La notizia del giorno è certamente quella delle dimissioni di Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale ucraino, dopo la perquisizione del suo appartamento a opera dell’agenzia anticorruzione NABU. Che Yermak fosse potenzialmente coinvolto nelle inchieste si sapeva da tempo, tanto che (dicono i maligni) era stato messo a capo del team di negoziatori che nelle ultime due settimane ha fatto la spola tra Europa, Stati Uniti e Turchia proprio per evitargli situazioni imbarazzanti, e soprattutto evitarne a Zelensky. È ancora presto sia per capire chi lo sostituirà sia soprattutto che conseguenze avrà la vicenda sul ‟fronte interno” ucraino e sulla credibilità del governo, che a parole gli alleati europei continuano a sostenere apprezzando, dicono, gli sforzi contro la corruzione.
Sia come sia è si trattato di uno sviluppo piuttosto atteso. Del tutto inattesa, a quanto pare, è stata invece la visita a Mosca, sempre oggi, di una delegazione ungherese di livello altissimo che comprendeva, oltre a Viktor Orbán, il ministro degli esteri Péter Szijjártó (che se la ride con Lavrov, foto 2), il ministro dell’edilizia e di trasporti János Lázár e il consigliere per la sicurezza nazionale Marcel Bíró. Lo scopo, a giudicare dal tweet di Szijjártó (link 1) era l’annosa questione energetica, che secondo il ministro è stata risolta con l’assicurazione, da parte della Russia, che le forniture di gas e petrolio continueranno senza intoppi e che i lavori per completare l’espansione della centrale nucleare di Paks, gestiti da Rosatom, saranno accelerati. Si è anche parlato, scrive sempre Szijjártó, dell’incontro tra Trump e Putin che doveva tenersi a Budapest e che per volontà di tutti lì si terrà, quando verrà finalmente organizzato.
Come è facile immaginare la gita a Mosca del governo ungherese, che a quanto pare non aveva informato nessuno, è stata accolta piuttosto male dai leader europei. Merz ci ha tenuto a precisare, anche se non ce n’era nessun bisogno, che Orbán non è andato in Russia con un mandato europeo e non si è coordinato con gli altri paesi europei, e che le sue idee su come far finire la guerra non collimano col piano europeo – lo stesso piano europeo che si cerca disperatamente di far passare come l’unico ‟giusto” anche se nessuno si è ancora degnato di comunicare in cosa consiste. E nonostante il mezzo scandalo delle trascrizioni delle telefonate di Witkoff e Dmitriev, Russia e USA continuano a trattare da soli. Trump, almeno pubblicamente, non si è minimamente turbato della cosa, la settimana prossima Witkoff sarà a Mosca insieme a Jared Kushner, il genero di Trump, e il Telegraph (link 2) lancia l’allarme: Trump sarebbe pronto a riconoscere formalmente il controllo russo sui territori occupati, per cui pare che alla fine le modifiche proposte dagli ‟alleati” non saranno prese in considerazione. Del resto Mosca non vuole sentirne parlare e gli USA nemmeno – gli europei, aggiunge la fonte anonima sentita dal Telegraph, ‟possono fare quello che vogliono”, tanto non importa granché a nessuno.
Francesco Dall'Aglio
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