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martedì 15 maggio 2012

Alla tomba del Saladino, fuori della Moschea di Damasco dove tutte le civiltà si incontrano

Nella Moschea di Damasco

All’esterno della Moschea c’è la tomba del Saladino, all’interno la
cappella che secondo la tradizione contiene la testa di San Giovanni
(il profeta Yaḥyā per l'Islam).

Amorrei, greci, romani, cristiani, arabi musulmani si sono nei secoli
susseguiti: se c’è un luogo che rappresenta l’incontro e il crogiolo
delle civiltà e religioni del Vicino Oriente questo è proprio la
Moschea di Damasco.

al-Buti, vecchio teologo da tutti stimato e rispettato, considera un
disonore blasfemo le azioni dei criminali vociferanti Allāhu Akbar e
allo stesso tempo sostiene che la crisi in corso, una volta finita,
avrà un effetto positivo. Non so in base a cosa ne sia convinto, ma
sembra sincero. Qui tutti sanno, ci dice, che l’America, Israele e i
loro alleati vogliono minare dall’interno l’Islam. Considera noi molto
più fratelli di “certi cugini generati dallo stesso padre”. Il
riferimento ai necromonarchi del Golfo non potrebbe essere più
esplicito. Mi viene da pensare all’estremo paradosso: dovunque si
trovino, i musulmani orientano le preghiere in direzione della Mecca,
città sacra per antonomasia da tanto, troppo tempo nelle mani di quei
“cugini” corrotti, dei peggiori traditori e sfruttatori del messaggio
di Muḥammad, "il grandemente lodato".

Ouday Ramadan, uno dei miei compagni di viaggio, formidabile attivista
che, abitando da tanti anni a Pisa, parla bene l’arabo come il
toscano, è stato vittima il 7 novembre 2011 di un attentato mentre
veniva da Tartus, dove abitano i suoi parenti (il padre è il capo
spirituale degli alauiti). Si è salvato per una speciale benedizione
del cielo e ora è di nuovo qui. Mi spiega con una parabola, mentre
torniamo al nostro pullman, come mai nei Paesi islamici non ci sia
l’usanza di dare o stringere la mano a una donna. Un inglese chiede
spiegazioni in proposito a un buon musulmano. Questi gli risponde a
sua volta con una domanda. “In Gran Bretagna qualunque uomo può fare
una cosa simile con la vostra Regina?” “No”, ammette l’altro. “Ecco:
nell’Islam tutte le donne sono regine”.

Gli Assad, quei tiranni, quei dittatori… il padre ancora peggio del
figlio, ma il figlio presto peggio del padre!... E Gheddafi lo stesso,
va sans dire… e Milosevic, Chávez, forse tra non molto persino la
Kirchner!… Bisogna rendersene - e tenerne - conto sempre: siamo ormai
nella società spettrale del Kosherbig Brother, dove, per tutto quel
che attiene l’assetto e le strategie del potere, il falso è presentato
come vero e il vero diviene momento del falso. Che lo utilizza, lo
ingloba, lo annulla.

Ho conosciuto casualmente un giornalista di Londra, Gari Sullivan
(http://garisullivan.co.uk/, http://noozdesk.com/), che è qui da 4
mesi.

Mi conferma che siamo sommersi, in relazione alla Siria, da una
valanga di menzogne incredibili... tutta roba da al-Jewzeera, da
al-Arabyia, che hanno acquisito il perfetto modus operandi attraverso
l'esperienza libica... costruita appositamente a tavolino da
specialisti della disinformazione... liste di morti che poi risultano
vivi... cadaveri di torturati e uccisi dai terroristi fatti passare
come opera dell'esercito... simulazioni, ricostruzioni, stages
fantasmatici, attori, attrici... E' la stessa cosa, peraltro, che
sostiene la televisione siriana indipendente Addounia (cfr.
http://syria360.wordpress.com/2012/05/06/marinella-correggia-a-report-from-addounia-syrian-television-against-disinformation/).
Società degli spettri.

Fino all’8 marzo 1963 la Siria, che aveva ottenuto l’indipendenza dai
francesi nel 1946, era un Paese a regime feudatario, con l’equivalente
locale dei vassalli, valvassori, valvassini e servi della gleba del
Medioevo europeo. E con il 90% della popolazione analfabeta. Poi salì
al potere il partito socialista panarabo Ba’th, il cui programma
prevedeva cambiamenti radicali che di lì a pochi anni avrebbero
cominciato a manifestarsi. Fu, sino al 1970, un periodo di completa
instabilità. Ogni qualche mese si succedevano Putsch e governi
aleatori “a scendere”… per mano di colonnelli, di maggiori, di
capitani, di tenenti… al punto che si diceva: tra poco arriverà il
colpo di stato dei caporali… Finché invece fu la volta del generale e
comandante dell’aviazione militare Hāfiz al-Assad (1930-2000).

Uomo di umili origini, non corrotto né corruttibile, aveva in mente un
sogno, far progredire il suo Paese e migliorare la condizione di vita
della maggioranza. Tutti i siriani onesti che conoscono la storia lo
considerano come l’autentico padre della patria. Fu un militare duro,
spietato e accentratore, in questo non diverso da tanti altri suoi
colleghi (non solo) arabi. Ma a differenza di quasi tutti loro le
trasformazioni desiderate le seppe attuare. Tutto cominciò col
“movimento di correzione” o “delle riforme” degli anni 70. Esso dette
il via a una serie di conquiste sociali continue e durevoli – di cui i
siriani di oggi ancora beneficiano.


Joe Fallisi

martedì 8 maggio 2012

Le forze sane della Siria unite contro la disinformazione mondiale - Servizio di Marinella Correggia da Damasco

Marinella Correggia

Prima della tempesta arrivata a scuotere la Sirianel marzo 2011, la tivù privata Addounia (“mondo”) si occupava poco di politica e molto di soap opera all’araba come di altre specialità da tivù commerciale. Non era neanche tanto ben vista dal governo perché dava spesso voce al malcontento dei cittadini sulla situazione economica e sulla corruzione.

Poi è arrivato l’attacco (anche) mediatico internazionale alla Siria, sotto forma di una disinformazione che ha raggiunto picchi inusitati, superando perfino in quantità e qualità le mistificazioni che hanno reso possibile la guerra alla Libia nel 2011.

E Addounia ha sentito di dover fare la sua parte, in Siria. La crisi le ha imposto di cambiare. Adesso è in prima linea perché ogni giorno oltre alle news (alle quali viene dato molto più spazio che in passato) cura un programma contro la disinformazione dei grandi media. In particolare al-Jazeera.

Addounia trasmette solo in arabo, e in più è stata oscurata in Europa (a proposito di libertà di informazione). Ma “ci interessa raggiungere appunto i telespettatori arabi e quelli siriani in particolare. Anche loro sono intossicati” dice il direttore dell’informazione Hassem Hassan. Intossicati da al-Jazeera, al-Arabiya e dalle centinaia di tivù pagate dai petromonarchi, soprattutto dall’Arabia Saudita quanto ai canali religiosi. Hassan (originario di Homs) chiede di non essere fotografato perché è già pluriminacciato (e un giorno mentre seguivamo gli osservatori dell’Onu qualcuno si è avvicinato alla troupe per dire ‘ vi bruceremo con la benzina’”. E puntualizza: Non siamo il megafono di nessuno. Cerchiamo la verità a prescindere dalle posizioni politiche. E personalmente voglio che la pace ritorni e questa crisi sia superata. E chi vuole la pace deve riconoscere che a offrire continuamente il dialogo è appunto il governo in carica e il presidente”. Il direttore è indignato perché i media del mondo (arabo e non) non danno alcuna visibilità alla maggioranza (almeno secondo lui) dei siriani che non stanno con l’opposizione armata.

Come funziona la controinformazione di Addounia?

Spiega il direttore: “Usiamo vari strumenti. Intanto rapporti giornalieri dal terreno. I nostri reporter vanno dove accadono eventi riferibili alla “repressione” o alla “sollevazione popolare” e intervistano le persone, ad esempio i testimoni o le famiglie dei morti. E si accorgono che i fatti sono andati in modo ben diverso dalla narrazione internazionale dei media sostenuti dall’occidente o dai petromonarchi”. La narrazione mondiale ufficiale che viene da un sedicente osservatorio siriano basato a Coventry dice che Assad ha ucciso novemila o undicimila persone, “ma noi abbiamo migliaia di storie che dicono altro. Certo tutto non si può provare ma molto abbiamo confutato investigando sul posto. Del resto non di rado sono i cittadini che chiamano la tivù piangendo; sono le vittime della paura o degli attacchi e chiedono più esercito! Molti uccisi lo sono solo perché lavorano nell’amministrazione pubblica. O perché appartengono a un gruppo religioso odiato. E’ questa la libertà e democrazia di cui parlano?”. Poi ci sono gli attentati. “Una delle tante esplosioni per uccidere soldati e forse dell’ordine è avvenuta vicino a una scuola e solo per via dell’orario non c’è stata una carneficina di bambini”.

Addounia oltre ad andare sul posto fa un lavoro certosino di studio dei filmati che sedicenti “attivisti” mandano alle tivù mondiali. E se ne vedono delle belle: “ci accorgiamo spesso che sono manipolazioni, scene costruite, con l’attivista che si mette d’accordo prima con la tivù su che cosa dire”. In altri casi gli “attivisti” si vestono da medici, mentre in altri spezzoni appaiono armati…eccetera.

Un altro strumento di contrasto alla disinformazione è la valorizzazione di notizie oscurate dagli altri media. Per esempio i morti per mano di terroristi, o il fatto che centinaia di armati si consegnano alla polizia in cambio dell’amnistia, o che si svolgano manifestazioni a sostegno del governo.

L’archivio di Addounia è ormai nutrito.

“A volte sono stato io testimone degli eventi”, continua il direttore; “Faccio il caso di Homs, un week end di aprile del 2011, dopo le proteste a Deraa dove tutto è iniziato. Su facebook appare un richiamo per protestare appunto a Homs. Io sono in macchina vicino alla Piazza dell’orologio. Mentre ancora la preghiera nelle moschee è in corso, all’improvviso circa cinquanta persone si raggruppano per gridare slogan settari coperti da slogan politici. Le forze di sicurezza sono lì intorno; uno solo di loro avanza e senza armi e dice “non rovinate il paese”. Loro rispondono “è pacifica, è pacifica”. Ma migliaia di persone quando escono dalle moschee si dirigono verso la piazza. Nel farlo (da una distanza di 500 e 1.000 metri) distruggono auto e vetrine. Le forze di sicurezza guardano. Poi dalla manifestazione che si diceva “pacifica” esce un gruppo di dici persone. Va al ‘ristorante degli ufficiali’, che comunque è un normale ristorante, che non ha allora clienti ma solo le guardie e un cameriere; distrugge il locale e soprattutto uccide una delle guardie. La polizia arresta delle persone ma, credo, non gli assassini. Ecco la prima manifestazione a Homs. Programmata e con violenza”.

Marinella Correggia