domenica 13 giugno 2021

La Cina stronca il G7: "Le decisioni sul futuro del mondo non spettano ad un'élite di Paesi colonialisti"



Nella tre giorni in Cornovaglia, i capi di Stato e Governo hanno messo a punto una strategia comune sulle sfide globali e sulle questioni internazionali, tra queste le "priorità condivise di politica estera come Cina e Russia".

"Il formato del G7 è obsoleto". Così Pechino stronca il gruppo dei sette riunito fino al 13 giugno 2021  per il primo vertice dall'inizio della pandemia, in cui  fare il punto  su una strategia comune per affrontare la sfida rappresentata da Cina e Russia.

"Sono ormai lontani i tempi in cui le decisioni globali erano dettate da un piccolo gruppo di Paesi", ha detto un portavoce dell'ambasciata cinese a Londra. "Crediamo - ha aggiunto - sempre che i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi, siano uguali e che le questioni mondiali debbano essere gestite attraverso la consultazione di tutti i paesi".

Il commento arriva a stretto giro dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha esortato gli altri leader delle nazioni del G7 a rilasciare una dichiarazione forte sul lavoro forzato in Cina durante i lavori della seconda giornata del vertice.

Per contrastare l'ascesa del gigante asiatico Joe Biden ha proposto una Via della Seta occidentale, alternativa a quella di Pechino, con un meccanismo di investimenti trasparenti nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre Usa e Regno Unito, all'arrivo a Caris Bay, hanno firmato la Carta Atlantica, un accordo storico per rafforzare le alleanze con "tutti i partner che condividono i nostri valori democratici e a contrastare gli sforzi di coloro che cercano di minare le nostre alleanze e istituzioni", si legge nel testo.

G7, Biden e Macron hanno discusso politiche nei confronti di Russia e Cina. La Cina ha ripetutamente definito il tentativo dei Paesi del gruppo di contenere la crescita della Cina il residuo di un lungo passato colonialista. 



sabato 12 giugno 2021

La “doppiezza” di una pandemia...

 


Mi sono chiesto il perché quando tentiamo di iscrivere o enunciare le nostre realtà ingeneriamo sospetti e propensioni sociali tipici del ruolo in controtendenza, in questo eccentrico Paese si concepisce quel percettibile ed irritante contrasto con la posizione dominante quasi fossimo uno stato di assolutismo ove non sono tollerate opinioni diverse, sintomatologia di una comunità ancora immatura per una democrazia.

       In questa atmosfera proprio in attinenza alla pandemia Sars-Cov-2 abbiamo realizzato “otto pubblicazioni” quali risultati ottenuti da osservazioni e studi conseguiti sulle inclinazioni sociali e scientifiche in questo particolare momento Storico.

      Rilevante e significativa è la ottava pubblicazione ove emergono, fra gli altri elementi riportati, le conferme scientifiche sulle pubblicazioni … inerenti:- Le funzioni della vitamina D3 -  Interagibilità della Ghiandola di Timo nel sistema immunitario – Quesito e riflessioni sui tamponi antigenici – Trasmissione Covid-19 da animali all’uomo – Teorie sulla sintomaticità da Covid-19 ai giovani – Terapie e prevenzione degli Anticorpi Monoclonali ed ancor … Nella sintesi abbiamo rilevato prima e constatato poi, che alcuni mesi dopo le nostre pubblicazioni inerenti le molteplici teorie suesposte il “mondo scientifico” ha confermato le nostre in gran parte le nostre opinioni scientifiche …

      Desideriamo indugiare su questo incredibile aspetto che manifesta esplicitamente non solo la validità delle nostre posizioni ma le definisce alquanto avanzate se vengono divulgate alcuni mesi prima di quelle convenzionali e la domanda è immediata: - O siamo dei geni o probabilmente chi occupa quelle posizioni stabilite è affetto da “stato di rallentamento scientifico” è del tutto evidente che noi propendiamo per la seconda ipotesi.

     Il 4 giugno del c.m. il giornale MaxMara di Trento riportava alcune espressioni del Prof. Walter Ricciardi consulente del Ministro della Salute il quale affermava: -    

“Non lo dico io ma Peter Piot, uno dei massimi virologi mondiali. Siamo nell'epoca delle pandemie perché abbiamo creato le condizioni ideali: la povertà, l'affollamento, la promiscuità tra uomini e animali, i cambiamenti climatici e gli spostamenti che aiutano la rapida trasmissione del virusLa storia che stiamo vivendo non è finita – ha continuato Ricciardi – dobbiamo essere pronti”.

    Allo stesso appuntamento del Festival dell'Economia nella rubrica “Un'agenda per la Salute” è intervenuta anche la ricercatrice Ilaria Capua che dirige il Centro di Eccellenza One Health all’Università della Florida, la quale è decisamente convinta di una cosa: ““Un'altra pandemia arriverà”. E spiega: “Finché c'è vita e c'è virus, finché c'è l'uomo nella stessa 'casella' con gli animali, il passaggio del virus da questi all'uomo è fenomeno naturale”.

     Il giorno 8 giugno seguente la D.ssa Maria Rita Gismondo, Direttore responsabile di microbiologia clinica e virologia dell’Ospedale Sacco di Milano sul canale televisivo a La7 affermava sostanzialmente che “” i vaccini sono in fase di sperimentazione, e vengono aggiornati in corso d’opera dopo averli testati sull’uomo, che Pfizer è più pericoloso di Astrazeneca, ma i dati vengono volutamente nascosti, e che l’Aifa in alcuni casi avrebbe dovuto bloccare ma non l’ha fatto””. Abbiamo ascoltato dalla Dottoressa (prosegue il cronista su Radio Radio TV Youtube dell’8 giugno) che questo vaccino è stato autorizzato in maniera troppo affrettata e addirittura si parla che l’emotività ha preso il sopravvento una cosa inaccettabile, visto che stiamo parlando della salute della popolazione””

     In merito a quest’ultimo argomento sui “vaccini” della predetta D.ssa Maria Rita Gismondo riferita dal predetto quotidiano, nel mese di marzo è stato pubblicato un nostro articolo su vari quotidiani Web dal titolo:- “Covid-19 Parte settima: Vaccino … cos’è”…

Nella riepilogo abbiamo iscritto dettagliatamente le caratteristiche dei vaccini ad iniziare dalle TRE fasi inerenti le modalità della sperimentazione ed i “tempi di maturazione” per la realizzazione del farmaco prima di intraprendere la conseguenziale profilassi sistemica, il tutto da considerarsi alquanto pertinente per una riflessione attenta inerente gli eventuali effetti collaterali del cosiddetto vaccino.

     Inerente le rivelazioni del Prof. Walter Ricciardi e della Virologa Ilaria Capua del giorno 4 giugno in particolare sulle promiscuità ed il contagio dagli animali all’uomo ed i cambiamenti improrogabili dei stili di vita dell’uomo, immancabilmente sono stati riportati ed iscritti in quasi tutte le otto pubblicazioni ad iniziare dai mesi di aprile/maggio 2020.

     Al contrario di quanto si pensi, queste conferme scientifiche-sociali hanno ingenerato nelle nostre menti elementi di soddisfazione e gratitudine dal momento che hanno evidenziato che gli studi, le osservazioni e le conseguenti teorie ed ipotesi scientifiche sono incoraggianti e reali! 

    Ma evidentemente non è l’apprezzamento il ragionamento posto in essere, inevitabilmente le perplessità emergono dalla profilassi sistematica in atto, ovvero quello indicato quale “vaccino” è molto vicino alla “sperimentazione di massa” molto ben evidente nelle rivelazioni della D.ssa Gismondo considerati i cambiamenti generazionali sulle somministrazioni del farmaco, le sospensioni ed alcuni effetti indesiderati. 

     Altro argomento oggetto di attenzione e molto rilevante è quello inerente alla promiscuità dell’uomo con gli animali ed altri comportamenti umani che favoriscono indiscutibilmente il prolungarsi dell’attuale pandemia e facilitano le propagazioni di altre pandemie, poiché abbiamo creato le condizioni affinché questo avvenisse. Dobbiamo cambiare stili di vita ricordiamoci che i virus sono numericamente considerevoli ed irrilevabili prima del contagio ed innanzitutto sono sul nostro pianeta da oltre tre miliardi di anni…

     Lo stato d’emotività segnalato dalla D.ssa Gismondo, lascia intendere che nel momento di grandi sofferenze è stato deciso di iniziare molto tempo prima della “vaccinazione” una sperimentazione in vasta scala con tutti i rischi che potrebbero eventualmente insorgere non solo in corso della somministrazione ma anche nei tempi successivi!

     L’auspicio è che qualsiasi complicazione venga innanzitutto allontanata e quantomeno scongiurata, ma la scienza non può permettersi iniziative così vaste per effetto della emotività, la scienza è studio ed osservazione delle componenti della natura ove brillano splendidamente i sentimenti della razionalità …  

     Che il futuro ci sia amico…


Claudio Cianchellahttp://www.lacitta.eu/




giovedì 10 giugno 2021

IL DISASTRO AMBIENTALE NELLO SRI LANKA E LE PROSPETTIVE ECOLOGICHE DEL PIANETA

Su tutti i media si continua a parlare del disastro ambientale provocato dall’affondamento della grande nave cargo X-Feeders Pearl – battente bandiera del piccolo stato di Singapore - in prossimità delle coste dello Sri Lanka, ovvero l’antica isola di Ceylon, nota per le sue splendide spiagge, le sue bellezze naturali e la pescosità dei suoi mari. Tra le notizie che filtrano, non sempre precise, si apprende che l’enorme nave – lunga quasi 200 metri, era una alimentata ad olio combustibile. Quest’ultimo è un prodotto di scarto del petrolio (quindi più economico), bituminoso e viscoso, particolarmente inquinante se finisce in mare. Dal ventre della nave, che ha bruciato per 13 giorni prima di affondare, sono fuoriuscite quasi 80 tonnellate di grani di plastica (o “pellets”) del tipo polietilene, adatti a molti usi, che hanno inquinato il mare e le spiagge. Inoltre sono fuoriuscite sostanze chimiche molto corrosive e pericolose, come acido nitrico (che si usa per produrre i fertilizzanti e gli esplosivi) e idrossido di sodio (cioè soda caustica) utilizzata per produrre detersivi ed altri usi. Molti pesci sono morti e la pesca sospesa su un tratto di 80 Km di costa. Risulterebbe che l’inconveniente che ha dato origine al disastro (una perdita di acido nitrico) si sarebbe verificato già 9 giorni prima dell’inizio dell’incendio. L’equipaggio, privo di adeguati mezzi d’intervento ed evidentemente privo anche dei più elementari protocolli di sicurezza in casi del tutto prevedibili come questo, ha tentato di dirigersi verso vari porti; ma l’accesso è stato più volte rifiutato prima che la nave fosse (forse) autorizzata ad accostarsi al porto di Colombo, capitale dello Sri Lanka. Tutto un settore dell’Oceano Indiano settentrionale sarà progressivamente inquinato, con danni ecologici enormi.

Le responsabilità immediate di questo disastro sono da attribuirsi naturalmente alla febbre di profitto ed all’avidità della compagnia armatrice che ha mandato in giro una nave priva di adeguati sistemi di sicurezza e di indicazioni precise per l’equipaggio che evitassero o limitassero perdite ed incendi. Incidenti del genere erano del tutto prevedibili vista la natura del carico. La compagnia è la X-Press Feeders, che si autodefinisce – anche nelle informazioni che fornisce in rete - la più grande compagnia di trasporto marittimo “indipendente” del mondo, con oltre 110 grandi navi disponibili. Sulla proprietà effettiva si sa ancora poco. La sede principale pare sia Panama, paese che si presta normalmente (dietro opportuni compensi) a fornire bandiera e copertura legale a navi e società di vario tipo. Altre sedi sono a Londra, Amburgo, Barcellona, Singapore, Dubai. La compagnia sarebbe assicurata da due compagnie assicuratrici di Londra.

Le responsabilità dirette sono quindi abbastanza chiare, anche se non sarà agevole risalire alla proprietà effettiva coperta come al solito in questi casi da un gioco di scatole cinesi. Tuttavia è necessario un discorso più ampio che metta in luce sia la presenza nel mondo di prodotti sempre più inquinanti ed insidiosi, come la plastica non biodegradabile e i prodotti di scarto del petrolio; sia l’insufficienza di sistemi di sicurezza nel trasporto e nell’uso di questi prodotti.

Di fronte a questo è opinione di chi scrive, che ha un passato di ricercatore scientifico, che non bisogna assumere atteggiamenti ecologici fondamentalisti o atteggiamenti sostanzialmente antiscientifici e nostalgici di un passato preindustriale (come ad esempio l’atteggiamento sostanzialmente ecologico-romantico dei filosofi della Scuola di Francoforte, come Horkheimer, Adorno e Marcuse). Al contrario, solo un affinamento delle tecniche più avanzate (come ad esempio la produzione di plastiche facilmente biodegradabili, il ricorso a tecnologie energetiche più pulite, il riciclo razionale dei rifiuti, l’adozione di tecniche di sicurezza più stringenti anche per quanto riguarda i trasporti, ecc.) potrà farci progredire verso un maggiore benessere ed una maggiore sicurezza. Naturalmente questo comporta cambiamenti politici importanti che limitino drasticamente o eliminino lo strapotere delle multinazionali, delle banche, ed i grandi profitti capitalistici.

Infine ho lasciato per ultimo un argomento sgradevole che però è opportuno affrontare. Nessun sistema, per quanto improntato all’ecologia, potrà salvarci dal disastro se l’umanità continuerà a crescere ai ritmi attuali. Siamo già più di 7 miliardi. Per dar da mangiare e permettere una vita decente a 10 o 12 miliardi di persone bisognerà comunque sfornare sempre nuovi prodotti industriali e fruttare al massimo tutte le risorse della Terra. Ciò vale anche nel caso che si ricorresse ad un’agricoltura meno industrializzata ed invasiva basata sulla piccola proprietà contadina, o si adottassero tecnologie più ecologiche. La Cina aveva lanciato un programma di limitazione delle nascite basata su due figli, che ha avuto successo (anche se ultimamente ha aperto alla possibilità del terzo figlio). In Europa c’è un’autolimitazione volontaria dovuta ad un costume acquisito (anche se poi in Italia si strilla sul fatto che saremmo troppo vecchi, ecc.). Tuttavia in altri paesi del mondo la crescita demografica è impressionante e senza limiti. Bisogna porsi il problema e preservare il pianeta che ci ospita.

Vincenzo Brandi




mercoledì 9 giugno 2021

Israele dalla padella alla brace: “TUTTO CAMBIA PERCHÉ NULLA CAMBI”

 

Israele con Naftali Bennett - Dalla padella alla brace

La caduta del governo di Netanyahu, il più noto falco di destra della politica israeliana, indagato anche per corruzione, sarebbe di per sé un fatto positivo. Tuttavia le notizie che arrivano sulla coalizione eterogenea del prossimo governo di Israele non sono per nulla confortanti. Per i prossimi due anni dovrebbe essere capo del governo Naftali Bennett, il capo del partito nazionalista, conservatore e religioso di ultradestra Yamina. Bennett è stato finora stretto collaboratore di Netanyahu, ed inoltre è un noto sostenitore della colonizzazione dei territori palestinesi occupati e contrario ad ogni concessione reale al popolo palestinese. 

Nella coalizione sono presenti anche l’altro partito di ultradestra “Casa Nostra” il cui capo, Avigdor Liebermann, è un altro noto falco antipalestinese. Il quadro è completato dal partito conservatore di centro guidato da Lapid che dovrebbe alternarsi tra due anni con Bennett. Farebbero parte del governo anche i Laburisti che si sono spostati sempre più a destra dimenticando le storiche aperture al dialogo con i Palestinesi attuate da un loro storico esponente, l’ex generale Rabin (che per questo fu assassinato da un fanatico integralista ebraico, forse con la complicità dei servizi segreti). Persino i Socialisti di sinistra del piccolo partito Meretz (un partito che si era sempre dichiarato contro l’occupazione dei territori palestinesi) entrerebbe nel governo, che sarebbe appoggiato dall’esterno anche da un partito arabo-israeliano conservatore (a quale scopo?).    

Non si può prevedere da una coalizione del genere nessun cambiamento sostanziale verso una politica di giustizia e di pace che coinvolga anche i Palestinesi. Vale a questo proposito la vecchia massima coniata da Tommasi di Lampedusa nel suo splendido romanzo “Il gattopardo” a proposito della caduta del regime borbonico: “tutto deve cambiare perché nulla cambi”. Il nuovo governo bloccherà le colonizzazioni? Interromperà la cacciata dei Palestinesi dalle loro case e terre? Sgombrerà i territori occupati rispettando le risoluzioni dell’ONU? Abbatterà il muro che stringe in una morsa la Cisgiordania? Interromperà l’assedio di Gaza, dove manca tutto, anche l’acqua potabile? Riconoscerà il diritto dei profughi palestinesi di tornare alle proprie case come riconosciuto dalla Risoluzione 194/48 dell’ONU? Restituirà ai Palestinesi la parte araba di Gerusalemme annessa ad Israele illegalmente con la forza? Permetterà la nascita quanto meno di un mini-stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale? Basterebbe che fossero attuate solo alcune di queste cose per poter parlare di svolta. Purtroppo anche l’opinione pubblica israeliana si è spostata sempre più a destra. 

Sono passati i tempi in cui decine di migliaia di pacifisti israeliani scendevano in piazza a manifestare sotto la direzione di capi carismatici come Yuri Avnery. Sono rimasti solo piccoli gruppi pacifisti come Betselem, come il gruppo che si oppone allo sgombero delle case o quello dei Refusnik, cioè i giovani che rifiutano il servizio militare. Lo storico democratico dell’Università di Haifa, Ilan Pappe, autore del noto libro in cui si denuncia “La pulizia etnica della Palestina” ad opera dei governi israeliani, è stato costretto ad andare ad insegnare in Inghilterra. Gli appassionati appelli e le intelligenti analisi del noto editorialista democratico del giornale di centro-sinistra “Haaretz” Gideon Levy appaiono come una voce nel deserto. Spero sinceramente di sbagliarmi, ma penso che la lotta dei palestinesi per difendere i loro diritti sarà ancora lunga ed un eventuale accordo ancora lontano.

Vincenzo Brandi




martedì 8 giugno 2021

"La vaccinazione di massa è un enorme errore..." parola di Luc Montagnier



Il Premio Nobel Luc Montagnier ha  affermato che la vaccinazione di massa, in piena pandemia, è un enorme errore e potrebbe essere responsabile dell’emersione di varianti sempre più resistenti ai vaccini. 

Montagnier ha rilasciato un'intervista a Pierre Barnérias di Hold-Up Media, tradotta per il pubblico degli Stati Uniti da RAIR Foundation USA, dove sostiene che “la vaccinazione di massa contro il Coronavirus durante la pandemia è impensabile... è un errore storico che sta creando le varianti... un enorme errore scientifico, un enorme errore medico. Un errore inaccettabile. I libri di storia lo dimostreranno, perché è proprio la vaccinazione a creare le varianti”. “Molti epidemiologi lo sanno e tacciono sul problema, noto come ‘potenziamento dipendente dagli anticorpi’”.

Spiega Montagnier: “Sono gli anticorpi prodotti dal virus che rendono l’infezione ancora più forte”. E racconta che “sta facendo delle ricerche sui pazienti che si sono vaccinati e che in seguito si sono ammalati”. “Vi mostrerò che questi pazienti stanno creando le varianti che resistono al vaccinazione”. 

Alla domanda dell’intervistatore “dovremmo vaccinare durante la pandemia?” Montagnier risponde: ”E’ impensabile”. “Molte persone lo sanno, gli epidemiologi lo sanno…stanno in silenzio”. 

Lo scienziato spiega in questo modo il processo di alimentazione delle varianti: “Gli anticorpi si legano al virus, dal quel momento il virus ha i recettori”, una sorta di potenziamento del virus determinata dagli anticorpi indotti.

Antonio Amorosi - Affari Italiani.it




lunedì 7 giugno 2021

L'ideologia sionista ed il dramma della Palestina


Nakba

Nella seconda metà del XIX secolo sorse soprattutto fra gli ebrei sparsi nell’Europa centrale un movimento essenzialmente politico tendente a creare in qualche luogo del mondo uno Stato ebraico. Verso la fine del secolo Theodor Herzl fu uno degli attivisti più qualificati per la diffusione di tale programma, scrisse il libro Der Judenstaat e nel 1897 fu uno dei principali fondatori del movimento sionista. Si diffuse intanto l’idea che questo nuovo stato dovesse costituirsi in Palestina. Apparentemente tutto si presentava come un’iniziativa innocua, anzi opportuna.


Ma una semplice riflessione, prescindendo da qualsiasi altra considerazione, poteva da subito evidenziare che si sarebbe inevitabilmente messo in atto un’ interminabile serie di tensioni, di contrasti e di lotte. Poiché la Palestina non era un paese disabitato ma con una popolazione prevalentemente araba di musulmani e cristiani ed una piccola minoranza ebraica, il  nuovo stato sionista si sarebbe potuto fare solo togliendo territori alle popolazioni autoctone. In che modo? Certamente non con la persuasione; nessuno mai accetterebbe di essere estromesso da casa propria per cederla in tutto od in parte  ad altri. Quindi con la forza, cioè con le minacce, le deportazioni, le devastazioni, i campi di concentramento, le fucilazioni. Qualcuno potrebbe dirmi che sto esagerando perché  si può a priori affermare che i sionisti non avrebbero mai potuto usare questi metodi. La mia risposta è che essi sono tutti documentabili e che sono stati documentati soprattutto da studiosi ebrei non sionisti utilizzando anche gli archivi militari israeliani desecretati  nel 1998.

Ma come è stato possibile che gli ebrei sionisti, sopravvissuti a tante tremende persecuzioni, abbiano potuto concepire e mettere in atto tali metodi? La spiegazione a mio avviso  è semplice: gli ebrei sarebbero il popolo eletto a cui Dio ha donato in via definitiva la Palestina, che è ritenuta pertanto una terra di loro esclusiva appartenenza. Dio stesso li autorizzò già una volta a conquistarla sotto la guida di Giosuè. Ecco ad esempio come avvenne secondo la Bibbia la conquista di Gerico:

………il popolo (ebraico)allora penetrò nella città, ciascuno dal lato che aveva di fronte e s’impadronirono di Gerico. E votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, persino buoi, pecore ed asini, tutto passarono a fil di spada.( Giosuè,6,2-7.1).

Ora, se Dio autorizzò l’uso di quei metodi all’epoca della conquista della Palestina, è implicito secondo i sionisti, che  metodi analoghi,  anche se  più aggiornati, possano essere usati nella riconquista.

      Si è sostenuto che i sionisti avrebbero acquistato dagli arabi i territori occupati e che quindi violenze non ce ne furono o comunque  di lieve portata; in realtà le terre acquistate, rispetto a quelle occupate, furono una  quantità alquanto scarsa.

      In tale situazione non è inutile ricordare che una certa parte di ebrei non sionisti fu contraria, e lo è tuttora, alla creazione di uno stato ebraico ritenendola un’ eresia rispetto ad una ben radicata tradizione religiosa secondo la quale il popolo ebraico sarebbe rientrato in Palestina sotto la guida del futuro Messia.
 
       Al termine della prima guerra mondiale i Turchi che si erano schierati con la Germania e l’ Austria –Ungheria, a seguito di una pesante sconfitta dovettero cedere la Palestina a favore delle potenze vincitrici. Nel 1920 la Società delle Nazioni affidò con un mandato l’amministrazione della Palestina alla Gran Bretagna ed i sionisti attuarono la costituzione dell’Haganà, un’organizzazione militare  clandestina ma che collaborò per un certo tempo con l’amministrazione inglese. Nel 1922 il censimento inglese della Palestina forniva i seguenti risultati:  78% musulmani, 9,6% cristiani, 11% ebrei.

       Già prima del termine della guerra , il 2 novembre 1917, il ministro degli esteri inglese Balfour aveva inviato una lettera a Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista dichiarando che:

Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.

      Tale dichiarazione costituiva quindi un importante antefatto per istaurare uno stato ebraico in Palestina anche se le modalità con cui esso fu poi realizzato furono ben differenti da quelle auspicate. La situazione però per gli Inglesi si presentò subito complicata infatti durante la guerra essi avevano promesso la Palestina agli Arabi per l’aiuto prestato nella lotta contro i Turchi.

La promessa fatta agli Arabi non venne però affatto rispettata perchè mal si conciliava con la dichiarazione Balfour. Nel 1920 mentre la popolazione araba era circa il 90 per cento, iniziava  un’intensa immigrazione sionista, ben più consistente di quella delle annate precedenti, e crescevano sempre più le tensioni con gli arabi (musulmani e cristiani) che si rendevano conto che  s’intendeva modificare la percentuale etnica a favore dei sionisti e che essi rischiavano sempre più di essere gradualmente  estromessi. Dopo una serie di scontri, a cominciare dal 1920  (particolarmente gravi quelli del 1929)  nell’aprile del 1936 il Supremo Comitato Arabo organizzò una grande rivolta che fu dagli inglesi domata anche grazie all’intervento militare dell’ Haganà. Nella dura repressione morirono 5000 arabi, 400 sionisti e 200 militari inglesi. Inoltre furono condannati a morte 120 arabi di cui alcuni impiccati.

L’Haganà  si era costituita con la tolleranza inglese e poteva contare su diversi reparti ben armati ed inquadrati da ex soldati ed ufficiali . La costituzione di questi corpi lasciava  intendere che essi sarebbero stati in seguito pronti per effettuare con la forza delle armi l’espulsione degli Arabi dalla Palestina, secondo quanto più o meno palesemente affermato da numerosi capi sionisti. Un’altra organizzazione terroristica che provocò centinai di morti fu l’Irgun finalizzato a colpire diplomatici e militari inglesi ed elementi della popolazione araba.

      Soprattutto a seguito della grande rivolta araba del 1936, gli inglesi, almeno in apparenza, mostrarono di voler mitigare il loro palese atteggiamento a favore dei sionisti conseguente all’ attuazione della dichiarazione Balfour. Nel 1939  dichiararono pertanto che avrebbero consentito la prosecuzione dell’immigrazione solo per altri 5 anni. Le autorità arabe dimostrarono subito la loro totale contrarietà chiedendone invece il blocco immediato; tenendo conto di tutti i sionisti delle  precedenti  immigrazioni, essi  temevano che nel periodo di altri cinque anni  la percentuale della componente etnica araba sarebbe fortemente diminuita.

      Con l’inizio della seconda guerra mondiale la popolazione ebraica mondiale si schierò quasi tutta con gli Alleati. Per reazione e discordanza di interessi molti gruppi arabi furono invece favorevoli all’Asse in quanto un’eventuale sconfitta degli Inglesi avrebbe potuto impedire l’espropriazione di altre terre e la creazione dello stato sionista,

      Al termine della guerra, quando si conobbe l’esistenza della Shoah, si ritenne generalmente che l’effettuazione dello stato sionista in Palestina dovesse essere ormai considerato inevitabile e doveroso atto riparatorio nei confronti degli Ebrei , anzi gran parte dell’ignara popolazione europea credette che tra Shoah e stato ebraico esistesse una stretta correlazione. Molti in effetti ignoravano che il progetto di tale stato risaliva già agli ultimi anni dell’ottocento, che esisteva la dichiarazione Balfour e che emigrazioni  di sionisti  si erano continuamente verificate in Palestina. La sorte di centinaia di  migliaia di Arabi non aveva pertanto nessuna importanza, d’altra parte essi meritavano una giusta punizione per le loro simpatie per l’Asse.

      Il 25 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di dividere la Palestina in due stati e di tenere Gerusalemme sotto controllo internazionale. I sionisti accettarono ad eccezione dell’Irgun e della Banda Stern, un gruppo terroristico sionista responsabile  di un attentato dinamitardo nel Quartier Generale inglese  che aveva provocato la morte di 91 militari (alcuni degli organizzatori dell’attentato diventeranno in seguito ministri del governo d’Israele). L’Irgun e la Banda Stern non volevano assolutamente uno stato arabo e propugnavano, come ancor oggi propugna il governo Netanyahou, la Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate. Gli arabi al contrario avversarono la decisione dell’ONU per i seguenti motivi:

1° Una parte di essi osteggiava totalmente la creazione in Palestina di uno stato sionista realizzato con l’espulsione di abitanti arabi e l’accaparramento delle terre-

2° Lo stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea che era la principale risorsa idrica della zona-

3° La popolazione sionista rappresentando un terzo della popolazione totale avrebbe avuto la maggior parte della terra (ed inoltre di miglior qualità) adducendo la previsione di ulteriori immigrazioni sioniste.

      Gli scontri che in realtà non erano mai del tutto cessati non tardarono a riaccendersi dando una netta prevalenza ai sionisti a cui si erano aggiunti presunti disertori dell’esercito inglese (in realtà militari inglesi a tutti gli effetti). Vasta risonanza ebbe la strage del villaggio di Deir Yassin dove il 19 aprile 1948 furono eliminati 120 arabi ed espulsi 700, ma c’è chi sostiene che il numero reale delle vittime possa arrivare a 250, comprese donne e bambini. Purtroppo dati precisi non è possibile averli anche perché la catasta delle vittime venne bruciata. L’impresa era stata organizzata da Begin che forse anche per questa benemerenza diventerà in seguito primo ministro d’Israele e premio Nobel per la pace.

      La decisione dell’ONU fu seguita da un’ondata di inaudite violenze dei gruppi militari e paramilitari sionisti a cui tentarono di contrapporsi i gruppi armati arabi. Ad accrescere ulteriormente il caos sopraggiunse il 14 maggio 1948 la dichiarazione di fine mandato britannico col relativo ritiro delle truppe. I sionisti che negli anni precedenti avevano aumentato la loro consistenza numerica, ricevuto continuamente finanziamenti da gran parte del mondo ebraico, organizzato gruppi armati con l’inclusione di reduci della seconda guerra mondiale, acquistato armamenti dalla Cecoslovacchia, potevano finalmente avere mano libera.

Come prima cosa dichiararono la creazione dello stato d’Israele continuando nel frattempo i combattimenti con gli Arabi. A questo punto, come avevano già in precedenza preannunciato, Egitto, Transgiordania, Siria, Libano ed Iraq entrarono in guerra contro la nuova entità statale. La guerra si concluse  con la sostanziale sconfitta delle truppe arabe non adeguatamente armate, mancanti di coordinamento per i contrasti relativi alla nomina del comandante in capo e per il subdolo comportamento di Abd Allah I di Transgiordania che in realtà non voleva la creazione dello Stato Arabo-Palestinese e sottobanco trattava coi sionisti per questioni di spartizione territoriale.

I sionisti avevano eliminato fisicamente gli avversari più intransigenti, messo in fuga centinaia di migliaia di arabi e conquistato una quantità di territori pari al 78% del territorio della Palestina del mandato, cioè il 50% in più di quanto previsto dal piano di ripartizione dell’ONU. Secondo dati dell’ONU 711.000 palestinesi, cioè metà della popolazione araba era stata espulsa dal proprio territorio. Nei primi mesi del 1949 furono sottoscritti armistizi fra Israele ed i vari stati arabi; la Transgiordania grazie al suo comportamento durante la guerra poteva occupare la Cisgiordania; l’Egitto aveva occupato la striscia di Gaza.

      Veniva pertanto a fine guerra a porsi il problema dei profughi palestinesi, senza terra, senza casa, senza lavoro e mezzi di sostentamento, costretti a vivere fino ai nostri giorni in squallide tendopoli, senza alcuna seria assistenza  spesso a mala pena tollerati da diversi stati arabi.

      Una nuova guerra arabo-israeliana scoppiò a seguito della nazionalizzazione del canale di Suez (luglio 1956) attuata dal presidente Egiziano Nasser. Israele in conseguenza attaccò l’Egitto occupando il Sinai e raggiungendo il canale. Dopo il successivo intervento militare di Francia e Gran Bretagna, l’ONU il 9 novembre  ristabilì la pace. Scontri comunque continuarono sporadicamente negli anni successivi specie con la Siria. I Palestinesi da parte loro avevano istituito nel 1964 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina  (OLP)  a cui aderì la formazione paramilitare al Fatah che aveva già effettuato azioni di guerriglia contro Israele.

       La situazione si aggravò di nuovo nel maggio 1967 quando Nasser bloccò gli stretti di Tiran impedendo il traffico navale nel golfo di Aqaba e quindi del porto israeliano di Elat. Israele entrò in guerra il 5 giugno (guerra dei 6 giorni) e proseguì sino al 10 distruggendo gran parte dell’aeronautica egiziana e conquistando territori siriani delle alture del Golan, Gaza, la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme. A questo nuovo conflitto parteciparono anche la Siria e la Giordania.

      Nel 1973, il 6 ottobre, ebbe inizio la quarta guerra fra arabi e sionisti;  un attacco a sorpresa fu effettuato da Siria ed Egitto nel tentativo di recuperare territori persi in conflitti precedenti. In particolare il presidente egiziano Sadat intendeva riprendere la penisola del Sinai. In un primo tempo le truppe arabe ebbero un notevole successo anche grazie all’uso di nuove armi sovietiche ma successivamente l’esercito sionista seppe arginare quella che era parsa l’inizio di una disfatta e passò con successo alla controffensiva malgrado un nuovo apporto di truppe irakene e giordane. Il 22 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU intimava di cessare il fuoco ed avviare trattative che ebbero successivamente luogo a Ginevra nel settembre del 1978; furono fissate le modalità di pace tra Egitto ed Israele  attuando lo scambio di relazioni diplomatiche. I problemi della Palestina e dei Palestinesi furono esaminati ma non portarono a nulla di definitivo per l’opposizione di Israele e non ne fu riconosciuta l’indipendenza nazionale prolungando le tensioni e la conflittualità degli anni seguenti. L’Egitto che aveva effettuato una pace separata e riconosciuto lo stato d’Israele fu espulso dalla Lega Araba e Sadat divenuto impopolare nel mondo arabo, il 6 ottobre 1981 fu assassinato da un estremista per punirlo del tradimento.

     In questa serie di guerre che erano a priori prevedibili a seguito della creazione forzata di uno stato sionista nella Palestina, la sorte dei Palestinesi è progressivamente peggiorata. Dopo aver subito bombardamenti, fucilazioni, requisizioni  di beni, distrutti interi villaggi, non avendo abbastanza terre fertili da coltivare, imprigionati e deportati, una gran parte di essi fu costretta a fuggire e rifugiarsi presso stati arabi limitrofi cercando negli anni seguenti di sopravvivere in squallidi campi di profughi con gli scarsi sussidi di organizzazioni umanitarie. Sia essi che quelli che restarono in Palestina nella vana speranza che  si sarebbe prima o poi pervenuti alla creazione di uno stato arabo-palestinese, secondo quanto stabilito dalle deliberazioni dell’ONU, dovettero prendere atto che l’interesse degli stati arabi per loro era spesso solo di facciata e che le guerre degli arabi erano state motivate sopra tutto dal timore che s’istallasse nel Vicino Oriente un nuovo stato moderno e potente in grado di condizionare i loro interessi. Vediamo ora succintamente alcune occasioni, dopo la dichiarazione Balfour, in cui l’ONU affermò il diritto dei Palestinesi ad avere un proprio stato o comunque ad essere soggetti ad azioni di tutela.

- 25 novembre 1947: l’Assemblea Generale  delle Nazioni Unite affermò la divisione della Palestina in due stati  con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

-  22 marzo 1979, risoluzione 446 del Consiglio di Sicurezza: la creazione di insediamenti da Parte di Israele nei territori arabi occupati dal 1967 non ha validità legale e costituisce un grave ostacolo  al raggiungimento della pace. Inoltre Israele deve desistere “di adottare qualsiasi misura tendente a trasferire parti della propria popolazione civile nei territori occupati”.

- 20 agosto 1980, risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza: “ Si censura nei termini più forti la Legge di Gerusalemme, che dichiarando la città di Gerusalemme intera ed unificata come la capitale d’Israele, costituisce violazione del diritto internazionale stabilito dalla Convenzione di Ginevra”.

- 20 dicembre 2016, risoluzione 2334  del Consiglio di Sicurezza:  “ La creazione  di insediamenti  da parte d’Israele nel territorio occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità  legale e crea grave preoccupazione per il fatto che il proseguimento delle attività di insediamento israeliano mettono a repentaglio la fattibilità di due stati basati sui confini del 1967”.

      E’ noto che nessuna delle precedenti deliberazioni dell’ONU (insieme ad altre) è stata da Israele rispettata; è noto che il Consiglio di Sicurezza si è limitato a sole enunciazioni di principio che sono state delle vere e proprie beffe non essendo state seguite da azioni impositive. I comportamenti di Israele, che proseguono anche attualmente, basati sulla sistematica violazione del diritto internazionale  ed  aventi la persistente finalità di produrre con violenza e metodi coercitivi una modificazione irreversibile della struttura demografica della Palestina, si configurano come pulizia etnica, cioè come crimini contro l’umanità, e, se Israele non godesse di totale impunità garantita dagli USA ed dai suoi alleati, alcuni dirigenti e i militari sionisti dovrebbero essere sottoposti, come è accaduto per altri casi, al giudizio di un  tribunale internazionale.

      Tale stato di cose è stato inoltre ulteriormente aggravato dal cosiddetto Piano della pace proclamato da Trump il 28 gennaio 2021 alla Casa Bianca. Prescindendo da qualsiasi deliberazione dell’ONU, da qualsiasi trattato internazionale e da qualsiasi consultazione,  il capo di quella che si proclama la più grande democrazia della Terra ha ritenuto di poter imporre in maniera del tutto unilaterale la soluzione dell’annoso problema esistente fra Palestinesi e sionisti d’Israele. Ecco le modalità che la volontà megalomane di Trump vorrebbe imporre alla Palestina:

1° Nessuna trattativa con gli organi di rappresentanza palestinese-

2° Gerusalemme capitale indivisa di Israele lasciando ai Palestinesi solo sobborghi marginali ed includendo nel territorio della capitale anche i luoghi santi degli arabi-

3° I profughi che fuggirono negli stati arabi circostanti non hanno diritto a tornare-

4° Legittimazione degli insediamenti abusivi effettuati dai sionisti in territorio palestinese e quindi automatica loro annessione allo stato d’Israele.

5° Annessione delle terre fertili della valle del Giordano pari al 30% dell’attuale Cisgiordania-

6° Creazione di uno stato palestinese totalmente smilitarizzato ed avente confini esclusivamente con Israele, e da Israele controllati.-

7° Nella demilitarizzazione va incluso anche il disarmo di Hamas e della striscia di Gaza-

8° All’interno dello staterello palestinese dovrebbero anche esistere isole territoriali di appartenenza ad Israele .

9° Messa a disposizione di 40 miliardi di dollari per le infrastrutture necessarie a questo piccolo stato frammentario, fatiscente e senza alcuna sovranità.

      Uno stato palestinese così concepito, cioè senza sovranità, senza esercito, circondato da confini controllati da Israele, può servire solamente all’attuazione di un’apartheid vergognosamente realizzabile col tacito consenso dell’Europa liberale, democratica e dei Diritti dell’uomo.

      Il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Abu Mazen ha dichiarato che “bisognerà resistere in tutti i modi” ma la sua credibilità  è sempre più in calo mentre è in grande aumento quella dei dirigenti fondamentalisti di Gaza che sostengono che la propria terra e la propria libertà va difesa, se necessario anche con le armi.

 Prof. Giuseppe Occhini

venerdì 4 giugno 2021

La Siria tradita e l'infame alleanza Curdi, USA, Israele


Curdi-USA-Israele, la coltellata alla schiena

I curdi di Siria, mai discriminati e da sempre cittadini a pieno titolo, sono 600mila, lo 06% della popolazione siriana. Hanno approfitato delle basi USA erette in questa zona per costituirsi in Kurdistan "autonomo" (un terzo del territorio siriano ricco di petrolio),  in vista della spartizione della Siria secondo i piani israeliani. Le bandiere di Israele e Arabia Saudita, svettano accanto alle loro, da tempo appaiate a quelle USA. 

Il vergognoso tradimento dell'unità nazionale di questi complici della tragedia siriana è stato qui rappresentato, con particolare virulenza dagli organi dei neocon americani in Italia, come riscatto democratico, ecologico, partecipativo, femminista. Un silenzio con buona ragione definibile mortale quello invece su abusi ed espropri compiuti dai curdi in terra araba. Silenzio che seppellisce, anche, la rivolta in atto delle popolazioni arabe occupate. 

 
Un terzo della Siria regalato dagli USA ai curdi

L'1 giugno 2021 a Manbij, strategica città araba a trenta chilometri dal confine turco, occupata e governata dai curdi, una decina di civili arabi che, insieme a migliaia, manifestavano contro le vessazioni curde, sono stati uccisi dalle famose milizie delle sedicenti "Forze Democratiche Siriane", travestimento dell'YPG, la milizia curdo-americana. Non è che un episodio di una rivolta di popolo contro questo mercenariato, insediatosi nelle zone più ricche di petrolio e di terra coltivabile, dopo che l'esercito nazionale siriano aveva cacciato dalla regione l'ISIS. 

Va detto che, dopo 11 anni di resistenza tra indicibili sofferenze, perdite, danni, atrocità, il popolo siriano riesce a tener testa e perlopiù a prevalere contro l'assalto condotto da USA, Nato, Turchia, Israele e rispettivi mercenari curdi e jihadisti. Il valore e la determinazione di questo popolo si è nuovamente espresso nella trionfale rielezione del presidente Bashar el Assad.  Quello che 10 anni fa mezzo mondo aveva deciso di spazzare via in pochi giorni.

Fulvio Grimaldi - https://fulviogrimaldi.blogspot.com/