sabato 23 marzo 2019

Obiettivo: azzeramento dell'intelligenza discriminante


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Da quando esiste Internet la gente si sta facendo più sveglia, ma insieme alla presa di coscienza collettiva, ci sono anche molte persone che vivono alcune paure che prima non conoscevano.
Molti temono, ad esempio, l'appropriazione indebita delle nostre informazioni personali da parte di Big Data. Altri temono che la teoria gender finirà per annullare le differenze fra il mondo maschile e quello femminile. Altri ancora temono che verremo tutti microchippati, con conseguente perdita della libertà individuale. Eccetera eccetera.
Ma tutte queste sono paure grossolane, palesemente visibili, e in quanto tali relativamente facili da fronteggiare: basta stare attenti a non mettere in giro i propri dati personali, uno pensa, ed ecco che il problema della privacy è risolto. Basta stare attenti a non farsi influenzare dalle ridicolaggini della teoria gender, uno pensa, e dentro di me non riusciranno mai a cancellare la differenza tra maschile e femminile. Basta rifiutarsi di farsi mettere i microchip, uno pensa, e la porta di casa mia continuerò ad aprirla con la vecchia chiave della serratura.
Ma queste, come dicevo, sono battaglie grossolane, visibili, che servono magari a tenerci impegnati su un fronte più tangibile, ma magari meno importante. C'è invece battaglia molto più sottile ed invisibile - ma molto più importante - che si sta combattendo oggi nel mondo: è la battaglia per ottenere l'appiattimento progressivo del nostro cervello.
Questa battaglia, sottile e strisciante, mira ad annullare ogni qualunque asperità di pensiero che si opponga in qualche modo al trionfo del pensiero dominante. E' una battaglia che è iniziata insieme ad internet, nel senso che nel momento stesso in cui il potere sì è accorto di aver messo un'arma micidiale nelle mani della popolazione, ha anche sentito il bisogno di contrastare la diffusione di quest'arma con una equivalente forma di repressione del libero pensiero.
Non a caso, i primi sintomi di questa battaglia sono stati avvertiti proprio dopo l'11 settembre. In quel periodo era in piena esplosione l'utilizzo di Internet, e fu proprio tramite Internet che iniziarono a diffondersi le prime teorie alternative sugli attentati delle Torri Gemelle. Non dimenticherò mai il giorno in cui George W. Bush disse in televisione: "Non tollereremo queste assurde e vergognose teorie del complotto". Era quello il segnale, mandato universalmente ai media di tutto il mondo, per iniziare a reprimere in ogni modo possibile qualunque obiezione alla versione ufficiale dei fatti. Tramite la derisione e l'isolamento del pensiero diverso, si iniziava a creare quella cesura insanabile fra il mondo dei giusti - di quelli che "credono nelle istituzioni" - e il mondo dei "paranoici complottisti", gente da evitare come la peste.
In altre parole, man mano che crescevano le capacità critico-analitiche della popolazione, il potere sentiva il bisogno di reprimere questa crescita con una spinta verso l'omologazione e il condizionamento ad un pensiero unificato, isolando nel contemnpo il diverso e il pericoloso.
Oggi siamo arrivati al punto che un popolare conduttore televisivo di TG possa permettersi di dare tranquillamente dei "babbei" a quelli che non credono ai viaggi sulla luna, con l'autorità di colui che sta dalla parte dei giusti e con l'automatica relegazione "dietro la lavagna" di tutti coloro che non si adeguano al pensiero unico.
Inoltre, questo esercizio di appiattimento del pensiero collettivo ha trovato uno splendido partner nel politically correct. E grazie a questo abbinamento si tende ormai ad annullare qualunque elemento nel pubblico discorso che possa in qualunque modo richiedere un intervento critico da parte degli individui. Pensate che in Inghilterra stanno mettendo degli avvisi nei libri classici della loro letteratura: prima di mettersi a leggere una tragedia di Shakespeare, ci toccherà leggere un avviso che dice: "Attenzione, questo testo contiene immagini violente che non sono adatte ad un pubblico troppo sensibile".
Addirittura, c'è una proposta al parlamento americano per rimuovere digitalmente tutte le sigarette dalla bocca degli attori degli anni '40-'70. Siccome fumare è "out", allora ci toccherà vedere sullo schermo Humphrey Bogart che tiene le dita divaricate davanti alla bocca, mentre aspira la fresca aria di montagna.
Ma il problema più grosso è che questo senso di colpevolizzazione che colpisce chiunque la pensi in modo diverso dal mainstream sta arrivando ormai a lambire i nostri rapporti quotidiani con gli altri esseri umani. Quando - per fare un esempio qualunque - ti trovi a parlare di vaccini con il tuo farmacista, e magari freni le tue parole, per non dire quello che sai veramente sui vaccini, "per paura che gli altri ti possano sentire e ti possano guardar male", è a questo punto che hai capito che la battaglia sta per essere definitivamente persa.
Il target dell'appiattimento totale del pensiero collettivo è ormai molto vicino. Se non ci ribelliamo - se ciascuno di noi esseri pensanti non si ribella, in modo sistematico e con tenacia irriducibile - a queste sottili onde di conformismo che tendono a coprire quotidianamente tutto ciò che facciamo, presto per noi la battaglia sarà perduta per sempre.
Massimo Mazzucco
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giovedì 21 marzo 2019

Europa. Base e bersaglio di una guerra nucleare USA

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«La Russia non può più essere considerata un partner strategico e l’Unione europea deve essere pronta a imporle ulteriori sanzioni se essa continua a violare il diritto internazionale»: così stabilisce la risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 12 marzo con 402 voti a favore, 163 contro e 89 astensioni.
La risoluzione, presentata dalla parlamentare lettone Sandra Kalniete, nega anzitutto la legittimità delle elezioni presidenziali in Russia, definendole «non-democratiche», presentando così il presidente Putin come un usurpatore.
Accusa la Russia non solo di «violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e della Georgia», ma dell’«intervento in Siria e dell’interferenza in paesi come la Libia», e, in Europa, di «interferenza mirante ad influenzare le elezioni e ad accrescere le tensioni».
Accusa la Russia di «violazione degli accordi di controllo degli armamenti», attribuendole la responsabilità di aver affossato il Trattato Inf.
La accusa inoltre di «estese violazioni dei diritti umani al suo interno, comprese torture ed esecuzioni extragiudiziali», e di «assassini compiuti da suoi agenti con armi chimiche sul suolo europeo».
Al termine di queste e altre accuse, il Parlamento europeo dichiara che il Nord Stream 2, il gasdotto destinato a raddoppiare la fornitura di gas russo alla Germania attraverso il Mar Baltico, «deve essere fermato perché accresce la dipendenza della Ue dalle forniture russe di gas, minacciando il suo mercato interno e i suoi interessi strategici».
La risoluzione del Parlamento europeo ripete fedelmente, non solo nei contenuti ma nelle stesse parole, le accuse che Usa e Nato rivolgono alla Russia. E, cosa più importante, ripete fedelmente  la richiesta di bloccare il Nord Stream 2: obiettivo della strategia di Washington mirante a ridurre le forniture energetiche russe all’Unione europea per sostituirle con quelle provenienti dagli Stati uniti o comunque da compagnie statunitensi.
Nello stesso quadro rientra la comunicazione della Commissione europea ai paesi membri, tra cui l’Italia, intenzionati ad aderire alla iniziativa cinese della  Nuova Via della Seta: la Commissione li avverte che la Cina è un partner ma anche un concorrente economico e, cosa della massima importanza, «un rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance», in altre parole modelli alternativi alla governance finora dominata dalle potenze occidentali.
La Commissione avverte che occorre anzitutto «salvaguardare le infrastrutture digitali critiche da minacce potenzialmente serie alla sicurezza», derivanti da reti 5G fornite da società cinesi come la Huawei messa al bando negli Stati uniti.
La Commissione europea ripete fedelmente l’avvertimento degli Stati uniti agli alleati. Il Comandante Supremo Alleato in Europa, il generale Usa Scaparrotti, ha avvertito che le reti mobili ultraveloci di quinta generazione svolgeranno un ruolo sempre più importante nelle capacità belliche della Nato, per cui non sono ammesse «leggerezze» da parte degli alleati.
Tutto ciò conferma quale sia l’influenza che esercita il «partito americano», potente schieramento trasversale che orienta le politiche dell’Unione lungo le linee strategiche Usa/Nato.
Costruendo la falsa immagine di una Russia e una Cina minacciose, le istituzioni Ue preparano l’opinione pubblica ad accettare ciò che gli Usa stanno preparando per «difendere» l’Europa: gli Stati uniti – ha dichiarato alla CNN un portavoce del Pentagono – si preparano a testare missili balistici con base a terra (proibiti dal Trattato Inf affossato da Washington), cioè nuovi euromissili che faranno di nuovo dell’Europa la base e allo stesso tempo il bersaglio di una guerra nucleare.
Manlio Dinucci - #NO GUERRA #NO NATO

mercoledì 20 marzo 2019

Milano, 30 marzo 2019: "La Jugoslavia di ieri le rovine di oggi" di Fulvio Grimaldi - Commemorazione della prima guerra umanitaria USA, UE e NATO



Il 24 marzo 1999 Usa, UE e Nato inaugurarono, affiancati dai “pacifisti” in pellegrinaggio a Sarajevo, l’epoca delle “guerre umanitarie” e delle distruzioni di Stati e popoli disobbedienti.. Furono i primi bombardamenti su Belgrado. Quel giorno abbandonai per sempre RAI e TG3 e, presa al volo una telecamera, mi precipitai in Serbia per offrire al pubblico una documentazione degli eventi, diversa dalle menzogne che parlavano di “intervento umanitario contro il dittatore Milosevic”. 

Il primo documentario, realizzato sotto i raid Nato in partenza dall’Italia, sotto il governo del premier D’Alema e del ministro della Difesa Mattarella, demistifica il contesto propagandistico e illustra l’eroica resistenza di coloro di cui scrissi “meglio serbi che servi”. Il secondo, girato l’anno dopo, racconta gli spaventosi danni economici, sociali, ambientali inflitti dagli aggressori, la quasi miracolosa ricostruzione, l’afflusso dei profughi dal Kosovo, la minaccia della quinta colonna interna che portò all’arresto di Milosevic, tre giorni dopo avermi concesso l’ultima sua intervista, e alla sua successiva eliminazione nel carcere Usa dell’Aja. 

Appena tornato dalla conferenza internazionale di Belgrado, il mio intervento cercherà di aggiornarci sulla Serbia di oggi, sullo sfondo delle rinnovate minacce interne ed imperialiste.

Fulvio Grimaldi 

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martedì 19 marzo 2019

Israele, tempo di elezioni: "Gaza delenda est..!"



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Le elezioni del 9 aprile 2019 in Israele, per Benjamin Netanyahu, non sono certo prive di rischi. Sul consenso al suo governo pesano cause per frode e corruzione e gli avversari del premier alzano i toni sulle ossessioni di sempre: le presunte trame contro la sicurezza dello Stato ebraico. 

È dunque il tempo di farla finita con le minacce terroristiche che covano nel rancore di Gaza e di riprendere (come se non si uccidesse ogni giorno) alla scala opportuna le punizioni esemplari nei confronti di chi resiste attentando, con la sua sola esistenza, alla tranquillità del solo Stato “democratico” del Medioriente. I due razzi lanciati (senza conseguenze) giovedì scorso su Tel Aviv sono a dir poco provvidenziali, tanto puntuali quanto stranamente non rivendicati. 

Impossibile non nutrire seri dubbi su chi abbia deciso di lanciarli proprio ora, ma il premier del Likud non ha dubbi: i responsabili sono i nemici di sempre, l’Iran e l’islam. Un’intera notte (per ora) di bombardamenti sulla Striscia s’imponeva, le postazioni nemiche (cioè tutto il territorio) vanno debellate. Un bombardamento molto “elettorale” che difficilmente si fermerà...

Patrizia Cecconi

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lunedì 18 marzo 2019

Via della Seta, o via dell’elettrosmog? E' solo questione di 5G...



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Ennesimo scazzo: 5Stelle pro memorandum con Xi Jinping (sai che export!), Salvini e tutto il monopolarismo contro (ci comprano e ci spiano. Gli americani invece…). Se dovessi scegliere, a dispetto di quanto aggiungo dopo, non avrei dubbi tra chi dal 1949, con invasioni militari, sanzioni e colpi di Stato, ha aggredito una sessantina di paesi, dalla Corea al Venezuela, facendo una cinquantina di milioni di morti (solo da effetti diretti) e chi, al di là dell’ assediarmi con prodotti di schifo, non ha fatto nulla di male né a me, né ad altri e neppure ha mosso guerra a nessuno. Cosa , questa, che al sovranista Salvini rende del tutto preferibile gli Usa alla Cina. 

Comunque sempre globalizzazione è, che, come s’è visto, alla vita, ai territori, alle comunità, alla cultura, all’identità, porta a nulla di buono. 8000 chilometri di interconnessioni saranno pure utili, ma chilometro zero è meglio.

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5G, la morte che non cammina sul filo
Abbiamo visto il tabù innominabile dei ragazzini per il clima e dei loro sponsor: i nomi dei delinquenti. C’è un altro tabù, ugualmente scaltro e con esiti parimenti letali. Il 5G. Ciò per cui si accapigliano nordamericani e cinesi è lui, il 5 G e su chi ci faccia i soldi e a spese di chi, facendosi pagare l’ipervelocità delle connessioni (100 volte più veloci dell’attuale 4G) dagli utenti e facendone pagare il costo ultimo, l’avvelenamento elettromagnetico, a tutti. Compreso il miliardo, un sesto della popolazione mondiale, che muore di fame e stenti nelle bidonville, ma ha comunque uno smartphone in famiglia e un’antenna sulla testa.

Da noi il 5G è già sperimentato in varie località, compresi gli stadi di Roma e Udine che, essendo spesso densamente popolati, offrono un ottimo risultato in termini di efficacia e vittime. Verranno installate, al posto di fibra e cavi, che sono del tutto inoffensivi alla salute delle creature, centinaia di migliaia di nuove antenne, una per palazzo, ogni 250 metri, perché l’ultravelocità fa onde più corte e copre poca distanza. Ognuna di queste emetterà ininterrottamente potenti radiazioni elettromagnetiche ad altissima frequenza e altissima intensità. Quelle che già col 2G, 3G, 4G, erano state scoperte nocive all’udito, al cervello, agli organi. 

Usavano frequenze tra 1 e 5 gigahertz. Le 5G vanno dai 24 e i 90 gigahertz. Più alta la frequenza e più nociva per i viventi. Ma le radiazioni non si vedono e così la gente non ci fa caso. E pensare che in un’università israeliana hanno scoperto che il corpo umano fa pure lui da antenna e assorbe alla grande radiazioni 5G.


Fulvio Grimaldiwww.fulviogrimaldicontroblog.info

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domenica 17 marzo 2019

L'alterazione ecosistemica non è segno di progresso - Disinquinamento del pianeta e disinquinamento della mente invece lo è...


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A commento ed integrazione  dell’effettivamente dubbio evento mediatico rappresentato dalla nuova icona ambientalista,  “Greta”, che  confonde pateticamente decrescita e sviluppo sostenibile. Anche noi, che ci consideriamo ecologisti profondi più che ambientalisti, riteniamo che la tecnologia possa essere  fonte di progresso, ma non di certo debba essere utilizzata unicamente per la produzione di morto denaro. Distruzione delle foreste e degli altri ecosistemi naturali, contaminazione di acqua, aria e cibo, alterazione significativa degli equilibri fisico-chimici a livello globale non sono il prezzo da pagare al progresso, ma al profitto.

Le scelte degli enti governativi, ad esempio sulle energie rinnovabili, sono andate in direzione addirittura opposta alle tante chiacchiere e convenzioni su riduzione dell’inquinamento e società sostenibile, come dimostra il Testo Unico Forestale Italiano e in generale la politica europea sulle biomasse che continua a percepire le foreste come Risorsa economica e non come servizio eco-sistemico necessario per la vivibilità dell’intera biosfera. Governi che si oppongono proprio alla scienza e alla tecnologia continuando a favorire gli obsoleti idrocarburi e in generale le inquinanti e insostenibili filiere dedite alla combustione compresa quella del legno.

Prendersela con gli adulti come fa Greta è un tipico comportamento infantile, perché i responsabili delle azioni sono gli amministratori delle aziende e degli stati, non la popolazione adulta che spesso subisce semplicemente danni irreparabili per favorire “competività” e “prodotto interno lordo”. Che non ha possibilità di scelta sulle decisioni relative a piani energetici, industriali e produttivi che continuano a favorire la devastazione ambientale causa prima degli eventi climatici estremi.

È vero che l’Istituto Europeo Forestale ha sottolineato come negli ultimi quarant’anni le foreste in Europa siano aumentate del 43% e le foreste in Italia si sono estese. Ma è vero anche che si tratta appunto di boschi giovani, spesso sovra-sfruttati anche in zone a forte pendio, scarsamente tutelati per quanto riguarda la creazione di oasi a libera crescita, danneggiati da strade di penetrazione, alterati nella composizione per fini produttivi o addirittura del tutto artificiali. Inoltre il Testo Unico Forestale non considera affatto la tutela della biodiversità nelle foreste e nemmeno la necessità di appropriate zonizzazioni che abbiano come perno gli ecosistemi e i servizi che essi possono offrire.

Non bisogna poi di certo guardare al proprio orticello. Secondo il rapporto di valutazione globale delle foreste elaborato dalla FAO, dal 1990 al 2015 sono andati perduti circa 129 milioni di ettari di foresta un’area equivalente quasi all’intero Sud Africa. Inoltre a livello globale stanno scomparendo le foreste primarie, grandi immagazzinatrici di carbonio, produttrici di ossigeno, stabilizzatrici del ciclo dell’acqua, fondamentali nella tutela dall’erosione di aree addirittura a livello continentale.

Uno studio olandese, pubblicato su Science Advances all’inizio del 2017, ha potuto verificare che la superficie delle foreste incontaminate è diminuita del 7,2% a livello mondiale nel periodo tra il 2000 e il 2013. Infatti nel 2000 sono state individuate IFL (Intact Forest Landscape) in 65 paesi, di cui due terzi in Russia, Brasile e Canada; dopo 13 anni però la riduzione delle foreste nei primi tre paesi ha toccato il 52%. Se questo trend di perdita IFL dovesse continuare al tasso medio registrato tra il 2000 e il 2013 nei prossimi 20 anni Paraguay, Laos, Cambogia e Guinea equatoriale perderebbero la loro intera area IFL e entro 60 anni altri 15 paesi subirebbero la stessa sorte.

Le foreste nel mondo, oltre a garantire cibo, energia e stabilità economica, sono indispensabili per il terreno e il clima e, se ben integrate con il settore agricolo, ne possono aumentare la produttività. Inoltre, le foreste naturali contribuiscono a conservare genotipi e a mantenere la composizione di specie arboree naturali fornendo habitat vitali a specie in pericolo. Nelle foreste abita la più alta densità di diversità biologica e queste ospitano più della metà delle specie terrestri di animali, piante e insetti.

I cambiamenti climatici in atto, a prescindere dal peso dei vari fattori coinvolti e dalla loro effettiva gravità, che siano di origine antropica o naturali,  sono resi più devastanti dalla distruzione del suolo, del manto naturale del pianeta, dei grandi ecosistemi e dei loro servizi che hanno garantito per milioni di anni equilibri che la geoingegneria può garantire solo con immense spese pubbliche oltre che con la perdita delle caratteristiche naturali e danni immensi per l’intera biosfera agli ecosistemi e ai loro insostituibili servizi.

Nella nostra nazione non sono gli eventi climatici il vero problema, ma:

dissennata antropizzazione e artificializzazione del territorio che procede inarrestabile proprio in nome del necrofilo culto dell’economia o addirittura per pretesi fini di “sicurezza idrogeologica”;
errate pratiche agricole, con finanziamenti a pioggia per coltivazioni non vocate nelle aree sbagliate e uso intensivo di diserbanti;
necrofile tecniche forestali che non considerano il suolo, l’ecologia bioregionale, la protezione delle specie minacciate e i servizi eco-sistemici del sistema forestale, ma solo la possibilità di guadagnare utilizzandolo come risorsa.

Non si tratta di costruire macchine per assorbire l’anidride carbonica, velare il cielo per respingere i raggi solari incidenti o impoverire intere nazioni riducendo con la violenza e non con la coscienza i consumi dei cittadini, ma di diffondere una visione bioregionale, che percepisca l’importanza della Grande Madre Natura da cui dipende la qualità delle stesse cellule che ci compongono e la nostra attività mentale. A livello politico è necessario imporre la tutela del territorio come priorità e non solo come possibilità.


European Consumers - Condiviso e sottoscritto da Paolo D'Arpini responsabile di European Consumers Tuscia

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Intervento del fisico Carlo Rubbia:   https://youtu.be/4_T1QNRtToc?t=199

Articoli collegati:   http://247.libero.it/lfocus/25417575/0/european-consumers-tuscia-paolo-d-arpini-utero-in-affitto-e-alterazione-di-stato/





sabato 16 marzo 2019

Lettera aperta sull'antisemitismo a "Il Manifesto", giornale sionista


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Il Manifesto del 15 marzo 2019  ha pubblicato un inserto di 4 pagine sull'antisemitismo in cui, in quasi tutti gli articoli, si assimila l'antisionismo e/o la critica a Israele all'antisemitismo e, nel caso di un'intervista ad Agnes Heller, nota intellettuale marxista ungherese, si afferma che chi si occupa di Israele lo fa perché antisemita, in quanto ci sono situazioni ben peggiori contro cui protestare, come ad esempio la Turchia. Sono considerazioni che riprendono in pieno la propaganda israeliana, e questo è doppiamente grave, in quanto si tratta di articoli pubblicati da "Il Manifesto" (che nel frattempo non ha ancora pubblicato un'intervista fatta tre giorni fa dalla giornalista del Manifesto Chiara Cruciati a Virginia Tilley, esperta di diritto internazionale e co-autrice di un rapporto ONU sull'apartheid israeliano) e perché siamo in un contesto in cui procede sempre più insistente il tentativo di criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina a fronte delle politiche sempre più esplicitamente annessioniste, razziste e fondamentaliste che dominano la politica israeliana.
Vi chiedo quindi di mandare lettere di protesta a Il Manifesto, sperando che serva a creare almeno un serio dibattito su quello che stanno pubblicando. 
Di seguito la mia lettera,  per chi non li avesse letti i brani degli articoli incriminati, e per dare un'idea più chiara della questione... (A.R.)
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Alla redazione del Manifesto.

Sono rimasto sconcertato e indignato dal vostro inserto odierno relativo all’antisemitismo. Pur non negando la gravità della questione, trovo vergognoso che il giornale che leggo da decenni e che ho contribuito a finanziare in più occasioni si presti a dare spazio ad affermazioni che ripetono i più noti argomenti della propaganda israeliana:
1) l’antisionismo e la critica contro Israele (con più di una citazione al BDS) come forma di antisemitismo;
2) c’è ben di peggio delle politiche israeliane, quindi chi si occupa di quelle lo fa in quanto antisemita.

A questo proposito mi colpisce quanto afferma un’intellettuale famosa e stimata come Agnes Heller, alla quale bisognerebbe ricordare quali sono state le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi fin dalla sua nascita, ma anche che la campagna contro Soros di Orban, che ha alimentato l’antisemitismo in Ungheria, è stata ideata da due consulenti ebrei americani e che Netanyahu detesta anche lui Soros perché finanzia gruppi israeliani per i diritti umani. (https://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-who-you-calling-an-auto-anti-semite-1.6876609; http://zeitun.info/2017/07/29/linnamoramento-di-israele-per-gli-antisemiti-ungheresi-mette-in-luce-lorribile-essenza-del-sionismo/; http://zeitun.info/2018/10/19/la-frottola-del-giorno-lantisemitismo-e-la-negazione-dellautodeterminazione-degli-ebrei/)
Ad Heller ed agli esponenti della comunità ebraica da voi interpellati andrebbe obiettato che non solo non dicono una parola riguardo alla già citata deriva di estrema destra in Israele, ma neppure alle ottime relazioni del governo di quel Paese con personaggi razzisti ed antisemiti in tutto il mondo, dagli USA alle Filippine, dal Brasile alla Polonia, dall’India all’Ungheria, senza dimenticare la cordialissima accoglienza riservata a Salvini. In compenso accusano di antisemitismo, seguendo anche qui la propaganda israeliana, il partito Laburista di Corbyn o i giovani parlamentari della sinistra democratica negli USA.

Voi date spazio a queste opinioni proprio nel momento in cui in Israele le posizioni colonialiste, razziste e fondamentaliste sono sempre più esplicite e il rischio di annessione dei territori palestinesi occupati è sempre più concreto. Ci sono per fortuna intellettuali ebrei molto più avvertiti (https://www.liberation.fr/debats/2019/02/28/l-antisionisme-est-une-opinion-pas-un-crime_1712216; https://www.middleeasteye.net/fr/news/rony-brauman-les-declarations-demmanuel-macron-nourrissent-et-amplifient-lantisemitisme; https://jacobinmag.com/2019/02/macron-antisemitism-zionism-racism), e persino sul New York Times (https://www.nytimes.com/2019/01/07/opinion/rashida-tlaib-profanity.html) ma che la vostra inviata in Francia non ha mai nominato, che si rendono conto dell’enorme pericolo per la comunità ebraica di questa assimilazione tra antisionismo e antisemitismo e della criminalizzazione del movimento BDS e in generale della solidarietà con i palestinesi.

Dopo tanti anni ed una serie di recenti episodi che mi fanno pensare che questa stia diventando una presa di posizione costante almeno di una parte significativa della vostra redazione, che smentisce l’ottimo lavoro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati, sto pensando di non rinnovare l’abbonamento al Manifesto.

Amedeo Rossi

giovedì 14 marzo 2019

Revisionismo scientifico sulla teoria del "riscaldamento globale causato dall'uomo"

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Cambiamento climatico può essere forse a causa delle oscillazioni dell'attività solare. Per effetto dell'inquinamento umano assolutamente no.
Lo scienziato ampiamente conosciuto come “padre del riscaldamento globale” ha ammesso per la prima volta che i dati utilizzati per promuovere la sua teoria sui cambiamenti climatici erano stati manipolati  da Al Gore per adattarli all’ordine del giorno.
Nel 1986 l’ex scienziato della NASA, James Hansen, ha testimoniato al Congresso durante un’audizione sul riscaldamento globale, organizzata dall’allora deputato Al Gore, per produrre modelli scientifici basati su una serie di scenari diversi che avrebbero potuto avere un impatto sul pianeta.
Secondo Hansen, Al Gore ha preso i dati forniti dello “scenario peggiore” e lo ha intenzionalmente distorto, facendo rebranding come “Global Warming”, guadagnando decine di milioni di dollari nel corso del processo.
Il modello aveva il titolo di “Scenario B” ed era uno dei tanti forniti al Congresso da Hansen, tuttavia non ha tenuto conto di fattori significativi, il che significa che non poteva riflettere le condizioni del mondo reale. Questo non ha impedito ad Al Gore e agli allarmisti del clima di utilizzare i dati per ingannare milioni di persone in tutto il mondo.
Tuttavia un nuovo studio che mette a confronto i dati del mondo reale con il modello dello Scenario B originale – non trovando correlazione – ha ricevuto il sostegno di Hansen, il “Padre del riscaldamento globale” che ammette di essere “devastato” dal modo in cui i suoi dati sono stati utilizzati dagli allarmisti del clima.

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mercoledì 13 marzo 2019

NATO o mafia? Protezione obbligatoria a pagamento

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A pretendere il pizzo in cambio di «protezione» non è solo la mafia. «I paesi ricchi che stiamo proteggendo – ha avvertito minacciosamente Trump in un discorso al Pentagono  – sono tutti avvisati: dovranno pagare la nostra protezione».
Il presidente Trump  – rivela Bloomberg – sta per presentare il piano «Cost Plus 50» che stabilisce il seguente criterio: i paesi alleati che ospitano forze Usa sul proprio territorio ne dovranno coprire interamente il costo e pagare agli Usa un ulteriore 50% in cambio del  «privilegio» di ospitarle ed essere così da loro «protetti».
Il piano prevede che i paesi ospitanti paghino anche gli stipendi dei militari Usa e i costi di gestione degli aerei e delle navi da guerra che gli Stati uniti tengono in questi paesi.
L’Italia dovrebbe quindi pagare non solo gli stipendi di circa 12.000 militari Usa qui di stanza, ma anche i costi di gestione dei caccia F-16 e degli altri aerei schierati dagli Usa ad Aviano e Sigonella e i costi della Sesta Flotta basata a Gaeta.
Secondo lo stesso criterio dovremmo pagare anche la gestione di Camp Darby, il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria, e la manutenzione delle bombe nucleari Usa dislocate ad Aviano e Ghedi.
Non si sa quanto gli Stati uniti intendono chiedere all’Italia e agli altri paesi europei che ospitano loro forze militari, poiché non si sa neppure quanto questi paesi paghino attualmente. I dati sono coperti da segreto militare.
Secondo uno studio della Rand Corporation, i paesi europei della Nato si addossano in media il 34%  dei costi delle forze e basi Usa presenti sui loro territori. Non si sa però quale sia l’importo annuo che essi pagano agli Usa: l’unica stima – 2,5 miliardi di dollari – risale a 17 anni fa.
È dunque segreta anche la cifra pagata dall’Italia. Se ne conoscono solo alcune voci: ad esempio decine di milioni di euro per adeguare gli aeroporti di Aviano e Ghedi ai caccia statunitensi F-35 e alle nuove bombe nucleari B61-12 che gli Usa cominceranno a schierare in Italia nel 2020, e circa 100 milioni per lavori alla stazione aeronavale statunitense di Sigonella, a carico anche dell’Italia.
A Sigonella viene finanziata esclusivamente dagli Usa solo la Nas I, l’area amministrativa e ricreativa, mentre la Nas II, quella dei reparti operativi e quindi la più costosa, è finanziata dalla Nato, ossia anche dall’Italia.
 È comunque certo – prevede un ricercatore della Rand Corp. – che con il piano «Cost Plus 50» i costi per gli alleati «schizzeranno alle stelle». Si parla di un aumento del 600%.
Essi si aggiungeranno alla spesa militare, che in Italia ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno, destinati a salire a circa 100 secondo gli impegni assunti dai governi italiani in sede Nato. Si tratta di denaro pubblico, che esce dalle nostre tasche, sottratto a investimenti produttivi e spese sociali.
È possibile però che l’Italia possa pagare meno per le forze e basi Usa dislocate sul suo territorio. Il piano «Cost Plus 50»  prevede infatti uno «sconto per buon comportamento» a favore degli «alleati che si allineano strettamente con gli Stati uniti, facendo ciò che essi chiedono».
È sicuro che l’Italia godrà di un forte sconto poiché, di governo in governo, si è sempre mantenuta nella scia degli Stati uniti. Ultimamente, inviando truppe e aerei da guerra nell’Est Europa con la motivazione di fronteggiare la «minaccia russa» e favorendo il piano statunitense di affossare il Trattato Inf per schierare in Europa, Italia compresa, postazioni di missili nucleari puntati sulla Russia.
Essendo queste bersaglio di una possibile ritorsione, avremo bisogno come «protezione» di altre forze e basi Usa. Le dovremo pagare noi, ma sempre con lo sconto.
Manlio Dinucci -  Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO
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martedì 12 marzo 2019

Venezuela: "Non è successo nulla...?" - Intervista con Ernesto Wong - di Marinella Correggia



Ernesto Wong,  professore cubano a Caracas, ci parla  delle relazioni internazionali del Venezuela e della contingenza in cui si trova, fra ultimatum falliti, black out criminali, visite internazionali...

Non è successo nulla, alla fine, il 23 febbraio 2019, data dell’ultimatum imposto per la consegna degli «aiuti umanitari». E non è stato benefico per l’opposizione golpista nemmeno l’attacco cibernetico elettromagnetico che ha messo fuori uso la centrale idroelettrica di Guri, nello Stato Bolivar, provocando un black-out nazionale durato oltre tre giorni in quasi tutto il paese. Anzi, il New York Times proprio in questi giorni, probabilmente in funzione anti-Trump, «ricostruisce» quello che le tivù venezuelane avevano già verificato sul campo, alla frontiera con la Colombia: i famosissimi camion «umanitari» sono stati incendiati dall’opposizione.

L’arrivo di Michelle Bachelet, Commissaria Onu per i diritti umani, dovrebbe completare il quadro. Prima di lei, l’OHCHR fece un pessimo rapporto sul Venezuela, nel 2017, post-guarimbas, incontrando solo l’opposizione a Panamà. Un cambiamento, dunque, questa visita.

Il professore cubano Ernesto Wong (insegna diritto internazionale pubblico) vive in Venezuela da molti anni ed è fondatore dell’associazione Trisol (Tricontinental de las relaciones internacionales y de la solidaridad). Parla della «ricerca della pace da parte del Venezuela e del popolo chavista che ha vinto 22 elezioni», ma «se gli Usa proveranno ad attaccare militarmente, il Venezuela e i suoi alleati internazionali daranno una risposta solida».

In Occidente si è detto a lungo che il Venezuela è isolato…
Quanti sono i paesi del mondo? La comunità internazionale conta 193 paesi, e solo poco più di venti si sono schierati con gli Usa e il loro autoproclamato Juan Guaidò. Gli altri o hanno manifestato appoggio al presidente Nicolas Maduro o hanno evitato di schierarsi. E’ importante che non si alleino agli Usa nel progetto di aggredire il paese.

E l’Unione europea?
Ha manifestato livelli di ingerenza, ma a un livello ben diverso da Trump. E non sono tutti i paesi europei: non c’è stata una posizione comune, come invece fecero su Cuba per molti anni. Con il Venezuela no, perché hanno molti interessi qui, e hanno anche contrasti con gli Stati uniti, così non li assecondano. Ma le popolazioni sono coscienti di quello che accade, sempre più esprimono il rifiuto di questa ingerenza.

A proposito di alleanze internazionali: l’Alba (Alleanza bolivariana per la nostra America), promossa nel 2004 da Hugo Chavez e da Fidel Castro, va avanti, malgrado l’abbandono dell’Ecuador?
Sì, l’Alba-Tcp (Trattato di commercio fra i popoli) continua, ci sono diversi progetti. Ad esempio Cuba offre servizi medici agli altri paesi. Bolivia, un paese importante in questa Alleanza, ha il maggiore indice di crescita in America latina, e più che alleato è un fratello del Venezuela, anche per la comune storia di liberazione. Il Nicaragua ha una partecipazione diretta con l’Alba, soprattutto con i prodotti agricoli. E ci sono molte relazioni fra i popoli. Nella Scuola latinoamericana di medicina si sono diplomati oltre 200 medici boliviani, del Nicaragua, e dei paesi dei Caraibi che fanno parte dell’Alba o di Petrocaribe: un altro progetto nato dall’Alba che permette ai paesi dell’area di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli, un altro progetto internazionale che Trump voleva far cadere, secondo le sue dichiarazioni del 2018. Poi ovviamente Cuba è un caso speciale nell’Alba. In Venezuela ci sono oltre 40.000 tecnici cubani, 20.000 nel settore della salute, con i servizi medici, e 20.000 in diverse aree dell’educazione e della formazione. Tutti hanno detto che in caso di aggressione rimarranno a partecipare alla difesa del paese. Si stanno facendo passi avanti importanti nel campo dell’agricoltura e anche dell’esercito.

E gli altri partner o alleati?
Sono potenti: la Cina ha grandi investimenti con buoni livelli di interscambio a termini favorevoli, bassi interessi e periodi di grazia. Sta investendo molto. La Russia è coinvolta anche nell’area della difesa militare. Nel campo della medicina è importante anche l’India.

Cuba esporta farmaci al Venezuela? Si invoca sempre la scarsità di farmaci qui, come pretesto per l’aiuto cosiddetto umanitario…
La carenza di medicine a basso prezzo ha a che vedere con il fatto che il governo vede bloccare parte del suo denaro e degli acquisti, quindi può importare di meno. I governi alleati degli Usa partecipano a questo blocco che riguarda i prodotti essenziali ma anche la finanza. Nelle ultime settimane gli Usa hanno trafugato al Venezuela oltre 30.000 milioni di dollari congelati nelle banche Usa, e ora c’è una causa in corso. Cuba in cambio di petrolio manda farmaci a tutti i consultori medici in quantità considerevoli, è un servizio gratuito per tutta la popolazione, su ricetta. Cuba ha offerto anche un campo petrolifero nella parte del Golfo del Messico, la impresa petrolifera pubblica Pdvsa vi partecipa. E raffina petrolio nella raffineria di Cienfuegos, concepita proprio per il petrolio venezuelano, che poi va anche nei paesi dei Caraibi.

Ma la scarsità?
Il problema economico in Venezuela è la guerra dei prezzi e la speculazione. Commercianti e intermediari puntano sulla speculazione, basandosi sul dollaro. Si può ben vedere che in Venezuela i prodotti ci sono, ma a prezzi molto alti, per questo il presidente ha varato diversi progetti. Per esempio la cassa di alimenti sovvenzionati del Clap (Comitati locali per l’approvvigionamento e la produzione), consegnati direttamente nelle case i sei milioni di famiglie. Se la borghesia continuerà a speculare e a fare la guerra economica, il mercato pubblico socialista non potrà che ampliarsi per reazione. Sono anche state avviate catene di negozi Clap, per persone dal reddito medio, con prodotti un po’ meno economici rispetto alla cassa di alime nti essenziali.

E l’aiuto umanitario offerto da Trump?
E’ una facciata per denigrare il Venezuela. E’ il 6% di quanto il governo venezuelano distribuisce in un giorno! Alimenti a prezzo molto basso, molto sovvenzionati, offerti anche ai cinque milioni di colombiani, al milione di ecuadoriani, 500.000 boliviani, da tutti i paesi andini. I colombiani, per esempio, hanno ricevuto oltre 230.000 appartamenti della Mision Vivienda, che costruisce e assegna case.

Che cosa significa Alleanza civico-militare di cui tanto si parla?
Il prsidente Chavez ha trasformato la Forza armata bolivariana in una forza del popolo, iniziando prima a integrare i militari nei progetti sociali; in seguito ha fuso le diverse componenti in una sola forza armata nazionale bolivariana, con un solo comando strategico operativo, che dirige tutte le componenti, e poi ha incluso la componente civile, la Milizia nazionale bolivariana di cui fanno parte 2 milioni di persone civili che ricevono addestramento, per la difesa contro l’invasore. L’esercito è monolitico, ha una base sociale popolare. In questi decenni sono entrati nelle Forze armate nei barrios, in Brasile le favelas, qui li chiamano barrios, ed è stata data loro una vita degna. Via via sono stati allontanati gli ufficiali formati nella famigerata Scuola delle Americhe e sono rimasti gli ufficiali patrioti.

E la dipendenza economica dall’estero?
La strategia del presidente Maduro e del governo è creare, come si sta facendo, la base per lo sviluppo integrale della nazione. Non dipendere dal petrolio o da un solo prodotto, ma investire nelle industrie, nell’agricoltura, i quindici motori in diversi settori dell’economia. Il denaro del petrolio per lo sviluppo. Questo richiede alcuni anni: il presidente dice che l’economia si stabilizzerà entro il 2021. Contribuirà anche la nuova moneta, il Petro, supportato non solo dal petrolio ma da molto oro, diamanti, coltan, minerali strategici.
Marinella Correggia 
Caracas, 11 marzo 2019   

Ma il Petro come si usa?
Quando nacque il Petro, all’inizio furono acquistati 5.000 milioni di dollari. La Cina di questi 2.000 milioni. Con questa somma, si possono fare interscambi con altri paesi, che vogliano essere pagati in Petro per ciò che possono acquistare in Venezuela.

E’ un’alternativa al dollaro?
Sì, ma occorre tempo perché si consolidi e l’offerta del Venezuela si ampli con l’industrializzazione.

Marinella Correggia
Caracas, 11 marzo 2019

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sabato 9 marzo 2019

Iran in turmoil - Grande turbolenza interna nel paese dei pistacchi...


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Iran. Grande turbolenza interna, per quanto poco notata, vista la grancassa con cui la propaganda occidentale ci assorda sulle nefandezze dell’Iran integralista, misogino e terrorista. Noi, con il documentario “Target Iran”, abbiamo provato a intaccare quel cumulo di falsità. Ma falso non è il rinnovato scontro tra quelli che la nostra dotta stampa distingue tra moderati, o innovatori, o riformisti, e conservatori, o radicali, o estremisti”. Si legga la prima categoria come la classe benestante, favorevole all’apertura economica e politica all’Occidente; la seconda, come la popolazione lavoratrice nella produzione industriale e agricola. Con i commercianti del Bazar ondeggianti in mezzo. I primi hanno vinto le ultime elezioni presidenziali con Rouhani, un prete, i secondi si sono affermati grazie alla voce politica e un rilevante progresso sociale, guadagnati nei due mandati dell’amico di Chavez, Ahmadinejad, un laico.

Il botto l’ha fatto il ministro degli esteri Javad Zarif, dimettendosi dopo “l’offesa” di un incontro tra Khamenei, Guida Suprema, il generale Qassem Soleimani, mitico capo dei Pasdaran e Bashar Assad, per la prima volta a Tehran, senza che ne fosse stata data notizia e tanto meno invito a Zarif, ministro degli esteri. Uno sgarbo. Uno schiaffone. Preoccupazione per la sicurezza di Assad, secondo i sostenitori dell’intervento iraniano in Siria, non garantita dal personale di un ambiguo Zarif, e consapevolezza che a questo ministro la Siria e Assad stanno pesantemente sulle gonadi. Poi lo scontro è rientrato, apparentemente e per il momento, con il ritiro delle dimissioni su richiesta dell’amico Rouhani.

Rouhani e più ancora Zarif (educato negli Usa e con due figli tuttora lì), oltre a non aver mai visto di buon occhio l’impegno di Soleimani in Iran e Iraq, sono stati gli artefici della più grande debacle nazionale dall’epoca della rivoluzione khomeinista: l’accordo che ha smantellato un’avanzatissima industria nucleare che, per energia e medicina, arricchendo l’uranio al 20% (per la bomba ci vuole il 90%), avrebbe liberato il paese dalla dipendenza dal petrolio. Un ricatto in cambio della cancellazione delle sanzioni. L’Iran ha mantenuto il suo impegno e, contrariamente alla Corea del Nord, nucleare, può essere minacciato e aggredito quanto pare a Israele e agli Usa. Gli Usa, manco per niente: le sanzioni rimangono, si aggravano e il paese, minacciato di armageddon un giorno sì e l’altro pure, deve essere ridotto alla fame. In attesa che a Netaniahu parta il dito sul pulsante. Fallimento totale della linea Rouhani-Zarif. Arretramento sociale e civile.

Da qui il ritorno possente sulla scena dei sostenitori di Ahmadinejad e della dignità nazionale. Quando l’Iran si faceva rispettare. L’umanità ne ha bisogno, quanto del Venezuela, della Siria, della Libia, della Russia e della Via della Seta, piuttosto che di supereroi tipo bar di Guerre Stellari. 


Se son pistacchi…

Fulvio Grimaldi

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giovedì 7 marzo 2019

Lettera da Caracas: "Guaidò è tornato da uomo libero in Venezuela... allora dov'è la feroce dittatura?" - di Marinella Correggia



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Il 5 marzo, sesto anniversario della morte di Hugo Chavez e ultimo giorno di Carnevale, le persone in coda nell’area collinare 23  vennero per salutare il loro presidente defunto al Cuartel de la Montaña (1) o a passeggiare con bambini mascherati da Carnevale non sembravano pensare nemmeno lontanamente al golpista di ritorno, Juan Guaidò.

Guaidò? Arrivato ma non pervenuto

Se avessero potuto leggere quanto scriveva il Corriere della sera sul ritorno dell’eroe dei due mondi (quello occidentale e quello dei governi satelliti latinoamericani),

https://twitter.com/liberazioni/status/1103135945208070146 #Venezuela: l'aspirante golpista #Guaido torna tranquillo come una pasqua in Venezuela, incontra stampa e fan: lo dice il Corriere della Sera. Feroce dittatura? In Italia un golpista sarebbe in carcere!


questi venezuelani avrebbero chiesto al giornalista Rocco Cotroneo, corrispondente da Rio de Jaineiro: «Scusa ma dov’è la feroce dittatura, visto quel che scrivi, e cioè che questo tipo torna qui, incontra i giornalisti, fa comizi in piazza? A proposito ci dici quale piazza che non la vediamo?»

Seduta su un muretto con un gruppo di poeti per diletto vicino a piazza Bolivar, la nutrizionista Chelia (in realtà ha un nome impossibile che perfino suo marito ha faticato a imparare: Greselidas, nome russo, «i miei erano di sinistra») sorride: «L’autoproclamato? Lasciamolo cuocere nella sua salsa», mentre Maria Milagros, padre del Molise, aggiunge: «Devo fare una piccola opera teatrale su questa storia surreale». Poi appunto chiedono: «Vedi che guerra? Vedi come combattiamo fra noi? Vedi come ci opprimono?».

Una guardia bolivariana loquace e informata sul mondo
Dalla piazza vicina, musica, giochi per i bambini, danze, voci, schifezze alimentari (caramelle, zucchero filato coloratissimo) offerte da ambulanti, un signore scrive intento su una grossa agenda, e quasi nessuno fotografa, né meno che mai passa l’indice sullo smartphone.


Dei social, del resto, parlava male Alfonzo, una guardia bolivariana la mattina, sulla stessa piazza, discorrendo del mondo per mezz’ora - con una passante sconosciuta -, con la competenza che molti venezuelani dimostrano: effetto della biblioteca basica tematica inventata da Chavez e ora in tempo di penuria di carta proseguita con i libri usati? Effetto della radio? Di una tivù pubblica che certo trasmette discorsi dei politici ma anche molta informazione?). Diceva la guardia addetta ai monumenti, mentre dava informazioni a questo e quello su come arrivare a omaggiare Chavez: «Internet ha condannato la Libia». Anche per lui, il ritorno di Guaidò non è centrale. Ma non gli farete niente? «Eh, qui abbiamo scarcerato dopo pochi giorni anche i guarimberos che avevano appiccato il fuoco a servizi pubblici, e già si dichiaravano perseguitati...qui si parla di dialogo, paz» Non condivide questa politica che molti trovano lassista? Non risponde e passa a parlare dei poveri gringos negli Usa che sono «i più malati del mondo, per come mangiano, per i debiti che hanno». Ma ne ha anche per i venezuelani «abituati alla città, il governo dava crediti per lavorare in agricoltura e magari si comprovano la macchina, il petrolio ha deformato l’economia», e soprattutto per i giovani, che vede un po’ persi, anche loro per via di Internet: «Fanno figli a 17 anni, e sono ancora bambini!» Salva invece l’assenza di xenofobia: «Qui accogliamo tutti. Dall’Europa distrutta dalle guerre, o gli armeni vittime degli Ottomani…. E vada a vedere il quartiere dei tedeschi...» Ma questi stranieri, sono pro o contro il governo? «In genere sono per se stessi». Giulio Santosuosso, matematico ed editore italiano, spiega le virtù del meticciato così evidente in Venezuela e che, se non preserva dal razzismo dei bianchi che colpì anche Chavez, relega però la loro posizione fossile a una infima minoranza piuttosto arroccata. «Ma quando iniziai a insegnare qui all’università, venti anni prima di Chavez, i docenti erano tutti bianchi e gli studenti in maggioranza anche.»

Discorrendo di nutrizione alternativa, indipendenza alimentare e Fidel/Chavez
Passa un cane di quartiere, razza mista standard, beige scuro pelo raso: non ne abbiamo visti di mal messi come in Italia, come è possibile? E Chelia spiega: «Sono nutrizionista e per indicare lo stato alimentare di un luogo si usa l’indice perro: quando i cani di strada sono malconci, è indicativo...» Nutrizionista? Benissimo! Risponde alla domanda su dove si trovano orti urbani e su perché certi non funzionano, storie di piccoli poteri e negligenze. Inizia uno scambio di buone pratiche collettive e individuali di indipendenza alimentare (essiccazione e orto sul lavello – i germogli – compresi): una condicio sine qua non di resilienza e resistenza che qui a causa della monocoltura petrolifera è stata abbandonata. In pochi – malgrado perfino la tivù ne parli (il Canal 8 dicono), per ora usano prodotti naturali ed economici come la moringa, che Fidel usava e Chavez no («non si curava, non riposava, era stressato, mangiava solo dolci», noto comfort food). Maximo dice: «Ho riassunto un testo interessante di Dipak Chopra, Cuerpo sin edad y mente sin tiempo, ve lo posso mandare» (non ha internet a casa, il suo sito utopiahora.gimdo.com non è aggiornato da mesi…).

La moringa cresce bene qui, «è molto nutriente, utile per varie patologie, solo che non la trasformiamo, manca questo passaggio». Ma l’ipeinflazione ha indotto cambiamenti? «Un po’ sì, c’è chi si ingegna a far da sé in casa a partire dalle materie prime.» Il punto debole è che l’ortofrutta, alimento importante, costa… «Dovremmo produrne di più, con il petrolio hanno abbandonato le campagne malgrado gli incentivi degli ultimi due decenni» dice Maximo. Maria Milagro dice: «C’era l’abitudine di comprare nei porti» (un’espressione per dire che si importava tutto), «mangiavamo mele...con tutti gli alimenti che qui crescono benissimo, mio papà quando mangiò avocado, il burro verde, per la prima volta non riusciva a smettere!» Viene in mente Thomas Sankara in Burkina Faso, e il suo motto sul produrre quel che si consuma e viceversa: «Non abbiamo bisogno delle vostre mele, mangeremo i nostri manghi!» Chelia dice anche che l’obesità è un po’ diminuita. Virtù della penuria, nella quale un lecca lecca venduto da un ambulante costa quanto un’intera cassa di prodotti sovvenzionati distribuita mensilmente a sei milioni di famiglie!

Ligia dice che però il razionamento dell’acqua le pesa, Maria Milagro osserva: «in Italia siete abituati a risparmiare risorse» (beh, non ci conosce!), «qui si consuma così tanta acqua che non si fa in tempo a depurarla, non devi bere quella del rubinetto senza farla bollire!». Troppo comodo però aprire il grifo e riempire la borraccia! La nutrizionista poi consiglia: «Se vai a Barquisimeto, chiedi della pietra tinajero, gli indigeni la usavano per depurare l’acqua! E’ una pietra porosa tipo la pomice con la quale è fatto il mio filtro di casa».

E la spazzatura prodotta, è diminuita? Avevo sentito del 40%… Però tutti questi sacchetti sottili sottili di plastica... Con tante soluzioni durevoli... «Hai ragione, cerchiamo di diffondere anche queste. Vieni il 9 marzo, abbiamo il Bazar poetico con oggetti di riciclaggio e per non far rifiuti all’Eje del Buen vivir». Un parco bellissimo, dove a caro prezzo (per gli stipendi venezuelani decurtati dall’inflazione) c’è chi beve succhi di frutta e chi una birra.

In un paese desertico ben diverso da questo rigoglioso, la rivoluzione troppo breve degli anni 1980 in Burkina Faso assumeva questa regola: «Il miglio deve servire prima all’alimentazione che alla birra, perché tutti devono mangiare tutti i giorni. Se proprio avanza, si farà la birra, con il miglio locale però». Il sorriso di Sankara è rimasto, da uno dei poster che campeggiano nel parco, a ricordare la recente Assemblea dei popoli tenutasi a Caracas alla fine di febbraio.

Marinella Correggia

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(1) E’ stato impossibile entrare al Cuartel, malgrado la coda, con la signora Amelia la quale diceva: «Per quella morte ho pianto giorni. Il giorno prima lui si congedò da mia sorella...». Ah, lo conosceva? «Non direttamente: lo sognò». Sono riusciti a entrare perché registratisi per tempo un gruppo di militanti della comune de Sucre, come Noris Herrera, che si occupa di produzione tessile. Da visitare.


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Integrazione:

MORALES OMAGGIA HUGO CHAVEZ PER I SUOI SFORZI PER L' INTEGRAZIONE E L' INDIPENDENZA DELL' AMERICA LATINA

Morales homenajea a Hugo Chávez por sus esfuerzos para la integración e independencia de América Latina