono ormai la maggioranza dei componenti la partitocrazia italica. Per cui ci si limita a proclami, slogan, mistificazioni, propaganda mediatica, ma nulla più. 

Ed anche le leggi esistenti ed efficaci (sulla carta) come quella che consente di colpire i patrimoni mafiosi, vengono sostanzialmente disattese, non applicate, se non simbolicamente. E così si crea il paradosso che si limita sempre più la libertà personale degli onesti, limitando ad esempio l’uso dei contanti, mentre si permette ai mafiosi di accumulare, investire, gestire, prelevare e trasferire montagne di denaro. 

Nessuno è in grado di stimare con credibile approssimazione quale sia il volume di affari delle numerose mafie italiane, ma che si tratti di cifre a undici zeri ogni anno (il bilancio di uno stato di medie dimensioni), non credo sussistano dubbi. 

E tale consapevolezza rende ancora più angosciante la gravosa (plumbea) realtà che si approssima sul nostro paese, destinato a seguire pressappoco le sorti della Grecia. 

Claudio Martinotti Doria

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Articolo collegato: http://www.lavocedellevoci.it/2017/02/15/25-anni-da-mani-pulite-mafia-la-grande-rapina/

mercoledì 15 febbraio 2017

Trump traballa? - Dimissioni forzate di Flynn ed avanzata dei neo.cons guerrafondai


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Le dimissioni forzate del generale Flynn sono una netta vittoria dei neocons-neolib. Corrono voci preoccupanti che potrebbe essere sostituito dal gen. Petraeus. Sarebbe un disastro.

E' la logica conclusione della battaglia su CIA e Council for National Security. Come saprete, la CIA era stata estromessa dal CNS da Trump (non credevo ai miei occhi!), ma la levata di scudi generale lo ha costretto a emendare il decreto e a riammetterla. Un segno della debolezza che oggi non ha permesso di difendere Flynn.

Flynn serviva a Trump per guardargli le spalle nei confronti delle "three-letter agencies" (CIA, DIA, etc) e fare piazza pulita nelle stesse. Non solo, Flynn aveva ottimi rapporti con la Russia, pessimi rapporti con Obama ed era nemico giurato di Isis e affini. Per tutte queste cose la defenestrazione di Flynn è un colpo micidiale all'amministrazione Trump. Ciò che emerge è che i neocons-neolib hanno disseminato i propri uomini i tutti i punti chiave. E' il famoso "stato profondo". Non solo, hanno creato un vero e proprio clima culturale-politico che opera un controllo sociale come l'OVRA non sarebbe mai riuscita a fare. Non so se basterebbe un Putin americano a fare piazza pulita.
(P.)

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Commento di Fulvio: "Io condivido la valutazione. L'eliminazione del poco appetibile Flynn è sicuramente la punta del complotto del peggio del peggio revanscista. Per una telefonata all'ambasciatore russo, poi! Grottesco. Tutto fa brodo nei neocon obamian-clintoniani per spingere verso la guerra."


Commento -integrazione di Alessandro Lattanzio: 
"Le dimissioni dell’ex-Generale Michael Flynn sono un duro colpo per Erdogan, di cui era un lobbista a Washington. Quest’aspetto viene convenientemente ignorato, sebbene dimostri la realtà della frattura nella dirigenza militar-spionistica-strategica, che va amplificandosi. La Russia non perde nulla dalle sue dimissioni, poiché Flynn è un radicale oppositore dell’Iran. Tutto ciò è solo l’ulteriore chiarimento e dimostrazione che Mosca deve continuare a consolidare i rapporti con i suoi veri alleati: Cina, India, Iran, Vietnam, Iraq, Siria. La Turchia erdoganista invece esce assai indebolita, nella sua rivolta contro Gladio-B (alias Stato islamico), con le dimissioni del suo referente nell’amministrazione Trump. E, di riflesso, ne esce distrutta anche la delirante posizione dei duginisti. Infatti, a fine gennaio, Dugin aveva invocato un’alleanza con l’America di Trump per procedere allo smembramento della Cina popolare. Quindi, non solo la pretesa di Washington verso Mosca, di consegnare la Crimea al regime di Kiev (espressione di Gladio-A, ovvero sempre della NATO), scredita l’attrattiva dei pericolosi deliri anti-eurasiatici del ‘geofiloso’ russo innamorato di Himmler e Crowley, ma svela la trama intessuta da Erdogan che si estende fin negli USA, dove Flynn era un suo referente, connettendo in modo occulto il ‘geofilosofo’ e la sua cerchia, presente anche in Italia, ai servizi segreti neo-ottomani, che hanno stabilito proprie filiazioni ideologiche ed operative anche in Italia, fazioni della CIA e del Pentagono, alla junta di Kiev e alle bande nazislamiste collegate a Kiev e Ankara, ramificate dal Donbas alla Siria, sempre passando per le aree geografiche, mediatiche e sociali dominate dal PD in Italia...”

martedì 14 febbraio 2017

Tutti i mali della mafia italiana di Elio Veltri


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In Italia dalla fine della guerra hanno imperversato le mafie più potenti d'Europa e fra le più presenti nel mondo, arricchendosi, seminando morte, condizionandone le istituzioni, e sembra che sia tutto normale. Si convive con la mafia e se ne rileva la presenza solo quando compie qualche delitto eccellente, sempre più raro, o un capo cosca viene arrestato.

Casualità sempre seguita da parole come “sgominata la cosca” o “latitante tra i più pericolosi”, che si ripetono meccanicamente. Le mafie non hanno più bisogno di uccidere perché corrompono e comprano: con Antonio Laudati l'avevamo scritto nel libro Mafia Pulita. Ormai dovrebbe essere chiaro e di comprensione comune, che nemmeno con il carcere duro lo Stato vince la battaglia contro le mafie e che il solo modo di contrastarle, peraltro molto temuto dai mafiosi, è portagli via i patrimoni: soldi, titoli di ogni tipo e beni mobili e immobili. Senza soldi infatti, i mafiosi non possono viaggiare, pagare consulenti capaci di gestire i beni, garantire lo stipendio agli affiliati che difendono la cosca e nemmeno far studiare i figli nelle migliori università. E poi, solo se hanno i soldi riescono a intrattenere rapporti sociali e politici. La politica e le istituzioni però, sembrano ignorare tutto questo. Non si pongono alcune domande essenziali: perché si deve parlare di una grande rapina; perché dopo oltre 50 anni di lotta alle mafie che ha comportato il sacrificio fino alla morte di alcuni dei migliori servitori dello Stato, le mafie non sono state sconfitte, nonostante i capi siano tutti in galera; perché i governi non hanno mai considerato la mafia il primo problema politico del paese e non l' hanno contrastata con interventi e alleanze sovranazionali, utilizzando il ruolo nell'Unione Europea.

La Grande rapina al paese è stata compiuta e continua attraverso corruzione dei singoli e delle istituzioni, evasione fiscale, esportazione di capitali, riciclaggio, lavoro nero e imposizione di salari e orari illegali, facce della stessa medaglia. Una rapina consumata da milionari spesso nullatenenti dichiarati, con pensione minima o sociale. Nel 2014 Banca Italia ha pubblicato un studio sulla ricchezza degli italiani, che, soprattutto nella componente monetaria, non è poi tanto diversa da quella della Francia e della Germania, nel quale valutava in 200 miliardi di euro il valore dell'economia criminale e mafiosa. Il che significa profitti o, meglio, rendite di oltre 150 miliardi di euro. Altro dato interessante nello stesso periodo è stato fornito dal nucleo valutario della guardia di Finanza del ministero dell'economia: l'esportazione di capitali vale il 29,3 per cento dell'evasione fiscale del paese. E cioè, da 50 a 70 miliardi di euro che prendono la via dell'estero. Infine, in una trasmissione televisiva di Milena Gabanelli, Angelo Maria Costa, ex responsabile dell'ONU per i problemi della criminalità organizzata, ha dichiarato senza peli sulla lingua che nel momento di maggiore crisi della liquidità delle banche molte di esse in Italia e in Europa si sono presi i soldi delle mafie. La disinvoltura delle banche non è certo una novità nei rapporti con le mafie. Nel 2000 la moglie del boss Rocco Musolino, il re della montagna, si meritava questo titolo sulle pagine del “Corriere della Sera”: “la moglie del boss va allo sportello e ottiene 5 miliardi”. Lo sportello era del Monte dei Paschi di Siena di Santo Stefano d'Aspromonte dove si conoscevano tutti.

Un'indagine dimostrò che Musolino nel 1993 aveva ritirato, nello stesso giorno, prima 520 milioni e poi 1 miliardo e 675 milioni. Di fronte a dati tanto sconvolgenti che coinvolgono le responsabilità delle banche nessuno che avesse il dovere di farlo, ha parlato. Tutti zitti quasi fosse una cosa normale e scontata, mentre il chiacchiericcio tipico dei palazzi della politica imperversava. La mafia è sopravvissuta agli arresti e alle poche confische dei beni, diventando una multinazionale del crimine, dell'economia e della finanza. Il silenzio e l'inettitudine della Commissione europea non sono state inferiori a quelle dei governi nazionali. Anche i dirigenti di questa Europa si sono prodigati in dichiarazioni sulla lotta all'evasione fiscale e sulla necessità di controllare i paradisi fiscali che nel nostro continente abbondano, ma poi in concreto nulla è cambiato. D'altronde, il paese governato dal Presidente della commissione per circa 20 anni, oggi è uno dei più efficienti paradisi fiscali e nessuno, tranne l'Espresso, ha sollevato il problema. Eppure il nostro è stato il primo paese che si è dato una legge antimafia che coglieva nel segno. Mi riferisco alla Rognoni-La Torre, depositata in Parlamento da Pio La Torre nel 1980, tanto efficace se bene usata, da indurre Cosa Nostra ad assassinarlo. Ma poi la confusione è stata sovrana e, negli anni successivi una ventina tra leggi e decreti, hanno creato un ginepraio nel quale magistrati, prefetti, dirigenti dell'Agenzia per la gestione e destinazione dei beni sono costretti a operare. Con la conseguenza che persino le banche dati del Ministero della giustizia, dell'Agenzia, delle forze dell'ordine, forniscono dati diversi sui sequestri e sulle confische, sui tempi dei processi e sullo scambio di informazioni tra istituzioni. Eppure i richiami di alcuni giornali autorevoli non sono mancati: nel 2000 il “Corriere della Sera” a tutta pagina titolava: “I beni sequestrati dallo Stato restano ai boss; undici anni per completare la confisca e i mafiosi continuano a viverci o a riscuotere l'affitto e se arrivano gli 007 non si trovano le chiavi”. E “la Repubblica”, sempre a tutta pagina: “Mafia, quei tesori dimenticati”. La politica, non certo casualmente, ha completato l'opera delegando il più grave problema politico del paese alla magistratura e alle forze dell'ordine, lavandosene le mani come Pilato. Non a caso la mafia ha assassinato soprattutto magistrati e rappresentanti delle forze dell'ordine. Nessun governo, istituzione indipendente o centro di ricerca, ha mai fatto uno studio per valutare quantità e valore dei beni mafiosi, il cui valore nel 2010 la rivista Economy stimava 1000 miliardi di euro.

Per capire meglio il ginepraio vale la pena ricordare il pensiero di alcuni magistrati e funzionari in prima linea nella lotta alla mafia. Nel 2000 alla Commissione antimafia della quale facevo parte, in una trasferta in Calabria, il dr Boemi a Reggio disse: “La ndrangheta non è stata ancora impoverita quanto sarebbe stato non solo necessario ma anche possibile, da consistenti confische dei beni illecitamente o criminosamente acquisiti. C'è ancora una grandissima ricchezza nascosta”. “C'è ancora un forte scarto tra patrimoni indagati e una differenza altrettanto rilevante tra patrimoni indagati e patrimoni colpiti. Non funziona nulla perché le sezioni delle misure di prevenzione sono le più raccogliticce d'Italia”. A sua volta, il procuratore di Vibo Valentia lamentava che “le indagini patrimoniali fatte dalla polizia giudiziaria erano superficiali” e che spesso “mancava la necessaria attenzione perché non sono spettacolari e non rendono in termini di indagine”. Ma le informazioni più significative le fornì il questore di Vibo Valentia, il quale indagando aveva trovato soldi della ’ndrangheta nelle banche della Mongolia, di Hong Kong e della Svizzera. Mentre il comandante del Gico segnalava che un appartenente alla cosca Piromalli - Molè, detenuto per narcotraffico, “era stato in grado di movimentare conti correnti in vari paesi europei ed extraeuropei per migliaia di miliardi e che era stata accertata l'esistenza di 120 tonnellate metriche di oro, diamanti, valuta libica, dollari Kuvaitiani, e tutto con procedure bancarie telematiche senza che un solo cent uscisse materialmente dalle tasche”. E ancora: “abbiamo individuato i conti correnti che sono nelle Bahamas, nella Ex Unione Sovietica, in Iugoslavia, in Austria, e abbiamo avviato le rogatorie con il magistrato almeno per richiedere questi conti correnti”.

E oggi? A distanza di 16 anni dei beni confiscati si sa solo che ammontano al 4-5 per cento dei beni sequestrati e segnalati nella banca dati del ministero della giustizia. E non tutti destinati. La stessa cifra la forniscono in anni diversi ( 2000, 2009; 2014) il generale Palmerini commissario ai beni sequestrati e confiscati, Piero Grasso procuratore generale antimafia, Rosi Bindi presidente della Commissione antimafia. Che fine hanno fatto beni valutati miliardi non si riesce a sapere e si assiste allo scaricabarile di conoscenze e responsabilità tra Magistrati, dirigenti dell'Agenzia del territorio, dell'Agenzia per la Destinazione e gestione dei beni confiscati, delle Prefetture.

Un fallimento, se si considerano i sacrifici in vite umane, il dolore delle famiglie, l'enorme spesa pubblica che comporta la lotta alla mafia, l'umiliazione dello Stato costretto a chiedere a Bruxelles con il cappello in mano comprensione per far fronte alle esigenze più urgenti dei terremotati, mentre centinaia di miliardi potrebbero essere recuperati solo che si volesse farlo. Il nuovo codice antimafia, approvato dalla Camera l'11 Novembre del 2015, è fermo al Senato e nessuno ne parla. Deputati e Senatori sempre in posa davanti alle telecamere evidentemente non lo considerano una priorità. E' ora di smetterla con la retorica dei beni che non si devono vendere perché se li ricompra la mafia. A parte il fatto che solo degli imbecilli si ricomprerebbero i beni avendo gli occhi puntati su di loro. Ma se anche qualche volta succedesse, il decreto sulla sicurezza del 2008 approvato dal governo ne consente la riconfisca diretta e immediata. Per tutte queste ragioni il silenzio e la delega delle responsabilità sono ancora più inquietanti e a “pensar male non si fa peccato”. Concludo con una citazione di Louise I. Shelley , direttore del Transnational Crime and Corruption Center della Università di Washington il quale all'inizio del terzo millennio scriveva: “La criminalità transnazionale sarà per i legislatori il problema dominante del ventunesimo secolo, così come lo fu la guerra fredda per il ventesimo secolo ed il colonialismo per il diciannovesimo. I terroristi e i gruppi criminali tansnazionali prolifereranno perché essi sono i maggiori beneficiari della globalizzazione. Acquisiscono vantaggi dalla facilità di spostamenti, dai commerci, dai movimenti di danaro, dalle telecomunicazioni e dai collegamenti informatici e così hanno tutti i numeri per crescere”. Amen!

Elio Veltri

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Commento di Malia Navoni:

Vorrei segnalarvi l’ultimo libro scritto da Elio Veltri “ Non è un paese per onesti” storie di socialisti per bene  (falsopiano Edizioni 2016)   in cui Veltri parla delle sue esperienze politiche.   Veltri è stato sindaco di Pavia con un progetto città con una visione planetaria. Racconta che la sua battaglia più dura è stata quella urbanistica. La corruzione è sempre maggiore in quel settore. Doveva continuamente mettere alla porta persone che venivano a chiedere concessioni, naturalmente con la bustarella. Non approvava nessun progetto se prima non fosse stato presentato e discusso con i cittadini dei vari quartieri interessati. In quel periodo Pavia fu scelta per presentare il suo piano regolatore a Vancouver ed era meta di personaggi politici e di cultura del mondo.

Sono stata alla presentazione del libro lunedì 6 febbraio dove il personaggio Veltri mi ha folgorato.

"In questo libro c’è Un altro mondo è possibile” dice Moni Ovadia.

lunedì 13 febbraio 2017

Cultura illuminista e filosofia (politica) empirica


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Nel secolo XVIII la cultura illuminista cercò di rifondare il pensiero
umano sui fondamenti della ragione invece che su quelli della presunta
verità rivelata delle religioni (le cui chiese, d'altronde, la
elaboravano come cosa propria).


Dal punto di vista logico i limiti del pensiero teologico sono
evidenziati dal dogmatismo, un metodo con il quale si può sostenere
che il sole ruoti attorno alla terra, le stelle siano fatte di una
misteriosa "quintessenza" e si muovano su sfere cristalline
invisibili, mentre il mondo intero sarebbe costituito da quattro
sostanze fondamentali, come terra, acqua, fuoco ed aria, assieme a
molte altre teorie dotate del fondamentale difetto della
inverificabilità ed infalsificabilità (per i pignoli, la
verificabilità è applicabile solo ai fenomeni particolari e non alle
leggi generali, mentre la falsificabilità è stata evidenziata da
Popper come criterio generale necessario ad evitare la qualifica di
"indeterminazione": se una tesi non è falsificabile il suo valore di
verità è condannato alla indeterminatezza).


Da un punto di vista applicativo i limiti del pensiero religioso
venivano invece evidenziati dalla sua incapacità alla realizzazione: i
comandamenti cristiani enunciano il divieto di uccidere e rubare,
mentre gli esseri umani hanno continuato a farlo esattamente come
prima, e non solo come eccezione bensì anche come metodo sistematico
di gruppo. come dimostrato dalla infinita serie delle guerre tra
nazioni.


Di fronte a tale fallimento non si può dire che i filosofi illuministi
non si siano impegnati attivamente, proponendosi di cambiare l'intera
interpretazione del mondo, ed esplorando con cura le basi razionali di
tutti i campi del sapere, per elaborare nuovi concetti di "verità",
"felicità", "legge" indipendenti dalla teologia.


Sarebbe bastato, a dire il vero, la semplice adozione del metodo
scientifico galileiano, successivamente sviluppato ancora da Newton,
il quale fonda la ricerca della verità sul continuo confronto tra
teoria ed esperienza osservativa: solo gli esperimenti possono dirci
se una tesi sia da confermare oppure no, e tutto entro i limiti della
precisione fino ad allora sviluppata, producendo quindi "verità" per
loro natura provvisorie, in quanto suscettibili di modifica
determinata da eventuali risultati successivi.


Tale metodo è eccellente, ma il suo dominio di applicazione è
limitato, e risulta palesemente difficile estenderne l'impiego ai
fenomeni sociali, all'etica ed all'estetica (la quale ultima, per
fortuna, non ne ha bisogno, potendo ognuno determinare a modo proprio
cosa consideri bello e cosa no, senza per questo troppo interferire
con l'esistenza e la libertà altrui).


Il prolifico (scrisse moltissimo) Voltaire era un teista, dunque
accettava l'esistenza di dio, considerandolo tuttavia un essere puro e
perfetto che non interviene in alcun modo nel mondo, le cui
caratteristiche possono essere conosciute solo attraverso la ragione,
lasciando agli umani il compito di comprendere la vita e quale sia il
"modo giusto" di vivere (probabilmente avrebbe potuto andare d'accordo
con Spinoza, con i taoisti ed i buddhisti).


In sostanza il suo metodo per costruire una nuova idea di uomo e
società umana fu quello di sviluppare il ragionamento a partire da
postulati iniziali ritenuti universalmente accettabili, tenendo
presente che comunque il postulato non è un dogma, poiché può essere
cambiato se si evidenzino motivi per farlo, mentre il dogma,
espressione di obbligatoria fede eterna, non lo può.


Il metodo è attraente, e per molti versi intellettualmente interessante.
Ma anche in questo caso il fallimento è dato dalla sua applicabilità
concreta. Per quanto ogni singolo uomo possa costruire pazientemente
una sua visione filosofica razionale, e confrontarla con quella
altrui, il risultato sociale di questa operazione è moto scarso,
tant'è vero che l'umanità continuerà, nei secoli successivi, a
dichiarare ufficialmente l'adesione a sistemi etici puntualmente
contraddetti dalla prassi, e valga nuovamente l'esempio dell'omicidio
e del furto, i quali, assieme alle guerre (sintesi di gruppo delle due
nefaste attività) non sono affatto scomparsi né regrediti dai costumi
umani.


Quanto alla tolleranza, tanto invocata da Voltaire, non c'è bisogno di
ricordare quanto essa sia storicamente sopravvissuta.


Anche Kant, pure egli teista razionalista, riteneva che si dovesse
ridefinire l'uomo, le sue funzioni e i suoi comportamenti,
assoggettandolo all'analisi minuziosa della ragione, e nel suo spirito
metodologico innovatore simpatizzò fortemente con la Rivoluzione
Francese, o perlomeno con i suoi ideali. Ma neppure il suo pensiero
critico è riuscito ad imprimere una svolta sostanziale al
comportamento umano, e l'etica ufficialmente proclamata ha continuato
a rimanere sulla carta, come il libretto di istruzioni di un altro
prodotto, diverso dalla raffinata e complessa biomacchina umana.
Lodevole il tentativo di Karl Marx di rivedere completamente la
filosofia dell'essere umano e delle dinamiche sociali, demistificando
numerosissime contraddizioni determinate dalla falsità di classe delle
ideologie dominanti, ma siamo passati dal XIX al XXI secolo senza
vedere la nascita della liberazione socialista nè la scomparsa della
violenza umana.


E' intervenuto anche Nietsche, prefigurando l'avvento del "superuomo",
libero da ogni dogma aprioristico e capace di sviluppare da sè l'etica
del proprio modo di vivere, e nonostante la tenacia della sua critica
anche in questo caso gli ormai 117 anni dalla sua morte non ci hanno
mostrato benefici superomistici.


Inevitabile, a questo punto, che la memoria corra allo scetticismo
dimostrato fin nell'antichità da Platone, il quale ammise
esplicitamente che i suoi sistemi etici e sociali ideali erano
probabilmente irrealizzabili da parte dell'umanità reale,
autoqualificandosi così come semplice speculatore teoretico, e
indicando dunque con felice preveggenza il destino futuro della
filosofia, quello di costruire discorsi astratti, una sorta di
enetertainement intellettuale, eventualmente a volte gradevole, poichè
tutti, tanto o poco, amano immaginare come "dovrebbero" (il
condizionale è d'obbligo) funzionare le cose (di solito: "come piace a
me"; ma siamo 7 miliardi di teste, dotate di una varietà di pensiero e
azione sbalorditiva).


In breve, ho appena qualificato la filosofia come una sorta di arte
letteraria, antica espressione dell'estetica intellettuale.


Nel frattempo la cultura europea ha prodotto un nuovo filone di
pensiero, a partire dalla prospettiva medica terapeutica di Sigmund
Freud, che è risultata efficace in alcuni casi individuali (ben
venga), ma la cui incidenza sociale complessiva, come al solito, non
ha intaccato le linee direttive fondamentali della società umana,
conflittuale in varia misura come e forse anche più di prima.


Rimane superstite la possibilità realistica di considerare gli esseri
umani per come è osservabile che siano: membri di una specie biologica
animale, con tutte le caratteristiche del caso, alle quali dopotutto
sembra inutile ribellarsi puerilmente.


E se guardiamo le cose da questo punto di vista comprendiamo che forse
abbiamo da imparare qualcosa di utile da Konrad Lorentz, John Maynard
Smith, Desmond Morris, Richard Dawkins, e tutti gli altri che hanno
cercato di comprendere come funziona la natura, di cui facciamo parte,
così com'è, non come si "vorrebbe che sia".


Vincenzo Zamboni



Integrazione filosofica nel concreto


La filosofia espressa dall'Unione Europea è quella della "stabilità
dei prezzi" (Trattato di Lisbona), ma, oltre a trattarsi di una scelta
arbitraria operata al di fuori delle regole democratiche (cosa che
deve indurre l'Italia a dichiarare nulli i trattati, in quanto
incostituzionali), il confronto con la realtà dei fatti mostra che si
tratta di una menzogna, una filosofia finta per una politica falsa e
bugiarda.


Se, infatti, i prezzi fossero stabili lo dovrebbe essere anche quello
della merce lavoro, che non dovrebbe essere soggetta a tiranniche
politiche padronali finalizzate all'abbassamento del costo del lavoro.
Se i prezzi fossero stabili dovrebbe esserlo anche il costo del
denaro, invece di trovarsi soggetto alle fluttuazioni provocate dai
mercati, dalle agenzie di rating, dal terrorismo mediatico sullo
"spread" e dai ricatti espliciti della Bce ("vi concediamo denaro a
patto che facciate le riforme che vogliamo noi").


Se i prezzi fossero stabili dovrebbe esserlo anche il costo dello
stato, che non dovrebbe aumentare tasse, prelievi ed accise per poter
pagare debiti detestabili fraudolenti.


Se i prezzi fossero stabili non dovrebbe esistere il fenomeno di
svendita e privatizzazione dei servizi, che fa pagare di più acqua,
sanità ed altri generi di pubblica necessità.


I politici dell'europeismo debbono essere tutti arrestati e processati
per i loro delitti e le loro frodi, tra le quali la menzogna continua
su cui hanno fondato la loro intera criminale azione contro i popoli.