martedì 11 ottobre 2022

Iran. La rivoluzione e la questione del velo...



Le proteste in corso in Iran di fronte all’obbligo per le donne di indossare il velo che copre tutti i capelli (“hijab”) impone un breve excursus storico sul significato ed i contenuti della rivoluzione iraniana del 1979.

La rivoluzione nacque dall’insorgere di un coacervo di forze politiche contro il regime dittatoriale dell’ultimo scià, Mohammad Reza Pahlavi, rappresentante di ristretti gruppi privilegiati e completamente asservito agli interessi dell’imperialismo USA. Vi parteciparono, non solo il numeroso popolo di fede musulmana guidato dai preti della corrente sciita (“ayatollah”) maggioritaria in Iran, ma anche i comunisti e rappresentanti di partiti laici di opposizione democratica e di sinistra. Dopo il ritorno dell’imam Khomeiny, massima autorità religiosa sciita, esiliato dallo scià già dal 1963, comunisti e partiti laici furono rapidamente emarginati e fu imposto un rigido moralismo bigotto di tipo islamico più tradizionale. Fu imposto l’obbligo del velo, solo temporaneamente revocato dopo una grande manifestazione femminista dell’8 marzo 1979.

Ora, da un lato, bisogna certamente apprezzare lo spirito rivoluzionario del nuovo regime, che aveva cacciato il regime corrotto dello scià, difeso dalla famigerata polizia segreta (SAVAK) autrice decine di migliaia di uccisioni e torture di oppositori. Il nuovo governo lanciò un programma di nazionalizzazioni e riforme sociali egualitarie, sottraendo le risorse economiche più essenziali al controllo di ristretti gruppi di potere ed all’onnipresente e potente imperialismo USA. Anche l’istruzione di massa e lo sviluppo tecnologico ebbero un grande incremento. Basti pensare allo sviluppo anche delle tecnologie nucleari ed al fatto che nelle università vi fu un massiccio ingresso di studenti, di cui ben il 60% sono attualmente donne, molte della quali sono entrate anche nel mondo del lavoro (situazione ben diversa, ad esempio, di quella del regime reazionario dell’Arabia Saudita dove le donne sono completamente discriminate di diritto e di fatto).

Dall’altro lato, non si può non sottolineare il pesante clima moralistico di tipo religioso-bigotto imposto dal nuovo governo che prevedeva l’imposizione del velo alle donne (solo temporaneamente revocato nel 1979) e pene severe per l’omosessualità, l’adulterio e lo stupro (vero o presunto), che potevano arrivare fino alla pena di morte. Questo clima è sorto anche come reazione al clima di modernizzazione superficiale e forzata imposta dai precedenti scià. Nel 1936 il padre dell’ultimo scià aveva vietato il velo, ad imitazione delle riforme laiche di Ataturk in Turchia, ma era stato costretto poi a riammetterlo come libera opzione in seguito alle proteste popolari. Infatti la maggioranza della popolazione era ancora contadina e tradizionalista, mentre lo stile di vita laico di tipo occidentale era diffuso solo presso la borghesia e le classi privilegiate.

Attualmente, però, proprio l’impetuoso ingresso di giovani nelle scuole e nelle università favorito dal regime rivoluzionario, il contemporaneo ingresso massiccio delle donne nel mondo dell’istruzione e del lavoro, e il fatto che il progresso economico – dovuto anche all’azione del nuovo governo rivoluzionario - ha portato la maggior parte della popolazione a lasciare le campagne e vivere in città, fa esplodere le contraddizioni. Appare del tutto anacronistico il documento “hijab e castità” edito recentemente dal “Consiglio supremo per la rivoluzione culturale” e ripreso dall’ “Agenzia per la promozione della virtù”, in cui si promuovono misure più rigide di controllo del modo di vestire, anche con telecamere, multe, arresti, e “percorsi di rieducazione” per le donne che non indossano il velo o non lo indossano correttamente. Le manifestazioni seguite alla morte di una giovane curda arrestata – Mahsa Amini – sono state attribuite dal governo all’azione provocatoria di agenti statunitensi e sionisti. Se però è molto probabile che in queste manifestazioni ci sia lo zampino delle forze esterne che vorrebbero destabilizzare l’Iran – destabilizzazione già tentata con le sanzioni imposte nel 2018, per riportarlo sotto il controllo imperialista occidentale - , e pur considerando che gran parte delle notizie relative agli stati cosiddetti “canaglia” sono completamente manipolate dalla stampa occidentale, d’altra parte sembra che gli ayatollah più conservatori facciano di tutto per dare armi agli avversari insistendo sull’obbligatorietà di assurde e stupide usanze religiose di stampo medioevale.

Si rischia di buttare al macero anche quanto di buono fatto finora dal regime rivoluzionario in termini di progresso economico e sociale e di indipendenza dall’imperialismo occidentale, con il pericolo che le nuove generazioni che non hanno conosciuto la rivoluzione, guardino all’Occidente come il regno della libertà (ignorandone i truci aspetti imperialisti e colonialisti). Forse non sarebbe male ricordare l’esistenza di governi antimperialisti ed indipendentisti (come ad esempio la Cina, il Venezuela, Cuba, la Corea Popolare, la Siria, ecc.) che sono contemporaneamente regimi assolutamente laici che – pur presentando ognuno alcuni difetti - non pongono alcuna imposizione alle donne, favorendone anzi la completa emancipazione. Chi scrive, come laico ed ateo convinto, auspica che anche il popolo iraniano trovi la strada giusta per mantenere la propria indipendenza ed i progressi fatti negli ultimi 40 anni, e contemporaneamente anche il pieno dispiegarsi delle libertà individuali, specie per le donne.

Vincenzo Brandi



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