giovedì 19 gennaio 2017

USA. Il cinema è ancora un'arte...?



Risultati immagini per cinema americano

Sappiamo bene che il cinema, come in genere lo conosciamo oggi, è per lo più un parto hollywoodiano: la celebre “fabbrica dei sogni” cucita su misura, ai suoi esordi, per il pubblico americano - che masticava idealismo a buon mercato e voglia di evasione - per sopperire alla mancanza congenita di una storia, una cultura, delle radici ben identificabili.


Nel melting pot statunitense, ottenuto dalla simbiosi abbastanza artificiale di molte razze umane e fondato sull’obliterazione di una razza, il cinema viene a colmare dei vuoti di identità culturale notevoli e sostanziali, mescolando l’ingenuità dell’epopea di un Nuovo Mondo tutto da costruire con la velleità di proporsi come il paradigma del “buono” per eccellenza; viaggiando sulla scia dell’antica – e prestigiosa - figura mitologica dell’eroe, riveduto e corretto a stelle e strisce. Che qui spesso incontra la sua nemesi chiudendosi come un circolo vizioso in un clichè ridondante e ottuso ma a volte cavandosela anche con qualche lode e sorprendendoci tutti quanti. 

Di questo è capace questo popolo dai mille volti, sebbene in genere si adegui a quello greve, piatto ed esasperatamente conformista e patriottico del mangiatore di burger e masticatore di pop corn, sventolatore di bandiere ai raids politici e inguaribilmente vincolato all'idea di land of freedom.

Così, in qualche illuminata occasione l’ordinario “uomo della strada” yankee riscatta il suo anonimato dilatando in modo esponenziale l’immaginazione al cinema e identificandosi con l’eroe americano di turno: Mr. Deeds che vince la lotteria, Mr. Smith che va a Washington, lo sceriffo di turno del Far West, il Padrino: e sogna….

Ma attenzione, perché in questo contesto praticamente tutto è possibile –come le vicende dei protagonisti dei film del resto – e il genio dei pochi viene sguinzagliato delle possibilità, praticamente smisurate, offerte dal mondo della celluloide: gli americani, proprio per la loro natura di essere mille razze e nessuna in particolare, sono in grado di toccare estremi difficilmente raggiungibili altrove, e il “paese delle opportunità” diventa terreno di caccia per il visionario di razza come per il più miserabile opportunista, l’idiota imbalsamato e il sublime artista.

Tutto questo miscuglio di genio e follia, di bassezza e acume non poteva che riversarsi sul grande schermo, rifugio conclamato delle aspirazioni americane, frustrate o no che siano: ed ecco che nel cinema d’oltre oceano abbiamo capolavori assoluti come i più deplorevoli pasticci, la banalità più totale e il tocco profetico e ispirato, la vicenda coinvolgente perché la sentiamo fortemente nostra o i più astrusi copioni lontani da ogni possibile pianeta dell’anima.


C’è sempre, ad Hollywood forse più che altrove, uno spiraglio per le “opportunità” di scrollarsi di dosso - almeno parzialmente –l’ossessione del budget come la mentalità di regime, e arruffianandosi un po’ pubblico e produttori, di uscirsene con delle proposte mica male, delle ideuzze vincenti: il mistero del new deal trasferito al mondo del cinema.

Che diventa così il veicolo per un modo tutto nuovo di fare mito: raccontarlo per immagini in movimento. A volte sono gaffe clamorose, ma in alcuni casi- nemmeno tanto isolati – riescono a produrre delle risonanze profonde nel nostro animo e a segnarlo profondamente, forse anche involontariamente oppure per sbaglio (ma qualcuno ci sarà anche in America che ha l’occhio rivolto al di sopra delle apparenze) collegandosi a quel mundus imaginalis in cui si ritrovano gli archetipi del nostro retaggio umano, di tutti noi; e il “sogno” diventa realtà. 

Perché, fondamentalmente, lo è.

Simon Smeraldo



Immagine correlata

martedì 17 gennaio 2017

18 gennaio 1919 - L’inizio del dominio americano sul continente europeo


Risultati immagini per conferenza di pace 1919

La Conferenza della Pace si apriva il 18 gennaio 1919 in un clima ancòra idilliaco, determinato dal permanere dello spirito utopistico prodotto dalle parole d’ordine americane del periodo bellico. Certo, le prime crepe cominciavano a manifestarsi (Fiume, Dalmazia, Montenegro), ma si sperava che si trattasse soltanto di piccoli dissapori, destinati a trovare rapidamente soluzioni soddisfacenti per tutti.

Sul piano pratico, la Conferenza era organizzata, gestita e composta esclusivamente dai vincitori della prima guerra mondiale, e in primo luogo dalle “Quattro Grandi”: Inghilterra, Francia, Italia e Stati Uniti d’America. Seguivano gli alleati minori: ventotto fra nazioni grandi e piccole (dal Giappone al Belgio) e dominions britannici (dal Sud Africa alla Nuova Zelanda). Tra i ventotto minori, addirittura, ve n’erano quattro (Ecuador, Perù, Bolivia e Uruguay) che non avevano partecipato neanche simbolicamente al conflitto, ma che avevano semplicemente rotto le relazioni diplomatiche con gli Imperi Centrali.
Le Quattro Grandi[1] e gli altri ventotto paesi non erano su un piano di parità, e ciò era cosa ufficiale, risaputa ed anche relativamente logica; peraltro oggettivamente consacrata dalla partecipazione soltanto delle prime a quelli che erano gli organi esecutivi della Conferenza: l’Ufficio di Presidenza ed il Consiglio Esecutivo, meglio noto come_____________________________________________________________________________________________________________________________ il Consiglio dei Quattro; “i Quattro” – in questo caso – erano i massimi rappresentanti delle potenze: l’inglese David Lloyd-George, il francese Georges Clemenceau, l’italiano Vittorio Emanuele Orlando e lo statunitense Thomas Woodrow Wilson.
Vi erano, poi, cose meno note e meno logiche: per esempio, che fra i quattro vi fosse una maggioranza di fatto (LloydGeorge-Clemenceau-Wilson) ostile al rappresentante italiano; o – per fare un altro esempio – che fra i ventotto minori non fosse stato ammesso il Montenegro, uno tra i primi paesi ad entrare nella guerra mondiale, cui aveva recato un contributo certo non inferiore a quello del Guatemala o del Siam.  Tutte stranezze, ma stranezze non casuali.
Altre stranezze, più sottili, sarebbero venute emergendo nel prosieguo dei lavori, quando – per esempio – si sarebbe venuto a discutere del concetto di “nazionalità”, elemento-base dei cosiddetti “Quattordici Punti di Wilson” che erano diventati, di fatto, il fondamento della Conferenza della Pace. Si sarebbe visto, allora, che per “nazionalità” si voleva intendere qualcosa di molto diverso rispetto a quel che si era sempre concepito in Europa. Ben lo spiegava l’insigne storico italiano della diplomazia, Amedeo Giannini: «Il concetto democratico della “nazionalità” degli alleati è quello della “coscienza nazionale” e non quello germanico “della razza e della lingua”.»[2] Orbene, questa particolare visione – oltre a sovvertire i cànoni della tradizione romanticista del nazionalismo europeo – soppiantava alcuni elementi oggettivi e di pronto riscontro (l’etnìa, la lingua, la religione) con un altro (la coscienza nazionale) certamente reale ma di facile travisamento. A riprova, il Giannini citava il caso della partecipazione di un nucleo epirota di difficile connotazione ad un episodio guerresco dell’Ottocento, utilizzato poi dalla Grecia per attribuire alla popolazione dell’intero Epiro (formata da greci, ma con una forte componente albanese) la adesione alla “coscienza nazionale” ellenica.
Al di là delle finzioni propagandistiche, comunque, la Conferenza della Pace non si ispirava certamente a qualsivoglia concetto di nazionalità, bensì a due diversi princìpi: quello della punizione dei vinti a pro dei vincitori (o, almeno, di alcuni dei vincitori); e quello di un forsennato espansionismo imperialistico e colonialistico di matrice inglese e – in misura minore – francese: espansionismo esplicito (in danno dei paesi arabi) o mascherato (in danno dei paesi europei) o ibrido (in danno della Turchia).
Malgrado gli americani continuassero a fare un gran parlare di democrazia e di diritti dei popoli, non ci si curava neanche di salvare le apparenze. La caratteristica precipua della Conferenza di Parigi, infatti, era quella di interrompere la lunga tradizione riconciliatoria dei “Congressi” postbellici europei (da quello di Westfalia a quello di Vienna, a quello di Berlino) per inaugurare una nuova tendenza unidirezionale, punitiva e per nulla pacificatoria.
In passato i vari Congressi avevano riunito attorno ad uno stesso tavolo tutti i paesi coinvolti a vario titolo nel conflitto appena spirato (vincitori, vinti e talora anche alcuni neutrali), nel presupposto che tutti fossero interessati a ricercare gli equilibri necessari ad una convivenza la meno traumatica possibile fra gli ex nemici. Adesso, invece, la Conferenza della Pace riuniva soltanto i paesi vincitori, i quali avrebbero dovuto fissare i termini delle punizioni da infliggere, mediante i vari trattati di pace, ai paesi vinti. Questi ultimi sarebbero stati successivamente convocati, ed ai loro rappresentanti sarebbe stata imposta la firma dei rispettivi trattati di pace.[3]

LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI
Il 10 gennaio – e cioè una settimana prima della seduta inaugurale della Conferenza della Pace – le nazioni alleate avevano ratificato il patto costitutivo della Società delle Nazioni (o Lega delle Nazioni), una creatura del genio politico del presidente Wilson, che ne aveva anticipato i tratti nei suoi famigerati Punti: «una società generale delle nazioni deve essere costituita sulla base di accordi specifici, allo scopo di giungere a garanzie reciproche di indipendenza politica e integrità territoriale per tutti i paesi grandi e piccoli.»
Spacciata come un’organizzazione internazionale che avrebbe dovuto regolare i rapporti internazionali, garantire la sicurezza degli Stati, la pace tra i popoli, gli ideali di democrazia e di libertà, eccetera, eccetera, eccetera, la SdN avrebbe invece dovuto essere – secondo i desiderata dell’establishment americano – uno strumento che consentisse agli USA di gabellare la propria volontà politica per volontà della “comunità internazionale”.
Altra bizzarrìa, imposta dal presuntuoso inventore della Società: la costituzione della stessa avrebbe dovuto costituire parte integrante di tutti gli elaborandi trattati di pace; e quindi tutti i paesi vinti sarebbero stati obbligati ad accettare – in uno con le vessazioni dei trattati – anche l’adesione alla SdN. Per ottenere ciò, la prima parte di tutti i trattati di pace avrebbe dovuto essere necessariamente formata dai 26 articoli del patto costitutivo della Società delle Nazioni.
Ciò – è appena il caso di osservare – connotava la Società delle Nazioni (progenitrice dell’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite) esattamente per quello che era: non una libera unione di Stati, ma un’organizzazione fiancheggiatrice dei paesi vincitori del conflitto mondiale. Peraltro, le Quattro Grandi (nel frattempo divenute Cinque, con l’aggregazione del Giappone) avrebbero dovuto detenere istituzionalmente la maggioranza (5 seggi su 9) nel Consiglio di Presidenza della Società.
Ufficialmente, lo Statuto della Società delle Nazioni era approvato il 25 gennaio 1919, una settimana dopo l’inaugurazione della Conferenza della Pace. In realtà – come si è visto – era stato varato prima dell’apertura della Conferenza.

LA PREVALENZA DEL BLOCCO
ANGLOSASSONE
Società delle Nazioni a parte – comunque – la Conferenza della Pace era il paravento dietro cui si celava il perfido maneggio che americani ed inglesi avevano ordito ai danni delle loro principali alleate. Non solo dell’Italia, come meglio vedremo più avanti; ma anche della stessa Francia che,  dopo la fine dell’orgogliosa avventura napoleonica, era sempre stata prona ai desiderata anglosassoni.
Procediamo con ordine: nel seno dei “Quattro Grandi” si precostituiva ufficiosamente una maggioranza USA-UK-Francia, in contrapposizione alla componente italiana; all’interno di tale maggioranza prevaleva il blocco anglo-americano e, dentro questo, si aveva l’assoluta primazìa degli Stati Uniti.
Questa sorta di gerarchia piramidale aveva una precisa giustificazione di natura economica. Al vertice v’erano gli Stati Uniti, perché questi erano gli unici a disporre di un’ampia possibilità di manovra economica, al punto che gli altri tre “grandi” – finanziariamente dissanguati dalla guerra – dipendevano da Washington per la loro stessa sopravvivenza alimentare. «In verità – scrive la Melchionni – gli Stati Uniti disponevano di un potere contrattuale enorme alla fine della guerra, perché gli alleati erano finanziariamente nelle loro mani.»[4]
Ma anche nello stato di difficoltà economica v’era una graduatoria: in cima v’era la Gran Bretagna, la meno “povera”, peraltro legata agli Usa da una pressoché assoluta comunanza di interessi; in posizione mediana, la Francia; e, in fondo, l’Italia.
«L’Italia nell’immediato dopoguerra – scriveva il generale Caviglia – attraversò un momento difficile. Era spossata, senza capitali, senza materie pri­me, senza viveri. I rifornimenti del paese dipen­devano dalla buona volontà dei nostri ex-alleati. Bi­sognava cercare di guadagnare tempo, mentre essi volevano ricattarci imponendo all'Italia delle condizioni di pace che sabotavano la nostra vittoria.»
Ciò spiega perché l’Italia non avesse difeso le proprie ragioni con le armi, laddove queste fossero state insidiate, come a Fiume o in Montenegro: «Non era possibile assumere un atteggiamento armato di fronte alla volontà ostile degli ex-alleati, perché i rifornimenti dell’Italia dipendevano dalla loro buona volontà.» E, più avanti: «In seguito avevo visto la Francia e l’Inghilterra sempre più cinicamente tradire l’Italia e trattarla come nemica vinta, e servirsi del Presidente Wilson per ricattarla. Nelle condizioni economiche in cui essa versava, dopo tutti i sacrifici generosamente fatti per la guerra, stremata di materie prime e di viveri, essi minacciavano per mezzo del Presidente degli Stati Uniti di rifiutarle i mezzi di vita, se non accettava una pace di umiliazione e di spoliazione.»[5]
Parigi era in una posizione mediana, ma solamente quanto alle condizioni economiche; perché sul piano generale era invece la più penalizzata dalla prevalenza del blocco anglosassone. La Francia era, infatti, la nazione-cardine dell’Europa, della sua cultura, del suo prestigio, del suo primato sulla scena mondiale. Posizioni che l’Italia – giunta soltanto da pochi decenni all’unità nazionale – non poteva vantare e, quindi, non poteva perdere.

LA FRANCIA È UMILIATA,
MA FINGE DI NON ACCORGERSENE
Era proprio ai danni della Francia che americani ed inglesi organizzavano una formidabile manovra di spoliazione delle sue prerogative. Senza l’arrogante rozzezza della congiura antitaliana che incominciava a delinearsi, ma con tatto, con sottile intelligenza, dando addirittura l’impressione di voler premiare la fedele alleata. Il Primo Ministro francese Georges Clemenceau era infatti nominato Presidente della Conferenza della Pace, e la stessa scelta della sede della Conferenza – il castello di Versailles – era frutto di una valutazione che premiava i rancori gallici accumulati dopo la guerra franco-prussiana di mezzo secolo prima.[6]
Il settantottenne Clemenceau, soprannominato “il Tigre”, era lasciato libero di ruggire non soltanto contro l’odiata Germania, ma adesso anche contro l’alleata Italia, dandogli l’impressione di essere lui a guidare inglesi e americani lungo i sentieri impervi delle trattative di pace.
In realtà, era esattamente il contrario: era in primo luogo l’Inghilterra ad essere interessata alla cancellazione della Germania come potenza militare e marittima, così come era sempre l’Inghilterra ad essere la più interessata a comprimere il dinamismo italiano. All’uopo, i francesi venivano utilizzati soltanto come truppe ausiliarie, ma – come si diceva – dando loro l’impressione di guidare l’attacco.
Inoltre, americani ed inglesi organizzavano contro i francesi un raggiro particolarmente odioso, quello che mirava ad espropriarli della primazìa linguistica (e quindi culturale) nel mondo civile. Un raggiro – sia detto per inciso – che è all’origine dell’odierna dittatura culturale anglosassone sull’intero pianeta.
Infatti, accampando la non conoscenza del francese da parte del Presidente americano Wilson (e non curandosi della non conoscenza dell’inglese da parte del Presidente del Consiglio italiano Orlando), gli anglosassoni imponevano l’inglese come lingua ufficiale della Conferenza della Pace. E ciò, malgrado la Conferenza si svolgesse a Parigi e malgrado il francese fosse – da sempre – la lingua franca della diplomazia mondiale.
Così, con un sol colpo, gli anglo-americani iniziavano la colonizzazione culturale dell’Europa e, al tempo stesso, imponevano la loro lingua come idioma ufficiale delle relazioni internazionali.
Il Tigre non faceva una piega: mostrava i denti, accennava uno scatto... ma, come ogni fiera da baraccone, obbediva docilmente agli ordini del domatore.

Michele Rallo

N O T E
[1] Le Quattro Grandi diverranno in un secondo tempo Cinque, con l’aggregazione – in funzione di appoggio agli inglesi – del Giappone; era però inteso che quest’ultimo avesse voce in capitolo soltanto per le questioni relative all’estremo oriente.
2 Amedeo GIANNINI:  L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia. 1913-1939.  Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1940.
3 G.P. GENOV:  Il Trattato di Neuilly e la Bulgaria.  Associazione Italo-Bulgara, Roma, 1940.
4 Maria Grazia MELCHIONNI:  Il confine orientale italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio 1919).  Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981.
5 Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Garzanti editore, Milano, 1948.
6 Si ricordi che proprio a Versailles, nel 1871, l’arroganza prussiana aveva voluto che fosse incoronato il primo imperatore del Secondo Reich tedesco, Guglielmo I.




[1] Le Quattro Grandi diverranno in un secondo tempo Cinque, con l’aggregazione – in funzione di appoggio agli inglesi – del Giappone; era però inteso che quest’ultimo avesse voce in capitolo soltanto per le questioni relative all’estremo oriente.
[2] Amedeo GIANNINI:  L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia. 1913-1939.  Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1940.
[3] G.P. GENOV:  Il Trattato di Neuilly e la Bulgaria.  Associazione Italo-Bulgara, Roma, 1940.
[4] Maria Grazia MELCHIONNI:  Il confine orientale italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio 1919).  Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981.
[5] Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Garzanti editore, Milano, 1948.
[6] Si ricordi che proprio a Versailles, nel 1871, l’arroganza prussiana aveva voluto che fosse incoronato il primo imperatore del Secondo Reich tedesco, Guglielmo I.

lunedì 16 gennaio 2017

La legacy di Barack Obama: "Aprés nous le deluge!"




OBAMA: mai nessuno peggio di lui 
NEOCON-USA: combattere i russi fino all’ultimo europeo
BIG PHARMA: vaccinare fino all’ultima bufala

Foglie di fico sulle vergogne: 20 gennaio 2017
Se ne va il peggiore presidente della storia americana, il più sanguinario, il più ipocrita, il più criminale, quello che ha fatto odiare gli Usa nel mondo più di qualunque predecessore. E il “manifesto”, ossimorico quotidiano “comunista” e sorosiano, che ancora qualcuno legge pensandolo onesto e di sinistra, sulle cui oscenità ancora qualcuno traccia con la sua penna foglie di fico, mobilita tutti i suoi embedded e scrive epitaffi che neanche a Che Guevara o Antonio Gramsci.

Un florilegio: “La sua presidenza ha avuto come obiettivo prioritario la costruzione di una democrazia reale… punti che dovrebbero dar corpo all’eccezionalismo americano…conquiste che dovrebbero essere considerate irriversibili sul terreno dei diritti, ma anche quel terreno di relazioni internazionali con paesi che non è più possibile demonizzare e o punire, come è stato fatto prima di Obama (sic !)… Il presidente esce di scena per restare. Per essere un punto di riferimento e di leadership moraleE’ il noi che conta, non l’io, è una scossa a reagire. L’America obamiana non starà alla finestra mentre i repubblicani agitano il piccone… è un leader altro rispetto a una classe politica distante dal popolo… Oggi sembra essere l’unica ripresa di una politica in grado di costruire una prospettiva democratica…”  .

Nei paginoni su paginoni in cui si celebrano gli 8 anni di regime obamiano, si lacrima sulla sua fine, si vaneggia golpisticamente su una rivolta nel nome di Obama contro il presidente eletto, è tutto un profondersi ìn meriti che incideranno per l’eternità il profilo di Obama nelle rocce di Mount Rushmore. Panzane come l’Obamacare (limitato a 20 milioni di persone su 50 senza assistenza sanitaria, e a condizione di consegnarsi mani e piedi legati alle assicurazioni e a Big Pharma), l’apertura ai migranti (1,5 milioni espulsi, più di qualsiasi predecessore), il muro tra Usa e Messico rafforzato ed elettrificato, le pari opportunità, i matrimoni gay (quelli sì), la difesa delle minoranze (licenza di uccidere e impunità alla polizia più violenta del mondo, specie sui neri), la ripresa economica (Usa in totale rovina infrastrutturale, disoccupazione record, salvataggi a gogò delle banche predatrici, delocalizzazione dell’apparato produttivo in paesi con manodopera schiavizzata) e, naturalmente, la fine delle guerre (solo 7, dopo le tre di Bush).

A paragone di questi indecorosi e truffaldini peana, appare contenuto plauso l’incensamento che alla sua divinità dedica il talmudista, hillarista, mossadista storico, Furio Colombo, su “Il Fatto”, giornale atlantista fratello maggiore del “manifesto” (“Obama uomo della diversità, inviolabilità dei diritti, uguaglianza, che lascerà alla parte libera del popolo americano orizzonti grandi, grandissimi”, come ben sanno i neri Usa decimati dalla polizia di Obama, e qualche milione di mediorientali eliminati). Entrambi, gonfiando di aspettative il proposito di Obama di assumere la guida della resistenza a Trump, ne sostengono implicitamente il sabotaggio revanscista eversivo, roba inedita negli Usa.

Il retaggio di un assassino seriale di massa
Scampando alle intossicazioni di questi fogli corifei,i cittadini americani e del mondo registrano: la costituzione smantellata da superpoteri presidenziali assunti da Obama in un paese militarizzato e dalle libertà civili ridotte al lumicino; una corruzione agli alti piani e un arbitrio del potere finanziario di Wall Street senza precedenti, l’elefantiasi e l’illimitata protervia dell’apparato militare, sorveglianza, sicurezza, spionaggio capillari e invasivi come in nessun altro paese del mondo; più neri inermi assassinati, violati nei loro diritti, incarcerati che negli anni del segregazionismo.

All’estero il 44° presidente degli Usa lascia una scia di sangue che cinge il mondo come un cilicio. E’ considerato da miliardi di atterriti e devastati esseri umani il più pericoloso governante mai apparso sulla Terra prima e dopo Hitler. Un macellaio di donne e bambini, di funerali e matrimoni, e di paesi, anche europei, che ha infestato di terroristi suoi mercenari, un guerrafondaio che, sulla base di menzogne, ha esteso guerre genocide a 7 paesi, che ha polverizzato, servendosi di bombe, missili, sicari jihadisti, israeliani, turchi, sauditi, tre grandi e civili nazioni arabe, che ha universalizzato la pratica degli assassinii extragiudiziari con droni, da lui personalmente ordinati, che ha sulla coscienza milioni di morti innocenti, che ha esteso l’impiego di Forze Speciali, cioè squadroni della morte impunibili, a 135 Stati, che ha aumentato la spesa bellica a livelli senza precedenti nella storia del mondo, arrivando a stanziare un trilione di dollari per potenziare l’arsenale nucleare

Che ha usato il mantra della guerra al terrorismo e alla droga come chiave per destabilizzare nazioni e conquistare produzioni e mercati alla droga, che ha consentito alla NSA di distruggere la privacy di ogni cittadino del mondo, che ha violato la sovranità e autodeterminazione dei popoli destabilizzando i loro Stati con rivoluzioni colorate e colpi di Stato affidati a gruppi nazisti o mafiosi (Ucraina, Honduras, Paraguay, Brasile…), che ha strangolato paesi non succubi con sanzioni ed embarghi, che ha artatamente portato all’incandescenza il confronto con una Russia pacifica e rispettosa del diritto internazionale, elevando il rischio della catastrofe termonucleare e coinvolgendovi a forza i paesi sudditi, che ha consacrato la sinergia criminalità di Stato–criminalità organizzata a modello  di governance in tutto l’Occidente e nei paesi neocolonizzati, che ha portato avanti e potenziato la necrofora strategia neoliberista e militarista dei Neocon  per un governo totalitario mondiale, lanciata con l’operazione 11 settembre. Che ha messo il sigillo ai suoi due mandati di terrorismo interno e mondiale lanciando nell’ultimo anno su parti del mondo 26.171 bombe, tre bombe all’ora per 24 ore ogni giorno.

La bomba e il petardo
Un essere dal bell’aspetto e dalla psiche tarata che, prendendo in giro il popolo cubano in combutta con tre papi e un presidente cubano rinnegato, gli ha rinnovato le sanzioni inoculandogli simultaneamente il virus mortale del capitalismo straccione al servizio del capitalismo dei signori. E mentre a Cuba corrompeva quanto restava da corrompere, ha rinnovato le sanzioni al Venezuela, vi ha scatenato la jacquerie e il sabotaggio dei ceti parassitari fascisti e gli ha annunciato guerra alla morte definendo questo paese inerme e pacifico “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”. Quanto finora Donald Trump, il Belzebù, la sentina di ogni male per i politically correct, gli pseudo-sinistri - cripto-destri, ha blaterato in termini di minchiate xenofobe, sessiste, anti-ecologiche, sta a quanto ha combinato questo bruto del “yes we can” in materia di crimini contro l’umanità come un ordigno con la miccia spenta sta a una deflagrazione atomica. Ed è proprio questo delinquente abituale che, consci o no, difendono le torme sorosiane che negli Usa e in Europa si vanno mobilitando per far sì che una piazza obamian-hillariana-neocon-Cia faccia saltare il nuovo presidente e, con lui, quanto resta delle istituzioni fatte a pezzi da Obama. O, piuttosto, da chi s’è inventato e ha usato questo cinico pupazzo, finto taumaturgo nero, per procedere nel proprio programma eugenetico di pulizia etnica, culturale e sociale. Un idolo, un eroe, un martire per gli sgherri di Hillary. Un criminale di guerra che, al momento, la scamperà grazie alle cortine di fumo stese da sicofanti come, nel suo indecente piccolo,  il “manifesto”. Ma che la Storia impiccherà al pennone più alto della flotta pirata. Quella  su cui ci ostineremo a navigare, noi comuni mortali.

Negli Usa, con un presidente sconfitto che non sa perdere e un establishment che ha puntato tutte le sue fiches sul rosso della guerra alla Russia, ostacolo insuperabile alla conquista del governo mondiale, siamo allo scontro al calor bianco tra la fazione militarista-securitaria che campa di guerre, insicurezza e terrorismi e lo schieramento Trump che, per quanto equivoco e trasversale, non accetta la priorità dello scontro con chi possiede le più vaste risorse energetiche e minerarie del mondo. Ma preferisce farci affari, prendendosela semmai con la Cina divoratrice di produzioni  e mercati.

Addosso alla Russia. O all’Europa?
Svaporate le balle dell’hackeraggio russo che avrebbe convinto gli americani a votare contro Hillary  e, quella più miseranda, degli exploit sessuali di Trump a Mosca (inventati dalla spia britannica in disarmo Christopher Steele su commissione di John McCain), che la stessa Cia è stata costretta a smentire, la campagna russofobica è passata al gioco duro. E’ scesa in campo con un’armata di carri armati e di truppe di terra, mare e aria, che hanno attraversato l’Europa da ovest ai confini polacchi e baltici con la Russia, come non la si era vista dalla Seconda Guerra Mondiale. Brividi, tremori, panico. “Much ado about nothing”, direbbe Shakespeare, molto rumore per nulla. Per nulla proprio no, perché le intenzioni dietro la mossa sono comunque criminali. E letali per noi.

Siamo a qualche migliaio di mezzi corazzati e blindati e a 4000 soldati, più i 5000 della Forza di Pronto Intervento, con elicotteri e F15. Non costituirebbe, questo dispiegamento, una minaccia per la Russia neanche se fosse cento volte, anzi, mille volte più grande. Hitler invase la Russia di uno Stalin impreparato con 3.800.000 soldati, 600mila veicoli, 3.350 tank, 7.200 pezzi d’artiglieria, e 2.770 aerei della migliore aviazione dell’epoca. Vi si aggiunse, grazie alla cinica irresponsabilità di Mussolini, l’ARMIR, la spedizione stracciona di morituri italiani. L’Armata Rossa, nonostante le purghe di ufficiali inflittele da Stalin, li divorò tutti e vinse la guerra. E oggi la Russia di Putin, rispetto all’Urss del 1939, se la può tranquillamente ridere di una forza come quella fatta marciare, gagliardetti al vento, tra tromboni e cimbali e spaventose urla di guerra mediatiche, dal Canale della Manica all’Ucraina.

A cosa serve la parata? A far dire ad accattoni e zoccole nei governi UE e nazionali e rispettive presstitute che la Russia è una minaccia mortale (lo zelante premier danese si è superato dicendo che la minaccia incombente russa deve essere prevenuta subito con un’azione di forza), e che sarebbe demenziale se Trump dovesse illudersi di normalizzare le relazioni con Mosca. E’ davvero paradossale, mai visto, che l’apparato militare americano conduca manovre provocatorie a rischio di guerra in aperto contrasto con le politiche annunciate dal neoeletto comandante in capo.


Contro l’Eurasia fino all’ultimo europeo
Rumoreggiando contro i confini russi, Usa ed eurosguatteri al guinzaglio, sanno che nel caso di attacco andrebbero incontro a una sconfitta. Perché allora provocare, correndo il rischio, sempre attuale data la psicopatologia che caratterizza i vertici Usa, che qualche dito finisca sul pulsante rosso?  Parrebbe “much ado about nothing” ed è invece molto rumore del kombinat repubblicani neocon-falchi democratici hillariani, accompagnato dagli strepiti delle zoccole mediatiche, attorno a qualcosa di grosso. Si tratta di impedire a tutti i costi il reciprocamente vantaggioso incontro tra una Russia straricca di risorse e un’Europa dell’alta tecnologia e dalla gran fame di energia. E’ il mandato assegnato alle zoccole mediatiche e Ong che coprono  i loro servigi atlantisti, talmudisti, antidemocratici e guerrafondai, fingendo di stracciarsi le vesti umanitarie sui migranti al gelo balcanico. Un incontro di pace, quello tra Europa e Russia, dettato da geografia, storia, economia, cultura. Un incontro fisiologico, di mutuo interesse e beneficio, ma che ridurrebbe la potenza Usa, strumento della cupola mondialista, ai margini dei significati e dell’agibilità geopolitici. E che aprirebbe agli europei, agli Stati nazionali, una via d’uscita dalla colonizzazione dell’Impero e dal suo vicerè a Bruxelles.

Questi tamburi di guerra, queste trombe del giudizio, questi fischi del pecoraro alle sue pecore, devono avvelenare i rapporti tra Occidente e Russia sul piano economico, militare, culturale, al punto da rendere estremamente difficile al prossimo presidente di attuare i suoi propositi collaborativi verso Mosca. Gli toccherebbe cancellare tutti i provvedimenti ostili del suo predecessore e contro tale ipotesi si scatenerebbe l’irrefrenabile indignazione, come già in atto, dei massmedia e delle Ong umanitarie asserviti all’establishment  militar-securitario: Trump, nient’altro che una marionetta di Putin, avrebbe svenduto all’orrendo orso russo la sicurezza americana. Obiettivo finale: bloccare nel caos l’insediamento del neopresidente, o arrivare rapidamente al suo impeachment. Europa ricondotta nei suoi ceppi atlantici, alla mercè delle predazioni del sistema mafiofinanziario mediante TTIP, il TISA, CETA, NATO. Eurasia kaputt. Psicosi di guerra strutturale e permanente con relativi profitti per chi ci campa e ci comanda. Eventuale conflitto circoscritto al campo di battaglia russo-europeo. Lontano dal suolo americano.. Come in Siria, Iraq, Afghanistan e resto del mondo.

Sostenuta dagli utili idioti e da amici del giaguaro hillariani, tipo Michael Moore o altre celebrità dell’infotainment, che, rimborsati da Soros, annunciano manifestazioni milionarie per i giorni prima e dopo l’insediamento del 20 gennaio e, in Europa, dalle mille Ong pacifinte e migrantofile, i vociferanti LGBTQ, gli umanitaristi e i radicalchic  che prediligono manifestare contro il rischio Trump piuttosto che contro gli stivali chiodati di Obama-Hillary-Cia-Pentagono-Neocon in marcia sulle loro pance, l’isteria antirussa punta a un risultato preciso. Non la Russia, l’Europa.


Israele fa la sua parte. E pure le pseudo-Ong della Cia.
Nell’operazione non poteva mancare il suggeritore primo della politica estera Usa. Haaretz, quotidiano israeliano critico, rivela che l’intelligence Usa ha avvertito i colleghi israeliani di non collaborare con l’amministrazione Trump, anzi di intralciarla con operazioni militari anche sul terreno della guerra alla Siria che Trump vorrebbe diretta contro i terroristi e non contro Assad. E così Israele, avendo già offerto retroterra strategico e sanitario ai jihadisti Isis e Al Qaida sul Golan, avendogli fornito armamenti, ha ripreso a sostenerli con interventi diretti. I lanci di missili su Damasco e, ripetutamente, sull’aeroporto militare, la riattivazione di attentati terroristici nella capitale, avvengono a sostegno dei jihadisti in difficoltà in varie parti del paese, e soprattutto nella valle di Wadi Barada, riconquistata dal governo dopo che Al Qaida-Al Nusra, occupandone le sorgenti, avevano tagliato l’acqua a 5 milioni di damasceni. Ovviamente anche gli attentati terroristici in Turchia, dall’assassinio dell’ambasciatore russo alla strage della discoteca di Istanbul,  con un’escalation parallela e collidente con le varie intese tra Mosca, Tehran e Ankara, indicano la stessa matrice e gli stessi obiettivi dello sbattere di sciabole antirusso in Europa.

Contro le quali intese si sono aperte le fogne e si è data via libera a torme di ratti. Ieri sera a “Blob”, in una caduta di stile e contenuto imputabile solo a un Ghezzi non più padrone di sé, ne sono arrivati un paio, commessi viaggiatori del Dipartimento di Stato: “Amnesty International” e “Un Ponte per”. Indescrivibile come, abbandonata ogni pretesa di imparzialità dirittumanista, abbiano dato sfogo al livore loro e dei loro mandanti per i contraccolpi subiti sul cammino dell’obliterazione di Iraq e Siria. Oltre a riesumare le logore fandonie su universi carcerari siriani, stupri e torture, bombe a grappolo e bombe-barili, bombe su ospedali e scuole, sono arrivati a trasformare le belve mercenarie jihadiste, pur raccontatesi in mille video di orrori, di esecuzioni mediante decapitazioni, crocefissioni, roghi, annegamenti, squartamenti, in protagonisti e martiri della democrazia. Volgare e rozzo contributo alla mobilitazione sorosiana di tutto l’apparato di fessi e farabutti che da anni è chiamato a fiancheggiare, sotto mentite spoglie pacifiste e magari addirittura anti-Nato, la strategia della Cupola di resa dei conti con la Russia. A spese dell’Europa.

Vaccini fino all’ultimo boccalone

Le gigantesche bufale su epidemie globali e assassine, Aids, mucca pazza, peste suina, influenza, ebola, aviaria, non ci hanno insegnato niente. Pareva dovessero ridurre a uno scherzo la peste bubbonica dei secoli andati e sono rimaste circoscritte e in buona parte pura fuffa. Fuffa, sì, ma costosa per noi e redditizia per altri. Venivano attribuite a cause tanto certe quanto poi screditate, ma intanto hanno costretto Stati e, quindi, cittadini, a svenarsi per milioni di dosi di vaccini, in gran parte rimasti sui banchi ad ammuffire. Questa della meningite da meningococco è una delle truffe più plateali e spudorate. Psicosi mediatica e istituzionale ossessiva, basata su dati falsi, ma intanto tutti corrono a farsi iniettare veleni. Con 0,32 casi su 100mila persone nel 2015, 3 casi ogni milione oggi, siamo sotto la media europea che è di ben 14 casi. E in zona di assoluta tranquillità. Nella tanto deplorata Toscana, l’incidenza è di 0,83 su 100mila, largamente sotto l’emergenza. Dei 29 casi del 2016 ben 13 erano vaccinati, il 45%. Il che darebbe da pensare. Dal 2012 i vaccini sono inseriti nel Piano Nazionale Vaccinazioni ed è proprio dal 2012 che si nota un aumento dei casi da sierogruppo C rispetto al 2000. Fatevi una domanda, datevi una risposta. Stessa domanda e stessa risposta che valgono per la mobilitazione anti-Russia e anti-Trump delle tante nostre anime belle.

Fulvio Grimaldi - fulvio.grimaldi@gmail.com

Risultati immagini per "Aprés nous le deluge!"

domenica 15 gennaio 2017

Ipnotismo terapeutico o vampirismo psichico...?



Si discute molto in Europa sull'ipnotismo ed è molto utilizzato nelle terapie mediche. Tuttavia, la conoscenza che si ha di esso è molto superficiale e questo spiega i frequenti insuccessi della terapia. Si può dire che la cura di un uomo malato avviene quando in modo del tutto casuale viene fatto ciò di cui il paziente ha bisogno. 

Generalmente parlando ci sono tre metodi di ipnotismo, ma il terzo metodo, quello del trasferimento del pensiero, è interamente sconosciuto in Europa. 

Il primo metodo potrebbe essere chiamato auto-ipnosi, e in questo caso non è richiesto nessun potere di alcuna specie da parte dell'ipnotista. Egli deve solo conoscere come interrompere la connessione tra il centro emozionale e il centro intellettuale. La complessità dei metodi dell'ipnotismo è determinata dal numero di combinazioni possibili. Ci sono connessioni tra tutti i centri. Nell'uomo nello stato di veglia, o il centro intellettuale o il centro emozionale è sempre attivo, mentre l'altro osserva, per così dire, e critica in modo da non consentire che siano commesse "stupidità". Se non c'è connessione, ossia quando non vi è niente che può criticare, l'uomo fa qualsiasi cosa, con il centro che è attivo in quel momento, che gli capita di desiderare, e ciò significa che commetterà molte "stupidità". 

Il compito dell'ipnotista consiste nell'interrompere artificialmente per un certo tempo questa connessione e dopo nel dare comandi a uno dei centri che eseguirà tutto alla lettera, finché non ci sarà critica da parte di un altro centro. Per un'illustrazione della connessione tra i centri, è utile ripetere l'analogia, data in precedenza, tra la macchina umana e il gruppo composto da carrozza, cavallo e cocchiere. La connessione tra i centri potrebbe essere paragonata con le redini e le stanghe. 

Ma per un ipnotista ignorante c'è un'altra difficoltà. Nell'interrompere la connessione tra i centri, egli può, nell'ignoranza, interrompere quella sbagliata e in tale caso la sua ipnosi sarà infruttuosa. Se, per esempio, nel caso di un dato paziente, egli deve isolare il centro intellettuale ed egli, accidentalmente, interrompe proprio la connessione che isola il centro intellettuale, la sua ipnosi avrà successo; ma se egli interrompe, sempre accidentalmente, qualche altra connessione e isola il centro emozionale, che non capisce le parole ma capisce, diciamo, solo immagini, allora non importa ciò che egli comanderà con le parole, in questo caso non accadrà nulla. Questa è la semplice ragione del perché i pazienti sono spesso non guariti e dicono che l'ipnotismo non funziona. 

Quando l'ipnotista interrompe la connessione, egli dice al paziente di fare questo e quello; e finché la critica di un altro centro è assente, il paziente crede e fa ciò che l'ipnotista ha detto. Anche se l'altro centro vede che qualcosa non è come dovrebbe essere, esso non può fare nulla e non può cambiare nulla, a causa della connessione interrotta, esso non può mandare nessun comando a quell'altro centro. Se si ordina qualcosa ad un uomo quando i centri sono disconnessi, in seguito, ogni volta che egli sarà in quello stato, obbedirà a quell'ordine. Anche un'azione definita, ad esempio toccarlo, potrà indurre in un uomo quest'identico stato. In questo tipo d'ipnosi, il centro motorio è sveglio. L'intera vita dell'uomo è vissuta in questo stato di auto-ipnosi e di ipnosi reciproca di un uomo sull'altro. Siamo pupazzi nelle mani della gente più forte di noi stessi. Noi possiamo diventare più forti, ad esempio, attraverso il lavoro contemporaneo di due centri, quello intellettuale e quello emozionale, mantenendoli svegli insieme per il più lungo tempo possibile. Il secondo metodo di ipnotismo è possibile solo se l'ipnotista possiede un certo definito potere. Per spiegare questo, è innanzitutto necessario dire che ogni uomo ha la sua propria atmosfera, simile all'atmosfera che circonda la terra. L'uomo è avvolto da uno strato uniforme di quest'atmosfera di una certa definita densità. Quando un uomo è molto interessato verso qualcosa, la sua atmosfera, ossia, diciamo così, i raggi di una certa specie di energia che egli emana, si muovono nella direzione del suo desiderio e la circonferenza di questa atmosfera diventa allungata da quel lato a discapito dell'altro. Se l'attrazione verso qualcosa è realmente forte, l'intera atmosfera può essere allungata da un lato e ad una tale estensione che essa potrebbe essere strappata dall'uomo senza ritornare più. Generalmente, in presenza di un forte desiderio, l'atmosfera è tirata fuori e diventa allungata nella direzione di questo desiderio. 

Quando l'ipnotista utilizza questa emanazione, ossia riversa questa energia volontariamente, deve avere necessariamente una riserva di energia e deve sapere in che modo procurarsela. Nel mettere a dormire attraverso questo secondo metodo, l'ipnotista satura il paziente con la sua energia. Più un uomo è sano, più velocemente egli diventa saturo o appesantito da questa energia e va a dormire. Più un uomo è malato, più ha mancanza di questa sostanza, più risulta difficile metterlo in stato di sonno attraverso questo metodo. Quando due persone s'incontrano, quest'energia passa da quella che ne ha di meno a quella che ne ha di più, e questo spiega il fenomeno del "vampirismo". In genere quest'energia passa da un uomo all'altro in maniera automatica e involontaria. Il terzo metodo è completamente sconosciuto in Europa. Questo è il trasferimento del pensiero, che sarebbe il trasferimento di una definita materia, poiché il pensiero è materia, una materia con una specifica densità e vibrazione. Ciò che in genere in Europa viene definito come trasferimento del pensiero o telepatia, è ciarlataneria oppure ipnosi del primo tipo.

Paolo Mario Buttiglieri

sabato 14 gennaio 2017

Religione e militarismo - Cappellani militari cattolici strapagati (ed in antitesi con il messaggio di "pace" del papa Francesco)


Risultati immagini per cappellani militari

I cappellani militari scapoli, strapagati con appartamento, servitù e auto con autista soltanto per dire qualche messa, senza alcuna qualificazione sottraggono il sostegno che psicologi e assistenti sociali potrebbero dare al personale militare. 

Quanto ci costano i cappellani militari? Perché sono ancora stipendiati dallo Stato? Perché percepiscono la doppia pensione di sacerdoti e militari? In tre anni la loro spesa a carico dello Stato è cresciuta del 35%, ovvero di 2.765.379 euro. Per il 2015 si contano 205 cappellani, 32 in più (quasi il 20%) rispetto a quelli del 2014. Gli stipendi di questi preti militari vanno dai 2.500 euro per i cappellani tenenti, 3.000 per i capitani fino ai 9 mila percepiti dal capo dei cappellani. 

Le dichiarazioni di facciata delle parti in causa: il ministero della Difesa e la Chiesa cattolica. Quanto ci costano i cappellani militari? Perché sono ancora stipendiati dallo Stato? Perché percepiscono la doppia pensione di sacerdoti e militari? La loro carriera è equiparabile a quella dei militari pari grado non ecclesiastici? Tante le domande in ballo, non a tutte è possibile rispondere con precisione. Quanto ci costa il prete pseudo soldato Entriamo nel dettaglio delle cifre utilizzando l’ultimo dato disponibile in ordine di tempo, che risale alla legge di bilancio per il 2015. Anno in cui si contano 205 cappellani, 32 in più (quasi il 20%) rispetto a quelli in servizio nel 2014. Gli stipendi dei preti con le stellette vanno dai 2.500 euro lordi per i cappellani semplici (che hanno il grado di tenente) ai 9 mila percepiti dall’ordinario (tenente generale). 

Tra questi due estremi troviamo il vicario generale che è generale di brigata, 6mila euro di stipendio; l’ispettore, il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono tenenti colonnello, circa 5mila euro; il primo cappellano capo è un maggiore e guadagna quasi 4mila euro; il cappellano capo ha il rango di capitano, e si ferma a 3mila euro. Nel complesso il mantenimento dell’Ordinariato nel 2015 è costato alla Difesa 10.445.732 euro tra stipendi e benefit, tra cui le auto di servizio. Ai 10 milioni e rotti vanno sommati 7-8 milioni per le pensioni, che sono circa 160 per un importo medio annuo lordo di 43 mila euro ad assegno. 

Gli alti ufficiali congedati e relative pensioni nel 2014 erano 16. Tra loro figurano i tre ex ordinari militari ancora in vita che percepiscono i 4mila euro netti al mese di cui si è parlato in precedenza. Secondo quanto riporta l’agenzia Adista nel 2013 per 169 cappellani erano stati spesi - pensioni escluse - 7.680.353 euro, nel 2014 per 173 cappellani 8.379.673. In tre anni, pertanto, la spesa a carico dello Stato è cresciuta del 35%, ovvero di 2.765.379 euro. Diversamente dalle cifre erogate per gli stipendi che sono al centesimo e facilmente verificabili sul sito del ministero della Difesa, quelle relative alle pensioni sono stime approssimative in quanto nemmeno l’Inpdap sa dire di preciso a quanto ammontino. Lo affermò nel 2012 l’allora ministro Di Paola in risposta a un’interrogazione parlamentare dei radicali a prima firma del deputato Maurizio Turco. 

Ma c’è di più. Come sottolinea il deputato di Sel Gianni Melilla in una nuova interrogazione presentata nel marzo del 2016, questa volta al ministro Pinotti, «i cappellani ricevono stipendi dallo Stato, ma possono maturare la pensione in anticipo rispetto agli altri lavoratori dipendenti e rispetto al militare pari grado e non mancano nemmeno casi di “babypensionati”». Inoltre, aggiunge Melilla «il prelato, che porta a casa la stessa busta paga di un generale di brigata in congedo, ha diritto a una pensione fino a 4 mila euro al mese; questo nonostante abbia prestato servizio per soli 3 anni, compiuti i 63 anni, età per la quale un generale di brigata è collocato in congedo e ha maturato il vitalizio». 

E la Chiesa che dice? Prima di Turco (2012) e Melilla (2016) anche il senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri, nel 2007, aveva interpellato un ministro della Difesa. Riguardo i benefit dei cappellani militari le interrogazioni si susseguono ciclicamente da anni e le domande sottoposte al ministro in carica sono praticamente sempre le stesse. Ma furono Turco e i suoi colleghi a chiedere che i cappellani venissero pagati dalla parrocchie di competenza e non dal ministero  della Difesa. Con quale esito? L’istanza venne dichiarata inammissibile da Di Paola perché in conflitto con il Concordato: il taglio della spesa avrebbe messo in discussione anche lo status giuridico dei cappellani cioè l’inquadramento con i gradi militari. 

Inoltre secondo il ministro l’argomento è oggetto di un’intesa fra Stato italiano e Conferenza episcopale e quindi non può essere modificato unilateralmente. Due anni dopo nel gennaio del 2014 mons. Angelo Frigerio, vice del successore di Bagnasco all’ordinariato, l’arcivescovo Santo Marcianò, annunciò in un’intervista all’Ansa la disponibilità dei cappellani militari a «togliersi i gradi» rimandando comunque al 2016 la discussione della questione in seno alla Conferenza episcopale. Frigerio aggiunse che «per arrivare a elaborare delle linee guida che facciano da punto di riferimento per la stipula di una intesa nella commissione paritetica, operano a livello preliminare il gabinetto del ministero e l’ordinariato». 

In pratica Frigerio smentì Di Paola riguardo l’esistenza di un’intesa Stato-Chiesa. Ancora di più fece quando quasi smentì se stesso nel rispondere alla successiva domanda del giornalista Ansa: i cappellani rinunceranno al trattamento economico equiparato a quello dei militari? «Siamo disposti - disse il vicario - a ogni genere di adeguamento non ultime le modifiche sugli stati economici e giuridici dei cappellani militari, ma non allo smantellamento. Siamo parte del mondo militare». (!)

Alcuni mesi dopo, il 19 novembre 2014, a confermare che l’intesa su gradi e stipendi dei cappellani italiani era lungi dall’essere messa nero su bianco interverrà anche mons. Santo Marcianò. «Il problema non è mantenere lo stipendio» disse l’ordinario militare incalzato dalle Iene durante la popolare trasmissione televisiva di Italia1. «Il problema è garantire al cappellano militare di svolgere il proprio servizio. L’intesa (con il ministero della Difesa, ndr) potrebbe prevedere che i gradi rimangano, ma che a quei gradi non corrisponda la remunerazione prevista». Il rimpallo tra Di Paola e i vertici dell’Ordinariato è stato oggetto di riflessione di Melilla nella interrogazione presentata nel marzo scorso all’attuale ministro Pinotti. 

Al momento di andare in stampa l’istanza è ancora in attesa di risposta: «Sostenere, a giudizio dell’interrogante (il deputato di Sel, ndr), contrariamente alla legge e al diritto, che la disciplina del trattamento economico dei cappellani militari sia tra le questioni tutelate dal Concordato, e quindi indirettamente regolate da norme di rango costituzionale, dimostrerebbe una scarsa conoscenza della materia. Infatti, se la Difesa rinunciasse a pagare i ricchi stipendi dei cappellani non inciderebbe in alcun modo sul Concordato perché non modificherebbe alcuna “intesa”, che di fatto è inesistente. La riformulazione dell’articolo 17 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Servizio di assistenza spirituale) ha confermato che “l’intesa” a cui fanno riferimento le diverse istituzioni semplicemente non esiste». Venite, venite, si regalano gradi! Giova a questo punto ricordare che l’ordinario militare è designato dalla Santa Sede e nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri della Difesa e dell’Interno, e che la modifica dello status del cappellano come prevede il Concordato tra Stato e Chiesa del 1929 rinnovato nel 1984, avviene “per iniziativa di entrambe le parti”, e cioè, in questo caso, il ministero della Difesa e la Conferenza episcopale italiana. 

Tutto ciò peraltro nel 1997 non impedì al governo di centrosinistra di Romano Prodi di decidere unilateralmente di alzare gradi e aumentare lo stipendio dei preti soldato. Il vicario generale, vice dell’ordinario, passò da generale di brigata a generale di divisione, gli ispettori, da tenenti colonnello a generali di brigata. Prodi ebbe un occhio di riguardo anche per le seconde linee. Così, quei sacerdoti che prima erano tenenti, capitani o maggiori, oggi possono essere anche colonnelli e tenenti colonnello. Fatto sta che il 2016 indicato come anno della svolta da mons. Frigerio non solo è arrivato ma sta anche finendo e nei fatti poco o nulla è cambiato. Il peso dei preti militari è ancora sulle spalle dei cittadini italiani. Stiamo parlando, come abbiamo visto di quasi venti di milioni di euro l’anno. 

Capziosa confusione con le Guardie Svizzere «Privilegiare la formazione cristiana del militare, accompagnando lui e i suoi familiari nel percorso della iniziazione cristiana, del cammino vocazionale, della maturazione nella fede e nella testimonianza; e contemporaneamente favorire le forme di fraternità e di comunità, come pure di preghiera liturgica e non, che siano appropriate all’ambiente e alle condizioni di vita dei militari». Così Benedetto XVI si rivolgeva ai cappellani militari di tutto il mondo indicando le linee guida del loro ministero. Era il 26 ottobre 2006 e il pontefice tedesco parlò in occasione del V Convegno internazionale degli Ordinari militari. 

In Italia i cappellani presenti nelle nostre caserme sono soltanto cattolici e poco importa se la Corte costituzionale per ben tre volte ha sentenziato che la laicità dello Stato è un caposaldo della nostra Legge primaria. Militari atei, di fede islamica, buddisti o valdesi, non hanno diritto a ricevere un’assistenza spirituale. O forse lo acquisiscono solo in caso di conversione a cui forse tendono i cappellani.

Federico Tulli


Non Credo N. 45


............................

Commento di Paolo D'Arpini: 
"La continuazione di un esercito vaticano (guardie svizzere) e la  presenza dei cappellani militari nell'esercito sono in antitesi con il messaggio papale di Bergoglio del 1 gennaio 2017, che "inneggia" alla pace ed alla nonviolenza:  http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2017/01/la-nonviolenza-nel-messaggio-di-papa.html"

venerdì 13 gennaio 2017

2017 - Le previsioni geopolitiche per un anno di "fuoco" di Federico Dezzani

Risultati immagini per Federico Dezzani

Il 2017 è un bimbo in fasce ed ha emesso soltanto i primi vagiti: attorno a lui c’è già però una gran ressa di analisti, chini sul neonato per osservarlo da vicino. A tutti preme un interrogativo: come evolverà l’anno appena iniziato? Quali novità apporterà? Come muteranno il panorama internazionale e l’economia mondiale durante i prossimi dodici mesi?

Sono domande cui anche noi cercheremo di dare una risposta, partendo da una semplice costatazione: ogni anno è il figlio naturale del precedente, da cui riceve un’eredità ben precisa. Avendo definito il 2016 come “l’agonia dell’ordine mondiale liberale”, l’anno in cui il sistema internazionale basato sull’egemonia angloamericana è entrato nella fase terminale, si può dire che il 2017 abbia, in un certo senso, un destino già segnato: sarebbe azzardato ipotizzare un’inversione di tendenza, mentre è più facile che le dinamiche in atto maturino e giungano alla loro naturale conclusione. Se si dovesse dare un nome di battesimo al 2017, quello più appropriato sarebbe “l’anno delle frattura”: lo spartiacque tra il prima ed il dopo, la fine di un ciclo, il tramonto di un’epoca.

L’ordine mondiale basato sulla supremazia angloamericana, uscito dall’ultima guerra e rafforzatosi momentaneamente nel 1991 coll’implosione dell’URSS, collasserà definitivamente: istituzioni che fino a poco tempo fa sembravano solide ed eterne come la roccia, pensiamo alla UE ed alla NATO, si sgretoleranno. In parallelo si sfilaccerà anche il tessuto economico che ha caratterizzato l’ordine mondiale “liberale” dal 1945 e, in particolare, la sua ultima fase iniziata negli anni ’90: la globalizzazione sfrenata, il movimento senza controlli di capitali e uomini, il predominio della finanza sull’economia reale. Al termine del 2017, il volto del mondo sarà irriconoscibile, sebbene ci vorranno ancora anni e molte scosse di assestamento prima che emerga un nuovo assetto internazionale.

La principale eredità lasciata dal 2016 è, senza dubbio, la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane.
La Brexit, se isolata, avrebbe prodotto danni gravi ma dilazionabili nel tempo (tutt’ora non è stata fissata una data per l’avvio del divorzio dall’Unione Europea) e contenibili in sede di negoziati: il sistema atlantico ne sarebbe uscito malconcio, ma integro. La posta in gioco era invece più alta alle presidenziali statunitensi dell’8 novembre, perché l’affermazione del candidato “populista” avrebbe decapitato la catena di comando che parte da Washington e si irradia nelle diverse “province” dell’impero. In particolare, nell’attuale contesto geopolitico dove l’unico vero centro di potere alternativo è la Russia, la vittoria del candidato anti-establishment avrebbe giovato a Mosca che, dal Medio Oriente all’Europa, è in aperta concorrenza con l’oligarchia atlantica:  ciò spiega la violenza della campagna elettorale, le accuse a Trump di essere un fantoccio del Cremlino, la reazione scomposta della nomenclatura di Washington ed il tentativo di Barack Obama e delle agenzie di sicurezza americane di avvelenare il più possibile i rapporti tra Russia e Stati Uniti.

Difficilmente l’establishment euro-atlantico getterà la spugna: è probabile che in occasione dell’insediamento alla Casa Bianca e nei mesi successivi, sia sfoderato negli Stati Uniti il solito armamentario delle rivoluzioni colorate già sperimentato altrove (manifestazioni, rivolte di piazza, occupazioni, etc. etc.) e di cui si è avuto un assaggio nel mese di novembre con le marce anti-Trump in molte delle principali città americane. È anche certo che le agenzie di sicurezza ed il Dipartimento di Stato remeranno contro Trump fino a quando le figure chiave non saranno sostituite con uomini della nuova amministrazione: resta però il fatto che il 20 gennaio Donald Trump entrerà nello Studio Ovale e, indipendentemente da tutte le manovre per tentare di defenestrarlo, ci rimarrà il un tempo sufficiente ad infliggere il colpo di grazia alle moribonde istituzioni euro-atlantiche.


All’estero si assisterà quindi ad un drastico ripiegamento degli Stati Uniti, che abbandoneranno le posizioni conquistate dal 1945 e diventate oggi insostenibili dal punto di vista economico-militare: la traiettoria del debito pubblico americano fa tremare i polsi, le infrastrutture del Paese cadono letteralmente a pezzi e scarseggia sia il capitale umano che finanziario per presidiare le province dell’impero. È la stessa fase sperimentata dall’impero britannico nel secondo dopoguerra.

Per quanto concerne l’Estremo Oriente, Trump ha promesso di stracciare il trattato commerciale TTP, cui la precedente amministrazione democratica aveva dato una forte valenza politico-economica in chiave anti-cinese. Giappone e Corea del Sud, due Stati ormai assuefatti al dominio americano, tenteranno di negoziare con Trump la conservazione delle basi militari, proponendo di accollarsi una quota crescente dei costi di “difesa”, come richiesto da Trump in campagna elettorale. Le economie emergenti asiatiche (Filippine, Indonesia e Malesia), constatato l’affievolirsi dell’influenza americana, proseguiranno invece nel 2017 il loro avvicinamento alla nuova potenza egemone della regione, la Cina, con cui contratteranno le migliori condizioni possibili per una pax sinica nel Pacifico Meridionale.
Calata nella realtà europea, la politica estera di Trump si tradurrà invece in un ridimensionamento (o smantellamento tout court?) della NATO ed in una malevola indifferenza per i destini dell’Unione Europea, che da sempre è il risvolto politico dell’Alleanza Nord-Atlantica. “Malevola”, perché le istituzioni di Bruxelles sono un prodotto di quell’oligarchia finanziaria che ha cercato in ogni modo di boicottare l’elezione di Trump e sta cercando tuttora di minarne la legittimità. L’affiatamento tra il prossimo presidente americano e Nigel Farage e la parallela reazione isterica di Jean-Claude Juncker alla notizia della vittoria di Trump, sono esemplificativi per capire il rapporto che si instaurerà tra la Casa Bianca e Bruxelles.

In un quadro di minori tensioni politiche ed economiche, la UE avrebbe potuto forse sopravvivere senza la tutela degli USA, che dai tempi della CECA supervisionano il processo di integrazione europeo parallelamente all’estensione della NATO. Il discorso è diverso nel 2017, dopo sei anni di eurocrisi e due anni di emergenza migratoria: già ai tempi della paventata “Grexit” emerse il ruolo decisivo degli USA nel sedare le spinte centrifughe dentro la l’Unione Europea. Le possibilità che le istituzioni di Bruxelles, private della guida americana, riescano a soffocare le forze disgregatrici, rasentano lo zero. Al prossimo acuirsi della crisi politica e/o finanziaria in Europa, non ci sarà più nessun Barack Obama a impedire l’uscita dall’eurozona di questo o quel membro, ma al contrario un presidente simpatetico dei populismi europei, pronto a sostenere qualsiasi Paese che desideri abbandonare l’Unione Europea, proprio come a suo tempo si schierò a favore della Brexit.

Una serie di consultazioni elettorali, decisive concentrate nell’arco di pochi mesi, travolgerà quindi nel corso del 2017 la moneta unica e quel che resta delle istituzioni europee.
Si comincia il 15 marzo, con le legislative olandesi: l’antieuropeista Partito della Libertà, forte della successo referendario con cui ha affossato l’accordo di associazione tra Ucraina ed Unione Europea, è dato in testa ai sondaggi ed il suo fondatore, Geert Wilders, si è detto favorevole ad un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea sulla falsariga di quello inglese. Il successo alle urne dei populisti olandesi è importante soprattutto perché tirerà la volata agli omologhi francesi: il 23 aprile ed il 7 maggio, si svolgeranno i due turni per eleggere il prossimo inquilino dell’Eliseo.

Sarà l’appuntamento risolutivo per il destino dell’euro: un Francia in pieno stato d’emergenza,piegata da una disoccupazione record e schiacciata da una mole crescente di debito pubblico, sarà chiamata a scegliere il prossimo presidente tra il conservatore François Fillon e l’antieuropeista Marine Le Pen. Sebbene il voto socialista convergerà certamente verso il primo, il Front National ha le carte in regola per svuotare il bacino elettorale del centrodestra: dalla sua parte gioca la fiacchezza di Fillon, l’insofferenza verso i partiti tradizionali, il vento populista che soffia forte ovunque ed un anti-europeismo di fondo della Francia, già manifestatosi nel 2005 con la clamorosa bocciatura della costituzione europea.

Vinte le presidenziali, Marine Le Pen sarebbe in grado di indire un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione Europea. Dato l’attuale sfilacciamento politico e finanziario, il suo successo alle urne sarebbe però di per sé sufficiente ad innescare la deflagrazione dell’eurozona: l’Unione Europea è basata sul condominio franco-tedesco ed una Parigi in mano ai “populisti” sarebbe il segnale che l’esperimento europeo è giunto al capolinea. La vittoria di Marine Le Pen eclisserebbe persino le elezioni federali tedesche che si terranno tra settembre ed ottobre, elezioni con cui Angela Merkel cerca il suo quarto mandato alla Cancelleria Federale. Le proiezioni danno la CDU-CSU ai minimi storici (stabilmente al di sotto il 30% delle intenzioni di voto1), rendendo pressoché impossibile per Angela Merkel, il principale referente dall’establishement atlantico in Europa, emergere come capo di una nuova grande coalizione dopo aver trascinato nel baratro il proprio partito. Ma a quel punto che peso avrebbe la sua caduta, se l’Unione Europea fosse già in fase di dissoluzionper colpa di un’altra donna, il presidente francese Marine Le Pen?

In ossequio al principio del “simul stabunt, simul cadent”, anche la NATO, la cornice politico-militare in cui è nata e cresciuta l’Unione Europea, sarà scossa alle fondamenta: durante le amministrazioni Clinton, poi Bush ed infine Obama, l’Alleanza Nord Atlantica è stata estesa sempre più ad est, lasciando ipotizzare anche l’ingresso di Paesi come la Georgia e l’Ucraina che avrebbero proiettato Washington nel cuore della Federazione Russa. Sono domini imperiali che gli Stati Uniti oggi, sfiancati economicamente e socialmente, non riescono più a sostenere, come candidamente ammesso da Trump: “la NATO è obsoleta” . “gli Stati Uniti non si possono permettere di essere i poliziotti del mondo. Dobbiamo ricostruire il nostro Paese”.2
È difficile ipotizzare se Trump annuncerà un ritiro tout court degli Stati Uniti dalla NATO o ne concorderà con i Paesi europei un ridimensionamento a tappe: quel che certo è che durante il 2017 la presenza americana sul Vecchio Continente diminuirà per la prima volta dal 1945. È certo che sia il Dipartimento di Stato sia ampi settori del Pentagono si opporranno strenuamente all’abbandono dell’Europa, accusando il neo-presidente di essere comprato/ricattato da Mosca, ma in favore di Trump gioca il disappunto dell’elettore medio per le folli spese militari all’estero, soprattutto in assenza di una chiara minaccia.
Alcuni Paesi del centro e dell’est europeo (Ungheria, Bulgaria, Moldavia), hanno già iniziato un processo di riavvicinamento alla Russia; altri (Romania e Polonia) saranno obbligati ad una dolorosa ristrutturazione delle loro politiche estere, da ricalibrare in base ai mutati rapporti di forza: la Russia, ritrovata superpotenza mondiale, si è candidata a colmare il vuoto geopolitico lasciato dagli angloamericani in Europa e Medio Oriente. L’Ucraina affronterà nel corso dell’anno un probabile collasso economico e politico, prodromo di un suo rientro nell’orbita russa.

Veniamo ora al capitolo mediorientale. Le ultime cartucce sparate dall’amministrazione Obama sono state dirette proprio contro la Turchia, colpevole di un riavvicinamento alla Russia: prima il tentato colpo di Stato di luglio, poi l’uccisione ad Ankara dell’ambasciatore Andrei Karlov, infine la strage di Capodanno in un noto locale di Istanbul, mirata a gettare il Paese nel caos colpendo un’industria chiave come quella turistica. Il 2017 cementerà la triangolazione Mosca-Ankara-Teheran che espellerà de facto gli angloamericani ed i francesi dalla regione. Sul fronte arabo, l’affievolirsi della destabilizzazione atlantica, consentirà all’Egitto di Abd Al-Sisi di consolidarsi, estendendo la sua sfera di influenza sulla vicina Libia grazie al generale Khalifa Haftar,candidato a spodestare l’effimero governo d’unità nazionale di Faiez Al-Serraj anche grazie al sostegno politico-militare di Mosca.

Il futuro si complica invece per quelle potenze regionali sinora protette dall’ombrello americano e rimaste escluse dal riassetto della regione sotto l’egida del Cremlino: Qatar ed Arabia Saudita. Doha, tanto ricca quanto inconsistente dal punto di vista demografico, ha recentemente “comprato” la benevolenza di Mosca investendo 2,7 $mld nella russa Rosneft. Più complicata la situazione della popolosa Arabia Saudita, schiacciata dal duplice peso di una crisi finanziaria (il deficit dello Stato si è attestato a 80$ mld nel 2016) e di un ingestibile guerra nel vicino Yemen: svincolatisi gli USA dal greggio mediorientale (Trump ha addirittura promesso in campagna elettorale di vietare l’import di petrolio straniero3), Riad rischia nel corso del 2017 di precipitare nel caos, tra crisi economica, isolamento internazionale ed una crescente assertività iraniana. Dopotutto la monarchia saudita, proprio come la NATO e la UE, è un “prodotto” del vecchio ordine mondiale in disfacimento.

L’arresto del flusso di petrolio dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti rientra nella più ampia crisi della globalizzazione che non si è mai ripresa dalla Grande Recessione del 2008 ed ha conosciuto una nuova caduta del volume del commercio mondiale negli ultimi due anni4: la delocalizzazione della produzione nei Paesi a basso costo e l’abolizione di qualsiasi dazio o barriera doganale appartenevano anch’essi all’ordine mondiale che è giunto al capolinea. Abbiamo sopra accennato all’intenzione di Trump di stracciare il TTP, ma anche altri accordi commerciali come il NAFTA rischiano di essere abrogati o rivisitati dal neo-presidente: si è parlato persino di una possibile uscita degli USA dall’Organizzazione Mondiale del Commercio5, una mossa che mettere un pietra tombale sopra la globalizzazione selvaggia iniziata negli anni ’90.
Implosione dell’eurozona, caos politico negli ex-satelliti americani, caduta del commercio mondiale: il 2017 si preannuncia un anno al cardiopalma per i mercati finanziari. Le prospettive di un ulteriore stratta dei tassi da parte delle banche centrali svaniranno nel corso dell’anno, man mano che si concretizzerà lo scoppio della bolla azionaria ed obbligazionaria alimentata dalla FED, dalla BOE, dalla BCE e dalla BOJ dal lontano 2009. La necessità di ravvivare l’economia sposterà l’azione dei governi dalle fallimentari politiche monetarie espansive, che per anni hanno gonfiato solo i bilanci delle banche e dei fondi d’investimento lasciando a bocca asciutta l’economia reale, alle politiche fiscali: opere pubbliche in funzione anti-ciclica, finanziate con moneta fiat, così da contenere la disoccupazione, ravvivare l’inflazione ed alimentare la domanda.
Siamo così arrivati, nel volgere di pochi paragrafi, al 31 dicembre 2017. Sono trascorsi appena dodici mesi, eppure all’osservatore sono sembrati un secolo. L’ordine mondiale a guida americana si è definitivamente sfaldato, producendo forti turbolenze: l’eurozona è collassata, i mercati finanziari si sono avvitati, la NATO è in dissoluzione, il Medio Oriente è entrato saldamente nell’orbita russa, la Cina è la potenza egemone nel Pacifico meridionale, gli USA si sono ritirati al di là degli Oceani, la globalizzazione si è frammentata in mercati regionali.

Un’epoca, cominciata nel lontano 1945, si è definitivamente conclusa ed un nuovo mondo, più difficile ed articolato ma anche più dinamico e vitale, cerca i suoi equilibri.

Federico Dezzani - Twitter: @FedericoDezzani

Risultati immagini per Federico Dezzani

1http://www.politico.eu/article/angela-merkels-conservatives-sink-to-all-time-low-in-poll-germany-elections-afd-cdu/
2http://www.independent.co.uk/news/world/americas/trump-lambasts-nato-as-obsolete-and-demands-reform-a6959076.html
3https://www.ft.com/content/c0ff2e20-ab49-11e6-ba7d-76378e4fef24
4https://www.ft.com/content/9e2533d6-dbd8-11e5-9ba8-3abc1e7247e4
5http://www.reuters.com/article/us-usa-trump-wto-idUSKBN13J15U