giovedì 15 agosto 2019

Cronistoria del partito che non vorrei... di Lorenzo Merlo


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La parabola storica del maggior partito della sinistra italiana (e a suo tempo maggior partito comunista d’Europa) ha avuto culmine e contemporaneo avvio del declino negli anni del ’68/’77.
Da un lato le leggi per i lavoratori, i diritti politici divenuti consapevolezza proletaria, furono vette poi non più eguagliate.
Dall’altro i successi, o apparenti tali, tra cui, uno per tutti, il 6 politico. Comprensibile nelle intenzioni politiche originarie, si è poi dimostrato disastrosamente infettivo a lunga gittata. Segnò l’avvio del lassismo generalizzato.
Il Compromesso storico, passo del Pci Enrico Berlinguer verso la Democrazia Cristiana di Aldo Moro per quanto compiuto per gestire, con senso di responsabilità istituzionale e statale, l’emergenza sovversione armata, fece necessariamente la sua parte nella vicenda della parabola discendente verso l’evanescenza della maggioranza della sinistra italiana.
Da allora il Pci e i suoi succedanei – Pds, Ds e Pd – sono progressivamente venuti meno alla missione originaria di solidarietà e cura del mondo dei lavoratori, della società minore, dei diritti istituzionali, dell’anticapitalismo.
Dalla bandiera rossa con falce e martello a tutto campo del Partito Comunista Italiano, mutarono in Partito Democratico della Sinistra. Era il 1991. Come simbolo scelsero una quercia, pensando alla solidità duratura. Forse qualcuno di loro aveva avuto sentore che le fazioni avrebbero potuto demolire l’incorruttibile e monolitico grande partito moralmente ineccepibile. Falce e martello c’erano ancora ma defilati alla base del tronco. Una specie di garanzia di se stessi: «tranquilli, noi veniamo da lì».
Sette anni dopo, nel 1998, nuovo aggiornamento. Il nome diviene Democratici di Sinistra. Grossomodo funzionale per abbracciare più o meno chiunque a destra vedesse solo mostri e diavoli; per contenere lo scemare degli iscritti. La bandiera rimase piena di quercia ma si svuotò di falce e martello.
Infine, dal 2007, il Partito Democratico abbandonò anche la quercia per affidarsi a un logo tricolore e un ramoscello d’ulivo. «Siamo i giusti» voleva dire? Se sì, non nelle urne. Ma c’era anche una rosa, non a caso già nell’immagine dei radicali.
In un arco temporale di 15 anni la metamorfosi si era compiuta. Da paladini della bellezza povera a naufraghi abbracciati a ciambelle liberiste.
Del resto il proletariato era sparito, almeno come corpo sociale. Il capitalismo non era più neppure un problema di cui occuparsi se non facendo l’occhiolino. L’ambiente tornava invece utile ma senza affrontare il conflitto con un progresso concepito come crescita infinita e consumismo da pompare.
La via del progresso, dicevano, avrebbe avuto una nuova anima a partire dall’Europa Unita e dall'Euro.
Ne fu artefice Prodi. Era il 1998. Precisava che un euro valeva 1936,27 lire. Ma la suggestione è più potente della ratione e quello che compravamo con mille lire costò in breve un euro. Il doppio.
Da pochi anni il Muro di Berlino aveva mandato definitivamente all’aria il progetto egualitarista. (Lo aveva detto Stirner che gli uomini alla prima opportunità giusta preferiscono i propri interessi a quelli dell’ideologia che hanno sottoscritto. Nessuno ha mai troppo peso ai suoi avvisi). Progetto nel quale da sempre la sinistra di maggioranza aveva trovato ispirazione e supporto ideologico. Nel tempo però aveva lasciato gli ormeggi per solcare mari più occidentali. Nel tempo aveva trovato opportuno mostrarsi via via più lasciva nei confronti della presa del potere economico sui partiti e sulle istituzioni.
Infatti. Seguirono leggi sempre più liberiste come necessariamente implicava il progetto della moneta unica prima e dell’Unione Europea poi. Come sennò tentare di stare al passo, tenere alto il vessillo tanto vantato dell’ottava economia mondiale? Come fronteggiare l’economia della Germania, e non solo, in casa e americana fuori casa? Come avrebbero potuto non dico abdicare al concetto di crescita e benessere imperniato sul Pil come neppure uno psicotico fa con la sua ossessione, ma almeno tenere a freno?
Vabbé. Comunque si davano da fare pur senza più il faro ideologico. Poche idee ma ci provavano. Abbracciarono così il patrimonio e il vessillo che fu idea del Partito Radicale. Dai valori sociali passarono, senza che nessuno se ne accorgesse troppo (forse qualche sindacato, sì), a quelli individuali. Un investimento che non ha più cessato di assorbire la loro attenzione, forse distratta solo dalla guerra in Kosovo, per la quale calammo l’asso che avevano nelle braghe. E giù anche quelle: aerei e aeroporti donati a piene mani ai sempre più penetranti tentacoli Nato. Dei morti in Serbia non si preoccuparono troppo.
Gli scandali e le corruzioni rosse sorprese i meno avveduti. Furono picconate ai resti di una facciata che occultava mucchi di macerie che non riuscivano più a nascondere.
La riforma Fornero fu terremotante per molti italiani ma per il Pd rimase un passo avanti verso il progresso.
Di lì a breve arrivò il Nazareno che togliendo di mezzo l’articolo 18 imboniva i lavoratori sostenendo che la mobilità era la ricetta giusta soprattutto per loro, oltre che per l’occupazione, quindi per l’economia, quindi per tutti. Dovevano, i lavoratori, solo cancellare l’idea del mensile a fine mese, della tredicesima e assumere quella (a massimo rischio) imprenditoriale. Il mondo sarebbe risorto. E loro lo avrebbero visto come turisti del lavoro.
Nel frattempo non si erano accorti però di quanto le loro clarks e i loro tweed li avevano portati lontani dalla cosiddetta base. In vetta l’aria è migliore rispetto ai sottoscala della povertà.
Si trovarono improvvisamente a dover fronteggiare tutto quel bacino enorme che una volta era stato suo possesso e ricchezza elettorale, ora passato di mano ad uno stupido comico che di stupido aveva solo gli spettatori del Pd.
Al buffone ci volle poco per attestarsi su un punto di terra dal quale guardare i glu glu della nave del Pd in affondamento.
I ceffoni delle elezioni sorpresero tutti, loro in particolare. Dormivano da tempo e non avevano avuto modo di vedere che il tempo era cambiato. Anche le vedette non si sa dove fossero e certamente ne avevano. Bastava cercare in salotto.
Proprio queste si sono aizzate per prime nel tentativo disperato di guadagnare una scialuppa. Senza argomenti se non povere denigrazioni che più di ogni altra cosa dichiaravano il loro stato di pessima salute, hanno tentato in tutti i modi – soprattutto slogan – di suggestionare il pubblico, che però aveva cambiato canale da un pezzo. Come topi in cambusa, avevano capito che era ora di cambiare aria.
I populisti furono perfino e ripetutamente accusati di non aver fatto cose che loro stessi avevano avuto in mano per anni; di non aver curato aspetti tipici del loro Dna originario. Li hanno coperti di critiche dopo mezzo minuto di governo. A quel punto il comico non era a Genova ma a Roma, ma sarebbe stato meglio chiamarlo tragico. Nel tempo di vacche magre si scava in fondo al barile e quel poco che si raccoglie vale la sopravvivenza. Tirarono fuori a piene voci l’ideologia antifascista. La cavalcarono in lungo e in largo, fino a sembrare un vinile dimenticato sul piatto. Intanto La Repubblica dava di mantice ormai apertamente, più di quanto negli anni avesse fatto in modalità defilata.
Populisti li chiamavano. Vero. Ma non c’era altro spazio che essere populisti. Cosa peraltro non tutta malvagia come hanno tentato di far passare. Cosa per altro frutto, non seme, di politiche, tempi e consapevolezze nuove. Che il populismo fosse un fenomeno occidentale e non solo italiano, non gli fece sospettare che forse c’erano ragioni superiori ai loro poveri argomenti ideologici e denigratori tout court...
Lorenzo Merlo

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