venerdì 6 gennaio 2017

La tecnologia che piace al sistema (consumista)


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Quando si parla di tecnica/tecnologia, il pensiero comune è che questa non è, di per sé, né buona né cattiva, ma che dipende dall’uso che se ne fa. Storicamente, la tecnica/tecnologia, ha sempre diviso. Apologeti osannanti da un lato, detrattori/denigratori feroci dall’altro. Io faccio parte della seconda categoria (perché a mio modo di vedere per un apparente vantaggio che essa porta seguono inevitabilmente dieci svantaggi), ma rispetto e addirittura comprendo il pensiero di chi la difende e ne è pure entusiasta, perché questo pensiero, ancorché erratissimo a mio modo di vedere, segue comunque un suo filo logico, una sua visione del mondo e della Vita che in qualche modo fanno intendere, vedere, percepire la tecnologia come “positiva”. Lo ripeto, non sono d’accordo, ma ci sta.

Ciò che invece non tollero è quello psuedo-pensiero di massa (e il fatto che sia di massa ci dice che bisogna diffidarne in partenza perché per definizione il pensiero delle masse non è un pensiero libero), secondo il quale “la tecnologia non è in sé né buona né cattiva ma dipende dall’uso che se ne fa”. Questo concetto è relativamente recente, essendo stato formulato dal filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969). In buona sostanza, afferma Jaspers, la tecnica/tecnologia è essenzialmente un fenomeno di per sé neutrale, un fenomeno le cui conseguenze dipendono, appunto, esclusivamente dall’uso che se ne fa.

Jaspers quando fece questa affermazione doveva trovarsi in leggero stato confusionale, perché nel momento stesso in cui afferma (in “Origine e senso della storia”) che la tecnica/tecnologia condiziona sempre l’essere umano che vive in quel mondo, che lo rende sempre più passivo e dipendente da essa, che questa cambia l’ambiente naturale perché ne impone uno sfruttamento che più si va avanti più diviene spinto e distruttivo, che impone una cultura del “meccanismo”, dell’automazione, della razionalità, dell’artificiosità, dopo tutto questo e altro ancora, della tecnica/tecnologia si può dire tutto tranne che sia un fenomeno neutro. Si può esserne sostenitori perché si vede l’automazione, l’artificiosità, l’automazione, come un qualcosa di positivo, oppure detrattori perché li si coglie come negativi. Per certo l’unica cosa che non si può affermare è che la tecnica/tecnologia sia un qualcosa di neutro, un qualcosa che dipende dall’uso che se ne fa.

Secondo il pensiero comune, un telefono cellulare, non è di per sé positivo o negativo ma dipende, appunto, dall’uso che se ne fa. E’ indubbio che l’oggetto telefono cellulare possa essere utilizzato in maniera intelligente, responsabile, utile, in una parola in modo “positivo” (ad esempio: rimango coinvolto in un grave incidente stradale, chiamo l’ambulanza e questa arriva in tempo a salvarmi) oppure nel suo contrario, cioè in maniera idiota (ad esempio per mettere su Facebook la pizza che stiamo mangiando al ristorante per poi avere altri idioti che commentano “che buonaaaaa”, oppure, peggio ancora, “mmmmmmmmm”!).
E fin qui è tutto vero, compreso il fatto che nel momento in cui, più o meno costretti ad usarlo, dobbiamo cercare di adoperarlo nella maniera più intelligente possibile. Il fatto è che l’analisi si ferma qui e questa non è un’analisi. Se invece si fa un’analisi seria, se si cerca di andare oltre, se davvero si vuole andare alla radice di cosa davvero sono un telefono cellulare e quella tecnologia che lo ha generato, allora si capisce che la sua essenza è inevitabilmente negativa. Lo smart-phone (o qualunque tecnologia) non è qualcosa che cade dal cielo pronto e impacchettato. Il telefono cellulare esiste perché esiste un mondo attorno che in qualche modo lo ha creato. E con delle conseguenze ben precise.

Basterà pensare alla devastazione ambientale che l’estrazione dei vari minerali necessari comporta (coltan, “terre rare”, ecc.), basterà pensare allo sfruttamento umano che questa implica (uomini e sempre più spesso bambini, che essendo piccoli riescono a “intrufolarsi” meglio nei cunicoli di queste miniere, e altrettanto spesso ci lasciano vita), basterà pensare ai ripetitori ormai ovunque che devastano il paesaggio e hanno impestato anche lo spazio, basterà pensare alle plastiche e vernici inquinanti che li compongono, basterà pensare ai danni alla nostra salute per via delle onde e dei campi elettromagnetici che il telefono cellulare genera, basterà pensare alle posizioni monopolistiche dei gestori della telefonia cellulare (posizioni monopoliste di cui la gente è sempre più vittima), basterà pensare ai fenomeni di “controllo sociale” a cui “grazie” ai moderni telefoni cellulari siamo arrivati, basterà pensare all’isolamento relazionale in cui tutti (soprattutto i più giovani), grazie anche al telefono cellulare, ci troviamo sempre più immersi, basterà pensare che questa connessione continua significa in realtà una disconnessione dal mondo vivente, basterà pensare che la tecnologia che sta dietro la telefonia cellulare è di derivazione militare (così come internet e tutto il resto), basterà pensare all’ambaradan pubblicitario e di prestiti finanziari (cioè gente che si indebita per comprarlo) che essa muove, basterà pensare che una volta gettato via e sostituito con uno più nuovo, quel telefono cellulare diventerà un rifiuto iperinquinante per i mari, le terre, l’aria che respiriamo.

Ecco, tutto questo e tanto altro, rappresenta la tecnologia che c’è dietro il telefono cellulare, e questa è la sua essenza perché inevitabile. Senza peraltro dimenticare che mentre l’utilizzo positivo del telefono cellulare (nel nostro esempio, rimango coinvolto in un incidente stradale, chiamo l’ambulanza e questa arriva d’urgenza e mi salva) è sempre potenziale, gli aspetti negativi (vedi sopra) ne rappresentano la precondizione. Senza questi non ci sarebbe alcun telefono cellulare. Arrivati a questo punto domando: il telefono cellulare è ancora neutro? Dipende ancora dall’uso che se ne fa?

Ma si può andare ovviamente oltre. Ad esempio la tecnologia la tecnologia ci allontana progressivamente e inevitabilmente dalla natura (perché quel suo carattere di artificiosità rappresenta esattamente questo, un allontanamento dalla Natura), ci rende più schematici, più sbrigativi, più impazienti, più “veloci” (salvo però avere ritrovarci ad avere sempre meno tempo per il nostro vivere, che è/dovrebbe essere, ciò che conta), ci rende sempre più dipendenti da essa e con ciò sempre più deboli e non in grado di far fronte alla Vita autonomamente ma esclusivamente attraverso delle protesi artificiali di vario genere da cui siamo sempre più dipendenti (e il telefono cellulare è una di queste). La tecnologia ci fa relazionare sempre più con un mondo morto anziché con quello vivo e pulsante della natura e dei rapporti umani, ci spegne progressivamente (basterà vedere la differenza di gioia, entusiasmo spontaneo, creatività, forza, coraggio, tra un bimbo nato e cresciuto nella natura ed un piccolo zombie nato in città e costretto a relazionarsi con videogiochi, programmi televisivi, ecc…).
Nel momento in cui la tecnica/tecnologia prendono piede, esse tenderanno progressivamente a trasformarci sempre più in esseri tecnici/tecnologici, tenderanno progressivamente, e sempre più, ad uniformare la nostra visione del mondo e della Vita a quella della tecnica/tecnologia rendendoci incapaci di distinguere tra ciò che è naturale e ciò che non lo è, e anzi a considerare naturale tutto ciò che è artificiale (a partire dai nostri stili di vita) e ad adottare tutti quei rimedi che essa ci propone.

La tecnologia rappresenta un vero e proprio schema mentale all’interno del quale ci troviamo ingabbiati, basti pensare, tanto per dirne una, che consideriamo normale (naturale) condizionare l’aria (aria condizionata). In definitiva la tecnica/tecnologia non e’ affatto rappresentata dagli strumenti che essa produce (e la cui “positività” o meno dipendono dall’uso che se ne fa), ma piuttosto un modo di intendere la Vita e il mondo in una maniera piuttosto che in un altra (artificiale piuttosto che naturale). Infatti la tecnica/tecnologia non solo crea un mondo artificiale a fianco di quello naturale, ma piuttosto e soprattutto sostituisce il primo al secondo; l’avanzata di uno rappresenta la progressiva scomparsa dell’altro; e questo con tutte le conseguenze del caso, conseguenze facilmente intuibili semplicemente guardandoci attorno.
Comunque, per essere chiari, il risultato della tecnologia non è mai estraneo al modo di pensare che la concepisce, e questo significa che per ogni suo risultato negativo, la mente tecnologica non potrà far altro che ricercarne la soluzione all’interno del suo stesso schema, provocando di fatto, una ulteriore avanzata tecnologica. E questo perché una mente oramai tecnologicizzata riuscirà a concepire solamente una risposta tecnologica ad un problema portato dalla tecnologia. Non può fare diversamente perché i suoi schemi di pensiero sono uniformati a quelli di una visione tecnologica. Ma come Einstein aveva intuito con grande lucidità, un problema non può mai essere risolto dalla stessa mente (schema mentale) che lo ha generato.

Che poi all’interno di questo grande calderone la tecnica/tecnologia possa essere usata in maniera più o meno intelligente, più o meno positiva, più o meno consapevole, nessuno lo nega. Nessuno equipara un pannello solare ad un’arma micidiale progettata appositamente per uccidere il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile, ma ciò non toglie che anche il pannello solare (con gli ovvi e dovuti distinguo), abbia a monte quelle caratteristiche che informano l’arma micidiale. Il che rende anche il pannello solare, ipso facto, negativo.
In conclusione, la tecnologia non cade dall’alto, non cresce da sola su un albero, non la si raccoglie come fosse un frutto maturo. Ripensiamo per un attimo all’esempio di cui sopra del del telefono cellulare per la cui realizzazione saranno necessari minerali e terre rare e quindi occorrerà disboscare, scavare, inquinare, avvalersi della schiavitù di adulti e bambini che li devono recuperare da miniere che penetrano nelle viscere della terra, e tanto altro ancora. Ecco, quando qualcuno mi dice che la tecnologia è neutra, che dipende dall’uso che se ne fa, vorrei che mi dicesse anche che il prossimo telefono se lo costruirà da solo andando, tra le altre cose, in miniera per recuperare quei minerali indispensabili per la sua realizzazione e funzionamento. Ci vada lui per primo in miniera, dopodiché discuteremo se la tecnologia è davvero neutra, se davvero dipende dall’uso che se ne fa.


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giovedì 5 gennaio 2017

Tutto quel che c'è da sapere su Siria, Turchia, NATO, Russia, Cina...


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I recenti attentati terroristici e il cambiamento di alleanze e di rapporti di forza in Medio Oriente.

Gli attentati terroristici di Capodanno a Istanbul, dove sono state uccise trentanove persone, e del 19 dicembre a Ankara, dove è stato ucciso l'ambasciatore russo Andrey Karlov, e a Berlino, dove sono state uccise dodici persone, per quanto possano essere diversi, hanno qualcosa che li lega. Il collegamento è rappresentato da quanto è accaduto in Siria. Qui, la caduta di Aleppo non ha rappresentato soltanto la liberazione della principale città siriana nelle mani del fronte jihadista che combatte il presidente siriano Assad. Più in generale, rappresenta la sconfitta delle forze jihadiste in Siria, che ora si vendicano nei confronti di chi li aveva appoggiati, cercando di utilizzarli ai propri fini, per poi abbandonarli. 


Non si tratta di una novità assoluta. L'ex agente dei servizi segreti militari italiani, Nino Arconte, ha rivelato, come ho riportato nel mio libro "La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico", che alla radice dell'odio contro gli Usa e l'Europa fu il "tradimento" dei governi occidentali, che avevano utilizzato i fondamentalisti islamici contro i governi laici del Medio-Oriente negli anni '80.

In realtà, la caduta di Aleppo non segna soltanto la sconfitta strategica del fronte jihadista. La guerra civile si è, sin dall'inizio, trasformata in una miniguerra mondiale. Essa è stata il terreno di scontro tra potenze
maggiori, cioè tra Usa e Francia, da una parte, e Russia e, sebbene in
modo indiretto, Cina, dall'altra. Inoltre, è stata terreno di scontro tra potenze regionali, cioè tra Iran, da una parte, e Arabia Saudita, Turchia e Qatar, dall'altra. Quindi, la caduta di Aleppo segna la sconfitta di tutti coloro i quali avevano sollecitato o sfruttato le cosiddette primavere arabe per promuovere l'abbattimento dei governi laici del Medio Oriente, tra i quali quelli di Gheddafi e di Assad.

Infatti, non dobbiamo dimenticare che, se è vero che gli attentati in Europa, quelli di Bruxelles, di Nizza, e di Berlino sono stati organizzati o almeno ispirati dall'Isis, è altrettanto vero che:

a) L'Isis si afferma in Siria, a seguito dello scoppio della guerra civile;

b) La guerra civile in Siria ha il via libera di Usa e Francia, che speravano di cavalcare l'ondata della contestazione per liberarsi di Assad e indebolire la Russia e l'Iran, recuperando spazi strategici e economici;

c) La guerra contro Assad è stata finanziata da stati fondamentalisti come l'Arabia Saudita e il Quatar, che sono alleati di Usa e Europa occidentale. A questi stati arabi e alla loro classe di rentier parassitari gli europei vendono miliardi in armi e permettono la partecipazione al capitale delle proprie maggiori imprese e banche;

d) La guerra contro Assad è stata condotta con il ruolo organizzativo decisivo della Turchia, che ha permesso, fra le altre cose, l'apertura del corridoio tra Siria e Europa attraverso cui sono transitati i foreign fighters europei, tra cui gli autori di attentati come quello a Charlie Hebdo;

e) Le potenze occidentali e arabe hanno appoggiato le formazioni jihadiste, come Al Nustra, già emanazione di Al Quaida, che hanno rapidamente assunto l'egemonia nella lotta contro Assad.

f) Il tutto è stato avallato e coordinato da Hillary Rodham Clinton.

Però, a differenza di Gheddafi in Libia, Assad non si è trovato isolato
e alla mercé di un ampio fronte di avversari. Con la Libia la Russia e la Cina non posero il veto alla risoluzione Onu, che, sebbene in modo ambiguo, permise le incursioni aeree della Nato contro Gheddafi e fece pendere i rapporti di forza a favore delle formazioni ribelli, anche lì, come si è visto successivamente, egemonizzate dai jihadisti. 

Con la Siria, la Russia e la Cina non solo hanno chiarito che non ci sarebbe stata alcuna benedizione Onu a un bombardamento occidentale, ma è stata la Russia a intervenire direttamente con la propria aeronautica. Inoltre, la posizione geografica della Siria ha reso possibile l'arrivo di aiuti dal "fronte sciita", composto da hezbollah libanesi e milizie sciite iraniane e irachene. Dunque, a uscire sconfitti dal conflitto siriano sono gli Usa, in particolare la linea politica di Obama e Clinton in Medio-Oriente, l'Europa occidentale, in particolare
la Francia, e le potenze regionali sunnite, Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

La linea Obama-Clinton in Medio-Oriente, orientata al regime change e
basata su proxy wars combattute da milizie locali, sostanzialmente jihadiste-islamiche, con l'appoggio aereo occidentale, è fallita, come era chiaro già da molto tempo prima della caduta di Aleppo. 

Le conseguenze principali della sconfitta degli statunitensi e dei loro alleati occidentali e arabi sono tre:

a) Il mutamento delle alleanze in Medio-Oriente. La Turchia, resasi conto della sconfitta e arrivata a un passo da un disastroso scontro militare con i russi, ha fatto una inversione a U sul piano delle alleanze, stringendo un accordo con la Federazione Russa e abbandonando le formazioni jihadiste di cui fino ad allora era stato lo sponsor più diretto. La catena di attentati terroristici che insanguina la Turchia più di altri Paesi è dovuta proprio a tale giravolta. Inoltre, molto probabilmente il tentativo di colpo di stato di luglio, subito abortito, fu una reazione, forse ispirata dagli Usa, degli ufficiali turchi legati alla Nato a questo brusco cambiamento di rotta. Secondo alti ufficiali Usa, oggi tutto il personale militare turco che lavorava stabilmente con la Nato è stato arrestato, con immaginabili conseguenze anche sul piano pratico nei rapporti tra Nato e Forze Armate turche. Non bisogna dimenticare che la Turchia ha, dopo gli Usa, l'esercito più potente della Nato e che copre il decisivo fianco Sud-Est dell'Alleanza. Le scelte turche in termini di alleanze e le conseguenze del fallito colpo di stato indeboliscono gli Usa, la Nato e il loro sistema di alleanze nel Mediterraneo.

b) Il mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale. A uscire
vincente, almeno fino ad ora, è la Russia. Questa, per la prima volta dalla fine dell'Urss, riacquista un ruolo decisivo a livello internazionale, riuscendo a mettere sotto scacco gli Usa e i loro alleati europei e arabi. La Russia, invece di essere cacciata dal Medio-Oriente, come era nella strategia della Clinton, si è insediata ancora più saldamente nel Mediterraneo, incrinando la compattezza della Nato. Oltre a conservare in Siria la base navale di Latakia e a acquisire in modo permanente quella aerea di Hmeimin, la Russia si è assicurata mediante l'alleanza con la Turchia, non solo il passaggio degli oleodotti dalla Russia verso l'Europa, ma anche il passaggio della flotta della Crimea (decisivo il mantenimento del controllo russo sulla penisola) attraverso il Bosforo. In questo modo si risolve uno dei problemi strategici della Russia, la mancanza di un accesso ai mari caldi, rendendo possibile mantenere operativa la propria flotta anche durante l'inverno che blocca i porti nordici.

c) Il mutamento drastico della linea politica estera e del gruppo dirigente statunitense. Il disastro prodotto da Hillary Clinton come ministro degli esteri soprattutto in Medio-Oriente è una delle cause della sua mancata elezione alla Casa Bianca. Allo stesso tempo, la sconfitta statunitense in Siria e in Medio-Oriente ha contribuito alla vittoria di Trump. Questi, ha basato la sua campagna elettorale, tra le altre cose, sul cambiamento di rotta rispetto alla Russia. 


Ciò, in parte, rappresenta la registrazione del mutamento dei rapporti di forza usciti dal campo di battaglia, nella consapevolezza che solo con un accordo con la Russia si può uscire dal ginepraio siriano. In parte, però, è la dimostrazione che, alla fin fine, il vero avversario strategico degli Usa è la Cina, unico Paese in grado, in prospettiva, di metterne in discussione l'egemonia mondiale. La Russia ha dimostrato notevoli capacità militari. Inoltre, ha un arsenale nucleare pari a quello degli Usa e possiede vastissime risorse in materie prime. Ma demograficamente, e ancor più economicamente e industrialmente è tutt'altro che un peso massimo, con un Pil nominale al di sotto di quello italiano e un Pil pro-capite quattro/cinque volte inferiore. Evitare che si saldi un blocco russo-cinese, è l'orientamento che, se Trump riuscirà a mantenere i propositi dichiarati fino ad ora, ispirerà la prossima amministrazione statunitense. In tal caso, la linea diplomatica statunitense con la Russia sarebbe una versione rovesciata della strategia adottata nel 1972 dal presidente Nixon con la Cina di Mao. All'epoca Nixon isolò l'Urss dalla Cina, oggi Trump cerca di fare il contrario.

La strategia del presidente Obama, premio Nobel per la pace, si lascia
dietro una scia di distruzioni, sangue e caos, come poche altre volte è accaduto nella storia degli ultimi due secoli, quando gli imperialismi avevano come obiettivo quello di organizzare i territori sottomessi. Il regime change obamiano-clintoniano non ha prodotto alcun governo democratico-liberale, ma ha promosso l'ondata di piena del jihadismo, con il suo corollario di lotte settarie tra sciiti e sunniti e brutali massacri, e l'affermazione, nel migliore dei casi, di signori della guerra o di regimi militari. Contrariamente a quanto sostengono alcune fonti, tra cui siti come Open democracy, finanziato da Soros e dalla Fondazione Ford, in Siria non abbiamo assistito a una lotta popolare contro un sanguinario dittatore, secondo lo stereotipo applicato ai personaggi e ai regimi scomodi per l'Occidente. Il carattere della guerra in Siria è passato rapidamente da guerra civile a guerra di aggressione dall'esterno. Ciò è avvenuto perché i Paesi occidentali e i loro alleati arabi hanno dato inizio alla lotta per rovesciare il governo siriano, mediante milizie provenienti dall'esterno del Paese. Nessuna meraviglia che il governo siriano, messo alle strette, abbia accettato e sollecitato l'aiuto russo e degli altri Paesi del fronte sciita.

In ogni caso, sarebbe bene evitare, da una parte, di subordinarsi a una logica di neutralismo, astrattamente al di sopra delle parti, e, dall'altra parte, a una logica di schieramento acritico, che tenga conto soltanto dei rapporti di forza militari. Il governo Assad ha combattuto una guerra il cui carattere prevalente, anche se non esclusivo, è quello di guerra di aggressione dall'esterno. La Federazione russa ha bloccato l'aggressività dell'imperialismo occidentale, per la prima volta dalla fine dell'Urss, e sconfitto Isis e jihadisti. Ma la Russia di oggi non è l'Urss. L'evoluzione dei rapporti di produzione capitalistici in Russia non è assimilabile a quella registrata negli Usa e che li spinge a un ruolo espansivo e aggressivo. Rimane, però, il fatto che oggi la Russia è un Paese capitalista, fondato su una classe di oligopolisti, che si muove in base ai suoi interessi economici e geostrategici.

Il punto principale su cui focalizzarsi è, quindi, un altro: la ricostruzione di una sinistra con un punto di vista autonomo in Medio-Oriente. Qui, la sinistra è stata ridotta ai minimi termini da tre fattori. 

Il primo è rappresentato dalla crisi agricola, dovuta principalmente all'inserimento nel mercato capitalistico mondiale, e dal processo di urbanizzazione troppo rapido e massiccio. 

Il secondo è l'abbandono da parte dei regimi laici populistici di politiche socialisticheggianti per aderire alle indicazioni neoliberiste del Fmi e dei Paesi capitalistici avanzati. Fatto questo che li ha portati a tramutarsi spesso in regimi burocratico-autoritari. 

Il terzo è l'emergere del radicalismo islamico che si è affermato sia per
l'appoggio dell'imperialismo occidentale e di alcuni regimi autoritari, sia per la capacità, grazie ai fondi delle petromonarchie reazionarie arabe, di offrire agli ex contadini inurbati un welfare che lo stato non era in grado di offrire. I radicali islamici, in particolare quelli di orientamento jihadista, sono stati l'arma usata per schiacciare la sinistra, indebolita dai suoi errori e dalla crisi e poi dal crollo dell'Urss. 

Nello specifico la Siria è stata travolta dalla imponente crescita demografica, dalla siccità, durata dal 2006 al 2011, dalla crisi agricola e dall'esodo massiccio dei contadini nelle città. Inoltre, la Siria di Assad ha praticato la politica più aperta tra gli stati dell'area verso chi era in fuga dalla guerra, accogliendo, oltre a mezzo milione di palestinesi, circa 1,5 milioni di iracheni. In proporzione, è come se in Francia ci fosse una guerra e sette-otto milioni di francesi si rifugiassero in Italia,
considerando, in aggiunta, che le condizioni economiche della Siria non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle di un Paese avanzato e industrializzato come l'Italia. Possiamo dire che la guerra in Siria è stata l'ultimo effetto del domino iniziato con l'invasione dell'Iraq nel 2003 da parte degli Usa e proseguito negli anni successivi con il contributo degli europei occidentali.

È evidente, quindi, che senza la sconfitta militare del jihadismo e delle componenti del radicalismo islamico fanaticamente avverse a qualsiasi accordo con le forze laiche non si può parlare di ricostruzione di un movimento popolare o di rinascita della sinistra. Inoltre, la sconfitta del jihadismo passa per la sconfitta dei suoi sponsor internazionali più o meno diretti. La lotta, però, non può essere svolta solamente sul piano militare, in quanto per le ragioni suddette, la riuscita della battaglia contro il jihadismo e l'imperialismo richiede la capacità di offrire soluzioni economiche, politiche e sociali accettabili alle masse impoverite del Medio-Oriente alle prese con le conseguenze non solo dei cambiamenti climatici, ma soprattutto con la globalizzazione capitalistica. 

A questo proposito, è evidente che una tale lotta deve avere un appoggio all'interno del centro del sistema capitalistico mondiale, che è determinante sui processi economici e politici che hanno un impatto così devastante sul Medio-Oriente. Di conseguenza, anche la sinistra europea occidentale è direttamente chiamata in causa. Non si tratta, però, soltanto di offrire una solidarietà umanitaria o di manifestare per la pace. La lotta per la pace e per la stabilizzazione del Medio-Oriente passa soprattutto per la critica alla collusione degli stati europei con le petromonarchie arabe, a una alleanza militare occidentale, la Nato, che dopo la fine dell'Urss non ha più alcuna ragione di esistere, e, infine, all'Europa capitalistica nel suo assetto attuale. Passa, quindi, per la critica di quei processi di integrazione economica e valutaria che, accentuando la contrazione della base produttiva e della domanda interna, spingono i Paesi europei a espandersi all'estero e a controllare aggressivamente i mercati e le fonti energetiche del Medio-Oriente.

Domenico Moro (Controlacrisi.org)
(Fonte secondaria: Lista Disarmo Peacelink)

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mercoledì 4 gennaio 2017

La verità sul sionismo: "Gli israeliani non sono ebrei..."


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….iniziamo con il cercare di capire come e quando è nato il sionismo.
Solitamente si ritiene che esso sia originato da un filone di pensiero, sorto all’interno della comunità ebraica, verso i primi anni del secolo scorso (od alla fine del precedente) ed abbia trovato una sua prima attuazione concreta nella fondazione di Israele. Questo fatto è stato comunque accompagnato da una forte crescita dell’influenza di un certo “ceto” ebraico nel campo economico e della finanza mondiale. Il nido in cui tale influenza ha potuto svilupparsi si trova negli USA, il cuore dell’America, ed in parte anche in Inghilterra. Fu proprio in seguito a questa forte influenza che l’Inghilterra acconsentì alla cessione della Palestina, al termine del secondo conflitto mondiale, affinché gli ebrei (vittime di persecuzioni e sterminio) potessero fondare (o rifondare) una loro patria. La famosa “terra promessa”… Ed il ritorno in quella casa ideale avvenne con una celere penetrazione e occupazione del territorio palestinese, considerato “proprio”.
La nascita d’Israele, il necessario caposaldo per creare un precedente e stabilire un percorso futuro, sancì di fatto l’attuazione del sionismo. Una terra è come un tempio, se si possiede un tempio la religione viene santificata altrimenti è solo un’ipotesi. E l’identità sionista aveva ed ha bisogno proprio di questo: un tempio simbolo dell’avverarsi delle promesse del dio Jawè. Un ritorno alla casa madre dopo la diaspora provocata dalla distruzione del tempio ad opera di Tito.
Ma attenzione la diaspora ebraica in realtà non fu causata specificatamente dalla distruzione di Gerusalemme. Questo fatto militare contribuì soltanto ad incrementare un processo che era già avvenuto ed era in corso da secoli. La diaspora, od il nomadismo, degli ebrei era una componente della loro cultura, L’origine semitica pastorale di questa tribù patriarcale e la tendenza a vagare cercando nuovi pascoli era ben radicata nel dna ebraico. Il popolo ebraico, suddiviso in varie famiglie, era già sparso in tutto il mondo conosciuto allorché alcune sue bande presero ad insediarsi in Palestina, contrastando e sottomettendo gli agricoltori autoctoni, quelli che avevano costruito le prime città dell’antichità (ricordate la storia di Gerico?).
Questa spinta espansionistica e la considerazione di avere un diritto, garantito dal loro dio, di appropriarsi dei beni altrui, ed inoltre la “distinzione” settaria che rendeva gli ebrei diversi da ogni altro popolo fece sì che nella loro cultura si affermasse la convinzione, un credo, che poneva il popolo eletto ad di sopra di ogni altro essere umano. Non me lo sto inventando, basterà leggere la bibbia e la torah per rendersene conto. Ma questo ora non c’entra con il mio discorso.. ritorniamo al tema principale. Comunque un’ultima considerazione mi sia consentita. Per gli ebrei il fatto di considerasi appartenenti ad una “unica” cultura, condivisa per trasmissione genetica, fece sì che il legante religioso fosse abbastanza forte da mantenere il senso della nazione e della comunità, pur non vivendo nella stessa terra. E questo è un punto saliente. Ma questo attaccamento ancestrale alle proprie radici etniche non è ancora la causa originaria del sionismo… Tutt’altro! Infatti per i veri ebrei, quelli nati e vissuti secondo la tradizione, il sionismo viene visto come una sorta di devianza, una eresia. Come lo fu l’eresia cristiana e maomettana. Infatti sappiamo bene che queste due religioni sorsero come varianti dell’ebraismo.
Ma cosa e chi intendo per “ebrei veri”? Non intendo riferirmi semplicisticamente a quegli ortodossi, con barboni e palandrane nere, che folkloristicamente si lamentano al muro del pianto, mi riferisco  ovviamente a quelli che la Palestina mai abbandonarono e più  in generale a tutta la “gens” di origine ebraica, sia quella antecedente che quella successiva alla “diaspora” (del ‘70 d.C.).  Sono i discendenti degli ebrei sparpagliati in tutto il mondo conosciuto dell’antichità, dalla Persia alla Grecia, dall’Egitto all’Italia, etc. ma tutti questi ebrei sono oggi una minoranza ristretta della comunità internazionale giudea.
In verità questi ebrei “originali” sono oggi fra i più accaniti oppositori del sionismo. Ed il motivo è semplice: il sionismo nasce da elementi non ebraici. Il sionismo sorge in un contesto razziale diverso da quello ebraico, è il risultato di una rivalsa storica da parte di “conversi” di origine caucasica turcomanna, che abbracciarono nel 740 della nostra era (sotto il Khagan Bulan) la “fede” del popolo eletto (per un malaugurato errore di alcuni rabbini), semplicemente per convenienza politica, per questioni di potere, per mantenere una differenziazione fra i due blocchi “religiosi” che allora si contendevano il dominio della terra: i musulmani ed i cristiani.
Questi “conversi”, un intero popolo, i khazari (o cazari), formarono la componente ebraica dell’Europa orientale. Il sionismo comincia da loro, anche se non era ancora chiaro come modello. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro “fratelli maggiori” gli ebrei originari. Sono i successori di questi sedicenti ebrei (cosa contraria alla legge giudaica), che oggi compongono la schiera dei banchieri e finanzieri che dirigono la politica e l’economia e che hanno creato il fulcro sionista in Israele e che sono diventati la “maggioranza” del popolo eletto….
Tanto per fare chiarezza…
Paolo D’Arpini



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martedì 3 gennaio 2017

Giudei, cristiani delle origini e redazione (concordata) dei vangeli canonici


Epifanio, vescovo di Salamina in Cipro (IV sec.D.C.) , sostiene che i primi Cristiani erano chiamati Iessaei (da Iesse, padre di Re Davide,supposto antenato di Gesù) o Nazorei e produssero un "Evangelo secondo gli Ebrei" molto diverso dai Sinottici del Canone(1): il perduto Protomatteo o "Fonte Q". L´apologista Giustino Martire (circa 140-160 D.C.) scrisse il "Syntagma" (Compendio) contro le eresie, purtroppo scomparso. Dalle opere di Giustino che ci rimangono sembra che le Memorie Degli Apostoli cui fa riferimento non fossero identiche ai nostri quattro Vangeli canonici(1).

I Vangeli sono il frutto di un lungo lavoro redazionale , svolto più con un intento catetetico, in modo da venire incontro alle esigenze sociali e di culto delle prime comunità cristiane , che propriamente storico(2) e non possono essere considerati biografia nel senso moderno del termine (3). Il Vangelo di Giovanni pare sia stato composto ad Efeso dal maestro gnostico Cerinto, come ad esempio sostiene nel II secolo Gaio, presbitero di Roma (4).

Senz´altro  i Vangeli stavano assumendo la loro forma attuale proprio nel II secolo: si presume quindi che l´opera di Giustino sulle eresie facesse troppa luce su tutte le controversie che vi furono nelle comunità cristiane primitive in merito al Canone delle Sacre Scritture, perché se ne volesse ancora fare uso(1).

Un´altra delle designazioni dei Nazorei era quella di  EBIONITI (Ebìonìm) o "Poveri Uomini", dall´ebraico "Ebion" che significa appunto "Povero" (un titolo che tra l´altro si attribuivano anche gli Esseni ). Il termine "Ebion", secondo Renan, fu un sinonimo di "Santo" e "Amico di Dio"; il nome di Ebioniti fu per lungo tempo quello dei cristiani giudaizzanti della Batanea e dell´Horan (regioni ad est della Galilea), che restarono fedeli ai primitivi insegnamenti di Gesù, affermando di avere tra di loro i discendenti della Sua Famiglia (5).

Gli Ebioniti speravano in una specie di rivoluzione sociale che avrebbe innalzato il povero al disopra del ricco(1), sostenendo che "solo i poveri saranno salvati" (5). Consideravano Gesù un uomo perfetto, un grande Maestro, figlio carnale di Maria e Giuseppe, che divenne profeta e Cristo (Unto) al Suo Battesimo, quando in Lui discese lo Spirito (1). Gesù sarebbe ritornato come Messia e Re per instaurare sulla Terra un regno millenario di pace, giustizia e prosperità coadiuvato dagli Eletti di Israele(1).

Edoardo Schurè (1841-1924) sostiene che Gesù divenne Figlio di Dio all´atto del Battesimo, quando la colomba, simbolo del Femminino Celeste, o Spirito santo, si librò sul Suo capo e aggiunge che nel primitivo Vangelo Ebraico e nei primi Sinottici si leggeva in merito all´episodio: "Questi è il Mio Figlio prediletto.Oggi Io l´ho generato", cui più tardi si sostituì "in cui ho messo tutto il mio affetto" (6).

L´Ebionismo conservò la tradizione dei primi convertiti dall´insegnamento pubblico di Gesù , basandosi su una raccolta dei Suoi Detti; Egli era sì il Cristo, ma tali sarebbero stati tutti coloro che avessero, come Lui, adempiuto la Legge (la  Torah) e Paolo di Tarso si scontrò con esso nel suo sforzo di uscire dall´esclusivismo giudaico gentilizzando il Cristianesimo (1).

Gli Ebioniti, che evidentemente non avevano alcun concetto trinitario della Divinità, affermavano l´assoluta unità di Dio e l´umanità assoluta di Gesù, l´unità della Creazione, la totale priorità della Legge, in quanto espressione perfetta della volontà di Dio, aborrivano Paolo che consideravano un apostata per le sue posizioni rispetto all´osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti (7) e  perché predicava una nuova dottrina, diversa da quella originaria, più adatta al mondo pagano. Prevalse poi la tesi paolina che considerava la Legge superata dalla Grazia e gli Ebioniti si separarono dal resto della comunità che si adeguò alle decisioni di Paolo e del suo cosmopolitismo; tra le loro guide rimasero Giacomo, il fratello del Signore (4) e Simon Pietro, che secondo antichi testi non andò mai a Roma (tesi portata avanti in funzione anti-Cattolica da Voltaire (8) e da frange pentecostali del protestantesimo americano) ma predicò solo in Oriente(1).

Gli Atti Degli Apostoli vennero compilati proprio per riconciliare il disaccordo tra Pietro e Paolo, selezionando e unendo insieme vari Atti più o meno leggendari (1) e per dimostrare una inesistente continuità di Paolo e della Chiesa con Cristo e gli Apostoli, rendendo le divergenze meno gravi di ciò che in realtà furono (4).

Alla fine del II secolo "gli Ebioniti",scrive Renan, "rimasti estranei alla vita delle altre chiese, sono dichiarati eretici e per spiegare il loro nome si inventa un preteso eresiarca di nome Ebion"(5).

Eusebio di Cesarea (ca. 265-ca. 340) riferisce nella sua "Storia Ecclesiastica" che i discendenti di Cristo ,o Desposyni (gente del Maestro), furono a capo di diverse chiese basandosi su una rigida successione dinastica; nel 318 otto loro capi incontrarono personalmente l´allora vescovo di Roma (papa Silvestro) nel Palazzo Laterano, per chiedergli di revocare le nomine dei vescovi di Gerusalemme, Antiochia, Efeso ed Alessandria per affidarle a membri del loro gruppo, nonché a considerare legittima Chiesa Madre quella di Gerusalemme. Le loro richieste furono naturalmente respinte con la motivazione che ormai la Chiesa Madre era a tutti gli effetti quella di Roma e solo essa aveva l´autorità di nominare i suoi vescovi(9).

Tra l´altro i Nazorei non conoscevano per niente il racconto dell´infanzia di Gesù a Nazareth, che venne elaborato più tardi(1): la cittadina infatti non è menzionata negli scritti degli storici e dei geografi prima del III secolo e il termine "Nazareno" deriva dall´ebraico "Nazir" ,che significa "puro", "consacrato a Dio" (nell´Antico Testamento è ben descritto il voto di Nazireato in Numeri 6,1-21 e in Giudici 13,1-7), perciò non si può escludere che il nome di Nazareth sia stato usato successivamente per giustificare un appellativo non più compreso dopo il distacco del Cristianesimo dal Giudaismo (10), o si trattò di un trucco per dissociare il Messia paolino da quello nazoreo(4). Secondo Marcello Craveri "Nazareno" potrebbe anche derivare da "Natzar" (segreto,nascosto) o da "Nèzer" (ramo,rampollo - della Casa di Davide?) o da Nasayà^ (protetto da Dio), ma non certo da Nazareth "che pare non esistesse nemmeno ai tempi di Gesù"(11).

Gli Ebioniti, la cui dottrina riuscì ad estendersi fino alla Persia e ad essere nonostante tutto molto influente in Palestina e Siria, soppravvissero fino al IV secolo assimilando concezioni gnostiche(1).

Molti insegnamenti nazareni furono recepiti dai Nestoriani , dalla Chiesa Celtica e da varie sette mediorientali (9).

 
Ricerca di Alberto Sordi
 

Bibliografia:

(1) G.R.S. Mead   "Gnosticismo e Cristianesimo delle origini"   (Melita)

(2) Enciclopedia Della Letteratura   ,vol.8, voce "Vangeli"  (De Agostini)

(3) Hegel   "Vita di Gesù",introduzione del prof. Paolo Miccoli   (Newton)

(4) David Donnini   "Nuove Ipotesi su Gesù"   (MacroEdizioni)

(5) Ernest Renan   "Vita di Gesù"   (Newton)

(6) Edoardo Schurè   "Il Sogno Della Mia Vita"   (Laterza)

(7) Umberto Delle Donne   "La Torre DiArgilla"   (Filadelfia Editrice)

(8) Voltaire   "Dizionario Filosofico"   (Newton)

(9) M.Baigent/R.Leigh/H.Lincoln   "L´eredità messianica"   (Marco Tropea Editore)

(10) Enciclopedia Nuovissima, vol.III, voce   "Gesù Cristo"

                "                 "        ,  vol.IV, voce  "Nazareth"   (Il Calendario Del Popolo)

(11) "I Vangeli Apocrifi",  a cura di 

lunedì 2 gennaio 2017

Signoraggio, debito pubblico, tasse... Repetita Iuvant

... ma non conviene vendersi per un piatto di lenticchie (in prestito). Stavolta mi tocca toccare un tema scabroso. No, non si tratta della nuova professione riservata alle donne in Cina, quella di "pugnettista", che comunque è un simbolo di come l'asservimento della specie umana sia giunto a livelli bassissimi.

Economia ecologica: signoraggio, debito pubblico, tasse...

Economia ecologica: signoraggio, debito pubblico, tasse... ma non conviene vendersi per un piatto di lenticchie (in prestito)

Qui in questo blog riservato a temi "ecologici" e "spirituali" debbo oggi occuparmi di denaro, economia e finanza. Il fatto è che se non viene risolto il problema economico in modo ecologico ed "etico" la società non potrà  progredire e resterà preda di tormenti consumistici e schiavitù lavorative.
Il denaro che è nato come mezzo di facilitazione per lo scambio di beni necessari, ed in se stesso all'inizio aveva un valore universalmente riconosciuto (la prima moneta furono gli spiedi che avevano un uso reale), è diventato pian piano un mezzo speculativo di asservimento e di sperequazione sociale.  Sia ben chiaro non è colpa del denaro in quanto tale se ciò è avvenuto ma la "colpa" sta nel modo in cui è stato utilizzato (e qui intendo proprio nel senso "utilitaristico" speculativo). Non voglio però fare una cronistoria del percorso. Fermiamoci al momento presente e cerchiamo di capire chi oggi detiene il potere di emettere denaro ed a quale prezzo per la comunità umana. 
Un piccolo incipit - Scriveva Stefano Trentin: "Vi siete mai chiesti dove finiscano i miliardi di miliardi di imposte e balzelli che continuiamo a versare allo Stato criminale e predatore? Lo stato Italiano per avere denaro deve cedere alle banche private  titoli di stato e pagare gli interessi del 4%. Le banche private ricevono dalla BC€, istituto privato di emissione, il denaro al tasso dello O,5%. Bankesters-usurai legalizzati ! Ecco la causa e l'effetto dei famosi 2100 miliardi del debito pubblico, in vertiginosa crescita!".
Negli anni passati ed anche ai giorni nostri alcuni "mattacchioni" consapevoli della realtà delle cose relative allo strozzinaggio della moneta debito (dicasi signoraggio bancario) hanno denunciato  alla magistratura questi fatti ma nessuno ha mai indagato un banchiere, al contrario fu  incriminato Giacinto Auriti che aveva denunciato i governatori di BankItalia e di BCE.
Gandhi disse che "il modo migliore per sovvertire un potere vessatorio e dittatoriale è quello di non pagare le tasse", sembrerebbe facile, ma finché la maggioranza della gente è consapevolmente o inconsapevolmente connivente con il sistema vessatorio, la rivolta fiscale non è pensabile (pena persecuzioni, multe, pignoramenti, galera, etc.).
Ma lasciamo per ora da parte il come liberarsi economicamente dal cappio usuraio e vediamo come funziona, nei particolari, il meccanismo della emissione monetaria e dell'indebitamento pubblico.  E non dimentichiamo l’origine del problema.. ovvero la rinuncia da parte dello Stato al suo diritto sovrano di emettere cartamoneta…
Sì avete capito bene, non è lo Stato Italiano e nemmeno la Comunità Europea a creare il denaro che circola, lo creano dal nulla la Banca d’Italia (prima) e la BCE (oggi). Queste banche sono enti privati (e non pubblici come erroneamente si crede).  La cartamoneta viene fatta stampare, senza alcun controvalore (ex nihilo) da codeste banche centrali  e viene concessa in "prestito" e lo Stato ripaga  il denaro così ottenuto  con  “obbligazioni” e “titoli” che poi vengono venduti dalle banche stesse  che ne ricavano ulteriori interessi. La moneta circolante è in tal modo un “debito” che lo Stato - e di conseguenza tutti i cittadini - debbono pagare.  Infatti l’emissione del denaro da parte della Banca Centrale, avviene solo in contropartita a Obbligazioni emesse dallo Stato al corrispettivo valore. E questa è la vera fonte del debito pubblico (a causa dei tassi di interesse, spread, etc.).
Ovviamente il problema non è solo europeo, anzi, diciamo che ha salde radici in USA. Infatti anche la Federal Reserve che sommerge di dollari il mondo è una banca privata ed è per questa ragione che, anche gli USA, sono sommersi dal debito pubblico. Tre anni dopo aver approvato il Federal Reserve Act del 23 dicembre del 1913, il presidente Woodrow Wilson affermò: «Sono l’uomo più infelice. Ho inconsapevolmente rovinato il mio Paese. Una grande nazione industriale è controllata dal suo sistema di credito. Ora il nostro sistema di credito è concentrato. Perciò, la crescita della nazione e tutte le nostre attività è nelle mani di pochi uomini. Stiamo per diventare un Paese mal governato, completamente controllato e dominato del mondo civilizzato. Non più un governo in cui c’è libertà di opinione, non più un governo guidato dalla convinzione e dal voto della maggioranza, ma un governo pilotato dall’opinione e dalla prigionia voluta da un piccolo gruppo dominante di uomini». Inoltre - truffa nella truffa - questi pezzi di carta colorata che le banche centrali private fanno stampare sono assolutamente privi di ogni copertura… non c’è alcun deposito aureo, beni, od altro di concreto che li sostenga.. l’unico valore è quello convenzionale per l’accettazione di chi usa la moneta.
In verità il denaro che abbiamo in tasca ha valore solo perché noi gli diamo quel valore, non essendo garantito da alcun controvalore  in sé non vale nulla nemmeno il costo dei colori e della carta (praticamente inservibile per qualsiasi uso concreto). Eppure con questa colossale truffa effettuata dai banchieri il mondo sta passivamente diventando preda dei poteri economici “occulti” (nel senso che il popolo non conosce il meccanismo diabolico) che regolano ogni movimento finanziario e monetario.
Ohi, ohi, insomma le tasse che noi paghiamo sarebbero il pizzo che lo Stato deve versare come contropartita del signoraggio bancario e anatocismo consentito ai banchieri privati della BCE,  per onorare i trattati.  Ed i politici (tutti i politici) sono solo i sicari, conniventi o ricattati, dei banchieri finanzieri internazionali padroni di Banche, di Multinazionali e dei MEDIA, e  manipolatori delle masse. Insomma bisogna  andare sulla "CIMA della PIRAMIDE" con l'occhio del Big Brother, per trovare i veri artefici dei danni all'Umanità. E l'asservimento politico lo vediamo bene in Italia.  Come dice Michele Meomartino: "La politica che un tempo poteva avere margini di indipendenza rispetto agli altri poteri, oggi è completamente funzionale  e condizionata da questi poteri. Negli ultimi 20 anni, l'Italia ha avuto come presidente del Consiglio, prima Ciampi (eletto successivamente addirittura presidente della Repubblica) e poi Dini. Fino ad alcuni mesi fa, c'era Mario Monti che rappresenta gli interessi di alcuni agenzie finanziarie. Per tacere di Prodi...".
Ma infine perché lo Stato non  ripudia la “moneta-debito” ed emette il denaro in forma diretta, tramite il Ministero del Tesoro? Beh, c’è da dire che questo gioco  sarebbe molto rischioso, a causa degli enormi interessi che stanno dietro alla mega-truffa bancaria... Infatti - ad esempio -  si sospetta che Aldo Moro fu eliminato proprio perché stava avviando un processo di affrancamento dal signoraggio bancario (le famose cinquecento lire emesse direttamente dal ministero del tesoro) ed in America  il presidente Kennedy fu verosimilmente eliminato per la stessa ragione, cioè aveva dato ordine al Tesoro di iniziare un processo di emissione monetaria in proprio, garantita dall'argento posseduto dallo Stato.
Perciò  non bisogna credere a chi semplicemente propone l'uscita dalla UE o l'azzeramento del debito pubblico lasciando però invariato il meccanismo della "produzione" del denaro. Occorre che lo Stato o l'unione degli Stati (come nel caso dell'Europa) assuma la sua sovranità monetaria rispetto alle banche centrali. 
Secondo l’economista Savino Frigiola: “La ricetta per schivare le manovre di strangolamento sono abbastanza semplici, facili da praticare, collaudate e sicure. Poiché la maggior parte del debito pubblico viene creato dall’emissione monetaria abilmente carpita dai banchieri privati, BCE o Federal Riserve che sia, è sufficiente che lo Stato invece di emettere propri titoli di debito per poi scontarli o venderli al sistema bancario, alle condizioni imposte volta per volta dal creditore, emetta direttamente i propri titoli monetari con i quali monetizzare il proprio mercato mediante il pagamento di opere o attività di pubblico interesse e così non si creano debiti”.
Semplice no?
Ma state "tranquilli"  non vi saranno "forze" politiche coraggiose abbastanza da sfidare il golem finanziario e bancario mondiale ormai consolidato. Prova ne siano anche le norme che dal 2014 sono entrate in vigore con il Patto di Stabilità - come scrive Loretta Napoleoni - tra queste c’è l’impegno del nostro paese a ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil al 60 per cento attraverso una maxi manovra finanziaria all’anno per i prossimi 20 anni. Dato che al momento questo rapporto supera il 132 per cento (equivalente a 2080 miliardi di euro circa) bisogna ridurlo di almeno 900 miliardi di euro, il che equivale a circa 45 miliardi l’anno per due decadi, in forma di diminuzione dei servizi, aumento di tasse e svendita di beni comuni. Tutto per soddisfare la  cima della piramide del NWO.
Cosa possiamo fare dunque nel "piccolo"? Nel privato per sfuggire minimamente alla catena e magari lanciare un messaggio di cambiamento? La mia soluzione è semplice: diventare vegetariani, ridurre od eliminare i consumi di prodotti industriali, ritirare i fondi dalle banche e operare economicamente in modi ed ambiti ecosolidali. Forse dovremmo anche ripensare il nostro stato sociale, restringere la delega allo Stato e cominciare ad attuare forme di autorganizzazione modello banca del tempo. Perché semplificando i bisogni, cercando l'essenziale e scartando il superfluo, avremo sempre meno bisogno di soldi e di tempo per soddisfarli... insomma sopravvivere in silenzio. Come dice I Ching: in tempi bui il nobile si ritira nella sua virtù, non accetta cariche pubbliche né emolumenti in modo da non confondersi con il malgoverno.
Paolo D'Arpini










domenica 1 gennaio 2017

Roma, marzo 2017 - Celebrazione unitaria del 100° anniversario della Rivoluzione socialista


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Compagne e compagni,  è iniziato l’anno del 100° anniversario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre, l’avvenimento che aprì una nuova epoca nella storia del genere umano.

Con l’Ottobre sovietico il proletariato rovesciò l’odioso regime borghese, demolì il suo apparato statale, strappò dalle mani dei capitalisti i mezzi di produzione e di scambio, che divennero proprietà comune della società, soppresse ogni forma di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, abolì la grande proprietà terriera e nazionalizzò tutte le terre, pose fine alla guerra di rapina, liberò le nazionalità oppresse dallo zarismo e instaurò lo Stato e il Potere Proletario.

Con l’instaurazione del potere dei Soviet fu costruito un nuovo tipo di Stato, creando le condizioni per la costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, che assicurò grandi benefici materiali e culturali alla classe operaia, ai contadini, alle donne, ai popoli.

La Rivoluzione Socialista d'Ottobre ha dimostrato che la classe dei proletari può spezzare la catena imperialista nei suoi anelli deboli, conquistare il potere e dirigere la società senza la borghesia e contro di essa, in alleanza con le masse lavoratrici e sfruttate; che il socialismo inizialmente vittorioso in un solo paese può costituire la base di un ulteriore sviluppo della rivoluzione mondiale; che il socialismo è una forma superiore di organizzazione sociale rispetto al capitalismo, a condizione che marci verso l’edificazione del comunismo, la società senza classi.

L’Ottobre è un evento ricco di preziosi insegnamenti per la lotta del proletariato. La rivoluzione proletaria è di estrema attualità dinanzi allo sfruttamento e all'oppressione di cui soffre la quasi totalità dell'umanità, alla miseria e alla diseguaglianza crescenti, alle guerre di rapina, al parassitismo e alla corruzione di un pugno di monopoli e di ricchi che soffocano la società, alla demolizione delle conquiste sociali strappate dai lavoratori, al saccheggio imperialista, alla devastazione ambientale causata dal modo di produzione capitalista.

La necessità di rilanciare le ragioni dell’Ottobre sovietico è ancor più impellente oggi, dopo decenni di menzogne sul “presunto fallimento dell’esperienza socialista del novecento” con cui la borghesia ha cercato, e cerca accanitamente, di sopprimere l’esigenza di emancipazione della classe operaia e dei popoli. Ma la realtà dimostra che il capitalismo è un sistema morente e che dall’esperienza dell’Ottobre non si può tornare indietro, nonostante le denigrazioni e il tradimento dei revisionisti, che hanno reso il più grande servizio all’imperialismo distruggendo il socialismo realizzato e dividendo il movimento comunista internazionale.

In tutto il mondo i comunisti, i rivoluzionari, i proletari e i lavoratori coscienti, i sinceri progressisti e gli amanti della libertà e della democrazia socialista si preparano a celebrare e festeggiare il 100° anniversario della gloriosa Rivoluzione Socialista d'Ottobre, che sentono come una loro vittoria, perché le idee dell’Ottobre sono strettamente legate a tutte le più importanti lotte e conquiste dell’ultimo secolo.

Vogliamo farlo anche nel nostro paese, mettendo in risalto il suo fondamentale significato e la sua importanza internazionale, proiettando la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi storici risultati nello scenario della lotta di classe odierna, con lo spirito rivoluzionario del proletariato. Nulla a che vedere, dunque, con l’accademismo, i tentennamenti e le mistificazioni piccolo-borghesi.

Invitiamo, perciò, tutte le forze comuniste - in particolare la gioventù comunista -, rivoluzionarie, antimperialiste e antifasciste, le associazioni sindacali e sociali della classe operaia, dei lavoratori sfruttati, dei giovani e delle donne, i comitati di fabbrica e territoriali e tutti coloro che hanno nel cuore l’Ottobre Rosso a cooperare per realizzare una celebrazione unitaria e combattiva del 100° anniversario.

Proponiamo di incontrarci a Roma nella prima settimana di marzo – possibilmente in occasione del 64° anniversario della morte del compagno Stalin - per confrontarci e decidere unitariamente il percorso e il programma delle attività da svolgere, costituendo il Comitato promotore del 100° anniversario della Rivoluzione Socialista d'Ottobre. 
Viva la Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre!
Roma, 1° gennaio 2017.
 
Per adesioni scrivere a conuml@libero.it o telefonare ai numeri 335.6063055 e 331.8134006. Fax 081.5071170.
  
Comitato Nazionale di Unità Marxista-Leninista
Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia