sabato 4 maggio 2019

Venezuela. Golpe fallito? I media gli fanno la respirazione artificiale...



“Noi resteremo fermi in difesa dell’ordine costituzionale e della pace della Repubblica, assistiti come siamo da legge, ragione e storia. Leali sempre, traditori mai!” (Vladimiro Padrino, Ministero della Difesa della Repubblica Bolivariana del Venezuela)
Com’è che diceva Emilio Fede?
La figura di merda in questione si dà per scontato sia quella dell’ennesimo gaglioffo da avanspettacolo inventato dai servizi Usa su mandato dell’Universal P2, S.p.A., per sostituire a un governo democratico e, magari, emancipatore e sovranista, un fantoccio duro e puro, addestrato al servo encomio alla Cupola e al suo braccio armato statunitense. 
Già perché, dopo il cazzuto, affidabile e durevole Fuehrer cileno, non si è verificato che un sequel di catastrofici pirla, buoni solo ad accaparrare mazzette imperiali sulla parola. Honduras, Ucraina, Ecuador, Haiti, Afghanistan, Libia, Yemen: reggono solo perché puntellati dall’Impero con le sue basi. Livelli intermedi li conosciamo in Europa. Scelte al massimo ribasso che riflettono fedelmente spessore e qualità dei mandanti.
Più esilarante, per quanto non meno scontata, la figura in oggetto inflittasi dai media, come al solito più italiani che quelli, un tantino avveduti, esteri. Ci si arrampica sugli specchi per mantenere ancora per un po’, almeno a livello mediatico, l’attenzione sul “dittatore” Maduro, sulla disperazione del popolo affamato e sul sacrificio di un’opposizione democratica massacrata. Proprio come si era tentato dopo il megaflop del procuratore Mueller per tenere a galla la ciambella del Russiagate. Uno specchio, liscio quanto può esserlo un vetro smerigliato, è la fola diffusa da Pompeo (uno fuggito dal set di “Gomorra”, o del “Padrino” e sostituito malamente da Marlon Brando) secondo cui i vertici delle Forze Armate avrebbero deciso di deporre Maduro, con tanto di “dimissioni onorevoli”, già pronte, ma poi ci avrebbero ripensato. Chissà, forse per cuocerlo ancora a fuoco lento in attesa di una maggiore reviviscenza del teppismo terrorista alla Lopez, oppure in attesa di una maggiorazione di quell’offerta di 20mila dollari a testa che il tagliagole Elliott Abrams avrebbe fatto a qualunque militare avesse disertato. Vecchia, consunta tattica per seminare sospetti intorno al controllo della situazione da parte del presidente.
Media: respirazione artificiale al golpe
Si parte dal sinistro Tommaso Di Francesco, “il manifesto” cerchiobottista strutturale dai tempi di “Nato cattiva-Milosevic pulitore etnico”,fino all’oggi del “Guaidò burattino Usa-Maduro disastroso”. Disinvolto immemore, questo TdF, quando lamenta il caos Nato in Libia, della sua guru Rossanda che, all’epoca, lanciava contro Gheddafi i terroristi dell’Isis, da lei fatti passare per “rivoluzionari democratici come le brigate di Spagna”. Gli lavora a fianco il prestigiosissimo Alberto Negri, pratico di capre e cavoli, quando, trova la pietra filosofale mettendo sullo stesso piano fallimenti economici e corruzione dei pre-Chavez, dei Chavez e dei post-Chavez. E si completa un giro larghissimo di rampichini con Giovanna Botteri, giunta al vertice Rai a New York per meriti kosovari e iracheni, che, non stufa di aver inventato le fughe di Milosevic e Saddam, a golpe venezuelano finito in sibilo di palloncino bucato, ancora accreditava lo statista Pompeo nella frescaccia di un Maduro in fuga, ma bloccato all’aereo dai russi e rimandato a palazzo.
C’è chi riduce a barzelletta di chi non ne sa raccontare, l’episodio del duomilites gloriosi, Guaidò e Lopez che, circondati da quattro scombussolati militari e mezza dozzina di teppisti civili, da un luogo deserto, fatto passare per base aerea, proclamano “L’operazione Libertà”, invitano all’ammutinamento militare e all’insurrezione popolare. Ammutinamento poi eseguito da una decina di marmittoni e graduati, tosto fuggiti in Brasile, e insurrezione risoltasi in una scaramuccia sul cavalcavia autostradale dove Guardia Nazionale e polizia tiravano lacrimogeni e i teppisti addestrati dal Lopez dei quasi 50 morti (in maggioranza poliziotti e chavisti) nelle sueguarimbas (2014-2017) sparavano pallottole. Risultato 4 morti. Poca cosa a confronto con qualche migliaio che gli sponsor di Guaidò-Lopez giustiziano ogni giorno con bombe e altro in giro per le loro guerre e sanzioni (40mila vittime solo da sanzioni al Venezuela). Facezia che parrebbe confermata dall’esito di un Lopez rifugiato nell’ambasciata del Cile, da lì cacciato, scappato in quella spagnola, a imbarazzare l’incerto premier Sanchez; e da un Guaidò, virgulto addestrato dai regime changers patentati di Otpor a Belgrado e dalla Cia a Washington, vox clamantis in deserto, che proclama mobilitazioni di masse che non avvengono perché la maggior parte di quelle masse preferisce sostenere Maduro e la rivoluzione bolivariana da sotto il Palazzo di Miraflores.
Tutto vero, ma semplificazione dettata dall’ottimismo della volontà.
Tutto un trucco, o si sacrifica il capro espiatorio?
Altri, come l’ottimo Chossudovski di Global Research, rivanno col ricordo al giugno del 1973 a Santiago del Cile, dove avvenne un simile golpe alla fuffa, che tutti fece ridere, ma che poi, il successivo 11 settembre, si rivelò il prodromo del golpe duro e puro di Kissinger-Pinochet. Ne deducono la possibilità della riproduzione del modulo, con il putsch vero e ben preparato da far seguire al balon d’essai di questi giorni.
Altri ancora ipotizzano, a mio avviso con maggiori ragioni, la consapevolezza del Trio della Bella Morte Pompeo-Bolton-Rubio circa l’inadeguatezza dei putschisti. Avrebbero però confidato in una risposta governativa ben più brutale di quei quattro candelotti e in una strage assai più sanguinaria degli altrettanti morti (probabilmente colpiti, come nel 2002, da infiltrati dei golpisti, dato che i governativi avevano l’ordine di non usare armi da fuoco), che avrebbe suscitato un’ìndignazione internazionale tale da assicurare sufficiente consenso all’invasione. Fake news, come le bombe di Gheddafi sulla propria gente, o il massacro di Racak in Kosovo, o i gas di Assad. Invasione non certo di truppe Usa, che da tempo non vengono messe a rischio, dopo il contraccolpo dei caduti in Vietnam e Iraq, ma di mercenariati latinoamericani vari, su modello Al Qaida-Isis-curdi, e perfino dei 5000 gangster delle milizie Blackwater (ora Academy) promessi, e forse già infiltrati (spera La Repubblica) da Eric Prince, ai quali aprirebbero la strada i bombardamenti Usa-Nato tipo Siria.
Infine c’è chi si avventura in ipotesi diaboliche, come quella che il lungamente addestrato, curato, finanziato, coccolato Guaidò risultasse agli stessi mastini dello Stato Profondo Usa investimento dagli scarsi ritorni. Il fallimento al limite del grottesco dei suoi appelli alla defezione di militari, assolutamente granitici nel loro sostegno al governo Maduro e alla rivoluzione bolivariana, delle sue invocazioni a masse in piazza che non si presentano, lo ha reso obsoleto e ormai spendibile solo… da morto. Considerazione che, fatta dai primatisti delle esecuzioni extragiudiziarie, dovrebbe preoccupare l’autoproclamato saltimbanco non poco: avrà qualche ricordo di come gli Usa sanno volgere in martirio il fallimento dei loro eroi. Cosa di cui era sicuramente consapevole il terrorista Leopoldo Lopez quando è corso di ambasciata in ambasciata per sfuggire al ruolo di agnello sacrificale per la guerra dei suoi padrini.
Come dal Soglio si guarda al Sud del mondo
Nei suoi contorcimenti tra versioni Cia dei pogrom catto-fascisti in Nicaragua e sostegno al Venezuela legale (se vuole mantenere qualcuno dei suoi già deperiti lettori), “il manifesto” barcolla sul filo del rasoio anche per quanto riguarda la posizione della Chiesa. Pencola tra un venerato Bergoglio, che dice di sperare nel dialogo, e un episcopato da cocktail in residenza, storicamente il continente cappellano dei ricchi e dei despoti in tutto il continente, e dunque da sempre virulentemente pro-golpe e anti-chavista (agghiacciante il Woytila sul balcone a fianco di Pinochet; la linea non cambia mai) I pii proponimenti del papa all’Angelus hanno il suono della neolingua di Orwell, per cui guerra è pace, dissidenza è psicoreato, cattivo è sbuono.
Del resto chi può ipotizzare che in un sistema globale e imprescindibile da millenni di monarchia assoluta e infallibile, i sottoposti possano divergere dal sovrano? Come per l’Africa, giornalmente rievocata dall’erede di Paolo perché attraverso le migrazioni si faccia posto alle multinazionali dell’Occidente cristiano, il progetto vale per l’America Latina: Ne viene invocata l’accoglienza da parte degli Usa, visto che quelle torme sbrindellate da Honduras, Guatemala e altri paesi gestiti dagli Usa, è meglio che, o si rassegnino cristianamente alla povertà, assicurazione sulla vita eterna, o si levino dall’occupare spazi e risorse spettanti a chi li sa far fruttare meglio.
Una rivoluzione niente male
Sulla base di quanto ho visto e vissuto all’indomani dei tre giorni di golpe del 2012 e nel corso del lungo “paro” (serrata) padronale per mettere il paese in ginocchio, come stanno provando di fare ora con le sanzioni, mi pare di poter dire che chi ha sconfitto questo aborto di putsch, come quello di febbraio dell’introduzione forzata di aiuti, politicamente tossici, da Colombia e Brasile, siano state la forza e l’intelligenza del popolovenezuelano. Hugo Chavez e Nicolàs Maduro avranno mancato in un compito importante: quello della diversificazione della produzione venezuelana, via dal solo petrolio, giustificati anche dall’urgenza dei bisogni di una popolazione ridotta allo stremo dai precedenti palafrenieri dei gringos. Ma, pergiove, se non hanno saputo iniettare il virus dell’autodeterminazione socialista, antimperialista e anticapitalista in milioni e milioni di venezuelani ! Tutti quelli fuori dalle mura con alti reticolati che nascondono le ville, i parchi, i lussi e le ruberie di una ristretta cerchia di grassatori, tra qui la maggioranza degli italiani. Si chiama sovranità e loro sono “sporchi sovranisti”.
Con Manuel e Alì Primera attraverso il Venezuela del primo golpe
Tanti di quelli che ho incontrato percorrendo tutto il paese, dalle Ande all’Amazzonia, sul trabiccolo di un impiegato della Mision Vivendas, quella delle case. Dall’incontro con Chavez, che mi spiegava la questione della terra mentre andava a distribuirne ai contadini (vedi il mio documentario “Americas Reaparecidas”), al passaggio per il mercato dove i produttori si organizzavano per la distribuzione diretta al consumatore, alla casetta della nonna che aveva dovuto bruciare parte della sua mobilia per cucinare, fino a quando la Guardia Nazionale non impose la riapertura dei distributori di combustibile, ma che faceva sventolare dal tetto il tricolore bolivariano. Navigai sull’Orinoco incontrando indigeni che si erano visti proporre per la prima volta una scuola e che, nel 2005, avrebbero festeggiato la fine dell’analfabetismo in Venezuela. Nelle favelas sui colli di Caracas (qui detti “ranchos”) Hugo Chavez veniva sbaciucchiato da donne di ogni età mentre gli consegnava il titolo di proprietà della casa. Cooperative di operai fabbricavano scarpe in stabilimenti abbandonati dai padroni dislocati a Miami. Medici cubani assistevano quelli locali a raggiungere un presidio per ogni minima frazione del paese. Nel quartiere carachegno del 17 Jenero, fucina rivoluzionaria da decenni, un tripudio di murales rivoluzionari, si aggrottavano le ciglia sul non sufficientemente rapido e deciso passo anticapitalista del governo (vedi il documentario “L’Asse del bene”).
E Manuel, l’autista ultrachavista dalle mille risate e mille arrabbiature sui misfatti dei padroni vinti e non rassegnati, non aveva che una musica nell’autoradio: quella di Alì Primera, amatissmo cantore rivoluzionario che, per un incidente automobilistico assai sospetto, sotto la tirannia di Lusinchi, al trionfo di Chavez nel 1999 non c’era arrivato. Ma la rivoluzione l’aveva preparata e cantata e oggi l’accompagna ancora. Come in “Techos de carton”, Tetti di cartone, dedicata agli ultimi del suo paese e continente.
https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE
Poi, a far venire il latte alle ginocchia e un po’ di nausea alla bocca dello stomaco arriva uno che, alla faccia dei colleghi 5 Stelle che, pur pilatescamente (Di Battista, tu che la sai lunga, batti un colpo) s’erano astenuti, gasato dal Guaidò al comando di un’armata di 12 militari, sbotta che si devono rifare le elezioni presidenziali, dato che quelle che hanno eletto Maduro non erano regolari. Dal 1999 hanno votato 25 volte in Venezuela, voto cartaceo ed elettronico insieme, giudicato dagli osservatori internazionali, ex-presidente Usa Carter incluso, il migliore sistema al mondo. 23 volte hanno vinto i chavisti, due no, ed è sempre stato tutto accettato. Da chi devi accreditarti, Enzo Moavero Milanesi? Ministro di quali Esteri?
El pueblo unido e l’avvoltoio
Sarebbe illusorio pensare che ora il Condor molli la presa. Come quando si inneggia alla vittoria di una Siria per tre quarti sotto curdi amerikani, un quinto in mano ai turco-jihadisti e un territorio bombardato ogni due per tre dagli israeliani, senza che il famoso S-300 dei russi gli faccia mai un baffo. E mentre in Siria di petrolio ce n’è quanto basterebbe appena per Manhattan, in Venezuela ce n’è da mettere fuori mercato tutti gli altri. E poi c’è il fattore contagio di un modello che, allargato, porterebbe alla fine dell’Impero e dei suoi strumenti letali. L’esperienza insegna che gli yankee, quando non riescono ad addomesticare un popolo e il suo governo, come minimo lo frullano in un caos che li dissangui. E se prima c’era una cintura di sicurezza di paesi amici e indisposti al nuovo colonialismo del “Patio Trasero”,, l’Unasur, il Mercosur, l’ALBA, il CELAC, passi verso l’integrazione emancipatrice, oggi sono rimasti Nicaragua, Cuba e Bolivia, non proprio una Grande Armada.
Però vedersela con Russia e Cina, come ora appare inevitabile, neanche per dei fuoriditesta come quelli di Washington risulterebbe appetibile. Fattore significativo, quello russo-cinese, ma in seconda battuta rispetto a quella che forse oggi è la massa di popolo dalla coscienza e determinazione più evoluti e robusti del mondo. Finché i Guaidò raccattano ad Altamira, nella piazza della Créme, a 10 km dal palazzo del presidente, qualche decina di subalterni, tra badanti, madamine, fattorini, fighi e colonelli rintronati in pensione, mentre a Miraflores Maduro saluta, dopo appena un fischio, centomila chavisti in rosso, il cielo sopra Caracas rimane sereno.

Fulvio Grimaldi
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https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE Alì Primera, da ascoltare, volendo, in sottofondo.




martedì 30 aprile 2019

Odo suonar tromboni e campanacci (non è più tempo di trombe e campane)


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S'ode a destra uno squillo di tromba. A sinistra risponde una squillo... 


E tutti all’unisono rievocano, invocano, rivendicano e celebrano, a ulteriore esaltazione dello scontro con gli infedeli, le imperiture radici cristiane dell’Europa, anzi dell’Occidente tutto. Lasciando da parte il piccolo dubbio che l’asserzione solleciterebbe tra amerindi, afroamericani, Sami artici (lapponi) e altre popolazioni genocidate a colpi di Croce, c’è del vero, nel senso che è dalla radice cristiana che sono fioriti in Occidente dogma, pensiero unico, monarchia assoluta, pure infallibile, e guai terreni ed eterni inenarrabili per chi non ci sta. 


D’accordo, monarchi assoluti sono stati vissuti e sofferti anche da altre parti e in altri tempi, ma quello dei cristiani-cattolici ha un’esclusiva. Il razionale e, soprattutto, l’irrazionale, sono monopolio suo. Non si transige, come magari in Grecia e a Roma dove non solo si transigeva, ma dagli altri culti ci si sentiva perfino arricchiti. Pensiero molteplice – Socrate, Eraclito, Seneca - lì; qui pensiero unico – S. Agostino, S. Tommaso, Padri della Chiesa, Paola Binetti. E a  dar retta ad Ario, o a far gli alibigesi, o i catari, erano cazzi davvero amari.

Fulvio Grimaldi - http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

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giovedì 25 aprile 2019

Greta e la nuova "accumulazione green" che piace al sistema

La nuova spinta ai consumi "green" (come i dollari)


Esempio supremo di come il meccanismo della nuova "accumulazione" faccia scomparire ogni detrito inconveniente, è stata l’epifania, non di Greta, povera piccola, ma del fenomeno mondiale Greta Thunberg e dei suoi gretini. Che bel film: alta sui marosi, manovrando con superba agilità la sua tavola di surf, sullo sfondo di un orizzonte lacerato da apocalittici furori incendiari, la crisi climatica, la bambina un po’ autistica, quindi inerme e inoffensiva, ma molto eloquente, di cui si dice dire, fare, viaggiare, pagare, tutto da sola, con dietro un gigantesco apparato di marketing che si limita a plaudire, dalla scena ha fatto sparire tutto. Meglio che Salvini il suo retroterra di trafficoni  e intrallazzatori, grazie alla Raggi. Meglio che gli atlantosionisti e la FNSI l’impiccagione della libertà di stampa sul patibolo di Assange, in virtù del radicale libero defunto Bordin.

I flutti della “società liquida”  l’hanno fatta planare a riva con in mano una scopa. Per spazzare via tutto ciò che negli ultimi due secoli ci ha inquinato, intossicato, surriscaldato, disastrato, ucciso? Come no. E dietro ai bravi ragazzini ben pettinati, ben vestiti, bene slogananti, bene intenzionati, bene indignati con i loro genitori, ecco chi si occuperà della “Grande Trasformazione” a salvataggio del pianeta con la Green New Economy. Quella inventata da Thomas Friedman sul New York Times, il giornale che ama farsi bollettino di tutte le guerre, e rilanciata oggi da Alexandria Ocasio Cortez, il parallelo idolo ecologista statunitense, che però su Maduro sta al giudizio di Trump.

Siamo in crisi, si sa. Crisi di sistema, la chiamano. Crisi di sovraproduzione e di riduzione di plusvalore in seguito a diminuita accumulazione. Stritoli il lavoratore e quello non ti consuma più. Allora arrivano i robot e scompaiono gli operai. Domina il virtuale e si offusca il reale. L’indispensabile austerity non permette crescita e consumi. Tocca cambiare registro. Ecco la grande occasione: terrorizzato dal cambiamento climatico, il gregge viene condotto in vista dei prati verdi e ubertosi della rivoluzione verde.

Fulvio Grimaldi - fulvio.grimaldi@gmail.com

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martedì 23 aprile 2019

Silvi Marina, dal 26 al 28 aprile 2019 - Race Across Italy per vegani


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È iniziato il conto alla rovescia per la seconda partecipazione alla Race Across Italy di Paolo Barbon ciclista vegan ed attivista per i diritti degli animali non umani che partirà da Silvi Marina il 26-28 aprile 2019 ore 10.00 che vedrà l’atleta impegnato in un circuito di 800 km di ultracycling
Anche quest'anno Bike for Animals in collaborazione con il rifugio Vivi gli Animali di Collegno, con la partecipazione alla R.A.I promuoverà la causa vegana e ha messo all'asta i Km del tracciato che verranno donati in beneficenza all'associazione LEAL che si batte quotidianamente per l'affermazione dei diritti degli animali non umani.

L’atleta Paolo Barbon fondatore di "Bike for Animals", movimento che unisce la passione per le sfide ciclistiche alle battaglie per i diritti animali, sottolinea la scelta vegana che a dispetto di tanti pregiudizi sulla nutrizione degli sportivi gli consente di affrontare sfide estreme escludendo ogni alimento di origine animale. Il significato della sua partecipazione è anche a sfondo benefico perché per aiutare la causa animale ha messo all’asta a 1 euro al km gli 800 km di percorso: i fondi raccolti saranno devoluti all’associazione LEAL Lega Antivivisezionista

Paolo Barbon ricorda: "Sono vegano da 14 anni e questo non mi ha mai impedito di affrontare allenamenti molto impegnativi ed affronterò per la seconda volta il percorso RAI per portare alta la bandiera di uno stile di vita rispettoso di ogni essere vivente. Ho deciso di affrontare anche quest'anno questo circuito estremo che mi ha richiesto una severa preparazione per essere presente con un messaggio forte dove porterò anche la bandiera di LEAL con la quale ho stretto una partnership visto l'identità di vedute e obiettivi in un contesto con molto pubblico e stampa”.


Paolo Barbon

cell. 3478594552
brbpla66@gmail.com

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LEAL Lega Antivivisezionista
ONG Affiliata al Dipartimento di Pubblica Informazione ONU
www.leal.it 

lunedì 22 aprile 2019

I Ching, esagramma Kuai ed il mese del Serpente (dal 20 aprile al 20 maggio)


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Nell'I Ching il simbolo del Serpente viene abbinato all'esagramma Kuai (Lo Straripamento)  e figurativamente indica un tempo in cui gli ignobili stanno gradatamente scomparendo, il loro influsso diminuisce e con un’azione risoluta si fa strada un cambiamento radicale della situazione.

La Sentenza: Lo Straripamento. Con risolutezza bisogna rendere nota la cosa alla corte del re. Secondo verità si deve proclamarla. Pericolo! Bisogna avvisare la propria città. Non è propizio impugnare le armi. Propizio è imprendere qualche cosa.
Significato: Quando in una città anche un solo ignobile rimane in posizione dominante egli è in grado di opprimere i nobili. Quando nel cuore si annida anche una sola passione, essa è capace di ottenebrare la ragione dell’uomo. Passione e ragione non possono coesistere perciò un’azione risoluta è necessaria se si vuole portare il bene a compimento. Ma attenzione il modo di superare il male non è contrastandolo punto per punto, in tal modo restando ad esso invischiati, bensì procedendo risoluti verso il bene.
Questo ci da la sensazione di cosa rappresenti il Serpente... Questo archetipo magico  che in ogni antichità è sempre stato emblema di profondità e  saggezza. Il simbolo del Caduceo, il  veleno trasformato in medicina,  la conoscenza del bene e del male, la capacità di concentrarsi su un singolo scopo... E da ciò anche la fissità nel pensiero e l'attaccamento ai risultati. Insomma c'è del bene e c'è del male da aspettarsi in quest'anno... Ma lo sforzo deve essere diretto, come indicato dall'I Ching, a disfarsi degli aspetti negativi. Il Serpente lo chiede con convinzione ed è per questa ragione che la sua energia ci sarà in questa opera purificatoria di grande aiuto. 

Il Serpente ci guiderà verso la meditazione e verso la riflessione discriminante per liberarci delle nostre oscurità interiori. Questo processo avverrà soprattutto nell'ambito della cultura e della informazione, ovvero della trasmissione di idee. Infatti l'Acqua è preposta a questa funzione. Come il gusto consente di riconoscere, facendolo nostro, il cibo ingerito che poi si trasforma nel nostro organismo e contribuisce a renderci ciò che siamo, così l'energia dell'Acqua contribuisce a fa circolare nel giusto modo ogni conoscenza, trasmettendola a chi vibra in sintonia con essa. Ma attenzione l'Acqua porta i messaggi buoni e cattivi, essa puzza se passa nella fogna o profuma se attraversa un campo fiorito.
Perciò l'attenzione costante alla via del nobile è richiesta nelle nostre azioni.... Ricordiamoci che il Serpente per crescere ha bisogno di cambiare pelle il che significa che durante quest'anno saremmo chiamati ad una operazione di svecchiamento che potrebbe costarci il dover rinunciare a parecchi attaccamenti regressi (non dimentichiamo che il Serpente corrisponde in occidente all'archetipo del Toro).... Fortunatamente il Serpente ama la calma e la tranquillità, non ama il movimento frenetico  e non sopporta di essere incitato a fare qualcosa in fretta, questo suo atteggiamento lo vediamo anche -allorché disturbato- egli si rivolta e morde  chi turba la sua quiete.

Il Serpente è dotato di grande determinazione, come anche illustrato nell'esagramma a lui preposto, egli è instancabile nel perseguire e raggiungere la sua meta. Per contro sfuggirà a collaborazioni posticce e non in sintonia con il suo movimento e tendenza operativa. Il Serpente rappresenta l'intelligenza minervina per antonomasia per cui la sua collaborazione andrà a sintonizzarsi con archetipi che manifestano lo stesso tipo di intelligenza e questi sono: il Gallo ed il Bufalo. Altro aspetto accompagnato all'anno del Serpente è il bisogno di riposarsi dopo aver compiuto ogni azione. Noterete infatti che il Serpente dopo il pasto tende a immobilizzarsi ed inoltre essendo un animale a sangue freddo necessita di lunghe ricariche sotto l'energia solare...

Paolo D'Arpini

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venerdì 19 aprile 2019

…ecco la vera storia di Saul Arpino e del suo Giornaletto

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Nel 2006, abitando ancora a Calcata,  mi lasciai convincere dal caro amico Peter Boom di farmi regalare un computer e di collegarmi ad internet. La cosa mi costrinse anche a fare l’allaccio all’Enel, poiché in quel periodo stavo facendo un esperimento di sopravvivenza bruta, andavo a candele.
Precedentemente, dagli anni ‘80 al 2000, mi ero occupato moltissimo di comunicazione ed informazione, avendo collaborato con numerosi giornali e radiotelevisioni, infatti per circa un ventennio fui sulla cresta dell’onda ed ogni fax inviato alle agenzie di stampa ed ai quotidiani ed alle emittenti tv veniva prontamente accolto e utilizzato per trarne articoli e servizi.
Tra l’altro io stesso mi ero fatto “imprenditore” avendo diretto alcuni giornali locali (fra cui: Etruria, supplemento di Mondo Sabino, ed il Provinciale, supplemento di Notizie Verdi). Ovviamente il giornale che ritenevo più “importante” era il notiziario emesso dal nostro Circolo Vegetariano VV.TT.: “Bullettin”. Si trattava di un trimestrale cartaceo di cui l’ultima edizione risale al 2003, fu anche pubblicata su internet a cura dell’amico Gondrano: http://www.gondrano.it/agric/lab/bioreg.htm.
Dicevo che sino al 2006 non utilizzavo internet ma non è propriamente vero, infatti mio fratello Alessandro aveva aperto un sito a metà degli anni ‘90 del secolo scorso denominato “Calcata.net” in cui comparivano le notizie relative al Circolo. A quel tempo era cosa rara, la Rete appena appena muoveva i primi passi. Ricordo che facemmo anche una presentazione ufficiale del sito, nell’Atelier di Cinzia Modiano, a Roma, con la partecipazione di diversi giornalisti ed amici importanti, la cosa fu riportata anche a livello nazionale. Il fatto è che nel 2004, esattamente allo scadere dei vent’anni dalla fondazione del Circolo, presi la palla al balzo, pensando che più di un ventennio non si potesse stare in cima… e così mi ritirai in una piccola stamberga a fare l’eremita, abbandonando ogni idea di vita mondana e sociale…
Solo per l’insistenza di alcuni amici affezionati, come il suddetto compianto Peter Boom, o l’allora vicepresidente del Circolo Roberto Caivano ed altri, mi decisi infine di riprendere ad occuparmi delle “cose del mondo”. Cominciai un po’ impacciato a inviare le prime email e ben presto, dietro la spinta di Cristina De Simone, aprii un nuovo sito: http://www.circolovegetarianocalcata.it/ – questo avvenne nell’anno 2007. A quel tempo già avevo iniziato ad inviare una “lettera collettiva” ai soci e simpatizzanti, prima a firma di Sauro Arpino (da dino-sauro) e quasi subito dopo con lo pseudonimo “migliorato” di Saul Arpino (Saul è il nome ebreo per Paolo). Queste informative, che chiamai il Giornaletto di Saul, furono pubblicate per un breve periodo nella lista di Ecologia Peacelink (http://lists.peacelink.it/ecologia/2009/10/msg00019.html) e subito dopo nel nuovo blog (appositamente aperto): http://saul-arpino.blogspot.it/.
Così dal 2009 -si può dire- che il Giornaletto di Saul, iniziato in forma di diario personale, è diventato una News Letter “ufficiale”, per dare informazione politica, sociale, economica, culturale, spirituale, ecologista… etc. a tutti i simpatizzanti del Circolo Vegetariano VV.TT. e della Rete Bioregionale Italiana.
Paolo D’Arpini / Saul Arpino
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Per leggere il Giornaletto di Saul su Facebook:
https://www.facebook.com/groups/171694546355215/
Per leggerlo nel blog di Saul Arpino:  http://saul-arpino.blogspot.it/
Per leggerlo nel sito del Circolo Vegetariano Calcata:   http://www.circolovegetarianocalcata.it/
Per leggerlo nel blog della Rete BIoregionale Italiana:  http://retebioregionale.ilcannocchiale.it
Per iscriversi al Google Group del Giornaletto di Saul:  https://groups.google.com/forum/#!myforums

martedì 16 aprile 2019

NATO, guerra su guerra.... Ovvero: il caos come sistema di dominio


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Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente.

In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».

Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l'Europa Occidentale, l'Asia Orientale, il territorio dell'ex Unione Sovietica e l'Asia Sud-Occidentale (il Medioriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale».

Da allora gli Usa e la Nato sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.

Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa.

Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario  sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia.

Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare».

Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema».

Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.

Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee.

Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati europei e del Canada cresceranno nel 2020 di 100 miliardi di dollari.

I ministri degli Esteri Nato, riuniti a Washington il 4 aprile, si sono impegnati in particolare ad «affrontare le azioni aggressive della Russia nella regione del Mar Nero», stabilendo «nuove misure di appoggio ai nostri stretti partner, Georgia e Ucraina».

Il giorno dopo, decine di navi e cacciabombardieri di Stati uniti, Canada, Grecia, Olanda, Turchia, Romania e Bulgaria hanno iniziato nel Mar Nero una esercitazione Nato  di guerra  aeronavale a ridosso delle acque territoriali russe, servendosi dei porti di Odessa (Ucraina) e Poti (Georgia).

Contemporaneamente oltre 50 cacciabombardieri di Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e  Olanda, decollando da un aeroporto olandese e riforniti in volo,  si esercitavano a «missioni aeree offensive di attacco a obiettivi su terra o in mare».

Cacciabombardieri Eurofighter italiani saranno invece inviati dalla Nato a pattugliare di nuovo la regione baltica contro la «minaccia» degli aerei russi.
La corda è sempre più tesa e può rompersi (o essere rotta) in qualsiasi momento, trascinandoci in un caos ben più pericoloso di quello libico.
Manlio Dinucci

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(il manifesto, 16 aprile 2019)


I 70 ANNI DELLA NATO: DI GUERRA IN GUERRA https://www.youtube.com/watch?v=zHCniIrdWVU

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