martedì 10 luglio 2012




Da qualche tempo si moltiplicano le voci di chi auspica un ritorno alla vecchia lira, semmai con nome nuovo, ad esempio: nuova lira. I sostenitori di questa proposta, ritengono che sia una strategia efficace per rialzare la nostra economia, con la conseguente svalutazione che darebbe nuova competitività ai nostri prodotti Made in Italy. Questa proposta nasce in un momento in cui la crisi economica, dopo quattro anni dall’inizio della crisi finanziaria internazionale la fine è ancora lontana dal concludersi.

Il quadro congiunturale delle economie avanzate e di quelle dell’area euro in particolare, è ancora pesantemente segnato da un rallentamento della crescita, dalla recessione, dalla contrazione dell’attività produttiva, La riduzione della domanda aggregata, conseguenza dei rigorosi processi di ridimensionamento del debito pubblico attuate attraverso misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, influisce negativamente su consumi e investimenti contribuendo, così, a deprimere ulteriormente le prospettive di ripresa. Le previsioni sull’economia mondiale elaborate dai principali organismi internazionali concordano nel delineare un quadro complessivo d' incertezza e, in prospettiva, un lento recupero della crescita, degli investimenti e dell’occupazione.

In relazione a ciò l’idea di attuare da soli misure efficaci per una ripresa economica dell’Italia, avulsa dal contesto internazionale, è completamente distaccata dalla realtà effettuale. In parole povere la domanda è: CHI COMPRA ?

Analizzando la questione del ritorno alla lira, la prima domanda da farsi è se sia opportuno attuarla in questo momento con l’Italia finanziariamente così fragile, al punto che Mario Monti nel novembre 2011 dichiarava che si era corso serio rischio di non poter più pagare le pensioni e gli stipendi agli statali.

Nei trattati formanti di fatto la Costituzione Europea, non sono previste norme per chi vuole abbandonare l’euro, si parla della possibilità per uno Stato di abbandonare l’UE. Quindi chi vuole ritornare alla lira dovrà di conseguenza uscire dall’UE. Semmai con un periodo di marcia parallela tra nuova moneta ed euro. Ma ciò implicherebbe un cambio forzoso, destinato a far soccombere la nuova moneta in breve tempo.

Veniamo agli aspetti pratici :

1) Lo Stato. Tutti i titoli di debito pubblico (i famosi BOT, BTP etc.) sono oggi denominati in Euro. Un abbandono della moneta unica porrebbe lo Stato di fronte a due scelte. Prima opzione: rinominare d’imperio tutti i titoli di debito nella nuova moneta. Questo equivale, né più né meno, che a un “default” ( in pratica “bancarotta”, cioè impossibilità di far fronte ai propri debiti), con relativa fuga degli investitori e impossibilità di trovare, per anni e anni, ulteriori finanziamenti sui mercati. Rinominare i debiti contratti in una valuta forte (l’euro) in una più debole ( la nuova lira) significa non pagarne una parte e infrangere i patti e i contratti con gli investitori. Ricordiamoci che poco meno del 50% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri. Perché questo disastro? Almeno secondo le stime degli analisti, la nuova moneta, nel caso dell’Italia, si svaluterebbe subito dal 30% al 50% rispetto all’ euro. In definitiva una moneta è lo specchio del sistema economico e politico, il “saldo” fra i suoi punti di forza e di debolezza. Se il saldo ha segno “più” la moneta è forte e ricercata dagli investitori, se il saldo ha segno “meno” accade il contrario. Una crisi che provocasse una uscita del nostro paese dall’ euro sarebbe devastante, da qui le stime di una svalutazione/deprezzamento del 30-50% della nuova lira rispetto all’euro. Di fronte a questa prospettiva lo Stato “secessionista” potrebbe decidere allora di lasciare i Titoli di debito denominati in euro. Il destino sarebbe lo stesso: il default, ma per cause diverse. Infatti la pesante svalutazione immediata della nuova lira renderebbe impossibile allo Stato di pagare il debito denominato in Euro. Una situazione frequente, in passato, nei paesi in via di sviluppo che s' indebitano in valute straniere e poi finiscono in default, quando la propria moneta si svaluta rispetto a quella in cui sono denominati i debiti.

2) Le imprese. Si ripropone, in forma addirittura più grave, il problema dei debiti contratti in Euro, specialmente con le Banche straniere. La conversione e successiva svalutazione della nuova lira renderebbe insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte” ( cioè l’euro) con conseguenze facilmente immaginabili. Quindi non solo il ritorno alla lira non favorirebbe ( almeno nel breve termine) la competitività delle imprese, ma ne provocherebbe fallimenti di massa.

3) Le famiglie. Non appena si avesse il sospetto di una conversione forzata dei depositi da euro in nuove lire, ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche per ritirare i propri risparmi in euro, metterli dentro una valigia e precipitarsi verso il più vicino paese ancora dell’area euro per versarli su un conto corrente. Ovviamente questa scelta “razionale” del risparmiatore sarà impedita dalle autorità con controlli molto stretti e severi alle frontiere. Risultato: il potere di acquisto dell’italiano medio subirà un tracollo dal 30% al 50%. Uno studio dell’UBS (Unione Banche Svizzere) calcola in 9500-11500 euro la perdita media del reddito per ogni cittadino dello Stato secessionista, nel primo anno della nuova moneta. Se si considera che il reddito medio procapite degli italiani sia circa 23.000 euro/anno ci renda conto della dimensione della “tosata”. Vale poi la pena di osservare che la “corsa agli sportelli” in massa, è la tecnica migliore per far fallire le banche.

4) Ma un 30-50% di svalutazione della nuova lira non renderà almeno più competitivo il nostro sistema industriale permettendoci di rimetterci rapidamente in piedi? Non è detto. Innanzitutto abbandonando l’euro e l’Unione Europea si abbandonano anche tutti i trattati sul Mercato Unico, che cioè garantiscono la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. E non si capisce perché i paesi ancora nell’euro dovrebbero accettare, di buon grado, una simile concorrenza da parte di uno Stato secessionista. Non è un’ ipotesi molto lontana dalla realtà immaginare l’imposizione di tariffe doganali, cioè pesanti dazi, alle merci in arrivo del paese “secessionista”, per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione. Consideriamo la presunta competitività che il ritorno alla lira comporterebbe. Verso quali Stati saremmo competitivi ? Serbia, Estonia, Lituania, Romania, ecc ecc. Molte industrie dell’UE hanno delocalizzato fabbriche in questi paesi, per via della mano d’opera a basso o bassissimo costo, cioè tra i 50 e 300 euro mensili. In generale i paesi europei dell’ex blocco sovietico non sono riusciti a produrre una ricchezza economica simile a quelli occidentali, e ciò per varie ragioni. In questo senso il Nazismo ha vinto la sua battaglia.

5) Naturalmente questi scenari da incubo sul ritorno della Lira, non si limiterebbero solo alla sfera economica, svalutazioni di quella portata innescherebbero un’ iperinflazione (le importazioni, a cominciare dall’energia e l’Italia è dipendente dall’estero per oltre l’80%, costerebbero molto di più e avvierebbero una spirale perversa sui prezzi ) con conseguenze sociali difficilmente immaginabili. Le istituzioni democratiche potrebbero resistere a un simile tsunami ?

6) In seguito alla svalutazione della nuova lira il costo della Benzina e Gas (risorse energetiche che si pagano in dollari), aumenteranno di 3 volte. Un computer che oggi paghiamo 400 euro, ne costerà 1200.

7) Per i mutui occorre distinguere tra quelli a tasso fisso e quelli a tasso variabile. Per i primi la situazione rimarrebbe formalmente invariata, diventando comunque pesanti a causa dell' inevitabile inflazione. Per i secondi invece la situazione diverrebbe pesantissima, dovendo abbandonare l’Euribor, sostituendolo con un tasso corrispondente in valuta locale, quindi le rate potrebbero anche raddoppiare, oltre al fatto che il debitore si troverebbe anche lui di fronte all’inflazione che erode in maniera drammatica i percettori di stipendio fisso.

Ventata di ottimismo, ovverosia il bicchiere mezzo pieno

In mezzo a tanto buio una voce molto autorevole, l’economista Jacob Funk Kirkegaard del prestigioso Peterson Institute for International Economics ( Washington D.C. , USA) legge la crisi europea in un modo completamente diverso. Non solo il bicchiere non è rotto, ma nemmeno mezzo vuoto. Anzi è mezzo pieno. Per cinque buoni motivi:

1) La Banca Centrale Europea si sta comportando sempre più come una vera Banca Centrale, sia fornendo liquidità alle Banche sia comprando ( sul mercato secondario e quindi non direttamente) i Titoli di Stato dei paesi in difficoltà come Spagna e Italia. Un Istituto ormai capace di imporre austerità fiscali e riforme ai paesi più recalcitranti. Insomma una visione più ampia della stabilità finanziaria che va oltre il mandato di tenere sotto controllo l’inflazione. Anche se ovviamente c’è ancora molta strada da fare prima di arrivare ad interventi tipo FED ( la Federal Reserve, la Banca centrale degli USA).

2) Un cammino ormai delineato verso quell' integrazione fiscale (regole comuni sul Bilancio degli Stati e controlli centralizzati a livello europeo ) necessaria a rendere più omogenee le economie dell’area euro e quindi più compatibili con la moneta unica. Un cammino non facile e che sarà lungo, ma alcuni passi come l’istituzione di un fondo per venire incontro agli Stati e/o Banche in difficoltà ( EFSF , European Financial Stability Forum) sono stati compiuti.

3) Una serie di riforme in corso d’opera per aumentare la concorrenza, la competitività, l’apertura di mercati prima chiusi, ridurre il ruolo dello Stato, nei paesi Mediterranei. Un fatto inconcepibile prima di questa crisi e che aiuterà l’Europa, nel suo insieme, ad affrontare le crisi del futuro ( in particolare quella demografica, cioè l’invecchiamento della popolazione).

4) Un riallineamento dei Partiti del centro sinistra dei paesi mediterranei verso posizioni meno ideologiche e più socialdemocratiche, alla Tony Blair anni ’90 (o socialdemocrazie nordiche anni ’70 e ’80). Quindi un cambiamento culturale che pone al centro la sostenibilità finanziaria delle politiche fiscali, economiche e del welfare.

5) Un largo consenso popolare sulle politiche di tagli alla spesa pubblica e ai sistemi di welfare ( pensioni ad esempio) che in altre epoche avrebbero scatenato la furia populista e ideologica e demagogica.

E come conclude il suo articolo Jacob Kirkegaard “L’Europa ha molta strada da fare, ma sta usando bene la crisi”.

Tullio Marra


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Risposta indiretta:

http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2012/07/ecologia-profonda-ed-economia-solidale.html

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