lunedì 18 marzo 2019

Via della Seta, o via dell’elettrosmog? E' solo questione di 5G...



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Ennesimo scazzo: 5Stelle pro memorandum con Xi Jinping (sai che export!), Salvini e tutto il monopolarismo contro (ci comprano e ci spiano. Gli americani invece…). Se dovessi scegliere, a dispetto di quanto aggiungo dopo, non avrei dubbi tra chi dal 1949, con invasioni militari, sanzioni e colpi di Stato, ha aggredito una sessantina di paesi, dalla Corea al Venezuela, facendo una cinquantina di milioni di morti (solo da effetti diretti) e chi, al di là dell’ assediarmi con prodotti di schifo, non ha fatto nulla di male né a me, né ad altri e neppure ha mosso guerra a nessuno. Cosa , questa, che al sovranista Salvini rende del tutto preferibile gli Usa alla Cina. 

Comunque sempre globalizzazione è, che, come s’è visto, alla vita, ai territori, alle comunità, alla cultura, all’identità, porta a nulla di buono. 8000 chilometri di interconnessioni saranno pure utili, ma chilometro zero è meglio.

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5G, la morte che non cammina sul filo
Abbiamo visto il tabù innominabile dei ragazzini per il clima e dei loro sponsor: i nomi dei delinquenti. C’è un altro tabù, ugualmente scaltro e con esiti parimenti letali. Il 5G. Ciò per cui si accapigliano nordamericani e cinesi è lui, il 5 G e su chi ci faccia i soldi e a spese di chi, facendosi pagare l’ipervelocità delle connessioni (100 volte più veloci dell’attuale 4G) dagli utenti e facendone pagare il costo ultimo, l’avvelenamento elettromagnetico, a tutti. Compreso il miliardo, un sesto della popolazione mondiale, che muore di fame e stenti nelle bidonville, ma ha comunque uno smartphone in famiglia e un’antenna sulla testa.

Da noi il 5G è già sperimentato in varie località, compresi gli stadi di Roma e Udine che, essendo spesso densamente popolati, offrono un ottimo risultato in termini di efficacia e vittime. Verranno installate, al posto di fibra e cavi, che sono del tutto inoffensivi alla salute delle creature, centinaia di migliaia di nuove antenne, una per palazzo, ogni 250 metri, perché l’ultravelocità fa onde più corte e copre poca distanza. Ognuna di queste emetterà ininterrottamente potenti radiazioni elettromagnetiche ad altissima frequenza e altissima intensità. Quelle che già col 2G, 3G, 4G, erano state scoperte nocive all’udito, al cervello, agli organi. 

Usavano frequenze tra 1 e 5 gigahertz. Le 5G vanno dai 24 e i 90 gigahertz. Più alta la frequenza e più nociva per i viventi. Ma le radiazioni non si vedono e così la gente non ci fa caso. E pensare che in un’università israeliana hanno scoperto che il corpo umano fa pure lui da antenna e assorbe alla grande radiazioni 5G.


Fulvio Grimaldiwww.fulviogrimaldicontroblog.info

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domenica 17 marzo 2019

L'alterazione ecosistemica non è segno di progresso - Disinquinamento del pianeta e disinquinamento della mente invece lo è...


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A commento ed integrazione  dell’effettivamente dubbio evento mediatico rappresentato dalla nuova icona ambientalista,  “Greta”, che  confonde pateticamente decrescita e sviluppo sostenibile. Anche noi, che ci consideriamo ecologisti profondi più che ambientalisti, riteniamo che la tecnologia possa essere  fonte di progresso, ma non di certo debba essere utilizzata unicamente per la produzione di morto denaro. Distruzione delle foreste e degli altri ecosistemi naturali, contaminazione di acqua, aria e cibo, alterazione significativa degli equilibri fisico-chimici a livello globale non sono il prezzo da pagare al progresso, ma al profitto.

Le scelte degli enti governativi, ad esempio sulle energie rinnovabili, sono andate in direzione addirittura opposta alle tante chiacchiere e convenzioni su riduzione dell’inquinamento e società sostenibile, come dimostra il Testo Unico Forestale Italiano e in generale la politica europea sulle biomasse che continua a percepire le foreste come Risorsa economica e non come servizio eco-sistemico necessario per la vivibilità dell’intera biosfera. Governi che si oppongono proprio alla scienza e alla tecnologia continuando a favorire gli obsoleti idrocarburi e in generale le inquinanti e insostenibili filiere dedite alla combustione compresa quella del legno.

Prendersela con gli adulti come fa Greta è un tipico comportamento infantile, perché i responsabili delle azioni sono gli amministratori delle aziende e degli stati, non la popolazione adulta che spesso subisce semplicemente danni irreparabili per favorire “competività” e “prodotto interno lordo”. Che non ha possibilità di scelta sulle decisioni relative a piani energetici, industriali e produttivi che continuano a favorire la devastazione ambientale causa prima degli eventi climatici estremi.

È vero che l’Istituto Europeo Forestale ha sottolineato come negli ultimi quarant’anni le foreste in Europa siano aumentate del 43% e le foreste in Italia si sono estese. Ma è vero anche che si tratta appunto di boschi giovani, spesso sovra-sfruttati anche in zone a forte pendio, scarsamente tutelati per quanto riguarda la creazione di oasi a libera crescita, danneggiati da strade di penetrazione, alterati nella composizione per fini produttivi o addirittura del tutto artificiali. Inoltre il Testo Unico Forestale non considera affatto la tutela della biodiversità nelle foreste e nemmeno la necessità di appropriate zonizzazioni che abbiano come perno gli ecosistemi e i servizi che essi possono offrire.

Non bisogna poi di certo guardare al proprio orticello. Secondo il rapporto di valutazione globale delle foreste elaborato dalla FAO, dal 1990 al 2015 sono andati perduti circa 129 milioni di ettari di foresta un’area equivalente quasi all’intero Sud Africa. Inoltre a livello globale stanno scomparendo le foreste primarie, grandi immagazzinatrici di carbonio, produttrici di ossigeno, stabilizzatrici del ciclo dell’acqua, fondamentali nella tutela dall’erosione di aree addirittura a livello continentale.

Uno studio olandese, pubblicato su Science Advances all’inizio del 2017, ha potuto verificare che la superficie delle foreste incontaminate è diminuita del 7,2% a livello mondiale nel periodo tra il 2000 e il 2013. Infatti nel 2000 sono state individuate IFL (Intact Forest Landscape) in 65 paesi, di cui due terzi in Russia, Brasile e Canada; dopo 13 anni però la riduzione delle foreste nei primi tre paesi ha toccato il 52%. Se questo trend di perdita IFL dovesse continuare al tasso medio registrato tra il 2000 e il 2013 nei prossimi 20 anni Paraguay, Laos, Cambogia e Guinea equatoriale perderebbero la loro intera area IFL e entro 60 anni altri 15 paesi subirebbero la stessa sorte.

Le foreste nel mondo, oltre a garantire cibo, energia e stabilità economica, sono indispensabili per il terreno e il clima e, se ben integrate con il settore agricolo, ne possono aumentare la produttività. Inoltre, le foreste naturali contribuiscono a conservare genotipi e a mantenere la composizione di specie arboree naturali fornendo habitat vitali a specie in pericolo. Nelle foreste abita la più alta densità di diversità biologica e queste ospitano più della metà delle specie terrestri di animali, piante e insetti.

I cambiamenti climatici in atto, a prescindere dal peso dei vari fattori coinvolti e dalla loro effettiva gravità, che siano di origine antropica o naturali,  sono resi più devastanti dalla distruzione del suolo, del manto naturale del pianeta, dei grandi ecosistemi e dei loro servizi che hanno garantito per milioni di anni equilibri che la geoingegneria può garantire solo con immense spese pubbliche oltre che con la perdita delle caratteristiche naturali e danni immensi per l’intera biosfera agli ecosistemi e ai loro insostituibili servizi.

Nella nostra nazione non sono gli eventi climatici il vero problema, ma:

dissennata antropizzazione e artificializzazione del territorio che procede inarrestabile proprio in nome del necrofilo culto dell’economia o addirittura per pretesi fini di “sicurezza idrogeologica”;
errate pratiche agricole, con finanziamenti a pioggia per coltivazioni non vocate nelle aree sbagliate e uso intensivo di diserbanti;
necrofile tecniche forestali che non considerano il suolo, l’ecologia bioregionale, la protezione delle specie minacciate e i servizi eco-sistemici del sistema forestale, ma solo la possibilità di guadagnare utilizzandolo come risorsa.

Non si tratta di costruire macchine per assorbire l’anidride carbonica, velare il cielo per respingere i raggi solari incidenti o impoverire intere nazioni riducendo con la violenza e non con la coscienza i consumi dei cittadini, ma di diffondere una visione bioregionale, che percepisca l’importanza della Grande Madre Natura da cui dipende la qualità delle stesse cellule che ci compongono e la nostra attività mentale. A livello politico è necessario imporre la tutela del territorio come priorità e non solo come possibilità.


European Consumers - Condiviso e sottoscritto da Paolo D'Arpini responsabile di European Consumers Tuscia

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Intervento del fisico Carlo Rubbia:   https://youtu.be/4_T1QNRtToc?t=199

Articoli collegati:   http://247.libero.it/lfocus/25417575/0/european-consumers-tuscia-paolo-d-arpini-utero-in-affitto-e-alterazione-di-stato/





sabato 16 marzo 2019

Lettera aperta sull'antisemitismo a "Il Manifesto", giornale sionista


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Il Manifesto del 15 marzo 2019  ha pubblicato un inserto di 4 pagine sull'antisemitismo in cui, in quasi tutti gli articoli, si assimila l'antisionismo e/o la critica a Israele all'antisemitismo e, nel caso di un'intervista ad Agnes Heller, nota intellettuale marxista ungherese, si afferma che chi si occupa di Israele lo fa perché antisemita, in quanto ci sono situazioni ben peggiori contro cui protestare, come ad esempio la Turchia. Sono considerazioni che riprendono in pieno la propaganda israeliana, e questo è doppiamente grave, in quanto si tratta di articoli pubblicati da "Il Manifesto" (che nel frattempo non ha ancora pubblicato un'intervista fatta tre giorni fa dalla giornalista del Manifesto Chiara Cruciati a Virginia Tilley, esperta di diritto internazionale e co-autrice di un rapporto ONU sull'apartheid israeliano) e perché siamo in un contesto in cui procede sempre più insistente il tentativo di criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina a fronte delle politiche sempre più esplicitamente annessioniste, razziste e fondamentaliste che dominano la politica israeliana.
Vi chiedo quindi di mandare lettere di protesta a Il Manifesto, sperando che serva a creare almeno un serio dibattito su quello che stanno pubblicando. 
Di seguito la mia lettera,  per chi non li avesse letti i brani degli articoli incriminati, e per dare un'idea più chiara della questione... (A.R.)
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Alla redazione del Manifesto.

Sono rimasto sconcertato e indignato dal vostro inserto odierno relativo all’antisemitismo. Pur non negando la gravità della questione, trovo vergognoso che il giornale che leggo da decenni e che ho contribuito a finanziare in più occasioni si presti a dare spazio ad affermazioni che ripetono i più noti argomenti della propaganda israeliana:
1) l’antisionismo e la critica contro Israele (con più di una citazione al BDS) come forma di antisemitismo;
2) c’è ben di peggio delle politiche israeliane, quindi chi si occupa di quelle lo fa in quanto antisemita.

A questo proposito mi colpisce quanto afferma un’intellettuale famosa e stimata come Agnes Heller, alla quale bisognerebbe ricordare quali sono state le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi fin dalla sua nascita, ma anche che la campagna contro Soros di Orban, che ha alimentato l’antisemitismo in Ungheria, è stata ideata da due consulenti ebrei americani e che Netanyahu detesta anche lui Soros perché finanzia gruppi israeliani per i diritti umani. (https://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-who-you-calling-an-auto-anti-semite-1.6876609; http://zeitun.info/2017/07/29/linnamoramento-di-israele-per-gli-antisemiti-ungheresi-mette-in-luce-lorribile-essenza-del-sionismo/; http://zeitun.info/2018/10/19/la-frottola-del-giorno-lantisemitismo-e-la-negazione-dellautodeterminazione-degli-ebrei/)
Ad Heller ed agli esponenti della comunità ebraica da voi interpellati andrebbe obiettato che non solo non dicono una parola riguardo alla già citata deriva di estrema destra in Israele, ma neppure alle ottime relazioni del governo di quel Paese con personaggi razzisti ed antisemiti in tutto il mondo, dagli USA alle Filippine, dal Brasile alla Polonia, dall’India all’Ungheria, senza dimenticare la cordialissima accoglienza riservata a Salvini. In compenso accusano di antisemitismo, seguendo anche qui la propaganda israeliana, il partito Laburista di Corbyn o i giovani parlamentari della sinistra democratica negli USA.

Voi date spazio a queste opinioni proprio nel momento in cui in Israele le posizioni colonialiste, razziste e fondamentaliste sono sempre più esplicite e il rischio di annessione dei territori palestinesi occupati è sempre più concreto. Ci sono per fortuna intellettuali ebrei molto più avvertiti (https://www.liberation.fr/debats/2019/02/28/l-antisionisme-est-une-opinion-pas-un-crime_1712216; https://www.middleeasteye.net/fr/news/rony-brauman-les-declarations-demmanuel-macron-nourrissent-et-amplifient-lantisemitisme; https://jacobinmag.com/2019/02/macron-antisemitism-zionism-racism), e persino sul New York Times (https://www.nytimes.com/2019/01/07/opinion/rashida-tlaib-profanity.html) ma che la vostra inviata in Francia non ha mai nominato, che si rendono conto dell’enorme pericolo per la comunità ebraica di questa assimilazione tra antisionismo e antisemitismo e della criminalizzazione del movimento BDS e in generale della solidarietà con i palestinesi.

Dopo tanti anni ed una serie di recenti episodi che mi fanno pensare che questa stia diventando una presa di posizione costante almeno di una parte significativa della vostra redazione, che smentisce l’ottimo lavoro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati, sto pensando di non rinnovare l’abbonamento al Manifesto.

Amedeo Rossi

giovedì 14 marzo 2019

Revisionismo scientifico sulla teoria del "riscaldamento globale causato dall'uomo"

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Cambiamento climatico può essere forse a causa delle oscillazioni dell'attività solare. Per effetto dell'inquinamento umano assolutamente no.
Lo scienziato ampiamente conosciuto come “padre del riscaldamento globale” ha ammesso per la prima volta che i dati utilizzati per promuovere la sua teoria sui cambiamenti climatici erano stati manipolati  da Al Gore per adattarli all’ordine del giorno.
Nel 1986 l’ex scienziato della NASA, James Hansen, ha testimoniato al Congresso durante un’audizione sul riscaldamento globale, organizzata dall’allora deputato Al Gore, per produrre modelli scientifici basati su una serie di scenari diversi che avrebbero potuto avere un impatto sul pianeta.
Secondo Hansen, Al Gore ha preso i dati forniti dello “scenario peggiore” e lo ha intenzionalmente distorto, facendo rebranding come “Global Warming”, guadagnando decine di milioni di dollari nel corso del processo.
Il modello aveva il titolo di “Scenario B” ed era uno dei tanti forniti al Congresso da Hansen, tuttavia non ha tenuto conto di fattori significativi, il che significa che non poteva riflettere le condizioni del mondo reale. Questo non ha impedito ad Al Gore e agli allarmisti del clima di utilizzare i dati per ingannare milioni di persone in tutto il mondo.
Tuttavia un nuovo studio che mette a confronto i dati del mondo reale con il modello dello Scenario B originale – non trovando correlazione – ha ricevuto il sostegno di Hansen, il “Padre del riscaldamento globale” che ammette di essere “devastato” dal modo in cui i suoi dati sono stati utilizzati dagli allarmisti del clima.

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mercoledì 13 marzo 2019

NATO o mafia? Protezione obbligatoria a pagamento

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A pretendere il pizzo in cambio di «protezione» non è solo la mafia. «I paesi ricchi che stiamo proteggendo – ha avvertito minacciosamente Trump in un discorso al Pentagono  – sono tutti avvisati: dovranno pagare la nostra protezione».
Il presidente Trump  – rivela Bloomberg – sta per presentare il piano «Cost Plus 50» che stabilisce il seguente criterio: i paesi alleati che ospitano forze Usa sul proprio territorio ne dovranno coprire interamente il costo e pagare agli Usa un ulteriore 50% in cambio del  «privilegio» di ospitarle ed essere così da loro «protetti».
Il piano prevede che i paesi ospitanti paghino anche gli stipendi dei militari Usa e i costi di gestione degli aerei e delle navi da guerra che gli Stati uniti tengono in questi paesi.
L’Italia dovrebbe quindi pagare non solo gli stipendi di circa 12.000 militari Usa qui di stanza, ma anche i costi di gestione dei caccia F-16 e degli altri aerei schierati dagli Usa ad Aviano e Sigonella e i costi della Sesta Flotta basata a Gaeta.
Secondo lo stesso criterio dovremmo pagare anche la gestione di Camp Darby, il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria, e la manutenzione delle bombe nucleari Usa dislocate ad Aviano e Ghedi.
Non si sa quanto gli Stati uniti intendono chiedere all’Italia e agli altri paesi europei che ospitano loro forze militari, poiché non si sa neppure quanto questi paesi paghino attualmente. I dati sono coperti da segreto militare.
Secondo uno studio della Rand Corporation, i paesi europei della Nato si addossano in media il 34%  dei costi delle forze e basi Usa presenti sui loro territori. Non si sa però quale sia l’importo annuo che essi pagano agli Usa: l’unica stima – 2,5 miliardi di dollari – risale a 17 anni fa.
È dunque segreta anche la cifra pagata dall’Italia. Se ne conoscono solo alcune voci: ad esempio decine di milioni di euro per adeguare gli aeroporti di Aviano e Ghedi ai caccia statunitensi F-35 e alle nuove bombe nucleari B61-12 che gli Usa cominceranno a schierare in Italia nel 2020, e circa 100 milioni per lavori alla stazione aeronavale statunitense di Sigonella, a carico anche dell’Italia.
A Sigonella viene finanziata esclusivamente dagli Usa solo la Nas I, l’area amministrativa e ricreativa, mentre la Nas II, quella dei reparti operativi e quindi la più costosa, è finanziata dalla Nato, ossia anche dall’Italia.
 È comunque certo – prevede un ricercatore della Rand Corp. – che con il piano «Cost Plus 50» i costi per gli alleati «schizzeranno alle stelle». Si parla di un aumento del 600%.
Essi si aggiungeranno alla spesa militare, che in Italia ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno, destinati a salire a circa 100 secondo gli impegni assunti dai governi italiani in sede Nato. Si tratta di denaro pubblico, che esce dalle nostre tasche, sottratto a investimenti produttivi e spese sociali.
È possibile però che l’Italia possa pagare meno per le forze e basi Usa dislocate sul suo territorio. Il piano «Cost Plus 50»  prevede infatti uno «sconto per buon comportamento» a favore degli «alleati che si allineano strettamente con gli Stati uniti, facendo ciò che essi chiedono».
È sicuro che l’Italia godrà di un forte sconto poiché, di governo in governo, si è sempre mantenuta nella scia degli Stati uniti. Ultimamente, inviando truppe e aerei da guerra nell’Est Europa con la motivazione di fronteggiare la «minaccia russa» e favorendo il piano statunitense di affossare il Trattato Inf per schierare in Europa, Italia compresa, postazioni di missili nucleari puntati sulla Russia.
Essendo queste bersaglio di una possibile ritorsione, avremo bisogno come «protezione» di altre forze e basi Usa. Le dovremo pagare noi, ma sempre con lo sconto.
Manlio Dinucci -  Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO
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martedì 12 marzo 2019

Venezuela: "Non è successo nulla...?" - Intervista con Ernesto Wong - di Marinella Correggia



Ernesto Wong,  professore cubano a Caracas, ci parla  delle relazioni internazionali del Venezuela e della contingenza in cui si trova, fra ultimatum falliti, black out criminali, visite internazionali...

Non è successo nulla, alla fine, il 23 febbraio 2019, data dell’ultimatum imposto per la consegna degli «aiuti umanitari». E non è stato benefico per l’opposizione golpista nemmeno l’attacco cibernetico elettromagnetico che ha messo fuori uso la centrale idroelettrica di Guri, nello Stato Bolivar, provocando un black-out nazionale durato oltre tre giorni in quasi tutto il paese. Anzi, il New York Times proprio in questi giorni, probabilmente in funzione anti-Trump, «ricostruisce» quello che le tivù venezuelane avevano già verificato sul campo, alla frontiera con la Colombia: i famosissimi camion «umanitari» sono stati incendiati dall’opposizione.

L’arrivo di Michelle Bachelet, Commissaria Onu per i diritti umani, dovrebbe completare il quadro. Prima di lei, l’OHCHR fece un pessimo rapporto sul Venezuela, nel 2017, post-guarimbas, incontrando solo l’opposizione a Panamà. Un cambiamento, dunque, questa visita.

Il professore cubano Ernesto Wong (insegna diritto internazionale pubblico) vive in Venezuela da molti anni ed è fondatore dell’associazione Trisol (Tricontinental de las relaciones internacionales y de la solidaridad). Parla della «ricerca della pace da parte del Venezuela e del popolo chavista che ha vinto 22 elezioni», ma «se gli Usa proveranno ad attaccare militarmente, il Venezuela e i suoi alleati internazionali daranno una risposta solida».

In Occidente si è detto a lungo che il Venezuela è isolato…
Quanti sono i paesi del mondo? La comunità internazionale conta 193 paesi, e solo poco più di venti si sono schierati con gli Usa e il loro autoproclamato Juan Guaidò. Gli altri o hanno manifestato appoggio al presidente Nicolas Maduro o hanno evitato di schierarsi. E’ importante che non si alleino agli Usa nel progetto di aggredire il paese.

E l’Unione europea?
Ha manifestato livelli di ingerenza, ma a un livello ben diverso da Trump. E non sono tutti i paesi europei: non c’è stata una posizione comune, come invece fecero su Cuba per molti anni. Con il Venezuela no, perché hanno molti interessi qui, e hanno anche contrasti con gli Stati uniti, così non li assecondano. Ma le popolazioni sono coscienti di quello che accade, sempre più esprimono il rifiuto di questa ingerenza.

A proposito di alleanze internazionali: l’Alba (Alleanza bolivariana per la nostra America), promossa nel 2004 da Hugo Chavez e da Fidel Castro, va avanti, malgrado l’abbandono dell’Ecuador?
Sì, l’Alba-Tcp (Trattato di commercio fra i popoli) continua, ci sono diversi progetti. Ad esempio Cuba offre servizi medici agli altri paesi. Bolivia, un paese importante in questa Alleanza, ha il maggiore indice di crescita in America latina, e più che alleato è un fratello del Venezuela, anche per la comune storia di liberazione. Il Nicaragua ha una partecipazione diretta con l’Alba, soprattutto con i prodotti agricoli. E ci sono molte relazioni fra i popoli. Nella Scuola latinoamericana di medicina si sono diplomati oltre 200 medici boliviani, del Nicaragua, e dei paesi dei Caraibi che fanno parte dell’Alba o di Petrocaribe: un altro progetto nato dall’Alba che permette ai paesi dell’area di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli, un altro progetto internazionale che Trump voleva far cadere, secondo le sue dichiarazioni del 2018. Poi ovviamente Cuba è un caso speciale nell’Alba. In Venezuela ci sono oltre 40.000 tecnici cubani, 20.000 nel settore della salute, con i servizi medici, e 20.000 in diverse aree dell’educazione e della formazione. Tutti hanno detto che in caso di aggressione rimarranno a partecipare alla difesa del paese. Si stanno facendo passi avanti importanti nel campo dell’agricoltura e anche dell’esercito.

E gli altri partner o alleati?
Sono potenti: la Cina ha grandi investimenti con buoni livelli di interscambio a termini favorevoli, bassi interessi e periodi di grazia. Sta investendo molto. La Russia è coinvolta anche nell’area della difesa militare. Nel campo della medicina è importante anche l’India.

Cuba esporta farmaci al Venezuela? Si invoca sempre la scarsità di farmaci qui, come pretesto per l’aiuto cosiddetto umanitario…
La carenza di medicine a basso prezzo ha a che vedere con il fatto che il governo vede bloccare parte del suo denaro e degli acquisti, quindi può importare di meno. I governi alleati degli Usa partecipano a questo blocco che riguarda i prodotti essenziali ma anche la finanza. Nelle ultime settimane gli Usa hanno trafugato al Venezuela oltre 30.000 milioni di dollari congelati nelle banche Usa, e ora c’è una causa in corso. Cuba in cambio di petrolio manda farmaci a tutti i consultori medici in quantità considerevoli, è un servizio gratuito per tutta la popolazione, su ricetta. Cuba ha offerto anche un campo petrolifero nella parte del Golfo del Messico, la impresa petrolifera pubblica Pdvsa vi partecipa. E raffina petrolio nella raffineria di Cienfuegos, concepita proprio per il petrolio venezuelano, che poi va anche nei paesi dei Caraibi.

Ma la scarsità?
Il problema economico in Venezuela è la guerra dei prezzi e la speculazione. Commercianti e intermediari puntano sulla speculazione, basandosi sul dollaro. Si può ben vedere che in Venezuela i prodotti ci sono, ma a prezzi molto alti, per questo il presidente ha varato diversi progetti. Per esempio la cassa di alimenti sovvenzionati del Clap (Comitati locali per l’approvvigionamento e la produzione), consegnati direttamente nelle case i sei milioni di famiglie. Se la borghesia continuerà a speculare e a fare la guerra economica, il mercato pubblico socialista non potrà che ampliarsi per reazione. Sono anche state avviate catene di negozi Clap, per persone dal reddito medio, con prodotti un po’ meno economici rispetto alla cassa di alime nti essenziali.

E l’aiuto umanitario offerto da Trump?
E’ una facciata per denigrare il Venezuela. E’ il 6% di quanto il governo venezuelano distribuisce in un giorno! Alimenti a prezzo molto basso, molto sovvenzionati, offerti anche ai cinque milioni di colombiani, al milione di ecuadoriani, 500.000 boliviani, da tutti i paesi andini. I colombiani, per esempio, hanno ricevuto oltre 230.000 appartamenti della Mision Vivienda, che costruisce e assegna case.

Che cosa significa Alleanza civico-militare di cui tanto si parla?
Il prsidente Chavez ha trasformato la Forza armata bolivariana in una forza del popolo, iniziando prima a integrare i militari nei progetti sociali; in seguito ha fuso le diverse componenti in una sola forza armata nazionale bolivariana, con un solo comando strategico operativo, che dirige tutte le componenti, e poi ha incluso la componente civile, la Milizia nazionale bolivariana di cui fanno parte 2 milioni di persone civili che ricevono addestramento, per la difesa contro l’invasore. L’esercito è monolitico, ha una base sociale popolare. In questi decenni sono entrati nelle Forze armate nei barrios, in Brasile le favelas, qui li chiamano barrios, ed è stata data loro una vita degna. Via via sono stati allontanati gli ufficiali formati nella famigerata Scuola delle Americhe e sono rimasti gli ufficiali patrioti.

E la dipendenza economica dall’estero?
La strategia del presidente Maduro e del governo è creare, come si sta facendo, la base per lo sviluppo integrale della nazione. Non dipendere dal petrolio o da un solo prodotto, ma investire nelle industrie, nell’agricoltura, i quindici motori in diversi settori dell’economia. Il denaro del petrolio per lo sviluppo. Questo richiede alcuni anni: il presidente dice che l’economia si stabilizzerà entro il 2021. Contribuirà anche la nuova moneta, il Petro, supportato non solo dal petrolio ma da molto oro, diamanti, coltan, minerali strategici.
Marinella Correggia 
Caracas, 11 marzo 2019   

Ma il Petro come si usa?
Quando nacque il Petro, all’inizio furono acquistati 5.000 milioni di dollari. La Cina di questi 2.000 milioni. Con questa somma, si possono fare interscambi con altri paesi, che vogliano essere pagati in Petro per ciò che possono acquistare in Venezuela.

E’ un’alternativa al dollaro?
Sì, ma occorre tempo perché si consolidi e l’offerta del Venezuela si ampli con l’industrializzazione.

Marinella Correggia
Caracas, 11 marzo 2019

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sabato 9 marzo 2019

Iran in turmoil - Grande turbolenza interna nel paese dei pistacchi...


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Iran. Grande turbolenza interna, per quanto poco notata, vista la grancassa con cui la propaganda occidentale ci assorda sulle nefandezze dell’Iran integralista, misogino e terrorista. Noi, con il documentario “Target Iran”, abbiamo provato a intaccare quel cumulo di falsità. Ma falso non è il rinnovato scontro tra quelli che la nostra dotta stampa distingue tra moderati, o innovatori, o riformisti, e conservatori, o radicali, o estremisti”. Si legga la prima categoria come la classe benestante, favorevole all’apertura economica e politica all’Occidente; la seconda, come la popolazione lavoratrice nella produzione industriale e agricola. Con i commercianti del Bazar ondeggianti in mezzo. I primi hanno vinto le ultime elezioni presidenziali con Rouhani, un prete, i secondi si sono affermati grazie alla voce politica e un rilevante progresso sociale, guadagnati nei due mandati dell’amico di Chavez, Ahmadinejad, un laico.

Il botto l’ha fatto il ministro degli esteri Javad Zarif, dimettendosi dopo “l’offesa” di un incontro tra Khamenei, Guida Suprema, il generale Qassem Soleimani, mitico capo dei Pasdaran e Bashar Assad, per la prima volta a Tehran, senza che ne fosse stata data notizia e tanto meno invito a Zarif, ministro degli esteri. Uno sgarbo. Uno schiaffone. Preoccupazione per la sicurezza di Assad, secondo i sostenitori dell’intervento iraniano in Siria, non garantita dal personale di un ambiguo Zarif, e consapevolezza che a questo ministro la Siria e Assad stanno pesantemente sulle gonadi. Poi lo scontro è rientrato, apparentemente e per il momento, con il ritiro delle dimissioni su richiesta dell’amico Rouhani.

Rouhani e più ancora Zarif (educato negli Usa e con due figli tuttora lì), oltre a non aver mai visto di buon occhio l’impegno di Soleimani in Iran e Iraq, sono stati gli artefici della più grande debacle nazionale dall’epoca della rivoluzione khomeinista: l’accordo che ha smantellato un’avanzatissima industria nucleare che, per energia e medicina, arricchendo l’uranio al 20% (per la bomba ci vuole il 90%), avrebbe liberato il paese dalla dipendenza dal petrolio. Un ricatto in cambio della cancellazione delle sanzioni. L’Iran ha mantenuto il suo impegno e, contrariamente alla Corea del Nord, nucleare, può essere minacciato e aggredito quanto pare a Israele e agli Usa. Gli Usa, manco per niente: le sanzioni rimangono, si aggravano e il paese, minacciato di armageddon un giorno sì e l’altro pure, deve essere ridotto alla fame. In attesa che a Netaniahu parta il dito sul pulsante. Fallimento totale della linea Rouhani-Zarif. Arretramento sociale e civile.

Da qui il ritorno possente sulla scena dei sostenitori di Ahmadinejad e della dignità nazionale. Quando l’Iran si faceva rispettare. L’umanità ne ha bisogno, quanto del Venezuela, della Siria, della Libia, della Russia e della Via della Seta, piuttosto che di supereroi tipo bar di Guerre Stellari. 


Se son pistacchi…

Fulvio Grimaldi

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