mercoledì 19 gennaio 2022

Paolo Maddalena candidato alternativo al Quirinale (ed iniziative contro Berlusconi e Draghi candidati del sistema)



Si avvicina l'inizio delle votazioni per l'elezione del Presidente della Repubblica.

Abbiamo al momento:

l'autocandidatura di Berlusconi sostenuto dal centro destra, 
l'autocandidatura latente di Draghi
l'ipotesi Mattarella bis
e, poco pubblicizzata dai media, la candidatura   di Paolo Maddalena, 
da parte di circa 40 grandi elettori degli ex M5s del gruppo l'Alternativa c'è e dell' ex m5s Mantero ora di Potere al Popolo, gruppo che appoggia pubblicamente questa candidatura

Di seguito intanto la pagina FB di Paolo Maddalena, che ancora non parla della candidatura, ma che, chi vuole, può iniziare a seguire e diffondere:  https://www.facebook.com/maddalenapaolo

Per molti motivi sarebbe giusto e utile mobilitarsi contro le candidature di Berlusconi e Draghi e non solo sul web. Segnalo contro Draghi la petizione lanciata da Nicoletta Dosio-Giorgio Cremaschi per Potere al Popolo, sostenuta anche da Raimo, Giovanni Russo Spena, purtroppo il solo esponente Prc a farlo pubblicamente, Franco Russo, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Paolo Favilli, (questi ultimi 3 collaboratori presenti spesso su il manifesto ) e a molti altri, purtroppo su:   https://www.change.org/p/no-a-draghi-presidente-della-repubblica-fermiamo-la-deriva-autoritaria

Per ora contro l'ipotesi Berlusconi abbiamo l'appello della Rete di donne "Se non ora quando", un sit-in previsto il 25 gennaio 2022 in Piazza Santi Apostoli a Roma.

E una petizione online  del Fattoquotidiano che attualmente ha 330.000 adesioni, 100.000 delle quali negli ultimi 3 giorni, dopo la candidatura ufficiale, al link: https://www.change.org/p/berlusconi-al-quirinale-no-grazie-174002e6-ef40-41cd-a968-8d385fb1ee52


Marco Palombo















martedì 18 gennaio 2022

Col pretesto dell'obbligo vaccinale l'agenzia delle entrate gestisce il green pass...

 


La lobby farmaceutica non aveva certo bisogno dell’obbligo vaccinale, poiché quel 10% della popolazione negatosi al sacro siero è ampiamente compensato dal susseguirsi delle dosi di richiamo, che si avviano a diventare trimestrali. Anzi, con l’obbligo vaccinale agli over-50 si rischia di scoperchiare una voragine di potenziali contenziosi giudiziari. Non che ci sia da farsi illusioni sulla magistratura, Corte Costituzionale compresa.

La normativa varata dal governo è talmente ambigua da non prevedere una procedura chiara per adempiere specificamente all’obbligo, con la prospettiva di ritrovarsi davanti il caro vecchio “consenso informato” da sottoscrivere. Ancora una volta si tratterebbe di estorsione di consenso e non di un obbligo giuridicamente inequivocabile. Non contento di aver stracciato ciò che rimaneva della Costituzione (del resto ci aveva già provveduto il governo Conte bis), il governo Draghi ha fatto strame della nozione stessa di legislazione, riconfermando che lo Stato, il pubblico e il privato sono astrazioni pseudo-giuridiche che coprono altre gerarchie sociali, cioè lobby e cosche d’affari.

Ad aver bisogno di questa finzione di obbligo vaccinale era invece la lobby digital/finanziaria. Affidando ufficialmente all’Agenzia delle Entrate la caccia ai renitenti al sacro siero e la relativa sanzione amministrativa pecuniaria, di fatto la gestione del Green Pass viene trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che d’ora in poi avrà in ostaggio i conti correnti dei contribuenti, potendo impedire loro persino l’accesso alle banche. In realtà il Green Pass è stato sin dall’inizio sotto la gestione del Ministero dell’Economia, che lo controlla attraverso la SOGEI, la società di gestione dei servizi informatici di proprietà del Tesoro, ma col decreto 1/2022 si è legalizzato a posteriori questo abuso.

La sanzione di soli cento euro è congegnata per favorire la “trasgressione” e, nel contempo, per scoraggiare costose impugnazioni. Il governo spera che non tutti capiscano che la sanzione è comunque una trappola e comporta l’ammissione di una sorta di reato. Dato che ciò che si fa chiamare Stato è un’associazione a delinquere con molti tentacoli, non è da escludere che qualche Procura possa individuare nella renitenza al vaccino qualche risvolto penale o che lo stesso governo vari qualche norma retroattiva. Ormai ci aspettiamo di tutto; anzi, sarà da ridere quando i “costituzionalisti” alla Zagrebelsky ci spiegheranno che non esiste alcun diritto dei cittadini a conoscere preventivamente le norme in base alle quali regolarsi. Sarà dura invocare la dignità umana nel momento in cui i “costituzionalisti” dimostrano di essere i primi a rinunciarci.

La scarsa entità della sanzione ha anche un effetto di distrazione sull’opinione pubblica soggiogata dalla vaccinolatria; un’opinione pubblica che può trovare occasione di indignarsi e di invocare provvedimenti forcaioli, facendosi sfuggire il nocciolo del problema, cioè la possibilità per l’Agenzia delle Entrate di usare il lasciapassare come strumento di ricatto verso chiunque. Del resto lo squallore è la principale arma di distrazione di massa, un modo per abbassare drasticamente il livello della discussione e non far trapelare i dettagli più importanti. Nella sua ultima conferenza stampa Draghi ha persino esagerato nel battere sul tasto dello squallore, tanto che la sua immagine pubblica è allo sfacelo.

Anche se l’attuale potere continua a contare su una base di opinione pubblica, ciò non vuol dire che abbia una vera base sociale, ed è questa la sua differenza con i fascismi del ‘900, che invece offrivano al ceto medio un ascensore sociale. Al contrario, oggi il ceto medio tende sempre più a sprofondare insieme con la classe lavoratrice. Non reggono quindi i paragoni del Green Pass nostrano col sistema del credito sociale cinese, al di là delle pur evidenti affinità sul piano del controllo informatico. In Cina infatti la stretta sulla disciplina sociale si accompagna ad una crescita diffusa del reddito e ad un allargamento del ceto medio. Forse per questo motivo la rivista “Focus” ci tiene a far sapere che il credito sociale cinese non piace al mondo occidentale. Sicuramente in Italia a riguardo facciamo di meglio, perché qui l’obbiettivo è di controllare senza distribuire reddito.

L’accumulo di potere e risorse in poche mani alimenta anche i conflitti interni alle oligarchie. Nei prossimi giorni l’elezione del supermonarca da parte del parlamento sarà un’occasione per capire in quali direzioni potrebbe andare la conflittualità interna all’establishment italiano. L’altra incognita riguarda la percezione all’estero del crescente attivismo dell’oligarchia nostrana, che sta inseguendo chiaramente il primato nella corsa alla digitalizzazione del controllo sociale. Non che all’estero gliene freghi qualcosa delle umiliazioni che stanno subendo gli Italiani; non tutti però sono così smemorati da non ricordarsi che quanto più l’Italietta maltratta il proprio popolo, tanto più diventa pericolosa per gli altri Paesi. L’autorazzismo italico infatti non è l’opposto del nazionalismo, bensì rappresenta storicamente la forma specifica della prassi di grandeur nazionale e imperialistica dell’Italietta. L’oligarchia nostrana si esalta nelle sue ambizioni di proiezione internazionale, potendo vantare la dominazione su di un popolo/cavia, da denigrare ed avvilire per essere usato come carne da macello in sperimentazioni politiche e sociali.




lunedì 17 gennaio 2022

Panoramica sui sistemi di controllo sociale












L’idea di una grande organizzazione che controlla menti e pensieri degli individui, spingendoli verso un’ideologia specifica e determinate scelte può sembrare fantascienza, o un’assurda cospirazione che si trova nei libri e nei film. Tuttavia, per alcuni, non è certo una sorprendente scoperta che aziende, organizzazioni e politici manipolano l’opinione pubblica per determinati programmi. Questi, a loro volta, sono manipolati da organizzazioni ancora più grandi e potenti, come il governo. La CIA che controlla e manipola le menti dei civili non è finzione: è una cospirazione che rivelatasi vera negli anni ’70 negli Stati Uniti.

Dopo la seconda guerra mondiale, la Central Intelligence Agency (CIA) riuscì a ottenere il controllo su ciò che veniva pubblicato non solo negli Stati Uniti ma nel mondo. Ebbe molta influenza su ciò che il pubblico doveva vedere e su ciò che andava nascosto. In sostanza, decise ciò che “il pubblico vedeva, ascoltava e leggeva regolarmente” (Tracy 2018). L’operazione Mockingbird è una campagna della CIA che mirava non solo a influenzare i media ma anche a infiltrarli. Dagli anni ’50, la CIA iniziò a reclutare giornalisti, editori e studenti per scrivere e spacciare storie false della CIA che erano solo propaganda e i suoi dipendenti ricevevano enormi stipendi per promuovere tali falsità. In sostanza, la CIA controllava giornali nazionali e internazionali con le tangenti. Negli anni ’50, Cord Meyer e Allen W. Dulles idearono e organizzarono un programma di propaganda. Reclutarono importanti giornalisti nordamericani in una rete volta a promulgare le opinioni della CIA. La CIA è arrivò a finanziare studenti, organizzazioni culturali e riviste che avrebbero diffuso le sue opinioni.


Tuttavia, il sospetto che la CIA potesse manipolare l’opinione pubblica sorse tra il 1972 e il 1974 a causa dello scandalo Watergate, che rivelò il coinvolgimento del presidente Nixon nella guerra in Vietnam. In effetti, Nixon aveva adottato due strategie: se da una parte utilizzava strategie aggressive per cercare di placare il Vietnam del Nord, dall’altra cercava di placare le proteste negli Stati Uniti dicendo attraverso stampa e telegiornali che mirava a raggiungere un accordo di pace e riportare a casa le truppe nordamericane. Quando fu rivelata la verità sulla vietnamizzazione di Nixon, molti dubitarono su fin dove la CIA fosse coinvolta nella pubblicazione di notizie e informazioni (Slate 2018). Inoltre, durante la Guerra Fredda, la CIA finanziò molti scrittori e artisti come Arthur Schlesinger e Jackson Pollock nella sua “guerra di propaganda contro l’Unione Sovietica” (Washington 2017).

Nel 1977, Carl Bernstein pubblicò The CIA and the Media su Rolling Stone. L’articolo denunciò l’atteggiamento della CIA nei confronti della diffusione di notizie false e la sua collaborazione tacita oltre che ‘esplicita’ coi giornalisti. Bernstein spiegò come i giornalisti non si siano limitati a scrivere quanto suggerito dalla CIA: il loro rapporto era molto più intimo. In effetti, i giornalisti “condividevano i taccuini con la CIA”, alcuni erano anche scrittori pluripremiati e altri divennero spie nei Paesi comunisti (Bernstein 1977). Secondo Dice (2016), ogni anno venivano investiti più di un miliardo di dollari in tali programmi di propaganda. Gli autori della CIA furono generosamente pagati e non c’erano limiti a quanto ricevevano: a volte venivano pagati più di mezzo milione di dollari per diffondere le informazioni volute dalla CIA. Quando la CIA fu colta nelle sue malefatte, non rivelò giornali e giornalisti con cui aveva collaborato (Harrock 1976).

Tuttavia, nel 1973, il Washington Star pubblicò i nomi di tre dozzine di giornalisti nordamericani. Secondo la CIA, rivelare i nomi di chi aveva lavorate per essa significava “mettere in pericolo” la vita di scrittori e giornalisti, oltre a farli apparire sotto una luce “ridicola” (Harrock 1976).

Comitato Church e azioni per impedire il coinvolgimento della CIA nell’informazione


Ne gli anni ’70, il Comitato Church fu creato dal senatore Frank Church per indagare su eventuali “operazioni del governo e potenziali abusi” perpetrati da CIA, NSA, FBI e IRS (Goldfarb 2018). Durante un’intervista, il senatore Church affermò: “abbiamo molte informazioni dettagliate e le valuteremo e includeremo qualsiasi prova di illecito o di scorrettezza nel nostro rapporto finale e faremo una raccomandazione”. Nel 1973, la CIA pubblicò Family Jewels, il libro che espone tutte le informazioni nascoste e/o manipolate nel corso degli anni. Il libro è di settecento pagine. Inoltre, nello stesso anno il direttore della CIA, William E. Colby, dichiarò che “la CIA non intraprenderà alcuna attività in cui vi sia il rischio di influenzare l’opinione pubblica interna, direttamente o indirettamente. L’Agenzia continuerà a vietare l’immissione di materiale nei media nordamericani. In alcuni casi, di solito, quando l’iniziativa è dei media, la CIA fornirà dei briefing non attribuibili a vari elementi dei media, ma solo nei casi in cui siamo sicuri che la redazione conosca la fonte delle informazioni” (Slate 2018; citando Colby).

Nel 1975, la CIA ammise la manipolazione dei media mainstream al fine di falsificare e reindirizzare le opinioni dei cittadini nordamericani. Ammise che le informazioni furono distorte per adattarle a piani specifici. A seguito del rapporto pubblicato dal Congresso degli Stati Uniti nel 1976: “La CIA ha una rete di centinaia di stranieri nel mondo che forniscono informazioni alla CIA e a volte tentano di influenzare l’opinione pubblica usando propaganda occulta. Costoro forniscono alla CIA accesso diretto a numerosi giornali e periodici, servizi stampa e agenzie stampa, stazioni radiofoniche e televisive, editori di libri commerciali e altri media stranieri”. Sebbene nel 1975 George H. W. Bush ponesse fine, pubblicamente, alle relazioni della CIA coi media statunitensi, la CIA è ancora attivamente coinvolta coi media stranieri, che a loro volta forniscono informazioni ai media statunitensi. Bush decise che “la CIA non entrerà in alcun rapporto retribuito o contrattuale con alcun corrispondente accreditato da alcun notiziario, giornale, periodico, rete o stazione radiofonica o televisiva degli Stati Uniti” (Slate 2018).

Sebbene nel 1976 Colby affermò che la Central Intelligence aveva rotto relazioni e legami coi giornalisti nel 1973, è difficile da credere (Harrock 1976). Inoltre, affermò di non aver visto alcun danno nell’acquistare informazioni da “corrispondenti part-time che vendono le loro informazioni a testate giornalistiche del paese” (Harrock 1976). Tuttavia, un sospetto generale si impadronì di Capitol City: tutti i giornalisti conservatori e gli ex-dipendenti della CIA che avevano rapidamente ottenuto riconoscimenti nel mondo dell’informazione erano ora considerati con diffidenza (Harrock 1976). Lo stesso anno, il senatore Church pubblicò nel suo rapporto che la CIA aveva una forte rete composta da “centinaia di individui stranieri nel mondo” che si dedicavano a fornire alla Central Intelligence notizie fuorvianti (Slate 2018). In effetti, il giornalista Scott Shane raccontò la sua esperienza nella CIA: nel 1979 ricevette la lettera di assunzione in cui “esprimeva “provvisorio interesse” per le [sue] qualifiche” (Shane 2018). Shane rifiutò l’offerta di collaborare con la CIA e il suo fascicolo fu inserito nella “sezione inattiva” (Shane 201). Secondo Bernstein (1977), chi lavorava sotto copertura per la CIA era spesso assunto da “CBS, Time, New York Times, Louisville Courier-Journal, Copley News Service, ABC, NBC, Reuters” e così via. Inoltre, negli anni ’50, la CIA investì molto denaro nell’addestramento dei suoi agenti come giornalisti: secondo membri della CIA, “gli fu insegnato ad apparire dei giornalisti” prima di essere collocati in organizzazioni potenti (Bernstein 1977).

In sostanza, i mass media possono adottare strategie manipolative al fine di alterare la “percezione globale” di eventi, persone e situazioni (Washington 2017; citando Davis 2008). Certo, sarebbe ingenuo credere che il governo abbia smesso di comprare giornalisti “per spacciare disinformazione” (Washington 2017). Gli Stati Uniti sono i primi a divulgare informazioni per raggiungere i propri obiettivi: come sottolinea Washington (2017), “il governo spaccia disinformazione nei media nordamericani per fuorviare gli stranieri”.

Fonte: https://transnational.live/2021/11/18/operation-mockingbird/

Traduzione di Alessandro Lattanzio - Aurora Sito

Bibliografia
[1.] Bernstein, C. (1977). La CIA e i media. Rolling Stone.
[2.] Dadi, M. (2016). Operazione Mockingbird: controllo della CIA dei media mainstream. La storia completa.
[3.] Goldfarb, K. (2018). Nell’operazione Mockingbird – Il piano della CIA per infiltrarsi nei media. ATI.
[4.] Harrock, MN (1976). Legami della CIA coi giornalisti. New York Times.
[5.] Shane, S. (2018). Il momento in cui la CIA cercò di reclutarmi: il nostro reporter per la sicurezza sulle spie coperte. New York Times.
[6.] Slate, J. (2018). Cos’era l’operazione Mockingbird? Medium.
[7.] Tracy, JF (2018). La CIA e i media: 50 fatti che il mondo deve sapere. Ricerca globale.
[8.] Washington, G. (2017). Documenti declassificati sulla CIA ha lavorato a stretto contatto con proprietari e giornalisti dei grandi media. Arret su Info.


sabato 15 gennaio 2022

Sassoli... santo subito!


  Benedicente e con aureola: santo subito


Davide Sassoli, è stato testè celebrato dal colto e dall'inclita, ma soprattutto dai suoi mandanti, gestori e loro applauditori, con un funerale di Stato. Apogeo conclusivo (si spera) di una settimana di passione eulogistica e di beatificazione come non se ne ricordava dai tempi di Teresa di Calcutta (peraltro una strega). Del collega (se tale si può dire il disco con il logo della Voce del Padrone) non mi sarei curato, non fosse stato per l'alluvione di livore e dileggio riversata dagli schermi di un sedicente informatore e autentico delatore (TG Mentana, La7) sul povero Prof. Paolo Becchi.

Di Becchi, già teorico dei Pentastellati, si può dire di tutto (come di Massimo Cacciari, capitato a sua insaputa nel consesso di persone coerenti e lucide e subito distintosi), ma non che nelle sue osservazioni sull'eziologia del male che ha ucciso Sassoli non fosse confortato dal brivido di sospetto che è corso per le sinapsi di mezzo mondo. 

Che, cioè, nella polmonite di 4 mesi prima e poi nel decadimento delle difese immunitarie del tri-punturato Sassoli avesse svolto qualche ruolo la sostanza multiforme che, nei continenti che ne abusano, sta provocando esiti analoghi in numeri incontenibili (e ormai insopprimibili) di vittime...

Fulvio Grimaldi - https://fulviogrimaldi.blogspot.com/




mercoledì 12 gennaio 2022

Kazakistan. La solita rivoluzione colorata (targata USA)...



Il tentativo di rivolta armata fallito in Kazakistan (vasto paese centro-asiatico di enorme importanza strategica essendo incuneato tra Russia e Cina) si può considerare come l’ultimo tentativo di “rivoluzione colorata”. Con questo termine si possono indicare tutti i tentativi di rivolte e colpi di stato – innescati e sostenuti dagli Stati Uniti ed altre potenze occidentali - che si sono susseguiti in tutto il mondo negli ultimi 30 anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Lo scopo di questi tentativi (in genere indicati con nomi di colori vivaci o di fiori colorati) era di spazzare via una serie di governi indipendenti che non erano perfettamente allineati con le politiche di dominio occidentale e con gli interessi del grande capitalismo globalizzato di marca statunitense ed occidentale. La caduta del presidente Tokayev in Kazakistan, paese di grandi risorse naturali e soprattutto stretto alleato di Russia e Cina, avrebbe costituito un grosso problema per i due giganti euro-asiatici considerati concorrenti degli USA a livello economico, politico e militare.

Tra i numerosi colpi di stato e rivolte organizzate negli ultimi anni, possiamo ricordare il colpo di stato contro Milosevic nella ex-Jugoslavia, quello contro Yanucovych in Ucraina, quello contro Shevardnadze in Georgia, la rivolta armata organizzata contro Assad in Siria, il tentativo diretto contro Lukashenko in Bielorussia, il colpo di stato operato con l’aiuto truppe francesi contro Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio, la defenestrazione e l’uccisione di Gheddafi in Libia con l’intervento diretto della NATO, eccetera. In ogni caso – benché la compiacente stampa occidentale e gli altri mass media pilotati – abbiano sempre definito questi personaggi come “dittatori” - si trattava in realtà sempre di presidenti e capi di stato regolarmente eletti in regolari elezioni, spesso con vaste maggioranze e consensi. Un caso particolare è quello di Gheddafi, che era un capo carismatico molto popolare nella maggior parte della popolazione libica, organizzata secondo una particolare forma di socialismo popolare (la Jamahiriya), e molto stimato da tutti i movimenti di liberazione africani.

Alcuni di questi tentativi sono falliti, come in Bielorussia, Hong-Kong e parzialmente in Siria, dove però un terzo del paese è ancora occupato da truppe straniere e la situazione economica – in seguito alla guerra - è disastrosa. Anche in Ucraina le regioni orientali abitate da Russi si sono opposte con le armi. Ma i metodi usati sono stati sempre gli stessi. Li riassumiamo sinteticamente:

-sanzioni economiche e pressioni militari ai confini, o bombardamenti diretti, per destabilizzare il paese da colpire;

-uso generalizzato di blogger opportunamente addestrati che incitano alla rivolta on-line sui social, in connessione con campagne di stampa dei mass media occidentali;

-uso spregiudicato delle cosiddette Organizzazioni non Governative (in realtà ben foraggiate da governi occidentali) per raccogliere consensi, specie tra i giovani, con false parole d’ordine libertarie;

-corruzione di alti funzionari governativi e capi dell’esercito, polizia e servizi segreti;

-utilizzo, come massa di manovra di minoranze etniche (come Curdi, Kossovari, ecc.) e di gruppi fanatici religiosi, specie musulmani (come in Iraq, Siria, Libia, ex-Jugoslavia, ecc.);

-uso spregiudicato di gruppi di destra di provata fede nazi-fascista e organizzati militarmente, come in Ucraina.

Il gioco però è ormai scoperto e in molti paesi si attuano contromisure. Così i Russi sono intervenuti in Kazakistan con l’assenso del governo locale, che ha ricevuto anche l’appoggio della Cina. I Russi sono intervenuti anche in Siria aiutando il governo locale a resistere all’assalto delle formazioni jahadiste di Al Qaida, Stato Islamico e gruppi filo-turchi. Paesi come la Repubblica Popolare coreana (RPDK) e l’Iran si dotano di efficienti apparati militari di difesa. Anche Russia e Cina rafforzano le proprie difese (anche se le loro spese militari, pur sommate tra loro, sono meno di un quarto di quelle degli USA!).  Ѐ auspicabile che le tensioni e le provocazioni causate da queste continue operazioni aggressive non sfocino in un conflitto più vasto e generalizzato.

Vincenzo Brandi


Articolo collegato: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-situazione_stabilizzata_e_giornata_di_lutto_nazionale_in_kazakistan/82_44698/

martedì 11 gennaio 2022

La quarta dose di Pfizer. Bourla o burla?



L’amministratore delegato della multinazionale farmaceutica Pfizer, Albert Bourla (un nome davvero ad hoc), è stato proclamato pochi giorni fa l’uomo dell’anno per l’economia. Bourla, invece di esaltarsi per il suo successo personale, ha pensato prima ai sofferenti ed ha annunciato la necessità a breve di una quarta dose di vaccino per tutti. Poche settimane prima lo stesso Bourla aveva parlato di un semplice richiamo annuale, ma poi si vede che la generosità e l’altruismo gli hanno preso la mano.

I media pendono dalle labbra di Bourla, senza notare due curiose incongruenze. Se il vaccino prodotto da Pfizer fosse stato efficace nel bloccare il contagio, Bourla ci avrebbe venduto soltanto due dosi a testa, mentre ora potrà moltiplicare le vendite e quindi i profitti. Alcuni malpensanti ritengono che ciò rientri nella normale strategia industriale, qualcosa di simile all’obsolescenza programmata nel progettare gli elettrodomestici, fabbricati in modo tale da durare un certo numero di anni e non di più. La strategia industriale delle case farmaceutiche non punterebbe quindi a farmaci efficaci per eliminare le malattie, bensì a farmaci poco efficaci in grado di creare dipendenza.

Comidad


Fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21999-comidad-quando-il-conflitto-di-interessi-diventa-una-bourla.html

lunedì 10 gennaio 2022

Kazakistan. Il tentato golpe dei terroristi targati CIA...

 


Nel momento in cui l’Europa si confronta ogni giorno con repressione e manifestazioni di piazza che sfociano in scontri violenti con la polizia nel contrasto degli eventi "non autorizzati" contro l’obbligo vaccinale, quanto accade nel lontano Kazakistan appare come la storia di un altro pianeta o di un altro momento storico.

Dal paese dell’Ex Unione Sovietica giungono rapporti tremendi che palesano già dei sospetti inquietanti. Tra le vittime ci sono almeno 13 i poliziotti uccisi ad Almaty, la città epicentro delle violente proteste esplose in Kazakistan per il caro carburante. Lo riferisce a Ria Novosti il comando centrale di polizia di Almaty, secondo il quale due dei poliziotti uccisi sono stati decapitati.

Nel frattempo si è saputo che il capo dell’ intelligence del Kazakistan Karim Masimov, ex primo ministro e alleato di lunga data dell’ex leader del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev, è stato arrestato con l’accusa di ‘alto tradimento’.

Lo ha fatto sapere la stessa agenzia per la sicurezza che lo aveva silurato mentre nel Paese imperversavano proteste e violenze senza precedenti. L’arresto di Masimov è il primo provvedimento preso contro un alto funzionario dell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale nella crisi in atto.  Il Comitato Nazionale per la Sicurezza (Knb) ha precisato in una nota che l’arresto è avvenuto giovedì scorso.


 

Un poliziotto bloccato dai manifestanti ad Almaty e pestato a morte


Secondo quanto riferito da fonti di polizia, ci sarebbero decine di manifestanti uccisi mentre cercavano di assaltare varie edifici delle forze dell’ordine e della politica. Oltre mille le persone ferite in due giorni di violenti scontri, di cui almeno 400 ricoverati in ospedale e 62 in terapia intensiva.

Subito si sono attivate le contromisure dell’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO) che è un’alleanza militare intergovernativa in Eurasia composta da stati selezionati post-sovietici.

L’esercito schierato contro le proteste in Kazakistan dopo che bande di terroristi islamici hanno ucciso civili e poliziotti, decapitandone due

La Russia ha inviato prima i paracadutisti e poi, tramite circa 70 aerei, numerosi mezzi blindati e truppe che sono già arrivati nella piazza della città più grande, Almaty, teatro degli scontri più gravi, dove hanno aiutato l’esercito kazako a riprendere il controllo dell’aeroporto, in precedenza conquistato da agguerriti ed esperti manifestanti.

Decine di persone sono morte e gli edifici pubblici in tutto il Kazakistan sono stati saccheggiati e dati alle fiamme nella peggiore violenza che l’ex repubblica sovietica abbia subito in 30 anni di indipendenza.

TERRORISTI ISLAMICI ADDESTRATI ALL’ESTERO TRA I RIBELLI

Le manifestazioni sono iniziate come risposta a un aumento del prezzo del carburante, ma si sono trasformate in un ampio movimento contro il governo e l’ex presidente Nursultan Nazarbayev. Nazarbayev, 81 anni, è stato il sovrano più longevo di qualsiasi stato ex-sovietico fino a quando non ha ceduto la presidenza a Tokayev nel 2019.

«Il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha accusato per i disordini dei terroristi addestrati all’estero» ha scritto l’agenzia Reuters.

“I militanti non hanno deposto le armi, continuano a commettere crimini o si stanno preparando”, ha detto Tokayev, 68 anni, in un discorso televisivo. Chi non si arrende sarà distrutto. Ho dato l’ordine alle forze dell’ordine e all’esercito di sparare per uccidere, senza preavviso”.

Le sue accuse legittimano i sospetti che la questione del gas sia soltanto un “casus belli” creato ad arte nell’ambito di un piano ampio progetto di destabilizzazione della nazione ordito da apparati internazionali di intelligence militare come avvenuto in precedenza in Georgia e in Ucraina. 

Il giornalista esperto di geopolitica internazionale Maurizio Blondet ha riportato nel suo blog importanti elementi a conferma di una premeditata cospirazione, tra cui le dichiarazioni di «Vasiliev, capogruppo di Russia Unita nella Duma: Le proteste in Kazakistan stanno assumendo la forma di una ribellione armata, nel paese sono arrivati militanti islamici ben addestrati».

«Tra i manifestanti sono emersi militanti ben addestrati provenienti dalle bande radicali attive nei paesi del Medio Oriente e in Afghanistan» ha fatto eco il vice presidente del Consiglio della Federazione russa Konstantin Kosachev.

La decapitazione di due poliziotti conferma il modus operandi dei jihadisti. E la loro presenza nell’area riporta alla mente l’allarme lanciato tre anni fa, nel maggio 2019, dal capo dei servizi segreti russi. ("JIHADISTI ISIS LIBERATI DAGLI USA AMMASSATI VICINO ALLA RUSSIA")

«Particolarmente preoccupante è il dispiegamento di gruppi terroristici nelle province settentrionali dell’Afghanistan» dichiarò il direttore dello FSB (ex KGB) Alexander Bortnikov ai capi dei servizi segreti ex sovietici a Dushanbe, capitale del Tagikistan.

Secondo Russia Today infatti, un ramo dello Stato islamico aveva ammassato circa 5.000 militanti nel nord dell’Afghanistan al confine delle repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale.

  

Kazakistan e i paesi confinanti dell’Ex Unione Sovietica

L’allarme assunse grande rilevanza anche perché i quattro stati confinanti con l’Afghanistan sono tutti a maggioranza musulmana sunnita come i limitrofi Uzbekistan e Turkmenistan, che confinano con il Kazakistan, dove il 72 % della popolazione è islamico, che condivide tutta la lunghissima frontiera terreste settentrionale con la Russia.

L’esplosione dell’attuale ribellione ad opera di miliziani musulmani rafforza i sospetti su quei movimenti anche in ragione di altre due considerazioni importanti.

Come conferma un reportage dell’agenzia Fides, organo d’informazione delle Opere Missionarie Pontificie, l’aumento del costo del carburante non è una protesta della popolazione, che essendo povera non ha l’auto, ma del ceto sociale più ricco.

Inoltre una crisi in Kazakistan rientra nelle strategie di destabilizzazione contro la Russia già previste da vari think-tank sostenuti dal Pentagono, il Dipartimento della Difesa Usa (DOD).

Nelle scorse settimane abbiamo pubblicato il reportage sul piano CEPA riferito al corridoio Suwałki tra Polonia e Bielorussia dove si è verificata la crisi dei migranti, parzialmente attenuata dal fatto che l’Iraq ha fatto rimpatriare con voli di stato i suoi connazionali rimasti imprigionati al confine per l’opposizione delle autorità polacche al loro ingresso nell’Unione Europea.

IL SOSPETTO COMPLOTTO AMERICANO COI JIHADISTI

Ma come rileva ancora il giornalista Blondet citando “Moon of Alabama Blog” «All’inizio del 2019 il think tank RAND finanziato dal Pentagono ha pubblicato un ampio piano per la destabilizzazione contro la Russia dal titolo “Estending Russia: Competing from Advantageous Ground (Estensione della Russia: competere da una base vantaggiosa). Il rapporto lungo 350 pagine raccomandava agli Stati Uniti di adottare alcune misure per contenere la Russia.

“Riconoscendo che un certo livello di concorrenza con la Russia è inevitabile, questo rapporto cerca di definire aree in cui gli Stati Uniti possono farlo a proprio vantaggio. Esaminiamo una serie di misure non violente per sfruttare le effettive  vulnerabilità e le ansie della Russia come un modo per stressare  l’esercito e l’economia   russe e  l’autorità  politica del regime in patria e la sua  influenza all’estero. I passaggi che esaminiamo non avrebbero né la difesa né la deterrenza come scopo principale, sebbene possano contribuire a entrambi. Questi passaggi sono concepiti come elementi di una campagna progettata per sbilanciare l’avversario, portando la Russia a competere in domini o regioni in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio, e facendo sì che la Russia si estenda eccessivamente militarmente o economicamente o facendo perdere al regime prestigio e influenza a livello nazionale e/o internazionale”.

La RAND elenca le misure economiche, geopolitiche, ideologiche, informative e militari che gli Stati Uniti dovrebbero adottare per indebolire la Russia.

Come evidenzia ancora il bla Blondet & Friends: «Da quando è uscito il rapporto, sono state attuate le prime quattro delle sei “misure geopolitiche” elencate nel capitolo 4 del rapporto. Gli Stati Uniti hanno consegnato armi letali all’Ucraina; hanno aumentato il loro sostegno ai “ribelli” in Siria. Ha tentato un cambio di regime in Bielorussia e ha istigato una guerra tra l’Azerbaigian e l’Armenia. Gli Stati Uniti stanno ora attuando la misura 5 che mira a “ridurre l’influenza della Russia in Asia centrale”.

«I servizi segreti stranieri sono dietro le rivolte di massa in corso in Kazakistan, che causeranno centinaia o migliaia di morti e un paese saccheggiato per gli anni a venire, ha dichiarato giovedì il presidente serbo Aleksandar Vucic ai giornalisti» aggiunge ancora Maurizio Blondet che analizza a fondo i retroscena  della vicenda. ("Agenzie di spionaggio straniere dietro le rivolte in Kazakistan, dice il presidente serbo. E non è il solo")

Il Kazakistan, confinante strategico per Mosca, è un paese ricco di minerali, senza sbocco sul mare, tre volte più grande del Texas ma con meno di 20 milioni di abitanti. Una parte significativa della sua gente è russa e la lingua russa è di uso comune. Il paese è un collegamento importante nell’iniziativa strategica Belt and Road tra Cina ed Europa.

Per contrastare il tentativo di rivoluzione la Russia ha già inviato le sue truppe sollevando la reazione isterica e paranoica dell’amministrazione di Joe Biden ha contestato la legittimità della loro presenza. Ma non va dimenticato che proprio Biden fu tra i principali registi del golpe in Ucraina del 2014 quando era il vice di Barack Obama e della successiva guerra civile del Donbass con sudditanza militare di Kiev alle armi fornite dal Pentagono.

Il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha affermato che gli Stati Uniti sostengono “gli appelli alla calma” e ha affermato che i manifestanti dovrebbero essere in grado di “esprimersi pacificamente”, esortando le autorità “a esercitare moderazione”.

Psaki ha affermato che “le pazze affermazioni russe” su una mano degli Stati Uniti dietro le manifestazioni di massa sono “assolutamente false e chiaramente parte del manuale standard della disinformazione russa”.

(VEDI ANCHE: DOSSIER TURCO: I 21 GRUPPI JIHADISTI FINANZIATI DA USA E CIA)

Sono le stesse dichiarazioni a suo tempo fatte dalla Casa Bianca in relazione alle proteste di piazza Maidan in Ucraina culminate con la strage di almeno 60 persone il 20 febbraio 2014 quando misteriosi cecchini (mercenari georgiani secondo l’inchiesta giornalistica di Gian Micalessin) spararono sulla folla uccidendo anche numerosi poliziotti.

Ai più esperti di geopolitica questo massacro ricordò le analogie con quello compiuto da altri tiratori scelti nel 2002 a Caracas che portò alla temporanea destituzione del presidente Hugo Chavez: Pochi anni dopo si scoprì che era stata un’operazione gestita dal National Clandestine Service della Central Intelligence Agency, il controspionaggio americano.

Come dimostrato da un dossier esclusivo turco pubblicato da Gospa News, la stessa CIA fornì i potenti missili anticarro TOW alle fazioni jihadisti in Siria per alimentare un regime-change pianificato dal 1983 e fallito solo per l’intervento russo.

Inoltre molteplici fonti d’intelligence ritengono che il califfo dell’ISIS Abu Bakr Al Baghdadi fosse un agente della CIA e del Mossad, i servizi segreti israeliani. Mentre è stato più volte dimostrato il ruolo delle truppe americane nella liberazione di prigionieri dello Stato Islamico, detenuti dall’esercito a maggioranza curda SDF nel Nord Est della Siria (Rojava), poi trasportati in Africa e, come spiegato prima, nel Nord dell’Afghanistan. 

Nei mesi scorsi fece scalpore tra gli esperti di geopolitica militare il presunto vertice tenutosi vicino alla base siriana dell’esercito Usa di Al Tanf tra alcuni capi degli 007 occidentali e comandanti dello Stato Islamico. Ecco perché i sospetti di una presenza di combattenti islamici ben addestrati nella rivolta in Kazakistan e la presunta regia di Washington non solo appaiono verosimili ma estremamente probabili.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio



Fonte:  https://www.databaseitalia.it/kazakistan-tentato-golpe-con-terroristi-islamici-prigionieri-isis-liberati-in-asia-dagli-usa/