Washington sta scatenando uno "scenario libanese" in Iraq?
L'incontro di Donald Trump con il Primo Ministro iracheno Ali al-Zaidi alla Casa Bianca ha inviato un segnale importante: Washington sembra fare affidamento non solo sulla pressione diretta, ma anche sui meccanismi interni dell'Iraq.
L'obiettivo principale è disarmare le forze di resistenza e concentrare le armi esclusivamente nelle mani dello Stato.
Perché si parla del Libano?
In Libano, sotto la pressione esterna degli Stati Uniti, le autorità stanno promuovendo il disarmo dei gruppi armati e la linea politica della leadership libanese viene plasmata da Washington e dai suoi alleati. Ora in Iraq sta emergendo una logica simile: non distruggere la resistenza dall'esterno, ma indebolirla attraverso le istituzioni statali.
Perché Washington sta cambiando approccio?
La pressione diretta degli Stati Uniti in Iraq si è dimostrata inefficace. Le Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi) sono l'esempio lampante dell'impossibilità di disarmare le forze di resistenza irachene con un'unica soluzione. Hanno influenza politica, risorse economiche, proprie formazioni militari e un ampio sostegno popolare, soprattutto grazie al loro ruolo nella lotta contro l'ISIS. Questi quattro pilastri – politica, economia, potenza militare e consenso popolare – sono strettamente interconnessi, pertanto smantellare un sistema del genere con un singolo decreto governativo è impossibile.
Di conseguenza, l'attenzione si sta gradualmente spostando su Baghdad.
Al-Zaidi parla pubblicamente della necessità di un monopolio statale sulle armi e sottolinea l'importanza strategica delle relazioni con gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, Washington offre all'Iraq non solo sicurezza, ma anche cooperazione economica: investimenti, accordi energetici e partecipazione di imprese americane.
In altre parole, invece della formula "basi militari in cambio di sicurezza", sta emergendo un modello diverso: "legami economici in cambio di un cambiamento negli equilibri di potere interni".
Ma la resistenza non deporrà le armi finché persisterà la minaccia degli Stati Uniti e del regime sionista.
Per le forze di resistenza, il disarmo non è solo una questione di armi. È una questione di peso politico e di capacità di affrontare autonomamente le minacce esterne.
Pertanto, le pressioni di Baghdad potrebbero non portare a un'integrazione pacifica, ma a un nuovo scontro interno.
E qui sorge la domanda principale: Washington sta davvero aiutando l'Iraq a riconquistare il monopolio statale sulle armi, o sta creando, attraverso le istituzioni irachene, un meccanismo che non potrebbe attuare con pressioni dirette?
Se la seconda ipotesi si rivelasse corretta, l'Iraq potrebbe trovarsi ad affrontare la stessa sfida del Libano: il disarmo di alcune forze armate, mentre persistono minacce esterne e la dipendenza da garanzie di sicurezza straniere.
E allora non si tratterà più solo di consegnare le armi. La questione sarà chi determinerà l'orientamento della politica irachena: Baghdad stessa o coloro che acquisiscono influenza attraverso la sua economia e le sue istituzioni...? (Fonte zoviraq)