martedì 27 agosto 2019

Italia, fine agosto 2019 - Un film di sole comparse

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Omero lo ammette: a governare tutto sono gli dei, un po’ si accapigliano, un po’ si accordano. Si divertono un mondo a vedere darsele i burattini. Ed è Atena che, a dispetto di Afrodite, fa prevalere Achille su Ettore. La proprietà sulla donna, di Menelao su Elena, deve prevaricare i di lei amore e libertà. Collodi, che pratica i travisamenti del Giallo, ce lo fa intendere tra mille depistaggi. A fatica. Ma poi  ce lo spiega chiaro e tondo Carmelo Bene col suo “Pinocchio, ovvero lo spettacolo della Provvidenza”. Il taumaturgo, cinico, autoritario, ipocrita, ricattatore, è la fatina. Potente, ricca, in un palazzo con tanta servitù e, ai suoi ordini, medici (per il controllo del corpo) e direttori di circo (per la gestione dello spirito). Per inserire Pinocchio nella società (quella borghese proto-capitalista, detestata da Collodi)  gliene fa passare di tutti i colori: lasciato alla mercè degli assassini, attaccato alla macina come un somaro, minacciato di morte da conigli neri. Tutto per normalizzarlo.

Un film di sole comparse


Nonostante tutti questi disvelamenti (e ne dovremmo aggiungere tanti altri) noi bambini continuiamo a fare oooh. Gli dei non si vedono, il burattinaio è nascosto, la fatina si traveste. Zingaretti, Renzi, Del Rio,  Di Maio, Salvini, Giorgetti, Grillo, Conte, Fico, Orlando….  La nazione è un San Sebastiano dall’intelligenza trafitta da questa ininterrotta mitragliata di manichini, guitti, passanti, comparse, figuranti, cartonati, fatti passare per protagonisti, attor giovani, prime donne, comprimari. Se ce n’è uno che conta, per i suoi ascendenti, precedenti, presenti (guerra alla Serbia, UE, Nato, Usa, finanza), è quello assediato dalla captatio benevolentiae di tutti i figuranti, a dispetto del fatto che non gli tocca che trasmettere degli aut-aut.


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lunedì 26 agosto 2019

Svastica e Falce e Martello non sono la stessa cosa... Riesame storico del periodo antecedente la II Guerra Mondiale


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La cricca reazionaria che dirige l' Unione Europea sta portando avanti da tempo un mostruoso disegno: quello di mettere sullo stesso piano il simbolo degli assassini e dei torturatori fascisti (la svastica) e il simbolo delle lotte per l' emancipazione dei lavoratori, per la libertà, per la giustizia sociale (la falce e il martello).

Si parla di ''regimi totalitari'' per mettere sullo stesso piano le dittature fasciste e i regimi socialisti. Per realizzare questo disegno vengono utilizzati, distorcendoli, vari avvenimenti storici.

Uno dei cavalli di battaglia dei pennivendoli del sistema capitalista-imperialista è il patto Molotov-Ribbentrop firmato fra l' Unione Sovietica e la Germania nazista, presentato come ''l'alleanza fra due dittatori''.

Non mi soffermerò su questo tema, avendo già dedicato un articolo al patto Molotov-Ribbentrop. Voglio soltanto sottolineare come certi ''storici'' ''dimenticano'' di parlare di tutti i tentativi fatti dal governo sovietico, già a partire dal 1925, per promuovere una coalizione di stati che potesse opporsi alla politica guerrafondaia delle potenze fasciste.
Tutte le proposte sovietiche vennero respinte dai governi della Gran Bretagna e della Francia, che sognavano di scagliare la belva fascista contro il primo Stato proletario.

Malgrado ciò, dando prova di eccezionale pazienza, il governo sovietico convocava nell'agosto 1939 a Mosca una riunione con gli anglo-francesi con la proposta della stipulazione di un patto di alleanza militare fra le tre potenze.
Ma fu subito chiaro che la delegazione anglo-francese non intendeva stipulare alcun patto di alleanza.

L'ambasciatore sovietico Maiskij, che partecipò agli incontri, ricorda:
''Il pericolo della seconda guerra mondiale si avvicinava a grandi passi. Intorno alla metà di agosto nessuno dubitava più che di lì a qualche giorno i cannoni avrebbero tuonato e gli aerei avrebbero sganciato le prime bombe. Non si poteva più aspettare. Il governo sovietico fu costretto a prendere una decisione definitiva.
Al dilemma dinanzi a cui si trovava in precedenza era subentrata l'amara necessità di concludere un accordo con la Germania.
Cinque mesi di sabotaggio dei negoziati tripartiti da parte della Gran Bretagna e della Francia, sostenute dagli Stati Uniti, non lasciavano all' URSS altra soluzione.
L'accordo fu firmato il 23 agosto. Non si trattava un'alleanza ma di un semplice patto di neutralità."

Anna Louise Strong, nel suo libro L'ERA  DI STALIN, racconta come un diplomatico sovietico le avesse spiegato l'importanza del patto Molotov-Ribbentrop per la salvezza del paese sovietico.

''Con il patto di non aggressione noi abbiamo introdotto un cuneo fra Hitler, il Giappone e i sostenitori di Hitler a Londra... noi abbiamo diviso il campo del fascismo mondiale e non avremo da combattere tutto il mondo.''

Il patto Molotov-Ribbentrop non fu quindi ''l'alleanza fra due dittatori'', ma un esempio della saggia politica staliniana, capace di sfruttare le contraddizioni all'intero del campo nemico per guadagnare due anni di tempo e creare le condizioni per la Grande Vittoria dell'Armata Rossa e dei popoli sovietici sul nazifascismo.

           ''LA SPARTIZIONE DELLA POLONIA''
Un altro cavallo di battaglia della GRANDE FABBRICA DELLA MENZOGNA è la cosiddetta ''spartizione della Polonia''. Diversi storici affermano che c'era un accordo segreto fra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia, anche se non hanno prodotto alcun documento al riguardo.
Ma vediamo come si svolsero i fatti. Il governo sovietico aveva ripetutamente proposto al governo polacco la stipulazione di un patto di alleanza, impegnandosi a intervenire in caso di aggressione nazista alla Polonia.
Ma il governo reazionario dei baroni polacchi, nel suo cieco antisovietismo e seguendo i consigli dei suoi alleati occidentali, rifiutò qualsiasi aiuto da parte del governo sovietico.

Il 1° settembre la Germania nazista attacca la Polonia. Inghilterra e Francia furono costrette a dichiarare guerra alla Germania. Si trattò di una ''guerra'' molto particolare. Inghilterra e Francia non intrapresero alcuna azione militare e non prestarono nessun aiuto alla Polonia.

Dopo i primi scontri, il governo e il Comando supremo della Polonia, abbandonando a se stessi l'esercito e il popolo, fuggirono a Londra con la riserva aurea nazionale.

Il 17 settembre, dopo avere affermato che ''la Polonia è diventata un fertile campo per ogni eventualità capace di creare una minaccia per l' Unione Sovietica'', Molotov annunciò, prima con una nota all'ambasciatore polacco e poi via radio a tutto il mondo, che l' Esercito sovietico marciava sulla Polonia.

Anna Louise Strong, nel suo libro già citato, ricorda: ''Gli inglesi compresero il significato di questa marcia più degli americani. Gli americani ancora parlano di Stalin come del ''complice di Hitler'' nella cinica divisione della Polonia. Ma Winston Churchill disse in un discorso radio trasmesso il 1° ottobre: ''I sovietici hanno fermato i nazisti nella Polonia orientale. Vorrei soltanto che lo avessero fatto come nostri alleati''. 

Bernard Shaw, sul Times di Londra, levò ''tre evviva a Stalin''. che  aveva inflitto a Hitler ''la sua prima sconfitta''.
La popolazione della zona non ostacolò le truppe sovietiche, le accolse invece con gioia. La maggior parte non erano polacchi, ma ucraini e bielorussi. L'ambasciatore americano Biddle riferì che la gente accettava i russi ''come se stessero svolgendo un compito di polizia''.

L'avanzata sulla Polonia orientale non sembra essere nata da una connivenza con Hitler, ma piuttosto appare come il primo grande freno che i sovietici posero a Hitler applicando il patto di non aggressione.

L'opinione americana che Stalin e Hitler si fossero spartita la Polonia in anticipo non è giustificata dal modo in cui la suddivisione ebbe luogo. La linea di demarcazione fra tedeschi e russi cambiò tre volte prima di venire fissata nel corso di una conferenza il 28 settembre. Non è credibile che le truppe tedesche abbiano fatto tutta la strada fino a Leopoli, assediandola per vari giorni, solo per consegnare la città all'URSS. Né è da credere che i russi avrebbero arrischiato tante vite umane per affrettarsi ad occupare Vilno, se la città fosse stata assegnata a loro già da prima''.


Di  Aldo Calcidese - aldocalcidese@libero.it 

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giovedì 22 agosto 2019

All'inciucio, all'inciucio... avanti con il Governissimo di centrodestrasinistra


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Dal Colle alla Suburra e dal Colle all’Olimpo, dai cripto destri imperiali della “sinistra”ai destri confessi global-papisti, la spinta è una sola: all’inciucio! all’inciucio!

Ridotta in briciole dalla Lega l’anomalia 5 Stelle, con le sue fisime sociali e ambientali, si tratta ora di ruminarne i resti nel più storicamente collaudato tritacarne PD.


E quali sono i nomi più significativi che galleggiano su questa morta gora? Nientemeno che quello del Grande Vecchio, l’uomo del “governo Ursula” con qualche detrito berlusconiano (in nome dell’accoppiata Von der Leyen-Lagarde, cui gli sciagurati di Di Maio hanno insufflato la vita), il traghettatore del nostro paese nella Vergine di Norimberga rinominata UE-Euro, colui cui era stato affidato il patrimonio produttivo italiano (IRI, cosa buona fatta dal fascismo: E che ora gli imbecilli finti-antifascisti mi sbranino) e che se l’è giocato alla roulette delle privatizzazioni. E poi addirittura il presidentello della Camera, a rinnovare i fasti acculturati e di spessore intellettuale del vicepremier grillino, “di sinistra” come lo è il giornale che predilige. Uno a cui i dati granitici su migrazioni e Giulio Regeni, che gli ho elencato in una lettera aperta, hanno fatto un baffo, polverizzando una mia fiducia nella sua buonafede che a tutti i 5 Stelle per definizione riservavo. Galleggia anche, più ai margini, l’ormai ex-presidente del Consiglio. Lo tengono in superficie i suoi Si Tav, Si Guaidò, Si Nato, Si Ursula, Si Padre Pio.

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Si apparecchino le tavolate!


Programma? “Io credo che dobbiamo entrare in una stagione nella quale dobbiamo avere il coraggio di riaprire stagioni di innovazioni  delle politiche senza nessuna paura di aprire una discussione su dove questo paese debba andare” (Nicola Zingaretti, fine luglio, mentre regalava coste ai balneari e centri storici ai palazzinari). Ma, secondo voi, uno che si esprime così ha un programma? C’è da rivalutare il livello intellettuale di Antonio Razzi. Sono tutti così da quelle parti. La linea politica gli arriva da gente come Jeffrey Sachs, economista  post-Friedman della Columbia University, dal partito di Repubblica, o, nel suo piccolo, da Stefano Feltri, vicedirettore del FQ e reduce dall’ultima cupolata di Bilderberg: governo PD-M5S e fate quel che volete, purché si prosegua a prosciugare il sotto e impinguare il sopra. Dunque migrazioni, Grandi Opere, innovazione, Green New Economy rigorosamente turbocapitalista.


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domenica 18 agosto 2019

Hong Kong. La perfida Albione e lo zio Sam sposi


I riottosi di Hong Kong dicono che non gradissero una legge che permetteva di estradare in Cina, ma anche a Taiwan e altrove perseguiti dalla giustizia per crimini commessi in Cina e fuggiti a Hong Kong. Un centro di malaffare finanziario  da sempre, come egregiamente ci illustra l’ex-vice segretario dell’ONU e straordinario analista, Pino Arlacchi, covo della peggiore criminalità mafiosa di mezzo mondo. Lascito della colonia britannica, sottratta all’impero cinese nel 1842 grazie alla guerra dell’oppio, e che il ritorno alla Cina nel 1997, sul principio di uno Stato due sistemi, non ha saputo eliminare. Poi, congelata la legge dalla leader di HK, Carrie Lam, le richieste si sono allargate, inchiesta e condanna delle violenze della polizia, democrazia (?) e partono le vere parole d’ordine: non più autonomia nello stesso Stato, ma indipendenza. Cioè rientro nel dolce lager coloniale anglosassone. E rottura di palle alla Cina.
 


Si ripetono pedissequamente gli stessi moduli del regime change. Si individua un motivo di scontento di parte della popolazione, prezzi, inflazione, lavoro, se ne incaricano le Ong occidentali con le relative filiali, si reclutano o mandano organizzatori, arrivano fondi, la protesta fa contagio, fino a diventare di massa. Di massa per dire, venti-trentamila-cinquantamila su 7 milioni e mezzo, di cui migliaia pure manifestano per la Cina, ma non se ne parla. Descritta come protesta pacifica, ma via via più violenta. E manca un Decreto Sicurezza Bis di Salvini per fronteggiarli. L’obiettivo è quello di provocare il governo a intervenire con sempre maggiore durezza, tanto da far esplodere una ben mediatizzata indignazione nelle opinioni pubbliche. Poi si vedrà che fare. Magari si manda un po’ di Al Qaida.

Ma non è questo il punto. Il punto sono le prove dei magheggi Usa-Uk. Media e organi governativi a Londra e Washington appoggiano la protesta senza riserve. I manifestanti dimostrano le loro posizioni sventolando bandiere britanniche e americane, arrivando a cantare l’inno statunitense, come da link nel titolo. Al  solito,  partono le fake news video: un’esercitazione di polizia sudcoreana antiprotesta viene fatta passare per intervento dell’esercito cinese.

 

E già una bella indicazione. Ma andiamo al sodo. La foto mostra l’incontro a HK tra la diplomatica Julie Eadeh, capo dell’unità politica del consolato Usa, e un gruppo di leader del movimento del partito Demosisto, legato al Partito Democratico Usa, capeggiati da Joshua Wong Chi-fung, segretario generale del partito. Uno che si è vantato con i giornali di essere stato più volte a Washington. Ricevono auguri per il capodanno cinese, o istruzioni? Indovinate. Immaginiamo cosa succederebbe se un console cinese incontrasse i capi, mettiamo, del movimento Usa Occupy Wall Street, o di manifestanti anti-Trump.

Fulvio Grimaldi -  www.fulviogrimaldicontroblog.info

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giovedì 15 agosto 2019

Cronistoria del partito che non vorrei... di Lorenzo Merlo


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La parabola storica del maggior partito della sinistra italiana (e a suo tempo maggior partito comunista d’Europa) ha avuto culmine e contemporaneo avvio del declino negli anni del ’68/’77.
Da un lato le leggi per i lavoratori, i diritti politici divenuti consapevolezza proletaria, furono vette poi non più eguagliate.
Dall’altro i successi, o apparenti tali, tra cui, uno per tutti, il 6 politico. Comprensibile nelle intenzioni politiche originarie, si è poi dimostrato disastrosamente infettivo a lunga gittata. Segnò l’avvio del lassismo generalizzato.
Il Compromesso storico, passo del Pci Enrico Berlinguer verso la Democrazia Cristiana di Aldo Moro per quanto compiuto per gestire, con senso di responsabilità istituzionale e statale, l’emergenza sovversione armata, fece necessariamente la sua parte nella vicenda della parabola discendente verso l’evanescenza della maggioranza della sinistra italiana.
Da allora il Pci e i suoi succedanei – Pds, Ds e Pd – sono progressivamente venuti meno alla missione originaria di solidarietà e cura del mondo dei lavoratori, della società minore, dei diritti istituzionali, dell’anticapitalismo.
Dalla bandiera rossa con falce e martello a tutto campo del Partito Comunista Italiano, mutarono in Partito Democratico della Sinistra. Era il 1991. Come simbolo scelsero una quercia, pensando alla solidità duratura. Forse qualcuno di loro aveva avuto sentore che le fazioni avrebbero potuto demolire l’incorruttibile e monolitico grande partito moralmente ineccepibile. Falce e martello c’erano ancora ma defilati alla base del tronco. Una specie di garanzia di se stessi: «tranquilli, noi veniamo da lì».
Sette anni dopo, nel 1998, nuovo aggiornamento. Il nome diviene Democratici di Sinistra. Grossomodo funzionale per abbracciare più o meno chiunque a destra vedesse solo mostri e diavoli; per contenere lo scemare degli iscritti. La bandiera rimase piena di quercia ma si svuotò di falce e martello.
Infine, dal 2007, il Partito Democratico abbandonò anche la quercia per affidarsi a un logo tricolore e un ramoscello d’ulivo. «Siamo i giusti» voleva dire? Se sì, non nelle urne. Ma c’era anche una rosa, non a caso già nell’immagine dei radicali.
In un arco temporale di 15 anni la metamorfosi si era compiuta. Da paladini della bellezza povera a naufraghi abbracciati a ciambelle liberiste.
Del resto il proletariato era sparito, almeno come corpo sociale. Il capitalismo non era più neppure un problema di cui occuparsi se non facendo l’occhiolino. L’ambiente tornava invece utile ma senza affrontare il conflitto con un progresso concepito come crescita infinita e consumismo da pompare.
La via del progresso, dicevano, avrebbe avuto una nuova anima a partire dall’Europa Unita e dall'Euro.
Ne fu artefice Prodi. Era il 1998. Precisava che un euro valeva 1936,27 lire. Ma la suggestione è più potente della ratione e quello che compravamo con mille lire costò in breve un euro. Il doppio.
Da pochi anni il Muro di Berlino aveva mandato definitivamente all’aria il progetto egualitarista. (Lo aveva detto Stirner che gli uomini alla prima opportunità giusta preferiscono i propri interessi a quelli dell’ideologia che hanno sottoscritto. Nessuno ha mai troppo peso ai suoi avvisi). Progetto nel quale da sempre la sinistra di maggioranza aveva trovato ispirazione e supporto ideologico. Nel tempo però aveva lasciato gli ormeggi per solcare mari più occidentali. Nel tempo aveva trovato opportuno mostrarsi via via più lasciva nei confronti della presa del potere economico sui partiti e sulle istituzioni.
Infatti. Seguirono leggi sempre più liberiste come necessariamente implicava il progetto della moneta unica prima e dell’Unione Europea poi. Come sennò tentare di stare al passo, tenere alto il vessillo tanto vantato dell’ottava economia mondiale? Come fronteggiare l’economia della Germania, e non solo, in casa e americana fuori casa? Come avrebbero potuto non dico abdicare al concetto di crescita e benessere imperniato sul Pil come neppure uno psicotico fa con la sua ossessione, ma almeno tenere a freno?
Vabbé. Comunque si davano da fare pur senza più il faro ideologico. Poche idee ma ci provavano. Abbracciarono così il patrimonio e il vessillo che fu idea del Partito Radicale. Dai valori sociali passarono, senza che nessuno se ne accorgesse troppo (forse qualche sindacato, sì), a quelli individuali. Un investimento che non ha più cessato di assorbire la loro attenzione, forse distratta solo dalla guerra in Kosovo, per la quale calammo l’asso che avevano nelle braghe. E giù anche quelle: aerei e aeroporti donati a piene mani ai sempre più penetranti tentacoli Nato. Dei morti in Serbia non si preoccuparono troppo.
Gli scandali e le corruzioni rosse sorprese i meno avveduti. Furono picconate ai resti di una facciata che occultava mucchi di macerie che non riuscivano più a nascondere.
La riforma Fornero fu terremotante per molti italiani ma per il Pd rimase un passo avanti verso il progresso.
Di lì a breve arrivò il Nazareno che togliendo di mezzo l’articolo 18 imboniva i lavoratori sostenendo che la mobilità era la ricetta giusta soprattutto per loro, oltre che per l’occupazione, quindi per l’economia, quindi per tutti. Dovevano, i lavoratori, solo cancellare l’idea del mensile a fine mese, della tredicesima e assumere quella (a massimo rischio) imprenditoriale. Il mondo sarebbe risorto. E loro lo avrebbero visto come turisti del lavoro.
Nel frattempo non si erano accorti però di quanto le loro clarks e i loro tweed li avevano portati lontani dalla cosiddetta base. In vetta l’aria è migliore rispetto ai sottoscala della povertà.
Si trovarono improvvisamente a dover fronteggiare tutto quel bacino enorme che una volta era stato suo possesso e ricchezza elettorale, ora passato di mano ad uno stupido comico che di stupido aveva solo gli spettatori del Pd.
Al buffone ci volle poco per attestarsi su un punto di terra dal quale guardare i glu glu della nave del Pd in affondamento.
I ceffoni delle elezioni sorpresero tutti, loro in particolare. Dormivano da tempo e non avevano avuto modo di vedere che il tempo era cambiato. Anche le vedette non si sa dove fossero e certamente ne avevano. Bastava cercare in salotto.
Proprio queste si sono aizzate per prime nel tentativo disperato di guadagnare una scialuppa. Senza argomenti se non povere denigrazioni che più di ogni altra cosa dichiaravano il loro stato di pessima salute, hanno tentato in tutti i modi – soprattutto slogan – di suggestionare il pubblico, che però aveva cambiato canale da un pezzo. Come topi in cambusa, avevano capito che era ora di cambiare aria.
I populisti furono perfino e ripetutamente accusati di non aver fatto cose che loro stessi avevano avuto in mano per anni; di non aver curato aspetti tipici del loro Dna originario. Li hanno coperti di critiche dopo mezzo minuto di governo. A quel punto il comico non era a Genova ma a Roma, ma sarebbe stato meglio chiamarlo tragico. Nel tempo di vacche magre si scava in fondo al barile e quel poco che si raccoglie vale la sopravvivenza. Tirarono fuori a piene voci l’ideologia antifascista. La cavalcarono in lungo e in largo, fino a sembrare un vinile dimenticato sul piatto. Intanto La Repubblica dava di mantice ormai apertamente, più di quanto negli anni avesse fatto in modalità defilata.
Populisti li chiamavano. Vero. Ma non c’era altro spazio che essere populisti. Cosa peraltro non tutta malvagia come hanno tentato di far passare. Cosa per altro frutto, non seme, di politiche, tempi e consapevolezze nuove. Che il populismo fosse un fenomeno occidentale e non solo italiano, non gli fece sospettare che forse c’erano ragioni superiori ai loro poveri argomenti ideologici e denigratori tout court...
Lorenzo Merlo

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mercoledì 14 agosto 2019

Manipolare. Necesse est...

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Post estemporaneo "fulminato" da una lettura distratta sulla bacheca di un amico.
L’italiano non capisce cosa legge,
L’taliano non capisce cosa è legge,
L’italiano non capisce cosa elegge.



Manipolazione.
L’italiano non capisce cosa "è-leggerà",
poiché a lui non è dato di decider la realtà.
L'italiano non capisce ciò che è leggero,
offuscato ed annebbiato dal non vero.
L'italiano sono secoli che è schiavo,
s'arrabatta e s'industria come un "bravo”.
E’ convinto l’italiano che se fedele ossequioso,
il suo re avrà per lui un ruolo dignitoso.
Ma ora smettiamola con questa ridicola poesiaccia.
L'italiano non capisce ciò che è leggero...
Il popolo italiano è stato fiaccato dal non veder rispettati i propri aneliti di libertà. Ha fatto sentire sempre la propria voce, da secoli!! Addirittura mio zio mezzadro negli anni 70 m'insegnò come "funziona il popolo bue". E' disposto a sopportare ingiustizie inenarrabili a fronte di richieste blande ed eque...poi inizia a protestare, poi inizia a rubare; per la sopravvivenza.
Non voleva i vaccini la tav e la tap, per la storia recente, si accontentava di non uscire dall’euro magari di rimanervi con tutt'altro spirito...e cosa è accaduto.?.
La proposta politica che lo sventolava, frutto di "costruzione" sapiente, ha tradito quel mandato. L'italiano, "formato" da intrighi ed accordi fra nazioni ha dovuto lottare una guerriglia umiliante per secoli; dopo essere stato un grande popolo. Nulla di particolarmente grave, guardate la Grecia guardatela oggi cosa è diventata.
Il popolo è purtroppo frutto dei propri genitori...e noi siamo stati dati in affido a carnefici, ed umiliati con scosse e falsi ricordi; con la complicità di molti, molti, uomini di potere “italianissimi”.
La manipolazione è cosa curiosa. La parola deriva da manipolo, da mano, pugno. Operare qualcosa con la mano.
Qualcuno ha preso una frase e l’ha riprodotta in maniera divertente, l’ha resa musicale e gradevole e vi ha sciolto un pensiero.
In se il pensiero è solo un pensiero, ma come ho fatto io, adesso, quel pensiero dopo aver accarezzato il nostro ego, ci conduce in una strada dove non siete voi a scegliere.
Un racconto che mi venne fatto da un piastrellista rumeno fu per me illuminante; ed in parte completa questo post.
Il suo professore di ingegneria e statica (non ricordo), perché il piastrellista era laureato, gli fece una domanda. Se sapesse una formula complicatissima su carichi e tenuta di alcuni materiali.
Lui ne ripetè un bel pezzo a memoria. Poi s’interruppe e fece ammenda. Non ricordava oltre.
Il professore sorrise e non sembrava avere uno sguardo cattivo. Aggrottò le sopracciglia e sollevando un lato della bocca gli chiese: Dove puoi trovare quella formula?
Lui, ormai sicuro d’essere bocciato, poiché la scuola rumena di oltre quaranta anni fa in pieno regime comunista era severissima, disse sorridente che i libri erano molti e ne citò uno o due. Gli spiegò il ragionamento con cui avrebbe trovato anche altri libri.
Il professore lo promosse con il massimo dei voti. E gli insegnò due cose con la frase che poi gli disse.
-Ho capito che sei intelligente, ho anche capito che sei preparato, ma la cosa più importante che ho capito dalla tua faccia è che hai un etica e sai dove trovare le informazioni quando non conosci tutte le risposte. Confido che con questo voto non smetterai mai di cercare e ricorderai che è tuo compito farti domante e non solo ripetere risposte. Io ho premiato la tua capacità di pensare perché quella ti renderà curioso e capace di rispondere a domande che ancora non hai in mente.
Ho incontrato pochi professori così, ed ho idea che se il mondo ha un indice di gradimento sempre più in caduta forse è perché ci chiedono sempre più formule o frasi ad effetto che un giorno saranno considerate profondamente sbagliate, invece che sentimenti per sempre giusti.
Buon Mercurio.

Andrea Santini

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lunedì 12 agosto 2019

Bioregionalismo - Habitat naturale e modificazioni indotte dall'uomo



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Gli interventi dell’uomo nel tentativo di “aggiustare” la vita sul pianeta sono diventati talmente pesanti da mettere a rischio la stessa esistenza umana. Infatti il controllo sulle altre specie e sulla natura  coinvolge anche l’uomo, che non è separato dal mondo animale e dalla natura.

Le regole della vita sono molto semplici, ogni specie sia vegetale che animale ha una interrelazione mutualistica con il suo habitat e con tutte le specie che lo condividono. Le piante hanno bisogno degli animali per la loro riproduzione e propagazione, gli erbivori sono controllati dai carnivori e così si mantiene un equilibrio fra ambiente e suoi abitanti.

Ma dove l’uomo è intervento immediatamente questo equilibrio è andato perso. Lo abbiamo visto con la desertificazione del Nord Africa e del Medio Oriente causata da un esagerato incremento dell’allevamento domestico e di transumanza. Questo più l’abitudine venatoria nei confronti di specie ritenute nocive o -al contrario- utili all’economia umana hanno trasformato talmente l’habitat da renderlo irriconoscibile… Tutto ciò in passato avveniva in modo quasi impercettibile, poiché gli avvenimenti sopra descritti si protraevano per lunghi periodi di tempo, secoli, se non millenni, ed era alquanto difficile per l’uomo riconoscerne gli effetti (legati al suo comportamento).

Ben diversa è la situazione attuale. Oggi l’intervento umano sull’ambiente  ha una conseguenza presso che immediata e non si può far a meno di considerare le cause -come gli effetti strettamente interconnessi- delle mutazioni in corso. Dove l’uomo interviene la natura e la vita recedono.

Persino ove l’uomo cerca di rimediare ai mali del suo operato anche lì combina guai peggiori. Lo abbiamo visto ad esempio con la politica dei ripopolamenti artificiali di specie faunistiche scomparse in una data bioregione e recuperate in altri luoghi del pianeta per essere reimmesse ove estinte.  Questa politica di “recupero” è invero deleteria. I danni causati all’habitat dall’introduzione di specie non autoctone sono enormi. Tant’è che di tanto in tanto, con la scusa del sovrappopolamento, ci si inventa partite di caccia per il contenimento di dette specie.

A dire il vero la mia impressione è che questa pseudo  politica ambientale è solo funzionale ad interessi altri, che non sono quelli della natura. La natura, se lasciata a se stessa, trova sempre il modo di armonizzarsi, creando una altalena di presenze fra fonti alimentari, specie predate e specie predatorie ma dove interviene l’uomo appare il caos. Ma oggi sembra  impossibile che la natura sia lasciata a se stessa, dovrebbe scomparire l’uomo. 

La specie umana è aumentata numericamente a dismisura e non ha predatori, né  grosse epidemie che secoli fa decimavano la popolazione, e cibare tutte queste persone, carnivori o vegetariani che siano, porta comunque ad un’alterazione dell’habitat naturale.

Inoltre gli animali sono sempre più visti come oggetti di abbellimento -se inseriti nei parchi- o d’uso alimentare o industriale -se allevati intensivamente. 
Potete allora vedere che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che non considera l’animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Il rapporto fra uomo natura e animali è andato nel corso di questo ultimo secolo deteriorando sino al punto che gli alberi e gli animali,  un tempo simboli di vita, totem, archetipi e divinità, sono relegati nei parchi, nelle riserve o negli zoo o utilizzati come cavie o produttori di carne da macello, come fossero “oggetti” e non esseri viventi dotati di intelligenza, sensibilità e coscienza di sé. 

Anche se etologi famosi, come ad esempio K. Lorenz e tanti altri, hanno raccontato le similitudini comportamentali e le affinità elettive che uniscono l’uomo agli animali, il metodo utilitaristico, che per altro si applica anche nella società umana verso i più deboli ed i reietti, ha preso il sopravvento.

Pare, ma non è detto, che al momento opportuno si risvegli nella coscienza umana la consapevolezza della comune appartenenza alla vita.

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Paolo D'Arpini - Nel bosco di Manziana


bioregionalismo.treia@gmail.com