sabato 16 maggio 2026

Dazibao. "Trump e Xi: il fallimento più grandioso di sempre..."


La forma estremamente cordiale dell'incontro tra Trump e Xi Jinping rivela una poca consistenza nella sostanza. I due Paesi non hanno trovato punti di incontro su nessuno dei dossier più delicati.

“Il vertice più grandioso di sempre”, così Trump ha definito i due giorni a Pechino, ancora prima che finissero. Ora che è atterrato negli Stati Uniti, si fa fatica a trovare non solo qualcosa di grandioso — ma anche solo qualcosa di concreto.

I toni sono stati estremamente cortesi e l’accoglienza diplomatica al massimo livello, ma l’incontro tra i leader sembra aver raggiunto uno scarso consenso, e la domanda posta dai vertici cinesi, cioè se sia possibile “evitare la Trappola di Tucidide”, resta una domanda senza risposta.

Paragonando l’incontro di questa settimana con il viaggio di Trump in Cina nel 2017, è evidente un downgrade nelle relazioni tra i due paesi.

L’accoglienza all’aeroporto: un onore apparente

A ricevere Trump all’aeroporto c’era il vicepresidente Han Zheng. In apparenza un onore — il vicepresidente della Repubblica Popolare. In realtà, per chi conosce la gerarchia del PCC, un segnale sottile ma preciso.

Nel 2017 era andato a prendere Trump Yang Jiechi, allora segretario dell’Ufficio della Commissione Centrale per gli Affari Esteri — il vero architetto della diplomazia cinese. L’equivalente oggi sarebbe Wang Yi, che ricopre lo stesso ruolo ed è inoltre membro dell’Ufficio Politico. Han Zheng, invece, è un funzionario che Xi ha sistemato alla vicepresidenza dopo il suo pensionamento dal Politburo — una carica che nella Cina post-limite-dei-mandati ha perso il peso politico che aveva un tempo, quando serviva da anticamera alla presidenza: Hu Jintao era stato vice di Jiang Zemin, Xi Jinping vice di Hu Jintao. Oggi non è più così.

Per capire la differenza, basta un confronto: quando Kim Jong-un arriva in Cina in treno, ad accoglierlo ci sono Wang Huning e Cai Qi, entrambi membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico — il vertice assoluto del potere cinese. Trump ha avuto Han Zheng.

I colloqui tra leader: due comunicati differenti

I colloqui tra Tump e Xi Jinping sono durati due ore e quindici minuti, ben oltre l’ora o l’ora e mezza prevista. Ma la lunghezza dell’incontro non si è tradotta in sostanza: il comunicato di Xinhua non riporta nessun accordo degno di nota. L’unico consenso menzionato — organizzare bene APEC e G20 di quest’anno — è talmente marginale da essere relegato in fondo al testo.

Basta confrontare con il 2017. Il comunicato di allora elencava accordi su commercio, tecnologia, antidroga, antiterrorismo, comunicazioni militari. Cominciava con una serie di “entrambe le parti credono”, “entrambe le parti concordano” — la grammatica della reciprocità. Questa volta il comunicato contiene paragrafi introdotti da “Xi dice”, “Xi sottolinea”, “Trump ha affermato”. Il passaggio più significativo riguarda Taiwan:

Xi Jinping ha sottolineato che la questione Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, può contribuire a mantenere la stabilità complessiva delle relazioni bilaterali. Se gestita male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, mettendo a repentaglio l’intero rapporto tra Cina e Stati Uniti. L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono incompatibili; il mantenimento della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenta il massimo denominatore comune tra Cina e Stati Uniti, e questi ultimi devono affrontare la questione di Taiwan con la massima cautela.

Il comunicato statunitense è invece estremamente sintetico, non fa cenno alla questione taiwanese ma sottolinea lo scenario iraniano:

Il Presidente Trump ha avuto un incontro positivo con il Presidente cinese Xi. Le due parti hanno discusso le modalità per rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi, tra cui l’ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane e l’incremento degli investimenti cinesi nelle nostre industrie.

I vertici di molte delle più grandi aziende statunitensi hanno partecipato a una parte dell’incontro.

I Presidenti hanno inoltre sottolineato la necessità di consolidare i progressi compiuti per porre fine al flusso di precursori del fentanil verso gli Stati Uniti, nonché di incrementare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani.

Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia. Il Presidente Xi ha inoltre ribadito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, esprimendo interesse ad acquistare maggiori quantità di petrolio americano per ridurre in futuro la dipendenza della Cina dallo Stretto. Entrambi i Paesi hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.

Nei pochi minuti aperti alla stampa, Xi ha aperto con la trappola di Tucidide — il rischio strutturale di guerra tra potenza egemone e potenza emergente. “Una domanda posta dalla storia, dal mondo e dal popolo”, come ha affermato il presidente cinese.

Trump ha abbassato immediatamente il livello. Ha elogiato Xi, ha detto di aver portato i migliori CEO del mondo a Pechino. Nessun accenno al ruolo storico degli Stati Uniti, nessuna visione, nessuna risposta alla domanda posta.

Queste le parole di Trump:  "Ammiro tutto ciò che la Cina ha realizzato. Lei è un grande leader. Lo dico a tutti. Lei è un grande leader. A volte la gente non gradisce che io lo dica, ma lo dico comunque perché è vero. Dico solo la verità. A nome della nostra illustre delegazione, a nome dei più brillanti imprenditori del mondo e, vorrei aggiungere, a nome delle migliori persone del mondo. Abbiamo talenti eccezionali, e sono tutti qui con me. Ognuno di loro. Abbiamo invitato i 30 migliori imprenditori del mondo, e tutti hanno accettato con entusiasmo. Non volevo invitare il secondo o il terzo in classifica; ho invitato solo i migliori. Sono qui oggi per rendere omaggio a Lei, alla Cina, e non vedono l’ora di avviare scambi commerciali e cooperazione. Daremo il massimo. Pertanto, attendo con grande interesse i nostri colloqui, un incontro davvero significativo. Alcuni dicono che questo potrebbe essere il più grande vertice della storia. Non hanno mai visto niente di simile. Posso affermare che negli Stati Uniti se ne parla. È un onore essere qui con Lei. È un onore essere tuo amico. Il rapporto tra Cina e Stati Uniti sarà più forte che mai".

"Il risultato diplomatico più concreto sembra essere la nuova formula per definire la relazione bilaterale: 中美建设性战略稳定关系, “relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva.”

Il presidente Xi Jinping ha spiegato che la “stabilità strategica costruttiva” dovrebbe essere: "una stabilità positiva basata sulla cooperazione una stabilità benigna con una competizione moderata una stabilità normale con divergenze gestibili una stabilità duratura con la prospettiva di una pace"

Ma la formula è temporanea. Come si legge nel comunicato di Xinhua: "Le due parti hanno concordato che questa formula costituisca il nuovo posizionamento strategico del rapporto, con un orizzonte dichiarato di almeno tre anni".

Vale la pena notare l’evoluzione: con Clinton e Jiang Zemin la relazione era “partnership strategica”, con Hu Jintao divenne “collaborazione strategica”. Ora al centro c’è la stabilità. È Pechino che sceglie la parola, ed è una parola che dice molto su chi, in questo momento, ha più interesse a congelare lo status quo.

Commercio: un nulla di fatto.

Prima ancora del vertice, il segretario al Tesoro Bessent e il vicepremier He Lifeng si erano incontrati d’urgenza in Corea del Sud per preparare il terreno commerciale. Il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato un comunicato piuttosto stringato sull’incontro:

Mercoledì, 13 maggio u.s., le delegazioni cinese e statunitense hanno avuto in Corea del Sud uno scambio franco, approfondito e costruttivo su questioni economiche e commerciali di interesse comune, nonché sull’ulteriore ampliamento della cooperazione pratica.  Le consultazioni sono state condotte dal vice primo ministro cinese He Lifeng, nonché referente cinese per gli affari economici e commerciali tra Cina e Stati Uniti, e dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, referente principale.

Guidate dall’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, le due parti hanno ribadito il principio del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.  Nel linguaggio diplomatico cinese, uno scambio “franco” e “approfondito” significa che le divergenze sono serie. “Costruttivo” significa che almeno non si sono aggiunte nuove rotture. Non è un grande risultato — è il minimo sindacale.

Il contesto rende tutto più urgente: l’accordo commerciale siglato a Busan lo scorso ottobre scade a novembre. Trump ha invitato Xi a visitare gli Stati Uniti a settembre del 2026. Sarà in quell’incontro — non in questo — che si deciderà se prolungare la tregua o riscrivere tutto da capo. Il vertice di questi giorni è stato poco più che un modo per arrivare vivi a settembre.

Per quanto riguarda gli accordi confermati, Trump ha annunciato che la Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing. “Boeing voleva 150, ne hanno ottenuti 200”, ha detto il presidente. Peccato che Boeing in borsa abbia perso il 4,6% dopo la notizia — non esattamente la reazione di chi ha appena incassato il contratto del decennio.

Bloomberg chiarisce che non è ancora chiaro quali modelli siano inclusi nell’ordine, e che le aspettative reali del settore puntavano a qualcosa come 500 737 Max. Siamo quindi sotto le attese di mercato, non sopra.

Come riporta Reuters, nello stesso giorno dell’incontro tra Trump e Xi, il dipartimento del commercio statunitense ha autorizzato circa 10 aziende cinesi ad acquistare il secondo chip per l’intelligenza artificiale più potente di Nvidia, l’H200, mentre l’amministratore delegato Jensen Huang cerca di ottenere una svolta in Cina questa settimana. Questi “circa 10 aziende cinesi” includono Alibaba, Tencent, ByteDance, JD.com, Lenovo e Foxconn.

La Casa Bianca aveva però già dato il via libera formale alla vendita degli H200 in Cina a gennaio 2026, con un framework che prevedeva che Nvidia versasse il 25% dei ricavi al governo americano. Il problema è che da gennaio a oggi non è stato consegnato un solo chip. Le aziende cinesi hanno sospeso gli ordini su pressione di Pechino, che teme possibili manomissioni hardware da parte americana.

Rivelatore dell’andamento dell’incontro è anche quello che è successo con la carne bovina americana, riportato da Reuters.

Durante il summit, le autorità doganali cinesi hanno brevemente riattivato le licenze di esportazione per centinaia di impianti di carne bovina americani — più di 400 stabilimenti avevano perso l’accreditamento nell’ultimo anno, rappresentando circa il 65% delle strutture un tempo registrate. Per qualche ora, lo stato delle licenze sul sito delle dogane cinesi è passato a “valido”. Poi, senza spiegazioni, è tornato a “scaduto”.

Le esportazioni di carne bovina americana in Cina sono già crollate da un picco di 1,7 miliardi di dollari nel 2022 a circa 500 milioni l’anno scorso. Pechino ha acceso e spento questo interruttore durante il summit.

Questione Taiwan: “la questione più importante”.

Su Taiwan Xi non ha usato mezzi termini. La questione è “la più grande e importante” nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, la relazione regge; se gestita male, le due potenze rischiano la collisione. “L’indipendentismo è incompatibile con la pace nello Stretto.” Parole nette, senza margine di interpretazione.

Il confronto con il 2017 è illuminante. Allora Xi si limitava a chiedere che Washington mantenesse il principio di una sola Cina ed evitasse di disturbare il quadro generale della relazione. Un appello alla prudenza. Questa volta il registro è diverso: non si richiede prudenza, si avverte di conseguenze. La parola “incompatibile” è nuova. Il riferimento esplicito al conflitto è nuovo. E soprattutto è nuova la gerarchia che Xi  stabilisce: Taiwan prima di tutto, tutto il resto è secondario.

La risposta americana? Il comunicato della Casa Bianca non menziona Taiwan nemmeno in una riga. Nel 2017 Trump aveva dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti mantenevano saldamente il principio di una sola Cina. Questa volta, silenzio.

A coprire il vuoto ci ha pensato Rubio, con un’intervista ai media che ha sollevato più domande di quante ne abbia risolte. Ha detto che la posizione americana non è cambiata, che si mantiene l’ambiguità strategica. Quando il giornalista gli ha chiesto direttamente se la Cina vuole invadere Taiwan, Rubio ha risposto così: "Beh, credo che in un mondo ideale la Cina preferirebbe che Taiwan si unisse volontariamente. Quello che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione. Credo che sia questa la loro preferenza. In definitiva, la questione occupa un posto di rilievo nel mandato del Presidente Xi. Durante il suo mandato, ha chiarito che quella che chiamano riunificazione, così la chiamano, è qualcosa che deve accadere a un certo punto. Noi pensiamo che sarebbe un terribile errore imporla con la forza o con qualsiasi altro mezzo simile. Ci sarebbero ripercussioni a livello globale, non solo da parte degli Stati Uniti, e preferiamo lasciare le cose come stanno. Questo tipo di ambiguità è ciò che, credo, ha definito il nostro modo di affrontare la questione. E il motivo risiede nelle ambiguità strategiche. Non vogliamo assistere a un conflitto. Non vogliamo che accada qualcosa di destabilizzante, perché credo che sarebbe molto destabilizzante per il mondo e per entrambi i Paesi".

Non esattamente una dichiarazione di sostegno a Taipei, e non una chiarificazione sulla posizione statunitense a riguardo. Il fatto che sia la migliore risposta disponibile da parte americana dice molto sullo stato delle cose.

C’è un’altra asimmetria che vale la pena notare, e riguarda l’Iran. Il comunicato della Casa Bianca — quello che non menziona Taiwan — trova invece spazio per sottolineare che Xi si è detto d’accordo sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz, sulla sua non militarizzazione, e sul fatto che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari. Piccola vittoria americana, almeno sulla carta.

Peccato che il comunicato di Xinhua non riporti nulla di tutto questo. La stessa riunione, due versioni incompatibili. Pechino non ha sentito il bisogno di confermare pubblicamente il proprio sostegno alla linea americana sull’Iran — e questo dice molto su quanto quel consenso sia solido. Trump dal canto suo ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto cinese sull’Iran. Un’affermazione curiosa, considerando che è andato fin a Pechino a cercarlo.

E poi c’è il documento che dovrebbe preoccupare di più, e che invece è rimasto in secondo piano nel circo mediatico del summit.

Il Washington Post riporta in esclusiva l’esistenza di un’analisi riservata dell’intelligence americana, prodotta questa settimana per il presidente del Joint Chiefs of Staff, generale Dan Caine. Il documento usa il framework “DIME” — diplomatico, informativo, militare, economico — per valutare come la Cina stia sfruttando la guerra in Iran per massimizzare il proprio vantaggio strategico sugli Stati Uniti.

I punti principali, secondo i funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato: "La Cina ha venduto armi agli alleati degli Stati Uniti del Golfo mentre questi faticavano a difendersi dagli attacchi iraniani — posizionandosi come fornitore di sicurezza affidabile mentre Washington era impegnata a bombardare".

Pechino ha aiutato decine di Paesi a gestire la crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran — offrendo tecnologia verde cinese come soluzione strutturale di lungo periodo. Da notare che durante le precedenti crisi energetiche, Washington ha sempre inviato funzionari in tutto il mondo e convocato riunioni di emergenza per affrontare la carenza. Ma l’amministrazione Trump non ha mostrato alcun interesse in un’iniziativa simile.

La guerra ha prosciugato le scorte americane di munizioni critiche: missili Patriot, intercettori THAAD, Tomahawk. Alleati come Taiwan, Giappone e Corea del Sud guardano con crescente preoccupazione alla capacità reale degli USA di intervenire in caso di crisi.

La Cina risulta essere il secondo paese al mondo più isolato dalla crisi energetica, grazie alle riserve petrolifere e all’espansione delle energie rinnovabili.

Ryan Hass del Brookings Institution, citato dal Post, lo sintetizza così: “La Cina si sta presentando come fornitore di soluzioni — non per altruismo, ma per creare cunei tra l’America e i suoi tradizionali alleati.”

Secondo gli esperti, l’analisi fornisce nuove informazioni sulla reazione della Cina alla guerra, come ad esempio la fornitura di armi agli alleati degli Stati Uniti, rafforzando al contempo il crescente consenso sul fatto che il conflitto stia spostando l’equilibrio di potere a favore di Pechino.

“Nel complesso, la guerra in Iran sta migliorando enormemente la posizione geopolitica della Cina”, ha affermato Jacob Stokes, ricercatore senior presso il Center for a New American Security.

Ma l’amministrazione attuale non pensa così. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha risposto che “le affermazioni secondo cui l’equilibrio globale del potere si sia spostato verso qualsiasi nazione che non siano gli Stati Uniti sono fondamentalmente false.” La Casa Bianca ha parlato di “decimazione delle capacità militari iraniane in 38 giorni.”

Tornando al vertice di Pechino, a completare il quadro, un dettaglio che nel 2017 sarebbe stato impensabile: nessuna conferenza stampa congiunta. Nel primo mandato, il secondo giorno si chiudeva con Trump e Xi davanti ai microfoni insieme. Questa volta, niente. Ognuno ha comunicato per conto proprio, con messaggi diversi, a platee diverse. La fotografia esatta di quanto i due paesi stiano parlando linguaggi sempre più distanti, anche quando siedono allo stesso tavolo.

Subito dopo Trump, arriva Putin

Trump non ha ancora finito di volare verso casa che Pechino si prepara ad accogliere il prossimo ospite. Il 20 maggio 2026 Vladimir Putin sarà in Cina per una visita di un giorno. Ufficialmente “routine”, parte dei normali rapporti tra Mosca e Pechino. Non ci si aspetta nessuna parata e nessuna cerimonia elaborata.

Sarà la prima volta nella storia che la Cina ospita, nel corso di un solo anno, i leader delle due principali potenze mondiali nello stesso mese, al di fuori di un contesto multilaterale. E dopo Putin, Pechino diventerà il primo Paese ad avere ricevuto tutti e quattro i leader degli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU nel giro di pochi mesi: Macron a dicembre, Starmer a gennaio, Trump il 14-15 maggio, Putin il 20 maggio.

E non è una coincidenza.


Dazibao, 15 maggio 2026 

https://www.youtube.com/@dazibao


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