sabato 28 gennaio 2023

L'organizzazione Wagner spiegata da Yevgeny Prigozhin...

 "I nordamericani temono la mia organizzazione Wagner, perché sanno che possiamo prenderli a calci in culo." (Yevgeny Prigozhin)


Il fondatore della Wagner risponde alla decisione degli Stati Uniti di inserire la sua azienda in una lista di organizzazioni criminali transnazionali
L'inclusione formale della Wagner PMC da parte del governo degli Stati Uniti nella sua lista di organizzazioni criminali transnazionali è avvenuta pochi giorni dopo che l'organizzazione aveva avuto successo sul campo di battaglia di Soledar. Questo a parte il fatto che Washington ha lanciato varie accuse a Wagner per diversi anni. RT ha chiesto al fondatore della compagnia militare privata Yevgeny Prigozhin cosa pensa spieghi queste ultime mosse dagli Stati Uniti. Ecco la sua risposta:
Il bene è sempre combattere il male in questo mondo. Il Wagner PMC è una forza. Fa parte del potere russo. E questo potere è sempre dalla parte del bene.
Ovviamente se filosofeggiamo, allora per alcuni il Wagner PMC è buono e per altri è cattivo. Ma è un male per i nostri nemici. America e Russia sono nemiche giurate, e questo è un dato di fatto, qualunque sia la tua opinione.
Gli americani vogliono fare a pezzi la Russia e poi affrontare la Cina e gli altri suoi rivali, per rimanere il paese più grande e potente della terra. Tutto questo fa parte del dibattito se avremo un mondo multipolare o unipolare. E finora gli Stati Uniti hanno fatto un ottimo lavoro in questo. Prendi l'URSS come esempio.
La Wagner PMC non ha commesso alcun reato. Altri trascorrono le loro giornate cercando di addossarci vari crimini in diverse parti del mondo. Ma, a differenza delle forze paramilitari americane, il Wagner PMC elimina solo i nemici della pace e non commette crimini. Ovviamente, se usi doppi standard, puoi scavare sporco su chiunque.
Ma allora dovremmo porci queste domande: c Chi ha organizzato guerre e rivoluzioni in Corea, Vietnam, Afghanistan, Libia, Siria, Mozambico, Africa centrale e così via? Alcuni di questi paesi si sono successivamente rivolti al Wagner PMC, che ha posto fine a queste guerre con il pugno di ferro. Quindi, se consideriamo la Wagner PMC un'organizzazione criminale, allora gli Stati Uniti sono un potente sindacato criminale, che vive dei soldi di tutto il mondo. Di conseguenza, rispetto a questo sindacato criminale, il Wagner PMC è più simile alla vice polizia.
Conosco molti segreti che sono molto sconvolgenti per gli americani. Ho testimoni che ricordano come i funzionari della CIA addestrarono Osama Bin Laden e portarono sacchi di denaro e armi all'ISIS in Siria e in altri paesi. Stavano preparando fuorilegge e terroristi in tutto il mondo in modo che ci fossero problemi ovunque: in Europa, Africa, Asia, Sud America. Doveva essere pacifico solo sull'isola blu da sogno chiamata Stati Uniti.
La maggior parte delle potenze mondiali cerca di non scontrarsi con l'America. Quei regimi che reagiscono vengono solitamente dichiarati antidemocratici, poi criminali e poi terroristi. PMC Wagner non è un paese o un regime; piuttosto è una forza giovane e sfrenata, motivo per cui è così temuta dagli americani. Hanno cercato di distruggere questa forza a Deir ez-Zor [Siria] nel 2018, ma ha recuperato il suo spirito ed è in grado di guardare negli occhi la personificazione del male globale senza paura.
È molto importante notare che non ci siamo mai comportati in modo aggressivo nei confronti degli americani, ma, tuttavia, non abbiamo accettato la maleducazione da parte loro. In più di un'occasione, abbiamo catturato gruppi armati e ufficiali dell'intelligence americana che hanno cercato di danneggiare il PMC Wagner e hanno organizzato tentativi di omicidio...
(R.T.)



UNAC Statement on Palestine

 



The United National Antiwar Coalition (UNAC) stands in unconditional solidarity with the heroic resistance of the Palestinian people against the ongoing Nakba: the occupation and ethnic cleansing of historic Palestine by the Israeli regime. We firmly uphold Palestinians’ Right of Return to their national homeland – from the river to the sea – and reaffirm our commitment to ending US aid to Israel, which totals nearly $4 billion per year.

Breaking: Israel forces raid a Palestinian refugee camp in Jenin Thursday  killing 13 and wounding many more.

Recent months have seen major escalations by Israel. Heavily armed raids on the West Bank have become a daily occurrence, with at least three Palestinian children killed by Israeli Occupation Forces (IOF) in the opening few days of 2023. Benjamin Netanyahu’s return to power has unleashed a Zionist agenda that dispenses with even the usual platitudes of some eventual negotiated peace or “two-state solution.” Instead Netanyahu brazenly declared that all of historic Palestine is part of Israel, and has committed to expanding Zionist settlements in the West Bank. Netanyahu also appointed the openly racist Itamar Ben-Gvir to be national security minister, who then led settlers to storm the sacred Al-Aqsa mosque in Jerusalem, and days later banned flying the Palestinian flag.

unac@lists.riseup.net



giovedì 26 gennaio 2023

Fantasy o realtà? - Consigli utili in caso di guerra nucleare ed affini

 











                  Luoghi  maggiormente a rischio in Italia

I tempi si stanno avvicinando sempre più. Negli ultimi  anni vi abbiamo familiarizzato con l'evento preconizzato. In caso di guerra nucleare se siete abbastanza lontani dal luogo della deflagrazione, e quindi ancora in vita,  ascoltate con attenzione i consigli che seguono:  
"Preparatevi e sappiate che, dopo l'annuncio  dello scoppio del conflitto non potrete  muovervi dal luogo in cui siete  per  almeno 14 giorni. L 'attacco crea una polvere mortale nota come fall out che colpirà tutti, compresi quelli nelle zone rurali. Preoccupatevi di fare scorte essenziali per 14 giorni di cibo, bevande e medicinali. Se avete cibo fresco in casa per evitare di sprecarlo vi consigliamo di collocarlo nella parte più bassa e centrale della  casa, lontano da porte e finestre esterne. Dovete assicurarvi di avere tutto ciò di cui avete bisogno  per sopravvivere almeno 14 giorni.

Considerate pertanto una fornitura di acqua potabile (circa 3 litri e 1/2 a persona per ogni uso dovrebbe bastare).  Assicuratevi che il gas e altre fonti di carburante siano chiuse, spegnete gli impianti di aria condizionata e tutti i sistemi   di   presa d'aria esterna. Non dormite fino a quando non vi è permesso farlo. Sarà  in vigore la legge marziale e dovrete seguire le  istruzioni governative. Se siete senza un luogo sicuro trovate il più vicino edificio e rifugiatevi nella posizione più bassa e centrale per essere preparati ai tre fattori delle esplosioni nucleari: calore estremo, luci estreme e onda d'urto. Non cercate di guardare in alto. 


Se potete munitevi anticipatamente di  materiale contro le  radiazioni gamma. Ricordate che non c'è nulla da guadagnare tentando di scappare dai vostri rifugi. Rimanete tutti nelle vostre stanze con le  finestre e porte chiuse e bloccate. Seguiranno poi man mano altre  istruzioni...".



Articoli collegati: 





martedì 24 gennaio 2023

Kiev. Morti senza nome e predazione di organi...

 


A Kiev si è svolta una manifestazione antigovernativa chiamata “La marcia delle vedove”. Le mogli dei militari ucraini caduti in battaglia accusano il regime di Zelenskij di non dichiarare i loro mariti come uccisi in combattimento, ma dando loro per “dispersi”.

Il governo ucraino fa così sopratutto per le questioni economiche, ovvero per evitare di pagare la pensione e i contributi dei soldati deceduti nel servizio alle loro famiglie, come è previsto dalla legge ucraina.

Il trucco con i militari “dispersi” è utile anche per nascondere i traffici illegali di organi che in questo momento in Ucraina portano enormi guadagni ai politici corrotti. Il presidente Zelenskij di recente ha fatto una legge apposita, № 1967-ІХ, secondo la quale tutti i cittadini ucraini diventano i donor ai quali possono essere asportati gli organi, tutte le operazioni di trapianto degli organi sono a carico di governo e sopratutto le operazioni di trapianto svolte dai privati sono esente dalle tasse...

Giovanni Petriccioli




Commento/integrazione di Clara Statello: The Economist scopre l'acqua calda: nei territori russofoni "occupati" dall'esercito ucraino la popolazione "ha nostalgia dei russi”. I militari intervistati parlano del cattivo rapporto con i residenti filo-russi della Kupyansk. I cittadini rifiutano gli aiuti dell'esercito ucraino, mentre gli stessi soldati delle forze armate ucraine sono diffidenti dall'accettare cibo dai residenti locali, temendo di essere avvelenati. I residenti di Kupyansk guardano ancora la televisione russa, poiché i militari non sono riusciti a spegnere il segnale dalla torre della televisione di Belgorod, e inoltre mantengono i contatti con i rappresentanti del consiglio comunale russo locale, a cui hanno persino inviato informazioni sullo schieramento delle truppe ucraine ai russi situati a meno di 10 chilometri a est. Il titolo è emblematico: Kiev dovrà conquistare i cuori e le menti del popolo dell'Est. Come lo farà secondo voi? La risposta è semplice e la leggiamo ogni giorno nei bollettini dell'SBU: col terrore...”





domenica 22 gennaio 2023

Ramstein - Le strategie USA/NATO per la fine del mondo...


Ramstein, 20 gennaio 2023 - 50 guerrafondai a convegno

A Ramstein ha preso l'avvio la quarta guerra mondiale, dopo la terza combattuta a freddo. Lo schema è alquanto semplice: costringere la Russia a dissanguarsi in Ucraina mentre si prepara uno scenario analogo per la Cina. Ma per creare uno scenario in stile ucraino nel Pacifico, che avrebbe caratteristiche diverse dal momento è essenziale la Marina, serve il Giappone.


Questo spiega l’importanza della recente visita del premier giapponese Fumio Kishida negli Usa, nel corso della quale Tokio si è consegnata alle richieste Usa sul contenimento di Pechino avviando una profonda ristrutturazione delle proprie forze in combinato disposto con quelle americane.
Allo stesso tempo, alla Germania viene chiesto di diventare la forza trainante del contenimento della Russia sul fronte europeo, anche qui in combinato disposto con le forze Usa.
Ed è questo il vero nodo che si cela dietro la controversia sull’invio dei Leopard 2 all’Ucraina, sulla quale la Germania sta tentando di frenare, spiegando che lo farà solo se gli Usa forniranno i loro Abrams, cosa che per ora Washington ha escluso (The Hill).

Bisticcio non da poco, dal momento che quelli teutonici sarebbero gli unici carri armati pesanti inviati a Kiev oltre ai 14 Challenger 2 britannici (poca cosa per ora), dal momento che gli altri carri in arrivo da vari Paesi sono poco più che veicoli corazzati, che potrebbero non bastare per l’agognata offensiva di primavera delle forze ucraine, punto focale dell’assise di Ramstein.

Il bisticcio potrebbe risolversi con un compromesso, cioè con il placet, esplicito o meno, di Berlino all’invio a Kiev dei Leopard comprati da Paesi terzi, tra cui la Polonia che spinge in tal senso, senza il quale tali veicoli non potrebbero essere trasferiti (così nei contratti). Ma sarà difficile per Sholz tenere il punto. Troppe e troppo forti le pressioni che sta ricevendo (resistenza analoga si ebbe per le pressioni Usa contro il Nord Stream 2 e si è visto com’è finita).

Nel caso di un cedimento di Berlino si concretizzerebbe lo schema che hanno in mente gli strateghi degli Stati Uniti che, consci di non poter combattere su due fronti, vogliono avvalersi della Germania e del Giappone come front runner del loro confronto con Russia e Cina.

Il fatto che tale schema abbia i suoi punti di forza sulle nazioni della defunta Asse (al netto della derelitta Italia), che tanto dolore ha causato al mondo, dovrebbe inquietare, ma così non è.

Come detto, il Cancelliere tedesco Olaf Sholz sta cercando in tutti i modi di resistere, dichiarando anche, come ha fatto a Davos, che occorre evitare una guerra tra Nato e Russia. Ma a far tentennare la Germania sull’invio dei Leopard 2 c’è anche un motivo strettamente commerciale, come spiega il sito MilitaryWar. La Germania è l’unico Paese d’Occidente oltre agli Stati Uniti a produrre carri armati pesanti. Leopard 2 tedeschi e Abrams americani sono ad oggi gli unici MBT (Main Battle Tank) occidentali sul mercato. Francia e Gran Bretagna che non ne producono di nuovi da anni.

Così, se Francia e Gran Bretagna non hanno niente da perdere, in termini pubblicitari, a inviare i loro armamenti a Kiev, la Germania sì, dal momento che, se le prestazioni dei mezzi risultassero al di sotto delle aspettative, perderebbero commesse, che sarebbero appannaggio degli Stati Uniti perché non corrono analoghi rischi risparmiando i loro Abrams. Certo, tale dettaglio non spiega tutta la controversia, ma aiuta a capirne i contorni.

Interessante, sulla controversia dei carri armati, anche un articolo di Ishaan Tharoor pubblicato dal Washington Post che, riferendo quanto accaduto nel Forum di Davos, titola: “Dategli carri armati!’: le élite di Davos si stringono attorno all’Ucraina“.
In realtà, tale esortazione, come si legge nell’articolo, è stata fatta dall’ex premier britannico Boris Johnson, il quale a Davos era seduto accanto a Fareed Zakaria, il cronista della Cnn che ha moderato l’apparizione (via etere) di Zelensky al Forum.
Ma, secondo Tharoor, Johnson ha parlato a nome di tutti i miliardari convenuti al convegno, che non a caso si è tenuto in concomitanza dell’assise Nato di Ramstein. Un combinato disposto che evidenzia chi vuole che questa guerra prosegua a oltranza.

Già, perché l’invio di armi a Kiev, a differenza di quanto affermano i suoi potenti sostenitori, non porterà alla sconfitta della Russia e alla liberazione dell’Ucraina, né quindi alla pace.


Servirà solo a prolungare il conflitto.

Le guerre di logoramento e il viaggio a Kiev del Capo della Cia
Tale prospettiva è spiegata, anche se in maniera asettica, da un articolo di Max Fisher pubblicato oggi sul New York Times, nel quale la guerra ucraina viene paragonata ad altre, attuali e del passato.

Dopo aver registrato che nessuna grande potenza ha condotto guerre su ampia scala – con impiego massivo di fanteria e armamenti – in tempi recenti, avendo condotto solo guerre ibride e tecnologiche, spiega che questo tipo di conflitti sono recentemente scoppiati solo tra Paesi non eccessivamente potenti (guerra Iran-Iraq; Armenia-Azerbaigian etc).

Tali guerre, al modo di quella ucraina, hanno preso la forma di guerre di logoramento e non sono mai terminate con un vincitore e uno sconfitto, ma, come la guerra di Corea, con uno stallo spesso decennale, in cui si alternano fasi “attive” a lunghi periodi di tregua.

Insomma, i trionfali proclami sulla vittoria ucraina servono a sollecitare un supporto esterno (politico, economico e militare), ma non hanno basi reali.

Inoltre, come registrato in questi “70 anni di conflitti”, lo schema delle guerre di logoramento “offre un’altra lezione: un eventuale cambiamento politico all’interno dei paesi [in guerra] raramente comporta quel tipo di svolta che gli osservatori sperano possa un giorno portare Mosca a ritirarsi. La decennale invasione sovietica dell’Afghanistan, ad esempio, si è solo aggravata con l’ascesa al potere del leader riformista Mikhail Gorbaciov, avvenuta nel 1985″.

Terza lezione dell’articolo: Stephanie Carvin, un’analista canadese ha scritto in un suo saggio: “Le armi possono aiutare ad arrivare a un cessate il fuoco, ma non possono creare da sole una pace stabilita e duratura”.

Il fatto che un articolo di questo genere sia stato pubblicato sul Nyt proprio mentre a Davos si afferma l’esatto contrario è alquanto interessante. Ma, per tornare a Davos e all’articolo del Wp dal titolo delirante che abbiamo citato in precedenza, ne riportiamo un cenno che, a una prima lettura, passa quasi inosservato.

Un cenno che riguarda la visita del Capo della Cia a Kiev… Così sul Wp: “William J. Burns si è recentemente recato a Kiev per incontrare Zelensky per informarlo sulle aspettative degli Stati Uniti per le prossime campagne militari contro la Russia e comunicare che, a un certo punto, potrebbe diventare più difficile conservare all’Ucraina l’attuale livello di assistenza”.

Per questo, spiega il Wp, occorre forzare adesso. Cenno significativo, appunto...





sabato 21 gennaio 2023

Ramstein. La Germania non si cala le braghe... (per ora)

 



I paesi della NATO all'incontro di Ramstein non sono riusciti a raggiungere una posizione comune sulla fornitura di carri armati all'Ucraina. Il Capo del Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che "Ci sono buone ragioni per inviare attrezzature, ma ci sono anche ragioni per non farlo. Tutti i pro e i contro devono essere soppesati. Non possiamo dire oggi quale sarà la decisione e quando sarà presa", ha detto e ha aggiunto che l'ultima parola spetta al cancelliere Scholz.


L'incontro a Ramstein è terminato e possiamo notare che:

1. Alla conferenza stampa finale non c'era nessun ministro della Difesa tedesco. Il Paese in cui si trova la base americana non è stato invitato per il discorso di chiusura.

2. La bandiera tedesca non è stata esposta nella sala della conferenza stampa.

3. Non è stata presa alcuna decisione di fornire carri armati Leopard dalla Germania

4. Non è stata detta una parola sul desiderio della Polonia di fornire autonomamente i carri armati

5. Non è seguita alcuna risoluzione o dichiarazione generale.


Prime conclusioni:

1. La Germania ha difeso apertamente la sua posizione, secondo cui le relazioni con la Russia continueranno.

2. La Germania sta usando la debolezza degli Stati Uniti per rafforzare la propria posizione nel mondo e in Europa

3. La Germania ha messo a cuccia i nuovi arrivati: Polonia, Finlandia, paesi baltici, ecc.

4. Nella NATO è passata una crepa che dividerà i realisti (Germania e probabilmente Francia) e gli esaltati sostenitori della lunga guerra guidata dalla Gran Bretagna e USA.

Alex Sosnowski - Seguitemi su Vi racconto la Russia

Senza carrarmati tedeschi l'Ucraina non può "tornare" all'attacco... ma si può attaccare al c.



Coraggio figliolo, ti daremo noi qualche jeep usata


venerdì 20 gennaio 2023

Sincronicità ed interdipendenza tra bioregionalismo, spiritualità laica ed ecologia profonda



“Dobbiamo renderci conto fino in fondo che noi facciamo parte della Terra come un tipo di cellule in un Organismo. Non esiste alcun "ambiente". Non possiamo far scivolare sempre questo grande problema scientifico-filosofico nel politico, nel sociale e nell'economico, nè pensare che sotto ad ogni situazione grave ci sia sempre qualche "complotto": in quel modo non ne usciremo. Ciò non toglie che ci siano umani che tentino di approfittare di ogni situazione per trarne vantaggi personali: di solito si tratta di fanatici che si considerano immortali...” (Guido Dalla Casa)


Intervista di  Olivier Turquet con Paolo D'Arpini (https://www.pressenza.com/it/2013/12/bioregionalismo-spiritualita-laica-ecologia-profonda/)

Paolo D’Arpini è il portavoce della Rete Bioregionale Italiana e presidente del Circolo Vegetariano VV.TT.. L’ho conosciuto grazie al suo infaticabile “Giornaletto di Saul” (Vedi: http://saul-arpino.blogspot.it/), bollettino giornaliero del Circolo Vegetariano ove diffonde notizie e commenti su numerosi argomenti avvalendosi di una rete immensa di collaboratori; gli scrivo ogni tanto anch’io i miei commenti (e mi ha assunto….) ma soprattutto siamo diventati amici. Così ho pensato di intervistarlo e questo è il risultato di uno scambio di email e conversazioni telefoniche.
Paolo, puoi spiegare un po’ l’idea che sta alla base del bioregionalismo, la storia e le proposte generali portate avanti dalla Rete Bioregionale Italiana?
Il concetto di “Bioregione” (in termini “moderni”) è stato formulato negli anni ’70 nell’ambito di una ricerca, volta all’individuazione di un approccio sostenibile alle risorse naturali, condotta da Peter Berg, esponente delle avanguardie culturali nord-americane, e dall’ecologista statunitense Raymond Dasmann. Il lavoro prodotto da queste due personalità singolari venne pubblicato, nel dicembre del 1977, in un articolo della rivista americana The Ecologist in cui, per la prima volta, vennero impiegati i termini “Bioregione” e “Bioregionalismo”.
Negli stessi anni, Peter Berg fondò il movimento noto come Planet Drum (Il tamburo planetario), allo scopo di diffondere nel mondo il concetto di bioregione come punto di partenza per la sostenibilità, nonché le implicazioni culturali, ideologiche e di vita quotidiana che da esso derivano.
Da allora la teoria bioregionale ha destato l’interesse di scienziati, ecologisti, agronomi ed economisti di tutto il mondo, è stata oggetto di critiche e confutazioni, dovute soprattutto “alla difficoltà di identificare dei criteri univoci per la delimitazione delle bioregioni”, ha ottenuto consensi e pareri favorevoli e, in tutti i casi, ha collezionato innumerevoli pagine nella letteratura specializzata di tutto il mondo.
Ad oggi, è possibile attingere a numerose definizioni di “Bioregione” e “Bioregionalismo”, fornite dalle più varie personalità mondiali e sulla base di approcci eterogenei. Nel complesso, si può affermare che tutti concordano nel sostenere che per “bioregione” si intende “un territorio non delimitato da confini politici o amministrativi ma da confini ‘oggettivi’ (ecosistemi naturali) e ‘soggettivi’ (identità sociali); quindi un’area geografica circoscritta da limiti fisici (bacino fluviale, catena montuosa) e da un’omogeneità ambientale e naturale degli ecosistemi (clima, suolo, flora, fauna) e delle caratteristiche sociali delle comunità locali (costumi, tradizioni, identità collettiva, senso di appartenenza al territorio, amministrazione locale in forma di democrazia diretta, etc)”.
La Rete Bioregionale Italiana, in quanto “rete”, non è un movimento strutturato, esistono varie realtà anche disgiunte che si occupano delle tematiche in oggetto. Noi della Rete Bioregionale ci occupiamo essenzialmente di aspetti pratici e di vivere in prima persona l’esperienza bioregionale e dell’ecologia profonda. La Rete Bioregionale Italiana è stata fondata nella primavera del 1996 nel Parco di Monte Rufeno ad Acquapendente come incontro di varie realtà che si occupavano e si occupano di ecologia profonda e bioregionalismo. La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali. Da quattro anni la Rete ha leggermente cambiato strutturazione, passando da nodi territoriali a nodi tematici. L’adesione al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita e delle tematiche, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità. (http://retedellereti.blogspot.com/2019/06/rete-bioregionale-italiana-carta-degli.html). Annualmente in corrispondenza del solstizio estivo, si tiene un Incontro Collettivo Ecologista che vede insieme gli aderenti della Rete e di altre realtà “limitrofe” (ecovillaggi, comunità solidali, ashram, operatori di agricoltura biologica, etc.) per uno scambio di pareri ed esperienze.
Bioregionalismo e nonviolenza, bioregionalismo e ecologia profonda, come si coniugano queste relazioni?
Una breve premessa occorre farla. Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica sono la trinità della nuova “religione” della natura.
L’ecologia profonda analizza l’organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c’è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.
E dal punto di vista della pratica non varrebbe la pena di risalire all’inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l’ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l’uno dall’altro, come è indivisibile l’esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati” (Nisargadatta Maharaj).
Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che cosa fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro.
La “nonviolenza” quindi è la semplice conseguenza della consapevolezza di partecipare ad un tutto inscindibile in cui l’altro e noi stessi siamo un’unica entità. In questo senso la parola “nonviolenza” assume un significato più profondo, non è semplice astensione dal praticare atti offensivi bensì la comprensione che qualsiasi azione “violenta” è comunque rivolta a se stessi. Quindi l’uso della “violenza” è limitato alle sole azioni propedeutiche alla crescita, mai al soddisfacimento di vantaggi egoistici o di punizione e vendetta gratuita.
Tu sei stato l’iniziatore e il protagonista per anni dell’esperimento di Calcata, un “protoecovillaggio”, come dici tu…
Secondo il mio parere il vivere comunitario non può essere il risutato di considerazioni aprioristiche. Abbiamo visto infatti innumerevoli esempi nella storia di comunità sorte con la funzione di soddisfare intenti collettivi e che per lo più o si frantumavano o perdevano la spinta iniziale. Magari nel tempo cambiando completamente le finalità. Partendo da questo presupposto, la mia “discesa” a Calcata non fu in conseguenza di un atto deliberato o di una propensione idealistica. Semplicemente accadde che cercando un nuovo modo di vita comunitario, sotto la spinta delle mie esigenze spirituali ed ecologiste, capitai in questo paesino in corso di definitivo abbandono da parte della popolazione originaria e che era stato addirittura dichiarato inabitabile per ragioni di (presunta) pericolosità sismica. Ciò avvenne nei primi anni ’70 del secolo scorso da poco tornato dai miei primi viaggi in India. A Calcata trovai uno spazio vuoto dalle immense possibilità per rinnovate azioni culturali, abitato da una “masnada” di vecchietti che volevano morire dove erano nati. Questi vecchietti, custodi di un sapere antico e di un rapporto unico con la natura che circonda Calcata, furono i miei maestri per un nuovo – antico vivere nell’ecologia, nel sociale e nella totale semplicità e mancanza di pretenziosità nelle funzioni svolte. Da ciò nacque una successiva aggregazione di amici e parenti che come me sentivano l’esigenza di un “ritorno alle origini” e che trovarono sull’acrocoro di Calcata una nuova e promettente casa. Nel corso dei primi anni da quel primo gruppo di sperimentatori fu portato avanti un laboratorio assolutamente libero da finalità concrete. Tutto si svolgeva all’insegna del gioco, dell’innovazione fantasiosa, della ricerca culturale in piena libertà espressiva, nella ricerca di nuovi/vecchi mestieri da praticare con le mani oltre che con la mente. Un riconoscere la capacità di convivere con gli altri animali come componenti della stessa comunità umana (ovviamente non parlo di cani e gatti, ma di capre, pecore, asini, maiali, galline, ecc. Ecc.) e del poter vivere fra esseri umani in forme anticonvenziobnali. Questo meraviglioso esperimento nel vecchio borgo si ampliò e progredì e giunse ad un suo climax. Il culmine avvenne allorchè la comunità, inizialmente di pochi elementi, raggiunse il numero di un centinaio di abitanti, mentre il resto della popolazione calcatese, composta da circa 800 persone, si era definitivamente trasferita in un nuovo centro geograficamente separato. A quel punto soese il problema della inabitabilità delle vecchia Calcata. Non essendoci più residenti autoctoni (i vecchietti erano morti tutti), il rischio che il paese potesse subire la demolizione prevista nella legge sulla pericolosità sismica, divenne più tangibile. A quel punto fummo costretti a tentare la via istituzionale per modificare la suddetta legge. A quel tempo le mie amicizie politiche e giornalistiche erano consistenti e solide e non fu difficile far presentare una legge specifica di riqualificazione del vecchio borgo da parte di consiglieri regionali del Lazio. Purtroppo, salvata “istituzionalmente” la rupe e quindi restituito un valore reale agli immobili e quindi riportato il contesto comunitario all’interno di un contesto di economia utilitaristica, il destino di Calcata mutò irreversibilmente. Da libero e giocoso esperimento per un nuovo vivere libero dal limite dell’utile, divenne un “meccanismo” per la sopravvivenza di chi operava in una qualsiasi attività a quel punto divenuta remunerativa. Insomma, da emanatore di luce propria, il paese divenne uno specchietto per le allodole. Da teatro di strada a teatrino. Certo, non tutto è andato perduto: alcuni elementi hanno tenuto fede allo spirito originario continuando nella sperimentazione e nella “resistenza”, pur relegati in una sorta di esilio interno. Io ebbi la fortuna, dopo 35 anni, di poter lasciare Calcata, senza una ragione, ovvero, non per fuga da una situazione che lasciavo, bensì perchè attirato nel vortice di un nuovo inizio, intriso d’amore. (Vedi anche: http://www.circolovegetarianocalcata.it/epopea-del-circolo/ )
Tu hai studiato molto le città come forma di aggregazione umana; è fatale l’utbanizzazione attuale? Cosa si può recuperare del concetto antico di città come forma di aiuto reciproco tra esseri umani?
In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.
Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioè che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità, separati geograficamente da spazi verdi -con centri aggregativi comunitari-e connessioni “atomiche”. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.
Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una più grande tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.
Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.
Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.
Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare sorgenti di approvviggionaento idrico e habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.
Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.
Un altro tema comune che ci sta a cuore: spiritualità laica: tu ne dai una definizione estremamente semplice….
Con la parola “spiritualità laica”. Si cerca di dare una connotazione “libera” alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l’intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa “naturale” spiritualità presente in tutte le cose.  Spiritualità Laica è chiaramente un’immagine, un concetto, in cui inserire tutte quelle forme naturali di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo consapevoli di muoverci all’interno della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo evocato con l’idea di spiritualità. Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite dei sensi e della mente.
La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo io. Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la tendenza proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme, mai può “scindersi” quell’io radice, quello spirito. L’io è assoluto in ognuno.
Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io. Spiritualità laica è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti. C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse.
Infine, in quest’epoca di catastrofisti tu cosa prevedi o ti aspetti per il futuro dell’Umanità?
Lo scrittore ecologista Guido Dalla Casa una volta al proposito di quel che possiamo aspettarci dall’esistenza mi ha scritto: “Nella fisica quantistica non esistono più il “vuoto” e il “pieno”: anche questo dualismo è scomparso, c’è solo un vuoto-pieno eternamente pulsante, il vuoto quantistico, o la sunyata buddhista, una danza di energie (psicofisiche) che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. In “grande”: siamo sul terzo pianeta di una stella di media grandezza, lanciata nel braccio esterno di una galassia qualunque. Non c’è nessun centro, di alcun tipo. “In altre parole: Non esiste alcun “mattone fondamentale della materia”: Esiste solo una meravigliosa danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla…”  Di fronte a questa verità cosa potrei “aspettarmi”? Tutto avviene da sé!

Testo di riferimento: Riciclaggio della Memoria, edizioni Tracce (Pescara). - Per ordinare una copia del libro rivolgersi al curatore editoriale Michele Meomartino: meomartinomichele@gmail.com - Cell.  393.2362091


Chi volesse contattare Paolo D’Arpini, Circolo Vegetariano VV.TT.  - Vicolo Sacchette 15/a – Treia (Mc)Tel. 0733/216293 – bioregionalismo.treia@gmail.com