lunedì 24 aprile 2017

7 maggio 2017, Douce France... avec Macron le dragueur des culos


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"Ha vinto il banchiere di Rothschild, hanno vinto, per ora, gli atlanto-euro-sionisti, i fautori della guerra, del turbo capitalismo, del neocolonialismo, del terrorismo. Ha vinto il Renzi francese. Ha vinto l’alleanza criminalità mafiosa-criminalità politica. Ha vinto Soros." (Fulvio Grimaldi)



Francia - Elezioni Presidenziali - Il ballottaggio tra Macron e Le Pen avrà luogo il giorno 7 maggio 2017.


E così in Francia si fronteggiano Macron, un globalista liberista, una Clinton in pantaloni, prodotto dalla grande finanza, filo-atlantico e continuatore delle politiche neocoloniali della Francia, e Marie Le Pen, espressione della destra sovranista e antiglobalista...Tutti si sono affrettati a dichiarare il loro voto al ballottaggio per Macron in nome dell'antifascismo. Anche tanta sinistra italiana che non vota in Francia. Meno male che Mélenchon non si è accodato al coro..e spero non cambi idea! Nessuna simpatia per la Le Pen, ma questa sinistra, così antilibersita che alla prima occasione non si esime dal votare i suoi esponenti anche più radicali come Macron, e che non sa stare a casa un attimo per riflettere un po' sulle sue disgrazie, non ha proprio nessun futuro. (Antonio Castronovi)

Articolo collegato: 

Emmanuel Macron è il perfetto prodotto di laboratorio dell’ideologia dominante: un tecnocrate, banchiere di sinistra, con idee più illuminate che illuministe, progressista, multiculturale, ecologista ma a favore della globalizzazione; pro-immigrazione, vuole più Europa, più “integrazione” cioè più potere a Bruxelles e in politica estera condivide le posizioni guerrafondaie sulla Siria ed è ostile alla Russia di Putin in perfetta sintonia con l’agenda atlantista.
Le sue idee politiche sembrano prese direttamente dai documenti dell’Open Society di George Soros; come il nome del suo Movimento (En March!) così incredibilmente uguale a Move.On, l’organizzazione di cui Soros è il principale finanziatore e che appoggia le politiche liberal dei candidati democratici negli Stati Uniti.
Attorno a Macron si è raccolto il gotha del potere finanziario, mediatico e industriale francese: in primis Pierre Bergé il grande industriale miliardario e filantropo definito non a caso il Soros di Francia; ma a torto perché Bergé è uno dei più straordinari interpreti del nostro tempo; l’uomo che ha amato Yves Saint Laurent trasformando il suo genio in industria.
Bergé è anche l’azionista di maggioranza di Le Monde (di cui detiene il 64% delle quote insieme a Pigasse l’altro banchiere enfant prodige della sinistra francese) e Nouvelle Observateur.
Nel team di Macron, ha un ruolo guida Bernard Mourad, l’uomo di Morgan Stanley in Francia e poi a capo del comparto media del colosso olandese Altice/Sfr che gestisce oltre 60 testate (quotidiani e periodici) tra cui Liberation, Le Figaro, L’Express, radio e tv come RMC e BFM; ruolo da cui si è dimesso per gestire la campagna elettorale.

domenica 23 aprile 2017

LAC dice no al foraggiamento di cinghiali in Liguria


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La LAC (Lega per l’abolizione della caccia) si schiera contro la Regione Liguria che, secondo l’associazione animalista, avrebbe aggirato il divieto statale di foraggiamento dei cinghiali.
“Foraggiare i cinghiali attualmente è un reato contravvenzionale, previsto dall’art. 7 della legge statale 221/2015, è punito con l’arresto da due a sei mesi oppure con un’ammenda alternativa (sempre irrogata dal tribunale) di importo da 516 a 2.065 euro.

Ma la cosa non sembra interessare al ‘regno autonomo’ dell’assessorato agricoltura della Regione Liguria, che con un decreto dirigenziale (n. 302 del 27 gennaio 2017), ossia il Piano regionale di abbattimento del cinghiale per l’anno 2017, prevede la possibilità per i cacciatori di effettuare i cosiddetti ‘foraggiamenti dissuasivi’; si tratta del rilascio autorizzato di quantità di un chilogrammo al giorno di granella di mais per ogni sito (oramai ce ne sono parecchie decine in ogni provincia ligure), purché a 500 metri di distanza dalle case e coltivi, nel periodo intercorrente tra il 1 aprile e il 30 settembre 2017” spiegano dalla LAC.

Il pretesto, definito “farlocco” dalla LAC, sarebbe quello di tenere lontano i cinghiali dalle produzioni agricole: “In realtà il foraggiamento in boschi e campagne è gestito dai cacciatori ‘cinghialisti’, sotto l’egida degli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC), ed ha il vero scopo di ‘fidelizzare’ i cinghiali nelle aree dove ciascuna squadra di cacciatori esercita in forma esclusiva le battute al cinghiale in un determinato comune o area. Si sta infatti diffondendo l’impiego di foraggiatori appesi agli alberi che rilasciano automaticamente il mais nei boschi, grazie all’ausilio di di un timer”.

“Il punto assai grave è che la Regione Liguria autorizza, con un proprio atto amministrativo, una pratica che in realtà una legge dello Stato vieta espressamente e qualifica come reato. Di fatto questi foraggiamenti costituiscono una risorsa alimentare aggiuntiva per la specie cinghiale, diminuendone la mortalità naturale. Ovviamente i prescritti 500 metri di distanza da case e coltivi, quand’anche effettivamente rispettati, non garantiscono per nulla che i cinghiali già foraggiati a mais non si avvicineranno mai più ad un orto. Un comportamento, quello della Regione Liguria, illogico e incoerente, viste le giuste critiche a chi alimenta illegalmente i cinghiali anche nelle aree urbane, oltre agli ipocriti proclami dell’Assessorato regionale sulla necessità di contenere la specie. Una sorta di tela di Penelope venatoria: fingere di voler diminuire i cinghiali, ma al tempo stesso blandire le squadre di cacciatori che, coi foraggiamenti, vogliono mantenere inalterate le possibilità di carniere anno dopo anno” concludono dalla Lega Abolizione Caccia.


Carlo Consiglio, Via Angelo Bassini 6, 00149 Roma, telefono 06/64690478, 392/9475797, fax 178/2259097, email consiglio.carlo@tiscali.itinfo@carloconsiglio.it, sito www.carloconsiglio.it

sabato 22 aprile 2017

Olocausto armeno e sionismo


Il 24 aprile 2017 ricorre il 102° anniversario del genocidio armeno, relativo a circa 1.500.000 cristiani armeni (cattolici e scismatici) sterminati dai Turchi. Di seguito  un articolo pubblicato  dal quotidiano israeliano “Haaretz”, relativo al ruolo che avrebbe avuto Theodor Herzl, padre del Sionismo, nella vicenda. 

Come Herzl liquidò gli armeni

Herzl sostenne il brutale sultano ottomano contro gli Armeni, credendo che questo inducesse il sultano a vendere la Palestina agli ebrei, di Rachel Elboim-Dror, Professoressa emerita di storia e cultura alla Hebrew University (“Haaretz” del 1/5/2015)

La questione armena ha interessato il movimento sionista sin da quando i turchi fecero un massacro di armeni alla metà degli anni 1890 – prima ancora del Primo Congresso Sionista. La strategia di Herzl si basava su un progetto di scambio: gli ebrei avrebbero pagato l’enorme debito dell’Impero Ottomano, e in cambio avrebbero ottenuto la Palestina e la possibilità di stabilirci uno stato ebraico, col consenso delle maggiori potenze. Herzl aveva cercato in ogni modo di persuadere il sultano Abdul Hamid II ad accettare, ma senza successo.

“Invece di offrire soldi al Sultano,” gli disse il suo agente diplomatico Philip Michael Nevlinski (che fece da consulente anche al sultano), “offrigli appoggio politico sulla questione armena e vedrai che accetterà la tua proposta, almeno in parte.” I paesi cristiani d’Europa avevano criticato l’assassinio dei cristiani armeni ad opera dei musulmani, comitati a sostegno degli armeni erano stati costituiti in vari paesi e l’Europa offriva anche rifugio ai leader della rivolta armena. Questa situazione rendeva assai difficile per la Turchia ottenere prestiti dalle banche europee.
Herzl seguì con entusiasmo il consiglio. Pensava fosse giusto tentare ogni strada per affrettare la nascita di uno stato ebraico. Acconsentì quindi a servire come strumento del Sultano e cercò di convincere i leader della rivolta armena che se si fossereo arresi al Sultano, questi avrebbe accolto alcune delle loro richieste. Herzl cercò anche di mostrare all’Occidente che la Turchia era anzi molto umana, che non aveva altra scelta che gestire in quel modo la rivolta armena, e che voleva la fine del conflitto e l’intesa politica. Dopo molti tentativi, il 17 maggio 1901 ebbe anche un incontro con il Sultano.

Il Sultano sperava che Herzl, giornalista famoso, sarebbe stato capace di mutare l’immagine negativa dell’Impero Ottomano. Quindi Herzl lanciò un’intensa campagna per soddisfare il desiderio del Sultano, presentando se stesso come un mediatore per la pace. Stabilì contatti ed ebbe incontri segreti con i ribelli armeni, nel tentativo di convincerli a cessare ogni violenza, ma i ribelli non si convinsero della sua sincerità e non credettero alle promesse del Sultano. Herzl tentò anche energicamente di usare per il suo disegno i canali diplomatici europei, che lui conosceva molto bene.
Come era nel suo carattere, non si consultò con altri leader del movimento sionista, e continuò ad agire in segreto. Tuttavia, occorrendogli un aiuto, scrisse a Max Nordau cercando di cooptarlo al suo progetto. Nordau rispose con un telegramma di una parola: “No”. Nella sua ansia di ottenere dai turchi la concessione della Palestina, Herzl dichiarò pubblicamente – quando l’annuale Congtresso Sionista era già iniziato – che il movimento sionista esprimeva la sua ammirazione e la sua gratitudine per il Sultano, sollevando le proteste di alcuni rappresentanti.

Il principale oppositore di Herzl su questa questione era Bernard Lazare, un intellettuale ebreo francese di sinstra, noto giornalista e critico letterario, che si era distinto nella battaglia contro il processo Dreyfus ed era un sostenitore della causa armena. Era così infuriato contro l’operato di Herzl che si dimise dal Comitato Sionista e abbandonò del tutto il movimento nel 1899. Lazare pubblicò una lettera aperta a Herzl in cui chiedeva: come è possibile che chi pretende di rappresentare un antico popolo la cui storia è scritta col sangue, offra una mano a degli assassini senza che nessun delegato del Congresso Sionista si levi a protestare?
Questo dramma che ha coinvolto Herzl – un leader che ha messo in secondo piano ogni considerazione umanitaria e si è posto al servizio del potere turco in nome dell’ideale di uno stato ebraico – è solo uno dei molti esempi di conflitto tra obiettivi politici e principi morali. Israele si è trovata più volte di fronte a simili tragici dilemmi, come dimostra la sua ormai annosa posizione di non riconoscre ufficialmente il genocidio armeno, così come da altre più recenti decisioni che riflettono la tensione esistente tra valori umanitari e considerazioni di realpolitik.



venerdì 21 aprile 2017

Outlet di Serravalle - Il mercato degli schiavi aperto tutti i giorni (feste comandate comprese)


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Le multinazionali hanno divorato la classe media


Ancora si discute il caso dell’outlet di Serravalle (Savona). Ancora c’è chi è pro o contro il lavoro domenicale e, in particolare, a Pasqua e a Santo Stefano.

Fermo restando che, ad esempio, nei ristoranti si lavora persino a Natale e a Capodanno, come negli ospedali e in moltissime altre attività, non c’è dubbio che, nelle feste, sia più grande il desiderio delle persone di restare con la propria famiglia.

McArthurGlen, la multinazionale proprietaria del più grande outlet d’Europa, dice che, in tempi di e-Commerce, è meglio favorire i clienti, visto che gli incassi, di domenica, possono superare quelli medi anche del 50 per cento. Non parliamo poi delle feste di Natale e Pasqua, quando pullulano turisti e famiglie (in riposo) che si aggirano desiderosi di acquistare!

Io credo, però, che sarebbe necessaria qualche altra riflessione. Ad esempio, che contratti hanno i lavoratori dell’outlet? Non saranno, per caso, pagati poco e tiranneggiati per la paura di perdere il posto?

Nell’attesa di sedare questi dubbi amletici (la cui risposta, però, in questi tempi, è quasi ovvia), si può fare un altro passo indietro.
I centri commerciali, gli outlet, le grandi catene, hanno costretto a chiudere definitivamente la maggior parte dei piccoli negozi.

A Savona, ad esempio, il centro commerciale Il Gabbiano ha eliminato moltissimi esercizi nelle vie adiacenti perché i piccoli commercianti non potevano sostenere la concorrenza di un tale colosso (avvedutezza politica che ne ha permesso l’ubicazione in piena città). Poi, sono venuti “Le Officine”, “Il Molo” a Vado Ligure ecc.

Come in qualunque altro settore, i piccoli imprenditori di una, due, tre persone, sono stati inghiottiti dalle multinazionali (anche quelle che vendono su internet, che commercializzano i prodotti cinesi, quelle che sfruttano senza pietà i lavoratori di tutti i continenti).
La nostra classe media, quella che popolava il paese costruendo benessere generalizzato, è stata decimata.

Al suo posto rimangono i pochi lavoratori dei centri commerciali.
Ora, i piccoli commercianti –quei rari sopravvissuti-, mentre affogano tra concorrenza insostenibile, tasse, debiti, mancate vendite, assurdi studi di settore, sono persino accusati di essere ladri ed evasori. È su di loro che si abbatte il discredito pubblico.
Il mondo è ogni giorno di più nelle mani di mostri globali che raccolgono enormi ricchezze mentre le persone comuni sono sempre più povere.

E mentre i sociologi dibattono soluzioni future nei talk, l’aumento dell’automazione toglierà altro lavoro agli umani.

Renata Rusca Zargar


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giovedì 20 aprile 2017

Geopolitica e genio militare - La Russia è lungimirante e pragmatica. Gli USA sono miopi e isterici


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Ecco  altre informazioni taciute dai media generalisti e riportate solo dagli specialisti, prendendo spunto dalla superbomba USA (definita dalle veline del Pentagono e da tutti i media mainstream “la madre di tutte le bombe non nucleari”, per enfatizzare la presunta superiorità bellica americana), recentemente sganciata in Afghanistan contro una rete di cunicoli sotterranei che paradossalmente erano stati costruiti con i finanziamenti della CIA quando sosteneva i combattenti locali. Ebbene, come riporta giustamente l’articolo sottostante, i russi ne possiedono una meno costosa e molto più efficace, ma i media mainstream pare non esserne informati, perché gli USA devono essere sempre descritti come i meglio dotati, superiori in tutto, cui subordinarsi obbedientemente per essere difesi.

In realtà  sono decine le armi, o meglio i sistemi d’arma, comprese le cosiddette “armi elettroniche” (Electronic warfare, EW), che le Forze Armate russe posseggono e che risultano molto più sofisticate, efficaci e potenti di quelle degli USA, per il semplice fatto che sono state concepite, progettate, ideate, rinnovate, costruite e collaudate negli ultimi dieci anni, grazie a precise scelte politico strategiche di Putin, non solo per far tornare in auge la Russia come grande potenza, ma perché aveva capito con largo anticipo quali sarebbero stati i rischi prossimi futuri, aveva previsto gli scenari che si sono ormai delineati e vi è arrivato preparato. 

Occorre riconoscere che gli ingegneri militari e l’industria bellica russa hanno fatto un ottimo lavoro. Al contrario gli USA che avevano il più potente esercito al mondo anche come dotazione e non solo dislocazione (oltre 700 basi militari nel mondo), avendo speso negli ultimi anni mediamente 700 miliardi di euro all’anno per le forze armate, posseggono una struttura talmente ciclopica che solo mantenerla in servizio attivo assorbe la maggior parte delle risorse, e rimane poco per il suo rinnovamento. 

Oltre a scelte molto discutibili ed assai onerose e che minano l’efficienza complessiva dell’intero apparato militare USA, che si sono accentuate dopo l’11 settembre, come dividere le competenze di intelligenze e sicurezza in ben 17 Agenzie Federali, spesso in competizione tra loro e poco coordinate, delegare molti servizi alle corporation paramilitari private (Private military company, Private Security Contractors (PSCs), Private Military Corporations, Private Military Firms, Military Service Providers), con altissimi oneri per la finanza pubblica e con il rischio assai elevato di perderne il controllo. Basti pensare che la Russia spende per le sue forze armate (compreso il rinnovamento dei mezzi) un decimo delle risorse degli USA, ma con risultati migliori. In questo caso si può affermare che ad arrivare ultimi si è avvantaggiati …

Per fornire qualche esempio concreto di questa altamente probabile superiorità militare russa (gli specialisti, tra cui quelli dell’intelligence USA, lo sanno molto bene), basterebbe citare il carro armato T-14 ARMATA, talmente all’avanguardia che è in grado di intercettare automaticamente i missili o qualsiasi proiettile che gli sia sparato contro ed è talmente ben corazzato da non essere possibile perforarlo (dovrebbero usare la “madre di tutte le bombe, peccato che costi 16 milioni di dollari!). Il caccia multiruolo di 5 generazione Sukhoi PAK FA T-50 dotato di tecnologia stealth, temuto dagli esperti del Pentagono perché sanno che il loro F-35 con tutti i difetti che sono emersi non è in grado di competere e prevalere, in compenso l’Italia entro i prossimi anni ne acquisterà parecchie decine, nonostante siano costosissimi ed onerosi nei costi di esercizio e soprattutto di manutenzione, ed i piloti non lo apprezzano affatto, conoscendone i difetti.

Inoltre si possono citare i missili anti-nave supersonici P-800 "Onyx" e i missili da crociera "Tsirkon", i sottomarini del progetto "Varshavyanka", silenziosi e praticamente invisibili, i sistemi missilistici antiaerei S-300 e S-400 che già oggi non hanno eguali e che saranno presto integrati dall'S-500 che avrà una gittata maggiore, cui si aggiungerà il sistema anti-missile e di difesa spaziale "Nudol". 

In poche parole la Russia si sta preparando a difendersi (non attaccare, che non avrebbe alcun senso) da qualsiasi aggressione americana e NATO, e pare che i nostri politicanti non siano molto aggiornati sulla reale situazione bellica in un eventuale confronto sul campo, essendo troppo abituati ad essere servi stolti ed utili idioti della leadership neocons americana.

Claudio Martinotti Doria

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lunedì 17 aprile 2017

“welfare integrativo e aziendale” - L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare


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Un elemento caratterizzante i rinnovi contrattuali, assieme alla miseria degli aumenti salariali, è l’introduzione del cosiddetto welfare integrativo o aziendale.

Nel contratto metalmeccanici, ad esempio, con questo meccanismo, la burocrazia sindacale ha spacciato un aumento complessivo di 92 euro, di cui solo 51 in aumenti in busta paga e il resto in “altre voci”: (7,69 euro di aumento sulla previdenza, 12 sulla sanità, 13,6 di welfare, per un totale di 85 euro mensili che arrivano a 92 e qualche centesimo con la quota per il diritto alla formazione continua).

Questi contributi andranno soltanto ai lavoratori che usufruiranno di tali istituti (ad es. con i fondi sanitari) o che aderiranno al fondo previdenziale Cometa.

Dunque non un diritto universale, ma basato un rapporto con un fondo privato o con un fondo aziendale a cui gli operai vengono spinti ad aderire.

Superfluo dire che per tutti gli altri lavoratori questi 41 euro andranno in fumo.

In altre parole quote di salario si sono trasformano in servizi solo per alcuni.

Lo stesso meccanismo si ripete, anche se con forme diverse in altri CCNL delle categorie private  e prossimamente verrà introdotto anche nei comparti del pubblico impiego.

Ma a cosa serve realmente il “welfare integrativo e aziendale”?   

1)       Ad aumentare lo sfruttamento della classe operaia che vede diminuire il monte salari effettivo, parzialmente rimpiazzato da una remunerazione sotto forma di “prestazioni di servizi”.

2)       Ad incrementare i profitti delle aziende che possono lucrare perché il valore delle prestazioni di welfare è nettamente più alto di quanto realmente pagheranno questi pacchetti sul mercato, anche grazie alla detassazione prevista dal governo (vedi il taglio dell’IRAP dell’anno scorso che serviva proprio a finanziare la sanità).

3)       A favorire i profitti delle aziende private che operano soprattutto nel settore della sanità e delle assicurazioni. La strategia è quella di sostituire il welfare universalistico pubblico con quello aziendale e privato. Si torna indietro di mezzo secolo.

4)       A liquidare le tutele collettive, sostituendole con diritti individuali legati al posto di lavoro, e sottoposti a ricatto continuo. Il licenziamento a es. non comporterà solo la perdita del salario, ma anche del diritto alla salute per se stessi e per tutta la propria famiglia.

5)       A  dividere gli sfruttati, perché questo sistema produce una disuguaglianza tra chi vi accede e chi non vi accede, dunque ulteriori divisioni fra i lavoratori contrattualizzati e non, gli occupati e i disoccupati, e con la  popolazione in generale.

6)       A introdurre un sistema di fidelizzazione dei lavoratori più qualificati che l’azienda vuole mantenere finché non sono ammortizzati completamente i costi della formazione.

7)       A ingrassare le burocrazie sindacali  che stanno nei CdA dei fondi. Va ricordato che se il lavoratore non riesce a spendere le somme del welfare, queste finiscono automaticamente al Fondo Cometa.

I vertici e le burocrazie sindacali in crisi profonda accettano il welfare aziendale e integrativo per salvaguardare la propria posizione privilegiata. 

A questo riguardo dobbiamo ricordare che nei paesi imperialisti la base economica dell’opportunismo sindacale e politico sta proprio nella distribuzione di una parte dei sovrapprofitti ottenuti dalla borghesia. 

Questa corruzione sistematica trova la sua manifestazione più chiara nell’ideologia e nella pratica dei quadri dirigenti della socialdemocrazia e dei sindacati, che sono i veicoli diretti dell’influenza borghese sul proletariato e i migliori sostegni del regime capitalistico.

Ma, dopo avere formato una burocrazia sindacale collaborazionista e corrotta, l’imperialismo alla fine distrugge l’influenza di essa sopra la classe operaia, perché l’approfondimento delle contraddizioni del regime capitalistico, il peggioramento delle condizioni di esistenza delle grandi masse operaie e la disoccupazione di massa del proletariato, minano le basi del riformismo tra le masse.


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Da Scintilla n. 79, aprile 2017


domenica 16 aprile 2017

Case chiuse, come ISIS e LGBT... se ne fa troppo uso!


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Ho fatto giusto in tempo, a Genova, a conoscere quelle case che chiamavano chiuse. Chiuse non tanto a chi vi entrava quanto a chi ne avrebbe voluto uscire: le prestatrici d’opera. Godevano di un permesso di qualche ora la domenica, perlopiù per brevi incontri con una loro creaturina affidata a qualche parente, si spostavano a plotoni ogni 15 giorni da una città all’altra (perciò, salivando, ci si informava sulle “quindicine” nuove arrivate al popolare ed effervescente “Castagna”, o all’esclusivo e pomposamente formale “Lepri”) e non credo che il suffragio universale esteso alle donne dopo la guerra riguardasse anche loro. Per gli adolescenti era una specie di romanzo di iniziazione. La rete di lenoni che amministrava il business da noi non cavò un granchè. Squattrinati, s’andava lì nelle ore di sega all’università a pizzicare tette e cosce con gli occhi e a far casino nel casino, fino al momento in cui la “madama” al banco dei gettoni, stufa di sollecitare “ragazzi in camera!”, ci cacciava fuori.

M’è capitato uno strano accostamento tra quei postriboli e quelli, per molti versi sovrapponibili, in cui oggi si fabbricano giornali e telegiornali. In tutte e due la merce è bene impacchettata (o spacchettata), ma, al consumo, risulta avariata, perché falsa, simulata, recitata. Difficilmente, allora, alle tue frementi aspettative, rispondeva qualcosa di più di un povero singulto, più o meno stancamente recitato. Difficilmente, oggi, al tuo interessamento per le cose del mondo corrisponde una risposta sincera. In entrambi i casi si fa finta, si ha a che fare con impostori che in cambio dei tuoi quattrini e diritti ti rifilano un prodotto contraffatto. Sto parlando di organi d’informazione di cui, datine i fini e loro mandanti, non c’è da nutrire neanche il dubbio che se ne ricavi qualcosa di onesto. Sono i grandi giornaloni e telegiornaloni e talkshowoni. Non vale la pena occuparsene. Mai termine più preciso di presstitute fu inventato.

Ma con l’involversi dei tempi anche il lenocinio ha saputo superare i propri limiti e si è passati dal bordello dichiarato ed evidenziato dalle persiane permanentemente chiuse, a tipologie analoghe, a finestre aperte con tanto di tendine di pizzo: escort, per le quali il dopocena è sottinteso, estetiste e fitness che occultano (non tutte ovviamente) la funzione principale dietro a un’altra socialmente accettabile, case d’appuntamento ove la recita include anche qualche prurito di autenticità. Avete già immaginato con chi va fatto l’accostamento. Media che, per rimanere nella metafora, incantatoti con l’aperitivo dalla gradevole gradazione alcolica e con una happy hour di tartine al lardo di Colonnata, unioni civili e migranti, ti rifilano la bistecca guasta, o agli ormoni, o addirittura neanche di carne, ma di soia: il mondo, le guerre, nemici e amici. Sono quelli che si proclamano di opposizione, menano gran vanto di come sanno cantargliela alla successione di ciarlatani, biscazzieri e strozzini che sfilano nei palazzi del potere, ma poi tornano “quindicina” di regime non appena a portarle in camera siano i grandi signori che ti pagano tante marchette. Presstitute en travesti
La confessione bomba del NYT: L’Isis siamo tutti noi

Nell’edizione del 12 aprile di quello che i boccaloni definiscono lo “standard aureo” del giornalismo, il New York TImes, è esplosa una bomba al confronto con la quale la MOAB gettata sull’Afghanistan, a celebrare 16 anni di sconfitte e spese Usa e Nato, è poco più di un petardo (Del resto, sensazionalizzare come apocalisse senza precedenti quella bombona serve solo a intimidire qualcuno. Non era affatto la prima volta. Era il 20 marzo 2003 e nel mio albergo di Bagdad, “Al Mansur”, venivano giù vetri e pareti mentre dal balcone filmavo una MOAB uguale a quella afghana, esplosa a 10 km, oltre il Tigri, a polverizzare l’intera area delle strutture delle telecomunicazioni. C’è tutto nel docufilm “Un deserto chiamato pace” ).
Cosa ci rivela il NYT, giornale portavoce di Netaniahu, guerrafondaio e razzista etnocentrico in ogni sua cellula e, più che mai, con il rinomato editorialista e pitbull da attacco, Thomas Friedman? Ciò che in tanti sapevamo, anche perché ce lo aveva detto Hillary Clinton, ma che le presstitute dei bordelli che passano per saloni di bellezza occultano: Isis, Al Qaida e rispettivi derivati cosa nostra sono. Vabbè, si sussurrava che sauditi e qatarioti qualche soldo ai wahabiti, veri o finti, l’avevano passato; che Erdogan s’era arricchito col petrolio dei suoi giannizzeri col vessillo nero rubato; si vociferava di campi d’addestramento Usa in Giordania; ci si chiedeva pensosi come mai avessero tante armi Nato e israeliane; si apprezzava lo spirito umanitario degli ufficiali sanitari israeliani che, sul Golan, allestivano cliniche per jihadisti feriti. Ma su tutto questo si passava rapidamente una mano di vernice: le nequizie del sanguinario dittatore Assad.

Ora, però, il grande quotidiano della Grande Mela ha abbandonato ogni scrupolo. Esaltato dall’improvvisa trasformazione del nefasto isolazionista in combutta con Putin in signore della guerra come pochi prima di lui, ha gettato alle ortiche ogni prudenza o doppiezza. Il nerboruto “commander in chief” ha calato il poker d’assi (bufalona delle armi chimiche e dei tanti bambini morti, invincibile armada verso Pyongyang, MOAB sterminatrice sull’Afghanistan, dito medio sparato a Putin a Mosca), si gioca a viso e trucchi aperti.

Si chiede dunque il NYT: “Perché mai il nostro obiettivo dovrebbe ora essere quello di sconfiggere lo Stato Islamico in Siria?” Stupefacente onestà. Cinica, oscena, ma verità. Scrive l’acrobatico Friedman: “Di Isis ce ne sono due. Quella satanica, crudele e amorfa è l’Isis Virtuale. E’ quella che compie attentati a Londra, Parigi, Cairo. L’altra è l’Isis territoriale che controlla qualche zona in Iraq e vaste aree in Siria. Suo obiettivo è sconfiggere il regime di Assad insieme ai suoi alleati russi, iraniani e hezbollah e anche il regime filo-iraniano in Iraq, rimpiazzando entrambi con il califfato. Credo che se l’Isis territoriale venisse battuto, quello virtuale diverrebbe ancora più virulento”. L’abbiamo partorito (sottinteso), ora facciamolo fiorire e moltiplicarsi, ché, senza, di Siria e Assad non ci liberiamo più.

Concede , il NYT, che il fine degli Usa in Siria è schiacciare Assad, la Russia, l’Iran e Hezbollah, al punto che questi si accordino con i “ribelli moderati” sull’eliminazione di Assad. “Serve dunque una no-fly-zone perché si costituisca, accanto a quella curda intorno a Raqqa, anche un’entità jihadista a Idlib, dove sono concentrati i moderati e dove Assad ha buttato le sue bombe chimiche. Cosa dunque potremmo fare? Aumentare drammaticamente il nostro sostegno militare ai ribelli e smettere di combattere l’Isis territoriale. Se dovessimo sconfiggere l’Isis territoriale permetteremmo ad Assad, Iran, Russa e Hezbollah di distruggere gli ultimi ribelli moderati…. E’ tempo che Trump faccia il Trump, cinico e imprevedibile. L’Isis è la più grande minaccia per Iran, Hezbollah, Russia e milizie scite… Perché mai sconfiggere l’Isis in Siria? Manco per niente. Non ora. Gli Usa devono aiutare l’Isis a essere il mal di testa di Assad, Iran, Hezbollah e Russia… Questo è il Trump che ci serve…” E che fino a ieri il NYT, gazzetta liberal dei progressisti del mondo, considerava alla stregua di un rigurgito gastrico. Muri, migranti, gay, flirt con Putin, misoginia, tutto perdonato. Sono bastati una MOAB sui civili afghani e il colpaccio armi-chimiche-59 Tomahawk sulla Siria. E così, incoraggiati da tanto riconoscimento del Sion-NYT, gli eroi Isis hanno celebrato la Pasqua esibendosi nell’agghiacciante massacro di Aleppo e Mosul, ordinatogli per punire le popolazioni decise a tornare sotto la protezione del loro sanguinario dittatore.

A questo punto avremmo tutti le idee più chiare. Anche se il reo confesso Friedman non arriva ad ammettere che non è solo ora che agli Usa balena l’opportunità di lanciare l’Isis contro il resto del mondo. Che lo strumentino fine-del-mondo Al Qaida e poi Isis l’hanno inventato proprio loro. Ma nell’occhio che Friedman ci strizza, mentre ci racconta dell’Isis da portare alla vittoria, tutto questo è implicito. I sonnambuli della fede cieca nei media dovrebbero ricavarne un brusco risveglio. Tutti quelli dagli occhi aperti e le sinapsi in ordine che da anni sanno come terrorismo e USraele siano la quadratura del cerchio per il dominio sul mondo, dovrebbero poter godere della conferma. E invece, avete visto o sentito anche un solo accenno a questa deflagrazione di verità nei media delle nostre presstitute?

La stella di Davide sulla Casa Bianca, sull’Isis, sui curdi
Quando parla il NYT parla Israele. E quando parla Israele, gli Usa ascoltano, obbediscono e si tirano dietro il resto della sedicente “comunità internazionale”. Lo garantisce il ruolo e il numero di kazari talmudisti installati dove si informa, si incassa, si paga, si decide. E, per inciso, Israele, all’Isis da sostenere, affianca anche i curdi. Quelli iracheni da sempre. Quelli siriani da mo’. Quelli turchi….Come ci informa Stefano Zecchinelli: tra quelli impegnati nella pulizia etnica contro gli arabi a Rojava ci sono anche volontari israeliani. E vi appare addirittura il filosofo apostolo di tutti i terroristi, Bernard-Henry Levy. Sentite cosa ha detto Salih Muslim, leader dell’YPG curdo, a proposito del bombardamento di Trump: “Gli Usa non devono solo bombardare il regime, ma tutte le forze che usano la violenza contro i civili (ovviamente escluso l’YPG che spazza via i civili arabi dalle loro terre)… In ogni modo Trump ci aiuta più di Obama”. Trattasi dei cocchi democratici e femministi  ddella nostra sinistra.

C’è di peggio nel tramonto dell’Occidente che i russofobi di “sinistra”?
Quella sinistra che non ha perso l’occasione per confermarsi al servizio delle più sporche e squalificanti operazioni delle centrali di disinformazione, indirizzate a fomentare una sempre più demenziale psicosi di guerra. Sono detriti di una storia tradita e gettata alle ortiche, spiaggiati sulle rive di una palude frequentata da caimani, dove operano da procacciatori di vittime. Oggi il loro impegno è di contribuire con i loro sibili di rettili a gonfiare le vele della flotta in rotta verso la guerra. Se per vele intendiamo la russofobia, l’uragano che le muove ha assunto via via varie colorature: Putin omofobo, autocrate e assassino di oppositori, libertà d’espressione annientata, sport russo dopato in ogni sua specialità, hacker russi che hanno determinato la sconfitta di Hillary, Mosca che finanzia populisti e ultradestre per mandare in vacca l’Europa, Russia imperialista che divora l’Ucraina e si risente se la democrazia installa una selva di missili ai suoi confini, Igor, il pluri-assassino, che imperversa tra i bravi cristiani terrorizzati delle lande emiliane, è ovviamente “Igor il russo”, militare siberiano nientemeno (la Siberia, i gulag…), anche se poi decade in serbo, sempre slavo è… La fantasia dei detrattori è sconfinata.

L’antesignano Sofri e i succedanei di Novaja Gazeta: è la volta dei LGBT
Amici ceceni di Sofri e della Politovskaja
Oggi hanno riesumato i fasti ceceni del Sofri, illustre editorialista di regime, che diffondeva le gesta dei sequestratori e tagliatori di teste ai tempi della prima attivazione dei banditi jihadisti in Cecenia, poi glorificati da quella Politovskaja, fiduciaria Cia e sua inviata per Radio Liberty, il cui giornale, Novaja Gazeta, attiva, a dispetto dei diversi non manipolabili, una delle quinte colonne imperialiste più care a George Soros e alla sua panoplia di sinistri liberal dirittoumanisti: l’ala LGBT che nel bandito affossatore di valute e nazioni si riconosce. Non manca l’occasione di guadagnarsi il riconoscimento dei suoi sponsor “il manifesto”, che imbratta una pagina con un copia e incolla dal quotidiano russo sugli orrori anti-LGBT perpetrati in Cecenia sotto lo sguardo iniettato di sangue dell’omofobo Putin. Tanto per ribadire che in Russia l’autocrazia dell’ex-KGB non consente la minima libertà di stampa, come vuole la vulgata dell’industria di fake news occidentale. E per farci rimpiangere che a Mosca non ci sia nessuno come l’ungherese Orban che impedisca alle Ong dei sabotatori finanziati da Soros e dalla NED di destabilizzare il paese diffondendo falsità e reclutando agenti provocatori.

Il Grand Guignol di “Novaja Gazeta” e “manifesto” ci dipinge un quadro splatter di orrori inflitti ai gay ceceni. Guardate qua, la prosa degli sceneggiatori di bufale ripresa con fervore orgasmatico dal giornaletto dei “diritti civili” come interpretati dai pubblicitari di genocidi: “Picchiati con tubi di gomma, attaccati alla corrente elettrica, costretti a sedersi su bottiglie, lasciati senza cibo né acqua, a volte fino alla morte…Auschwitz (l’accostamento non manca mai), la segregazione del disumano… nella prigione segreta scoperta da due giornaliste di “Novaja Gazeta”….” E sapete come l’hanno scoperta? Leggete e ammirate l’inconfutabile prova: “Le due reporter (si fa per dire) non sono entrate nel centro di segregazione, ma hanno ricostruito attraverso testimoni dove e cosa succede lì dentro”. Tre testimoni. Anonimi. Poi gli ho telefonato, anonimo anch’io, e gli ho rivelato che Putin si ciba di cuori strappati a neonati ebrei. Esce nel prossimo numero del giornale della Politovskaja. Le due reporter badino che i loro mandanti non gli facciano fare la fine nell’ascensore della loro collega martire. Ci penserà comunque il “manifesto” a consacrarle.

I numeri di convenienza delle pene di morte
Non si fa mancare nulla “il manifesto”. A completare il servizio del quotidiano socialimperialista (stavolta il termine calza), la boiata cecena è sovrastata da una denuncia agghiacciante. La Cina, proclama sgomenta la filiale del Dipartimento di Stato, capeggia la classifica delle esecuzioni capitali. 85 tra il 2014 e il 2016. Non dice niente delle 27 degli Usa nel solo 2016. Ovviamente ci si astiene dal fare il rapporto tra esecuzioni e popolazioni. Quanto fa 85 in tre anni su 1miliardo e 400 milioni, rispetto a 27 in un anno su 300? Ma Amnesty International, fonte prediletta della sinistra imperialista, trascura qualche particolare. Per esempio, che ai 27 interventi del boia americano vanno aggiunte le 5000 esecuzioni extragiudiziali annuali di civili disarmati, quasi tutti neri, da parte della polizia (e magari anche qualche decina di migliaia di quelle commissionate ai terroristi in Siria e Iraq). Amnesty, che è scaltra, si aspetta l’obiezione e prontamente, la rintuzza: le 85 esecuzioni cinesi nei tre anni sono invece “almeno 931, però non riportate nei registri”. Lo dice Amnesty. E se lo dicono loro… 
Non sono quelli che ci hanno rivelato che Assad ha fatto strangolare 13mila detenuti nelle sue carceri? E mica perché queste fossero troppo affollate. Perché gli andava. 
Quando si è amici di Putin….

Fulvio Grimaldi 

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sabato 15 aprile 2017

Trump "ebreo"? No, semplicemete sionista


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Vista la sua politica estera, fortemente filo israeliana, alcuni analisti affermano che trump donald sia di origine ebraica...  Il dubbio sorge a seguito degli ultimi eventi guerrafondai, soprattutto in ambito medio-orientale, che rispecchiano i desiderata della politica  israeliana ... 

"Trump obbedisce a Netanyahu (che recentemente ha rotto con Putin) ed ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e venire allo scoperto, mostrando la sua vera faccia, da ebreo". Questo, ad esempio, il parere di F.T., basato su alcune illazioni pubblicate su siti "complottisti". 


Ma  tale opinione è  contraddetta da F.G. che afferma: "Allora dovrebbero essere ebrei tutti i presidenti Usa che dal 1948 hanno impostato la politica estera in combutta con, o al servizio di, Israele e dell’internazionale ebraica. Quella di Trump, Trumpf, tedesco o transilvano ebreo, appartiene alla categoria delle fantasie di chi non ha capito  cosa sia la lotta di classe..."

Beh, da un punto di vista "religioso" tutti coloro che hanno aderito al cristianesimo od all'islamismo si può dire che facciano parte della tradizione giudea, in quanto queste due religioni sono varianti del "credo" originario. Mentre dal punto di vista etnico solo i nati da madre ebrea possono insignirsi del titolo di "eletto". Questo nella norma tradizionale giudaica. 


Per quanto riguarda trump donald di sicuro egli ha una figlia sposata con un ashkenazita sionista, che funge per altro da suo consigliere,  la quale afferma di essersi "convertita", cosa non accettata nella tradizione ebraica ortodossa. Purtroppo tutti gli ashkenaziti sono sionisti pur non essendo di origine semita (bensì turcomanna), essi si definiscono "eletti" come gli ebrei originari ma questa assunzione non è riconosciuta nell'ebraismo tradizionale. 

La conversione en masse dei kazari fu in conseguenza  di un "errore" commesso da alcuni rabbini "ben remunerati" che sancirono il  passaggio dallo zoroastrismo all'ebraismo di quel popolo, una conversione dovuta a ragioni squisitamente geopolitiche e non religiose. Purtroppo ora i kazari - ashkenaziti sono la maggioranza assoluta nel contesto del popolo ebraico, pur non avendone un reale diritto. Forse si può dire che  trump ha simpatie e mire sioniste ma certamente non è un ebreo.

Paolo D'arpini




giovedì 13 aprile 2017

Donald Duck (all'anagrafe Trump) non ne azzecca una... e la Cina se la ride!


Mentre il 12 aprile 2017 il comandante dell’USS Ross, Russell Caldwell, che aveva supervisionato l’attacco missilistico dell’US Navy contro la base aerea siriana di al-Shayrat, dopo solo 18 mesi di comando della nave veniva “promosso” a supervisionare la stesura di manuali sulla guerra di superficie a San Diego, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiarava che la sua amministrazione non designa più la Cina come manipolatore di valuta, e si lamentava che il dollaro USA sia troppo forte, rimangiandosi le dichiarazioni in campagna elettorale, quando accusò la Cina di manipolare la propria valuta per aumentare le esportazioni, “Credo che il nostro dollaro sia diventato troppo forte, e in parte questo è colpa mia perché la gente ha fiducia in me, ma è un male… alla fine“, aveva detto Trump; miracolo dovuto al lancio dell’agenzia di stampa dello Stato cinese Xinhua, che definiva l’attacco alla Siria l’azione di un politico debole che aveva bisogno di mostrare i muscoli. In sostanza, Xinhua aveva detto che Trump ordinò l’attacco per superare l’accusa di essere “filo-russo”. Xinhua menzionò gli attacchi missilistici statunitensi sulla Libia nel 1986 e l’Iraq nel 1998, e rimproverò gli Stati Uniti per non aver raggiunto i propri “obiettivi politici” in quei casi, “E’ la tipica tattica degli Stati Uniti inviare un forte messaggio politico attaccando altri Paesi utilizzando aerei militari avanzati e missili da crociera”. “Gli analisti cinesi, il cui consiglio è a volte ricercato dal governo su questioni di politica estera, erano sprezzanti sull’attacco, vedendovi un Paese potente attaccare una nazione che non poteva reagire”. 
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L’analista cinese Shen Dingli affermava, “Se gli Stati Uniti s’infognano in Siria, come può Trump rendere ancora grande l’America? Di conseguenza, la Cina potrà avere un’ascesa pacifica. Anche se diciamo di opporci al bombardamento, nel profondo del cuore ne siamo felici”. Tra l’altro, anche lo stupido tentativo dell’amministrazione Trump di creare una frattura tra Mosca e Beijing non tiene nemmeno conto dei dati della realtà economica mondiale: “Per la prima volta in assoluto, le esportazioni di macchinari della Cina in Russia hanno superato quelle della Germania, secondo i dati del 2016 dell’Associazione dell’industria metalmeccanica tedesca (VDMA). La Cina inviò macchinari del valore di 4,9 miliardi di euro (5,2 miliardi di dollari) in Russia lo scorso anno, a fronte di ordini dalla Germania per un totale di 4,4 miliardi di euro. L’inversione di tendenza era prevista date le sanzioni economiche dell’UE nei confronti della Russia per il presunto ruolo nel conflitto ucraino e l’adesione della Crimea. “I fornitori cinesi sono chiaramente in vantaggio in questo momento”, aveva detto un comunicato della VDMA. “Non sono alle prese di alcuna sanzione e, quando necessario, provvedono proprie offerte di finanziamento per le consegne”.”

Negli ultimi 16 anni, mentre gli USA minacciavano Iran, Siria e Russia, la Cina ha continuato a rafforzasi alleandosi con la Russia e l’Iran. E l’amministrazione Trump, trascinando gli Stati Uniti nella guerra in Siria non farà altro che rafforzare questa dinamica. “Non c’è da stupirsi se dei cinesi siano “entusiasti” a tale prospettiva”. Inoltre, l’ultimo vertice USA-Cina è stato un fallimento, dato che i cinesi non hanno fatto concessioni agli USA, né sul piano geopolitico, né su quello commerciale. Infatti la Cina non solo non apre ulteriormente i propri mercati alle aziende statunitensi, ma gli imprenditori statunitensi, che si aspettavano anche che i cinesi annunciassero investimenti negli Stati Uniti, creando posti di lavoro e compensando lo squilibrio commerciale degli USA con la Cina, rimanevano a bocca asciutta. Xi Jinping non ha proposto nulla di ciò. E’ stata una debacle per Trump “giunto alla Casa Bianca spacciandosi da grande affarista. La sua idea sarebbe stata ‘ammorbidire’ l’avversario con minacce e spacconate, per strappargli concessioni, mentre puntava all”affare’ più vantaggioso per gli Stati Uniti. Tale approccio può funzionare nel mondo del commercio. Ma come i cinesi gli hanno dimostrato, e come i russi glielo dimostreranno, il mondo della diplomazia internazionale non funziona così”.
E difatti, la Casa Bianca di Trump insisteva su tale approccio pubblicando tre pagine e mezza di accuse contro i governi di Siria e Russia. Si tratta di mere pagine senza intestazione o note, senza data, classificazione o declassificazione, senza indicazione dell’agenzia responsabile e senza firme. Non si capisce chi l’abbia scritte. Se i media occidentali lo definiscono rapporto declassificato sull’attacco con armi chimiche, in realtà non è nulla del genere. Inizia con “Gli Stati Uniti ritengono che il governo siriano abbia effettuato un attacco chimico…” Gli Stati Uniti non sono “certi”, non “sanno”, non hanno “prove”, ma “ritengono” soltanto. Il documento afferma che “abbiamo intelligence elettronica e geospaziale”, per poi aggiungere che “non possiamo rilasciare pubblicamente tutta l’intelligence disponibile su tale attacco per la necessità di proteggere fonti e metodi”. Il testo comprende sette paragrafi di un presunto “Sommario delle valutazioni della comunità d’intelligence degli Stati Uniti”, seguiti da altri otto paragrafi che tentano di confutare le affermazioni russe e siriane. Solo fuffa politica. Infatti, per tracciare una “valutazione dei servizi segreti”, un National Intelligence Assessment per cui tutte le diciassette agenzie d’intelligence statunitensi devono essere ascoltate, sono necessarie tre settimane di tempo, e una valutazione completa richiede almeno due mesi. Tale documento è ufficiali e viene emesso dal direttore della National Intelligence. La valutazione diffusa dalla Casa Bianca invece non è nulla del genere, semmai è l’appunto di qualcuno del Consiglio di Sicurezza Nazionale. E tale appunto afferma “Riteniamo che Damasco abbia lanciato questo attacco chimico in risposta ad un’offensiva dell’opposizione nella provincia di Hama che minacciava un’infrastruttura chiave“. 
Ma tale offensiva era fallita due settimane prima, e l’Esercito arabo siriano aveva liberato le aree occupate da al-Qaida, le infrastrutture non furono mai minacciate ed oltre 2000 terroristi furono eliminati in quelle operazioni. L’attacco su Hama, pianificato e diretto dal capo di al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) al-Juliani, era già fallito giorni prima dell’incidente chimico di Qan Shayqun, città tra l’altro lontana dal fronte. Il documento della Casa Bianca infatti si basa su “segnalazioni open source” che “indicano” qualcosa. Ciò significa che la Casa Bianca basa le proprie accuse su foto e video diffusi dalla propaganda collegata ad al-Qaida, i cui agenti sono gli unici che possono agire a Qan Shayqun, occupata dal liwa al-Aqsa, gruppo terroristico collegato ad al-Qaida e Stato islamico. In tali video appare il cosiddetto “Dr. Shajul Islam”, medico radiato nel Regno Unito ed incriminato per il sequestro di due giornalisti occidentali in Siria, tra cui James Foley, decapitato dallo Stato islamico. Tale “valutazione d’intelligence” definisce ufficialmente al-Qaida “opposizione siriana”. Va ricordato che il generale neocon David Petraeus invocò un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida nel 2015, e il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, generale McMaster, è un protetto di Petraeus, di cui era il braccio destro in Iraq. Il passo successivo di tale strategia sarebbe l’alleanza dichiarata degli Stati Uniti con lo Stato islamico. 
L’editorialista del New York Times Thomas Friedman già lo sostiene: “Potremmo semplicemente far marcia indietro nella lotta allo SIIL in Siria e farne solo un problema per Iran, Russia, Hezbollah e Assad. Dopo tutto, loro sono sovraestesi in Siria, non noi. Farli combattere una guerra su due fronti, i ribelli moderati da un lato e SIIL dall’altro. Se sconfiggiamo lo SIIL in Siria ora, ridurremo solo la pressione su Assad, Iran, Russia ed Hezbollah, e gli consentiremo di dedicare tutte le risorse a schiacciare gli ultimi ribelli moderati ad Idlib, per non condividere il potere con loro. In Siria, Trump dovrebbe lasciare che lo SIIL sia una preoccupazione per Assad, Iran, Hezbollah e Russia, e l’incoraggi come si fece con i mujahidin che colpirono la Russia in Afghanistan”. I “ribelli moderati a Idlib” non esistono, ci sono solo al-Qaida e Ahrar al-Sham, che s’ispirano ai taliban.

Il professore emerito del MIT Theodor Postol, ex-consigliere scientifico dell’US Navy ed esperto di missili, analizzando le “prove” della Casa Bianca, affermava in una lettera, “Caro Larry, rispondo alla tua richiesta su ciò che ho capito della dichiarazione della Casa Bianca che sostiene la scoperta dell’intelligence sull’attacco con gas nervino del 4 aprile 2017 a Qan Shayqun, in Siria. La mia comprensione dalla nota è che sia una sintesi d’intelligence della Casa Bianca resa pubblica l’11 aprile 2017. Ho rivisto il documento con attenzione, e credo che si possa dimostrare, senza ombra di dubbio, che non fornisce la benché minima prova che il governo degli Stati Uniti abbia prove concrete che il governo della Siria sia responsabile dell’attacco chimico a Qan Shayqun, Siria, tra le 6 e le 7 del mattino del 4 aprile 2017. In realtà, elemento principale di prova citato nei punti del documento è che l’attacco fu eseguito da individui a terra, non da un aereo, la mattina del 4 aprile. Tale conclusione si basa su un presupposto della Casa Bianca quando cita il punto di lancio del Sarin e le relative fotografie. La mia valutazione è che il sito molto probabilmente sia stato manomesso o fabbricato, in modo che alcuna conclusione seria possa trarsi dalle fotografie citate dalla Casa Bianca. 
Tuttavia, se si assume, come fa la Casa Bianca, che il sito di rilascio del Sarin sia questa posizione e che non sia stata manomessa, la conclusione più plausibile è che il Sarin fuoriuscì da un dispositivo di dispersione improvvisato fabbricato con un segmento di razzo da 122 millimetri riempito con sarin e chiuso su entrambi i lati. Gli unici fatti indiscutibili riportati nel rapporto della Casa Bianca è l’affermazione che l’attacco chimico con agente nervino si è verificato a Qan Shayqn, Siria, quella mattina. Anche se la dichiarazione ripete ciò in molti passaggi della relazione, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che questo attacco sia dovuto a munizione aviolanciata. In realtà, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che possa indicare chi sia l’autore di tale atrocità. Il rapporto ripete invece le osservazioni degli effetti fisici subiti dalle vittime che, con pochi dubbi, indicano avvelenamento da gas nervino. L’unica fonte del documento che cita una prova del fatto che l’attacco sia opera del governo siriano è il cratere che si afferma di aver individuato su una strada a nord di Qan Shayqun. Ho individuato tale cratere utilizzando Google Earth e non c’è assolutamente alcuna prova che sia opera di una munizione progettata per disperdere Sarin dopo esser stata sganciata da un aereo… I dati citati dalla Casa Bianca sono più coerenti con la possibilità che la munizione sia stata usata a terra piuttosto che da un aereo. Questa conclusione presuppone che il cratere non sia stato manomesso prima di essere fotografato. Tuttavia, facendo riferimento alla munizione per il cratere, la Casa Bianca indica che esso sia la fonte errata usata per concludere che la munizione sia stata sganciata da un aereo siriano”.
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Il documento della Casa Bianca, quindi, sosteneva che l’intelligence degli Stati Uniti avesse le prove dell’uso di gas Sarin da parte dell’Aeronautica militare siriana. Ma inizialmente gli analisti statunitensi affermarono di non poter tracciare la presenza eventuale di aerei da guerra sulla sito del sospetto attacco chimico, ma poi, secondo una fonte interna, affermarono che un drone avrebbe sganciato la bomba. Gli analisti cercarono d’identificare tale drone, arrivando a credere che provenisse dalla Giordania, da una base delle forze speciali saudita-israeliana che supporta i terroristi in Siria. Secondo una fonte dell’intelligence statunitense, tale azione aveva lo scopo di creare un incidente che facesse cambiare rotta all’amministrazione Trump, che a fine marzo annunciava di non voler più rimuovere il Presidente Bashar al-Assad. Il 6 aprile, prima dell’attacco missilistico, oltre venti ex-ufficiali dell’intelligence militare degli USA stilarono una nota secondo cui il gas fu emesso a seguito del bombardamento di un deposito di armi chimiche di al-Qaida, nella provincia di Idlib. Gli ex-ufficiali dei servizi segreti degli Stati Uniti inviarono una nota al presidente Trump esortandolo ad intraprendere un’attenta indagine dell’incidente, prima di esacerbare le relazioni tra USA e Russia. Secondo la nota “i nostri contatti nell’esercito degli Stati Uniti in zona” misero in discussione la tesi ufficiale dell’attacco con armi chimiche. “Invece, un aereo siriano ha bombardato un deposito di munizioni di al-Qaida in Siria, che si è rivelato pieno di sostanze chimiche nocive, e un forte vento soffiò la nube chimica su un villaggio vicino, dove molti morirono di conseguenza”.
Intanto, nella bianca Casa delle ombre, parlando con Michael Goodwin del New York Post, Trump sembrava disposto a licenziare Steve Bannon da consigliere del presidente. Goodwin dice di aver chiesto a Trump se avesse ancora fiducia in Bannon, che viene indicato collegato al genero di Trump Jared Kushner. E Trump rispose, “Mi piace Steve, ma bisogna ricordare che non partecipò alla mia campagna che molto tardi. Avevo già battuto tutti i senatori e tutti i governatori, e non lo conoscevo. Io sono il mio stratega, e non volevo cambiare strategia perché affrontavo la squinternata Hillary”. Bannon e Kellyanne Conway diressero la campagna elettorale di Trump, che poi assunse Bannon come suo principale consigliere politico alla Casa Bianca, al fianco di Reince Priebus. “Steve è un bravo ragazzo, ma gli ho detto di raddrizzarsi o lo farò io”, concluse Trump.

Alla trasmissione ‘Sessanta minuti’ della TV Rossija-1, il leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennadij Zjuganov, affermava che Trump era ormai in balia della mafia che dirige gli USA da ben prima dell’ascesa al potere, con tutto il suo fervore anti-russo. Zjuganov osservò anche che Trump sembrava leggere da un gobbo con voce tremolante ed emozionata. AlSunday Evening Show, invece il Generale Evgenij Buzhinskij affermava, riguardo all’attacco missilistico su al-Shayrat, “Ci sono diverse linee di comunicazione tra di noi. C’è quella tra i Capi di Stato Maggiore, molto veloce. Non fu usata. Invece usarono la linea istituita dal Memorandum d’intesa per il deconflitto, nel 2015, a livello regionale, tra gli statunitensi in Giordania e i russi in Siria. L’avvertimento sull’attacco imminente fu inviato al comando statunitense in Giordania in piena notte e l’ufficiale addetto non ebbe fretta di trasmetterlo alla controparte russa in Siria. L’ufficiale di servizio l’inviò a Mosca, al Ministero della Difesa, che non rispose né lo passò subito ai siriani. Risultato: le due ore furono bastarono appena ai russi prendere le misure cautelari necessarie. Il ministero russo era furioso”. Infine, Yakov Kedmi, israeliano ex-cittadino sovietico, recatosi in Israele alla fine degli anni ’70 e persona non grata in Russia fino al 2014, dichiarava alla stessa trasmissione che “parlando dell’attacco alla base siriana, gli statunitensi non identificarono alcun bunker o ubicazione delle armi chimiche. Sembra che lo stiano ancora cercando. Ciò dimostra che si tratta di un falso. Quanto al governo israeliano, dice qualunque stupidità gli statunitensi dicano. Questa è la situazione del nostro Paese. Amen”.

Il 10 aprile 2017, 22 capi dei gruppi terroristici di Ahrar al-Sham venivano eliminati durante una loro riunione da un raid aereo russo nella provincia di Idlib, a Jisr al-Shughur. L’attacco fu la prima risposta agli attacchi missilistici statunitensi su al-Shayrat, oltre agli aerei da guerra siriani che, decollati dalla stessa base aerea, distruggevano un enorme deposito di armi e munizioni di Jabhat al-Nusra ad al-Qasaniyah, presso Jisr al-Shughur, a sud di Idlib.
Alessandro Lattanzio, 13 aprile 2017