venerdì 20 febbraio 2026

Donald Trump. Ego sum...

 


Secondo quanto riferito dall’Agenzia Reuters e da numerose testate della stampa americana, il Presidente Donald Trump avrebbe esplicitamente posto come ‘prezzo’ del suo assenso ad un grosso finanziamento federale finalizzata alla costruzione di una nuova galleria sotto il fiume Hudson per raggiungere la città di New York, una sola, bizzarra, condizione. Pretende che i nomi di due dei più importanti nodi dei trasporti americani — la Penn Station di New York e il Dulles Airport di Washington D.C. — vengano cambiati per onorare lui, che diventino dunque ‘Trump Station’ e ‘Trump International Airport’…

Il Presidente, alla richiesta di confermare o negare la sua insolita pretesa, ha risposto invece che “Sono due questioni diverse” — presumibilmente perché New York e Washington sono due città diverse — e poi ha cambiato argomento… Ad ogni modo, i due nodi in questione hanno proprietari diversi. L’aeroporto di Washington Dulles è controllato direttamente dal governo federale, mentre Penn Station — un’importante centrale ferroviaria — è  dell’ente semi-pubblica Amtrak. Non è detto però che le due amministrazioni vedano la questione alla stessa maniera.

La reazione pubblica alla proposta del Presidente è stata marcatamente sotto tono, del tipo ”Boh, è una delle sue…”. Donald Trump non è mai stato un ‘modesto’. Era stato eletto alla Presidenza con un certo entusiasmo, forse nella speranza che, nella sua eccentricità, avrebbe portato un po’ di ‘aria fresca’ a Washington. L’aria è effettivamente cambiata, ma in peggio, e lui è ormai decisamente impopolare.   

Sondaggi recenti riferiscono che il 36% della popolazione USA approva il suo operato, mentre il 62% “disapprova”. A seguire la tendenza, il dato pare destinato a peggiorare. Intanto, cresce la preoccupazione per cos’altro Trump possa combinare nei circa tre anni che rimangono alla sua Presidenza.

Al momento, e solo per fare un esempio, Il Presidente americano esprime grande entusiasmo per il progetto di fare del Canada — ad ora una nazione indipendente, seppure vagamente legato alla Corona britannica — il cinquantunesimo degli attuali cinquanta stati degli Stati Uniti; questo che lo voglia o meno gli abitanti. Il  Governo canadese non è tanto convinto che scherzi, e dalla capitale, Ottawa, fanno sapere di star facendo i preparativi per la difesa militare del confine da un’eventuale invasione americana.

Il perché di queste iniziative del Presidente — di cui non si sente il bisogno — non è perfettamente chiaro. Si direbbe che Donald Trump, che non potrà più — per legge — fare un’altra volta il Presidente degli Stati Uniti, starebbe invece facendo di tutto per entrare nel libri di storia. Chissà cos’avranno da dire…

James Hansen - Nota Diplomatica 



giovedì 19 febbraio 2026

USA e Sion pronti ad attaccare l'Iran...



I media occidentali stanno gonfiando l'aspettativa in previsione dell'attacco  all'Iran. Diversi importanti quotidiani hanno lanciato avvertimenti allarmanti: l'attacco potrebbe iniziare a giorni.  L’esercito americano  è già   “in posizione”,   riferiscono funzionari del Pentagono e della Casa Bianca al New York Times.

Secondo quanto riferito dal canale televisivo CBC, il Pentagono sarà completamente pronto all'attacco il 21 febbraio 2026 – i militari americani hanno già riferito questo a Trump. La Casa Bianca non avrebbe ancora preso una decisione definitiva.  La Casa Bianca sta valutando i rischi di un'escalation e le conseguenze politiche e militari della eventuale azione.

Per precauzione, nei prossimi  giorni il Pentagono ha deciso di trasferire parte del personale  delle basi dislocate in Medio Oriente in Europa o di nuovo negli Stati Uniti. Il canale televisivo riferisce che tali misure sono una pratica standard prima di una possibile attività militare,  riporta la CBS.

WSJ sottolinea che Washington ha radunato nella regione un potente pugno di ferro composto da navi da guerra e aerei da combattimento. Una simile concentrazione di aerei da combattimento nel Medio Oriente non si verificava dai tempi dell'attacco all'Iraq nel 2003. Gli Stati Uniti hanno trasferito attorno all'Iran caccia F-35 e F-22, aerei di comando e coordinamento e schierato sistemi di difesa aerea.

Anche una task force aerea guidata da una nave ammiraglia si sta dirigendo nella regione – la più grande portaerei USS Gerald Ford con propulsione nucleare. Anche questa imbarca aerei da combattimento. In totale, circa 35 navi militari sono state inviate nel Medio Oriente.

 Anche Israele non sta rimanendo indietro rispetto agli alleati. Il canale televisivo N12 riferisce che in caso di escalation, Tel Aviv si unirà alle azioni militari americane contro Teheran. Secondo i media di sistema, i funzionari israeliani ritengono che un attacco sia imminente.


(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

Trump pronto ad attaccare l’Iran? L’analisi di Scott Ritter: https://www.youtube.com/watch?v=bI4KCE494qw&list=PLDiq8XPHsd61nghaJxnF3ra5hVHw39F78


mercoledì 18 febbraio 2026

Angela Merkel e la verità sulla guerra in Ucraina...


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Le  parole di Angela Merkel hanno fatto scalpore, ma in realtà non dovrebbero sorprendere nessuno. L’ex cancelliera tedesca, che ha guidato la Germania per sedici anni, ha ricordato ciò che molti preferiscono dimenticare: la guerra in Ucraina non è nata dal nulla nel febbraio 2022, ma è stata il risultato di una lunga catena di errori politici, di rigidità diplomatiche e di rifiuti che hanno chiuso le strade al dialogo.

In un’intervista al media ungherese Partizan, Merkel ha indicato con chiarezza le responsabilità di Polonia e Paesi Baltici, accusandoli di aver impedito un confronto serio tra Unione Europea e Russia. Secondo la sua ricostruzione, il rifiuto di sostenere gli accordi di Minsk e di proseguire su quella via negoziale ha contribuito a isolare Mosca e a portare, in pochi mesi, al conflitto aperto.

Minsk, l’occasione che l’Europa ha lasciato cadere

Merkel ha ricordato che gli accordi di Minsk, siglati nel 2014 e nel 2015 con la mediazione dell’OSCE, avevano garantito alcuni anni di relativa calma sul fronte orientale. Non erano certo la soluzione definitiva, ma avevano permesso all’Ucraina di riorganizzarsi, di rafforzare lo Stato e di evitare un conflitto su larga scala.

Quella tregua, pur fragile, avrebbe potuto essere la base per un percorso diplomatico più solido. Invece, Varsavia e i Paesi Baltici si opposero con forza, temendo che ogni dialogo con la Russia fosse un cedimento. Angela Merkel, al contrario, sostiene che proprio quel muro alzato contro ogni tentativo di mediazione ha spinto Putin a considerare l’opzione militare come inevitabile.

Un’analisi che rompe i tabù

Ciò che Merkel dice è evidente: se chiudi tutte le strade diplomatiche, resta solo la via della guerra. Non significa giustificare l’intervento russo, ma riconoscere che le responsabilità sono più ampie e condivise.

Eppure, nel dibattito europeo, questa verità resta un tabù. Perché ammettere che l’intransigenza di alcuni governi dell’Est abbia avuto un peso significa incrinare l’immagine di un’Europa unita e compatta.

La memoria corta dell’Occidente

Oggi molti commentatori accusano Merkel di riscrivere la storia. In realtà, lei non fa altro che riportare fatti ben noti: Minsk esisteva, funzionava, almeno parzialmente, e il formato fu abbandonato non tanto da Mosca quanto dall’Occidente stesso, che non seppe o non volle difenderlo.
Merkel non parla da accademica o da osservatrice esterna: era lì, seduta ai tavoli delle trattative, e conosce meglio di chiunque altro la dinamica di quelle ore.

Perché le sue parole contano

La forza delle dichiarazioni di Merkel non sta tanto nelle polemiche che inevitabilmente solleva, quanto nel richiamo alla realtà. Il conflitto non è il frutto di un atto improvviso e irrazionale, ma l’esito di un logoramento lungo, di scelte sbagliate, di ostinazioni ideologiche.
Sostenere questa ricostruzione non significa stare “dalla parte” della Russia, ma semplicemente riconoscere che la storia è più complessa di come la raccontano molti media occidentali.

Merkel ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce. Forse è per questo che le sue parole danno fastidio: perché ricordano all’Europa le sue colpe ed il suo plateale fallimento diplomatico.

 (A cura di Luigi Mosca)



Video collegato:   https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgzQfBsnWSNkfwjmHTtjZDNtxsHQX?projector=1

martedì 17 febbraio 2026

17 febbraio 2026. Ginevra "caput mundi"...




lunedì 16 febbraio 2026

Donald Trump: "Groenlandia? A Noi!"...

Donald Trump  vuole appropriarsi della Groenlandia, per molteplici ragioni:  per le sue immense risorse naturali, terre rare, petrolio, gas e riserve d'acqua dolce, ma principalmente  per la sua posizione strategica militare nell'Artico

L'isola offre un avamposto per monitorare Russia e Cina, fungendo da "hub" di sicurezza e per nuove rotte commerciali.

Su questo tema si è scritto molto: la piattaforma artica, i minerali, il fatto che il Mare del Nord passa lì. Trump stesso ha dichiarato chiaramente che nella Groenlandia dovrebbe essere installato parte del sistema di difesa antimissile "Golden Dome", poiché i missili balistici russi potrebbero attraversare lo spazio aereo groenlandese.

Tutto questo è vero, così come il fatto che gli Stati Uniti stanno cercando di risolvere la questione della proprietà della Groenlandia da metà del XIX secolo. Quindi la domanda principale è: perché proprio ora stiamo assistendo (e continueremo ad assistere) a un attacco frenetico di Trump e all'incredibile velocità con cui la Danimarca dovrebbe cedere l'isola? Perché tanta fretta?
La risposta è: "Oreshnik" e "distanza minima".

La distanza minima di volo del nuovo missile russo "Oreshnik" verso gli Stati Uniti passa attraverso la Groenlandia.

Se vi interessa questo argomento e vi armate di una mappa e di guide, vedrete che la distanza dai potenziali siti di dislocamento di "Oreshnik" nel Nord  della Russia coincide esattamente con la distanza massima di Oreshnik, ufficialmente annunciata.

Si presenta la seguente situazione:
- La Russia raggiunge gli Stati Uniti con un missile a medio raggio.
- A velocità ipersonica.
- Con possibile testata nucleare.
- Non vi è alcuna garanzia che la distanza di volo dell'Oreshnik non possa essere maggiore o che non venga realizzata una nuova versione con una gittata più lunga.

Passiamo ora ai fatti noti.

Per la prima volta Donald Trump ha dichiarato di voler acquisire la Groenlandia nel 2019. L'ha dichiarato e poi l'ha dimenticato, e il suo successore Joe Biden non l'ha nemmeno menzionato.

Tutto correttamente - "Oreshnik" non esisteva ancora. Le  basi RVSN esistono e sono sempre esistite, ma la Groenlandia non era così necessaria e urgente per gli americani, perché non c'era. Ora "Oreshnik" esiste, la distanza è ridotta, e attraverso la Groenlandia raggiunge  il territorio statunitense. Questa è percepita come  una minaccia urgente per gli Stati Uniti.

Il 22 dicembre 2024 Donald Trump, nel suo secondo mandato presidenziale, ha dichiarato per la prima volta che il possesso della Groenlandia è "assolutamente necessario" per la sicurezza nazionale.

Dal 19 al 23 gennaio 2026 a Davos si è tenuto il 56° Forum economico mondiale (WEF). Il tema principale non era economico, ma su come Trump avrebbe preso la Groenlandia. Andando avanti con  le minacce di dazi, gli accenni a forza militare, ecc.

La Russia, introducendo in servizio "Oreshnik", a quanto pare inaspettatamente per gli Stati Uniti, ha creato una possibilità  di un rapido attacco nucleare al loro territorio. Esattamente quello che gli Stati Uniti stessi stavano cercando di ottenere spostando l'infrastruttura NATO verso i confini della Russia, inclusa l'Ucraina. Così la Russia ha risolto la questione inventando un nuovo tipo di arma e, quindi, riducendo il tempo cruciale per una risposta agli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti stanno perciò contemporaneamente pensando a come tecnicamente fermare e abbattere "Oreshnik" ed allo stesso tempo "accaparrarsi" la Groenlandia con le sue risorse ed il controllo delle rotte del Mare del Nord con cui la Federazione Russa confina.

Agli americani non servono solo i sistemi antimissile o un complesso di sorveglianza - serve l'intera isola, in modo da poter scegliere i punti più convenienti per controllare la traiettoria di "Oreshnik" e appropriarsi delle immense ricchezze minerarie della Groenlandia. Quindi, hanno bisogno del controllo completo dell'isola.

Se guardiamo agli eventi da questo punto di vista, diventa chiaro anche perché Trump non abbia voluto rinnovare il trattato START-3, ma abbia iniziato a scrivere della sua non funzionalità e delle "molteplici violazioni".

Stralci di notizie a cura di Nikolay Starikov e di P.D'A.







domenica 15 febbraio 2026

"Saccheggio e rapina". Nuove prospettive di sviluppo per l'UE...

 


sabato 14 febbraio 2026

ICE come Gestapo?


Gli Stati Uniti, praticamente i soli tra le grandi potenze, non hanno mai avuto una ‘polizia federale’ a livello nazionale; qualcosa di paragonabile alla gendarmerie francese o ai carabinieri italiani. L’FBI — Federal Bureau of Investigation — non è una ‘polizia’ nel senso stretto del termine. È relativamente piccolo e si occupa — come dice il nome stesso — di ‘indagini’ e non si sogna di mandare pattuglie sulle strade.

Il mantenimento dell’ordine pubblico negli Usa è invece di competenza dei singoli Stati — che non sono ‘mere’ province — e non del governo federale; o almeno, così è sempre stato. Tutto questo sta ora cambiando, ed è una rivoluzione. La novità è l’ICE — Immigration and Customs Enforcement — un’agenzia comparsa sulla scena quasi dal nulla e cresciuta rapidamente.

In nuce  l'ICE esisteva dal 2003, nata come una limitata forma di supporto interno all’attività di controllo alle frontiere degli Usa. Invece, da poco — essenzialmente con il decreto di bilancio del 2025, soprannominato da Donald Trump "Gran bel decreto" (Big Beautiful Bill), è diventata l'agenzia federale più finanziata della storia statunitense. Con un’azione a sorpresa del Governo, l'ICE si è trasformata in un’entità ricca e potente che comincia ad allarmare l’opinione pubblica. Gestisce un budget annuo di $85 miliardi — una ‘dote’ che supera la somma degli stanziamenti destinati a tutte le altre agenzie federali preposte alla lotta contro la criminalità – e dispone di una forza di 20mila agenti che ha già mostrato una certa predisposizione alla brutalità.

A parte il fatto che di una nuova ICE non si sentiva davvero la mancanza — gli Usa già brulicano di forze di polizia a vari livelli e, tutto sommato, non sono un paese notoriamente disordinato — e non è neppure così chiaro quale debba essere il suo ruolo. Ormai è soltanto “ICE”, cioè “ghiaccio”. Il nome ha ormai perso il suo significato originario. Il problema, in fondo, è proprio questo: non si capisce bene che cosa dovrebbe fare che non venga già fatto da altri. La sua ‘missione’ è descritta come «salvaguardare la nostra nazione, le comunità, l’immigrazione legittima, il commercio, il viaggiare e i sistemi finanziari», senza scendere in ulteriori dettagli. La frase, come hanno notato i più ‘paranoici’, nella sua vaghezza suona quasi come la ‘mission statement’ della gestapo tedesca, incaricata di investigare e reprimere «tutte le tendenze pericolose per lo stato»...

James Hansen - Nota Diplomatica