giovedì 17 ottobre 2019

Palestina. Se la legalità si fa strumento d'oppressione


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“La legalità quale strumento dell’apartheid”.  Il titolo dell’argomento a me assegnato è manifestamente paradossale, provocatorio, ermetico. L’ apartheid è un crimine contro l’umanità secondo la Convenzione internazionale del 1976 e l’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. La legalità non può essere al servizio del crimine e suo strumento. Una legge o una sentenza sì: la sentenza si adegua alla legge e la legge nazionale non si adegua al diritto internazionale. Si crea così quella figura che, con un ossimoro, potremmo definire “crimine legale”. In epoca di sovranismo e di populismo giuridico e politico Israele ha gioco facile e c’è da chiedersi se non abbia avuto un ruolo decisivo nella degenerazione della complessiva situazione politica e giuridica. La domanda è retorica perché io credo, e non sono il solo, che certamente ha avuto un ruolo rilevante.

Procediamo schematicamente anche per rispettare il tempo concesso.
1°): lo Stato ebraico di Israele, così autodefinitosi sia nella dichiarazione di nascita nel 1948 sia nella legge del luglio 2018 (14ª Basic Law), persegue un progetto definito “genocidio incrementale” (Ilan Pappe) o anche “colonialismo di insediamento”, quella forma, cioè, di colonialismo che prevede non solo l’accaparramento delle terre e delle risorse di un popolo ma anche l’espulsione dei nativi. Questo progetto può essere definito criminale in senso tecnico giuridico perché viola tutti i principi basilari del diritto umanitario internazionale, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alle Convenzioni di Ginevra, pacificamente applicabili in Israele e nei Territori occupati come ribadito dall’Onu e dai Paesi firmatari.
2°): se il fine è criminale inevitabilmente anche i mezzi non possono non esserlo. Israele è responsabile di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. È stato accertato in molte sedi ed occasioni: rapporti Ziegler, Falck/Tilley, Goldstone, Human Rights Watch, Consiglio dei diritti umani, B’Tselem, Tribunale Russell etc.
3°): per questi crimini Israele è rimasto sempre impunito: se è intervenuta qualche condanna (da ultimo il Consiglio di sicurezza ONU con la risoluzione 2334 del dicembre 2016), mai è seguita una sanzione. Eppure il meccanismo delle sanzioni è largamente operativo. Attualmente sono colpiti da sanzione solo ad opera della Unione europea 25 Stati; lo strumento più usato è l’embargo, per dissenso o rispetto alla politica interna di un Paese ( si pensi a quello storico nei confronti di Cuba) o rispetto alla politica internazionale (si pensi a quello nei confronti della Russia per le vicende Crimea ed Ucraina). Mai nulla nei confronti di Israele, anzi con lo Stato ebraico i rapporti sono sempre più stretti: quelli economici, quelli militari, quelli accademici.
4°) come è possibile questo? Due strade percorre lo Stato ebraico: tacitare/ criminalizzare il dissenso; rafforzare il consenso.

A questo fine Israele dispiega tutta la sua potenza: politica ( tramite il genero di Trump, Kushner, finanziatore delle colonie, i coloni sono fisicamente presenti nella Casa bianca, oltre che nel governo di Israele con Casa ebraica); militare (si pensi al ruolo svolto dalla aviazione israeliana in Siria, prima con modalità clandestine poi in modo dichiarato); economica, ma, soprattutto, mediatica. La mistificazione della realtà è indispensabile per rendere accettabili i propri crimini, ove possibile per negarli. La parola d’ordine è “difesa”: Haganà vuol dire difesa; IDF è l’esercito “difensivo”; il muro è una barriera difensiva; una strage di innocenti si chiama “Margine protettivo” e così via. Il capolavoro è stato realizzato con la guerra dei sei giorni nel 1967. Ci fu all’epoca un largo schieramento a sostegno di Israele e della sua guerra “difensiva”. Ho qui una pagina della rivista Epoca di quell’anno con le firme di quelli che sono definiti democratici italiani, in calce a un appello a sostegno di Israele; cito i più noti : Nanni Balestrini, Natalino Sapegno, Lattuada, Monicelli, Lizzani, Rosi, Buttitta, Calvino, De Sica, Fellini, Tranfaglia, Citati, Argan, Gillo Dorfles, Montale, Cassola, Afeltra, Natalia Aspesi, Mursia, Valiani, Bobbio, Nuto Revelli, Inge Feltrinelli, Biagi, Camilla Cederna, Sciascia, Mario Soldati, Bocca, Marco Ramat, l’Unione italiana della Resistenza e tanti altri. Tuttora la vulgata corrente vuole che quella sia stata una guerra difensiva per anticipare sui tempi un imminente attacco dei Paesi arabi benché tre generali che vi parteciparono ( Peled, Weizman e Bar-Lev) abbiano dichiarato nel 1972 la verità e cioè che non vi era alcuna minaccia araba. È stata una Nakba atto secondo. La terza Nakba è in corso, lenta ma progressiva, basta vedere le famose quattro cartine geografiche. A proposito di Nakba, vi ricordo l’operazione in corso che tende a distruggere dagli archivi tutti i documenti a riprova dei crimini commessi.
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Lo scorso anno, nella notte tra il 18 e il 19 luglio, è avvenuto un fatto importante: è stata approvata la legge sullo Stato nazione del popolo ebraico. Israele ha ritenuto maturi i tempi e favorevoli i rapporti di forza politici per uscire allo scoperto. Molto ha pesato l’elezione di Trump e l’affinità (intesa proprio come rapporto parentale) con i coloni tramite la conversione all’ebraismo di sua figlia e il conseguente matrimonio con Kushner. Non che Obama abbia mai fatto qualcosa contro Israele; ricordo che ha anche aumentato gli stanziamenti economici a suo favore ma quanto meno dimostrava di non avere in grande simpatia Netanyahu. Con un Trump che quattro giorni dopo la risoluzione 2334 definisce l’Onu “ un club dove le persone chiacchierano e si divertono” non c’è da stupirsi se la Basic law viola esplicitamente le risoluzioni Onu ( 181, 194,242,2334….) e il diritto internazionale. È il trionfo della sovranità nazionale sul diritto internazionale. Un crimine contro l’umanità come l’apartheid è legalizzato. Vari segnali avevano indicato che i tempi erano maturi: dal 30 marzo era in corso il cecchinaggio sulla Grande marcia del ritorno a Gaza senza alcuna reazione internazionale se non un timido accenno ad un uso sproporzionato della forza; il 14 maggio Trump aveva spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme contro il voto ONU del dicembre 2017. In sede giudiziaria da tempo, almeno dal 2013, si erano poste le basi con due sentenze dell’Alta corte: nel caso Uzzi Ornan si afferma che “il concetto che l’ebraismo non è solo religioso ma anche un’appartenenza nazionale è elemento fondamentale del sionismo”; nel caso dei beduini del Negev si dichiara legittimo il loro sradicamento per fare posto a insediamenti di “coloni ebrei etnicamente puri”. Parole che ci fanno rabbrividire riportandoci ad altra epoca. Tutto questo con buona pace di Shlomo Sand che nega l’esistenza stessa di un popolo ebraico; qui, invece, si parla addirittura di nazione ed etnia.

Cosa dice la legge?
- Israele è lo Stato nazione del popolo ebraico e il diritto di esercitare l’autodeterminazione è riservato esclusivamente al popolo ebraico. Israele quindi si autodefinisce uno Stato etnico razziale.
-L’articolo 3 dice che Gerusalemme integra ed unita è la capitale dello Stato, con buona pace dello status internazionale di Gerusalemme o della doppia destinazione ( Est e Ovest) a capitale dei due Stati.
-L’articolo 4 dice che la lingua araba non è più lingua ufficiale al pari dell’ebraico. È così declassata una lingua che da millenni risuona in quella terra.
-L’articolo 7 dice che lo sviluppo di insediamenti ebraici è un valore nazionale e Israele lo incoraggia e promuove. La conquista territoriale con la forza è dichiarata legittima, anzi un valore da promuovere. Il discrimine tra cittadini è dato dall’essere ebreo o no. Diverse le parole nel 1948 per essere accettato dall’Onu: libertà, giustizia, pace, uguaglianza di diritti sociali e politici senza distinzione di religione, razza o sesso, fedeltà ai principi della carta delle Nazioni Unite. Settant’anni dopo tutto è ribaltato, anche per iscritto. Gideon Levy ha scritto che con la legge è venuta meno l’ultima differenza dal Sudafrica dove l’apartheid era legalizzata. Non sono del tutto d’accordo con Levy: in Sudafrica la separatezza tra bianchi e neri era minuziosamente regolamentata. In Israele la separatezza tra ebrei e non ebrei no, almeno non ancora, anche perché il progetto sionista prevede, come detto, l’espulsione dei nativi, diversamente dal Sudafrica dove la manodopera nera era necessaria.
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Se è vero che i tempi per una siffatta legge erano maturi grazie ai rapporti di forza politici è pur vero che la fase era favorevole anche dal punto di vista giuridico. Il deterioramento dei nobili principi postbellici e del diritto internazionale nel suo complesso si era realizzato dagli anni ‘90. L’ultima guerra “legale” è stata la prima guerra del Golfo. Sono poi subentrati gli ossimori stravolgenti la realtà: guerra umanitaria, operazione di peacekeeping, esportazione di democrazia. L’ONU ha perso ruolo ed autorevolezza sì da giustificare la sarcastica definizione di Trump. L’impunità di Israele non è certo estranea a questo percorso ma non è il solo motivo. È la realtà di un mondo giuridico sovranazionale che viene contestata. Nel dicembre 2018 si è tenuto un convegno a Milano che è passato un po’ in sordina: vi hanno partecipato 25 illustri docenti universitari che il Corriere della Sera ha definito nel suo titolo “i professori dell’internazionale sovranista”. L’articolo riporta i contenuti del convegno e si leggono affermazioni virgolettate tipo: “il 20° secolo si è chiuso con la grande questione della libertà; il 21° si apre nel segno della sovranità”; “l’internazionalismo indebolisce gli Stati”. Si è giunti a criticare la Corte europea dei diritti dell’uomo per la sua incidenza sulla sovranità statale. Inutile dire che tra i relatori c’era anche tale Mordechai Kedar di Tel Aviv.
Se per il diritto internazionale si può parlare di “tentativo di smantellamento in corso”( si veda il libro di Robert Charvin, CETIM) per il diritto nel suo complesso si può parlare di tentativo di stravolgimento di ruolo e funzione. Nell’ultimo decennio sono stati coniati termini nuovi: lawfare, populismo penale, diritto propagandistico e simbolico. Pensiamo alla deriva dell’obbligo di soccorso in mare, uno dei più antichi doveri facente parte del diritto consuetudinario non scritto: è diventato in tempi recenti un diritto, quindi esercitabile o meno, poi un crimine. Così abbiamo una omissione di soccorso stradale che è reato ed invece in mare è il soccorso ad essere reato. Su questo tema Luigi Ferraioli ha scritto: “Prima la violazione dei diritti umani era occultata, ora è sbandierata come fonte di consenso. È populismo penale: uso demagogico e congiunturale del diritto penale per alimentare la paura”. Quindi, aggiungo io, per perseguire finalità politiche. Stessa finalità del diritto penale simbolico e propagandistico: acquisire consenso con norme ad effetto promozionale, vere e proprie norme spot. Passaggio obbligato di queste norme è naturalmente l’aumento delle pene per soddisfare la crescente voglia di forca che si è voluto diffondere.

Ancora più attinente al tema che ci occupa è il concetto di lawfare. Il termine può essere tradotto in vari modi: abuso della legge per raggiungere fini militari e politici; l’uso del diritto come arma di guerra.

In quel bel libro che è “Il diritto umano di dominare” di Nicola Perugini e Neve Gordon, edizioni Nottetempo, gli autori ricordano che un rapporto del 2010 del ministero degli affari esteri israeliano denuncia “la strategia per delegittimare Israele tramite cornici legali e sfruttando forum giuridici.. .. La guerra giuridica è la continuazione dell’attività terroristica con altri mezzi”. Non a caso l’adesione della Palestina alla Corte penale internazionale è stata vista come un atto di guerra ed altrettanto la denuncia contro i crimini di Israele presentata e tuttora pendente davanti alla Procura di quella Corte.

Proprio coloro come Israele che attaccano il diritto però poi vi fanno ricorso. Non c’è contraddizione perché loro sì fanno ricorso alla legge per finalità politiche e propagandistiche. Ne sono esempi il disegno di legge anti BDS, la legge con l’aggravante Shoah e, sul fronte non legislativo ma della mera propaganda, l’inserimento di Bartali tra i Giusti tra le nazioni e la medaglia d’oro conferita alla brigata ebraica. Partiamo da queste due operazioni di mera propaganda. L’operazione Bartali e Giro d’Italia (ricordate le tre tappe israeliane?) sono uno splendido esempio di manipolazione storica a fini propagandistici. L’esistenza di prove certe sull’attività a favore degli ebrei da parte di Bartali è stata contestata anche da autorevoli personalità ebraiche: è stato reso pubblico il contrasto sul tema tra Michele Sarfatti (che è stato dal 2002 al 2016 direttore del CDEC, Centro di documentazione ebraica contemporanea), e Sergio Della Pergola, membro della commissione per i Giusti tra le nazioni (non nel caso di Bartali). Bartali però era indispensabile per giustificare le tappe israeliane. 12 milioni di euro sono stati versati a RCS dal governo di Israele e da uno sponsor ebreo ma sono stati ben spesi se l’8 maggio, pochi giorni prima del 70º della nascita dello Stato e dello spostamento dell’ambasciata USA, il Corriere della Sera può titolare: “Grazie al Giro d’Italia 1 miliardo di persone ha visto un’altra Israele”.

Meno clamorosa l’operazione brigata ebraica ma ugualmente significativa. In estrema sintesi: la brigata ebraica è inquadrata nella ottava armata britannica nel settembre 1944 ma è operativa solo a marzo/aprile 1945. Partecipa a qualche combattimento in zona Ravenna. Ben poca cosa rispetto ai moltissimi ebrei (1000 ebbero il certificato di partigiano combattente) che hanno combattuto dal 1942 nel Palestine Regiment insieme ai palestinesi (12.446 complessivamente i palestinesi). Altri ebrei hanno combattuto nelle formazioni partigiane, prevalentemente quelle di Giustizia e libertà, altri sono stati comandanti militari della Resistenza a Parigi. La brigata ebraica nasce, invece, già come operazione di propaganda. Nonostante la sua ridotta attività militare nel 2018 ( la legge è del 2017) addirittura le viene conferita la medaglia d’oro al valore militare. Perché? perché dal 2004 il 25 aprile a Milano le bandiere israeliane sfilavano nel corteo cittadino con il pretesto del ricordo della brigata. Da subito questa presenza è stata oggetto di contestazione. Gli “Amici di Israele” promotori della iniziativa motivavano così: “è importante spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile, giusto”. Per meglio contrastare i contestatori si è giunti al conferimento della medaglia. Così come non si è troppo indagato su Bartali, così non si va per il sottile per la brigata e pur di concedere la medaglia si deroga al codice di ordinamento militare. Tutti sono d’accordo trasversalmente come sempre avviene con Israele e tra i firmatari troviamo destra e sinistra: Quartapelle, Fiano, Cicchitto, Scotto.

Ma veniamo alle vere e proprie leggi. Una, quella che ho definito sinteticamente “aggravante Shoah”, ha una finalità prevalentemente propagandistica. L’altra, il disegno di legge anti BDS , unisce alla finalità propagandistica quella repressiva. La legge numero 115 del giugno 2016 sul negazionismo e sulla istigazione all’odio razziale prevede un aumento di pena rispetto all’articolo 3 della legge 654 del ‘75 e alla legge Mancino quando la negazione o l’istigazione all’odio riguardano la Shoah. È fatto espressamente il nome “Shoah” così come, vedremo, si farà il nome “BDS” nel disegno di legge relativo. In termini tecnico giuridici è da denunciare la palese violazione di un principio fondamentale: quello di astrattezza della norma; la norma giuridica non deve fare riferimento a uno specifico evento. Ma c’è di più: l’aggravante fa già riferimento al reato di genocidio ed è indubbio che la Shoah sia stato un genocidio. Perché quindi citare il nome del genocidio ebraico? Sia giuristi ( ad esempio Giuseppe Puglisi, ma anche l’Unione delle camere penali italiane) sia storici hanno denunciato che è una norma accentratrice di consensi, in altri termini una norma propagandistica, una norma spot.

Discorso analogo, ma con implicazioni più gravi, può essere fatto per il disegno di legge anti BDS. Pende in Senato dall’agosto 2015, ne sono firmatari 10 senatori, otto di destra, due del PD. Quasi tutti i firmatari sono giuristi tranne due qualificati nei loro profili come imprenditore uno e agricoltore l’altro (questi due hanno perlomeno l’attenuante dell’ignoranza giuridica, probabilmente). La relazione alla legge inizia con queste parole: “Il movimento BDS….”. È quindi una legge “ad movimentum”, con buona pace delle care vecchie leggi ad personam di berlusconiana memoria. Nella relazione si parla di retorica antisionista e antisemita senza distinzione tra i due termini, riprendendo lo sdoganamento della equiparazione di Napolitano e anticipando la sconcia campagna di questi ultimi tempi. Si parla anche di “Stato ebraico” anticipando la Basic law della Knesset. Il titolo della legge è “Norme contro le discriminazioni” ma tende a tutelare uno Stato discriminatorio. Rispetto alla propaganda del boicottaggio la relazione ricorda quella odiosa fascista e nazista (“non comprate dagli ebrei”) ma si guarda bene dal ricordare quella contro il razzismo sudafricano o contro i boicottatori dei neri in USA. Particolarmente gravi e pericolose nella legge sono le presunzioni “ juris et de jure”, cioè la previsione di quei comportamenti che integrano il reato senza possibilità di prova contraria. Sono punite singole condotte ma anche la mera partecipazione ad associazioni, gruppi o movimenti. Particolarmente pericoloso il riferimento al concetto di ”movimento” estremamente generico rispetto a fattispecie più facili da inquadrare e definire, come ad esempio la banda armata o l’associazione eversiva. Le pene previste giungono sino a sei anni per i dirigenti.

Si criminalizza così uno strumento tra i più pacifici mai ideati. Vi è peròi la cosiddetta riserva Onu nel senso che il boicottaggio ( embargo, sanzioni….) può essere deliberato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Significativo che non abbia analogo potere l’Assemblea generale (probabilmente i relatori si sono ricordati della famosa definizione di sionismo come forma di razzismo adottata dalla Assemblea generale nel 1975). Il boicottaggio che non è ammesso, anzi è un crimine, è quello di iniziativa popolare.
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Veniamo all’ultimo argomento: la distinzione tra antisionismo e antisemitismo. Sul sionismo, si è detto, ci sono pareri opposti: valore alto nobile e giusto per gli Amici di Israele; genocidio incrementale, progetto a vocazione genocidiaria, colonialismo di insediamento, insomma crimine contro l’umanità per altri. Vorrei ricordare anche la definizione di Tolstoj che risale al 1905, quindi a cavallo tra il congresso di Basilea e la dichiarazione Balfour: ” il sionismo è la negazione di tutto quello che abbiamo di sacro nella vita”. Chi come me condivide questa seconda interpretazione vede nell’antisionismo una pratica doverosa in difesa della legalità e della umanità. L’antisemitismo, invece, non è altro che una forma di razzismo, quindi da condannare e combattere. Distinguere tra antisionismo e antisemitismo è in realtà molto facile. Equiparare i due termini è il top della mistificazione. Perché è facile? Perché dell’antisemitismo abbiamo anche una definizione ufficiale coniata dall’IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’olocausto) il 26 maggio 2016 a Bucarest: “ L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso gli ebrei. Manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso individui ebrei e non ebrei e/o ai loro beni, contro le istituzioni comunitarie ebraiche e altri edifici ad uso religioso”. Segue un lungo elenco esemplificativo di comportamenti antisemiti. Emerge subito alla mera lettura che nessuno di questi esempi attiene al BDS e, in generale, al movimento di solidarietà con la Palestina.
La legge sullo Stato nazione, successiva alla definizione, pone qualche delicato problema perché la definizione dell’IHRA contiene anche il seguente passaggio: “queste manifestazioni possono avere come bersaglio lo Stato di Israele concepito come collettività ebraica”. Israele si definisce ora per legge Stato ebraico, è Stato di tutti gli ebrei. Che ne è delle critiche alle sue politiche, prime fra tutte l’apartheid e l’occupazione? È mai possibile che siano contrabbandate come manifestazione di antisemitismo e non come legittime critiche politiche basate, peraltro, su prove inconfutabili ( quelle che, non a caso, Israele sta facendo sparire)? Evidentemente no. E’ la stessa IHRA a precisare che “ le critiche mosse a Israele simili a quelle di qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemitismo”. Tra gli esempi di antisemitismo ve ne è uno interessante: ritenere gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele. Noi siamo sempre stati a fianco degli ebrei antisionisti, spesso i più feroci critici delle politiche di Israele, che è il loro stesso Stato quando la critica proviene da ebrei israeliani. Non sono forse ebrei Richard Falck, Goldstone, Finkelstein, Shlomo Sand, Chomsky e tanti altri strenui oppositori delle politiche israeliane? ed anche quelli di ECO ( ebrei contro l’occupazione), e di “ Not in my name”. Costoro non si sentono rappresentati dallo Stato di Israele. Nel 2015 una organizzazione ebraica israeliana (SISO: save Israel,stop occupation) per bocca di Daniel Bar- Tal, docente dell’Università di Tel Aviv, ha detto: “ Come ebrei che hanno a cuore la propria identità ebraica e sono legati a Israele, dobbiamo tutti partecipare alla lotta per salvare Israele dalle spinte nazionalistiche, antidemocratiche, razziste e xenofobe al suo interno”. Da allora la situazione è solo peggiorata. L’apartheid è stata legalizzata. L’occupazione è stata promossa e valorizzata. Si parla di annessione della Cisgiordania. La ministra della giustizia Shaked ha definito l’uguaglianza “un pericolo per lo Stato ebraico” e ha definito il BDS ”il nuovo volto del terrorismo”. Zeev Sternhell ha detto: “In Israele cresce non solo un fascismo locale ma anche un razzismo vicino al nazismo ai suoi esordi”.

Criticare le politiche israeliane e il sionismo è un diritto e un dovere e nulla ha a che vedere con l’antisemitismo. In Italia alcuni giudici chiamati ad occuparsi del tema se ne sono dimostrati ben consapevoli. Il Tribunale di Vercelli, nel processo contro due giovani che avevano esposto sulla cancellata della locale sinagoga uno striscione con la scritta “Stop bombing Gaza, sionisti assassini, free Palestine” durante la strage a Gaza del 2014, ha scritto, assolvendo gli imputati:” ….lo striscione non solo non contiene alcun riferimento al popolo ebraico ma nemmeno esprime un messaggio razzista o discriminatorio…nei confronti del popolo israeliano, facendo invece espresso riferimento a una specifica condotta ( il bombardamento su Gaza) chiaramente riconducibile non agli israeliani in quanto etnia ma allo stato e alla sua politica”. In altro caso il GIP di Genova, in una ordinanza di archiviazione che respingeva l’opposizione della Comunità ebraica di Roma, ha scritto:” Non emerge mai la propalazione di espressioni od argomenti che abbiano di mira la religione o la cultura ebraica in quanto tale o l’essere appartenenti al popolo ebreo, in modo da essere assimilabili alla propaganda antisemita di matrice nazifascista ( a meno di non voler identificare la cultura e la religione ebraica con l’attuale politica israeliana in Medioriente), quanto piuttosto la manifestazione, con toni indubbiamente accesi, di dissenso rispetto alle linee di attuale azione politica nei territori palestinesi e nella striscia di Gaza”.

Io però sono preoccupato quando la parola passa ai giudici in una materia in cui è ampia la discrezionalità col rischio, quindi, che sulla legge prevalga l’orientamento soggettivo del giudice. La questione è politica e va affrontata in ambito politico.

Ugo Giannangeli

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Dibattito del 26 settembre 2019 al Circolo della Stampa di Trieste con Stephanie Westbrook, David Cronin e Ugo Giannangeli. - Trascrizione dell’intervento di Ugo Giannangeli: “La legalità quale strumento dell’apartheid”.

lunedì 14 ottobre 2019

MIVEG - Milano Vegana - 19, 20 e 21 ottobre 2019


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Miveg è un evento no profit interamente gestito con estrema professionalità da volontari e dedicato completamente agli animali e a coloro che vogliono scoprire il crescente movimento culturale ed etico basato sul loro rispetto. Con abbigliamento, food, accessori, letture; si conferma con questo appuntamento come sia semplice fare scelte etiche e di vita quotidiana che coniughino impegno sociale e buon cibo.
Come sempre i proventi andranno a sostenere gli animali ospiti dei rifugi di Vitadacani associazione a tutela diritti animali (https://www.vitadacani.org/rifugi/). Miveg è un'occasione per unire il buon cibo sostenibile e privo di ingredienti animali alle conferenze, ai workshop e seminari su cucina, nutrizione, autoproduzione e attivismo in difesa degli animali. Un momento di connubio tra corpo e mente, tra divertimento e approfondimento, tra teoria e pratica.
Miveg, con più di 90 espositori e associazioni con prodotti cruelty free, richiama ogni anno oltre 10.000 visitatori che cercano e trovano l'opportunità di incontrare nuove prospettive di rispetto per animali e ambiente grazie a scelte che possono generare un cambiamento. L’evento anche quest’anno prevede un programma ricco di contenuti e interventi di eccellenza in ambito culturale, artistico e di nutrizione.
Miveg è diverso perché tutto il ricavato di quel che si mangia nei due giorni, si trasforma in fieno, granaglie, cibo, cure per ciascuno degli ospiti liberati e rifugiati. Sotto i nostri occhi Miveg diventa una fucina di progetti, spunti, idee, riflessioni, strategie per abbattere e ricostruire il mondo che vorremmo. Il cibo che al Miveg è eccellente e a prezzi contenuti attira sempre più persone ma si ricorda che il cuore pulsante dell’evento sono gli altri animali, schiacciati dalle politiche di dominio, liberati e ospiti dei santuari, perduti o ritrovati. Sono le visioni del mondo, le strategie di lotta, la liberazione. In quei giorni si apre una finestra da cui si affacciano idee, azioni, teorie, pratiche. Cerchiamo di approfondirle, conoscerle, riflettere e, quando necessario, cambiare. Vi aspettiamo, per costruire insieme!” 
Con "Miveg", Milano si fa vegan rinnovando l’atteso appuntamento annuale con tante novità per tutti compreso un corner riservato alla stampa, invitata per le ore 11.00 per un brunch prima dell’inaugurazione prevista per le 11.30. Ci sarà anche la possibilità di fare una passeggiata virtuale al Santuario di Vitadacani con un visore e avere la sensazione di camminare nel verde in mezzo agli animali.
Così spiega Sara D’Angelo, portavoce dell’associazione Vitadacani che organizza la manifestazione.

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PROGRAMMA
Il programma sarà anche quest’anno ricco, nella versione completa al link: http://miveg.org/programma non mancheranno food, curiosità, iniziative solidali conferenze,dibattiti e workshop.

Per il pianeta – Per decidere se entrare a far parte del Team Earth di Miveg. Della squadra amica della Terra. Perché non esiste né un piano né un Pianeta B.
Scopri come: www.miveg.org

FOOD
Con i corner dell’area ristoro che offrono mille gusti, colori e sapori. Area crudista interpretata dallo chef Eduardo Ferrante con tante specialità raw mentre la blogger Stella Vegana ci delizierà con primi piatti d'autore. Accanto al bar, con caffetteria e birra artigianale, quest'anno grande spazio ai dolci con una pasticceria sopraffina e una paninoteca con infinite offerte sfiziose per ogni gusto. Mentre a grandissima richiesta saranno sempre disponibili piatti senza glutine, finger food per tutti i palati e un irresistibile angolo del fritto con panzerotti cruelty free.

CURIOSITÀ

Vegan tattoo circle: tatuatori vegani all’opera utilizzando colori cruelty free e privi di ingredienti animali.

Missveg: con un euro di donazione i visitatori riceveranno un coupon di adozione a distanza
con foto della maialina salvata dal mattatoio e ora ospite del Santuario Porcikomodi di Magnago. Sarà possibile seguirla dal sito dell’associazione e andarla a conoscere al rifugio.

Coupon solidali per gli homeless: Miveg pensa anche agli umani. Saranno distribuiti alle casse coupon solidali da 1 euro per contribuire alla preparazione di pasti vegan per gli homeless di Milano seguiti dalla Compagnia della Polenta.

Social wall: la tua foto per sostenere gli animali.
Le foto scattate ai visitatori in un set suggestivo comporranno il muro di una bacheca virtuale che contrasterà il silenzio che protegge lo sfruttamento degli animali nella nostra società.

La passeggiata nel santuario Con l'aiuto di un visore i visitatori saranno catapultati all'interno dell'oasi Porcikomodi, nel cuore del parco, camminando in mezzo agli animali, circondati da sguardi, colori, rumori. Tutto senza muoversi di un passo. La realtà virtuale ci trascina in un mondo magico e incredibile.

CALENDARIO APPUNTAMENTI DI RILIEVO

Sabato 20 ottobre 2019
Nel corso della giornata di apertura seguiremo lungo un sottile filo il susseguirsi di approcci, contributi, visioni del mondo, strategie di lotta, con esponenti di rilievo del panorama antispecista italiano.
In serata arriva a Miveg “Hambachers” (documentario, 2019, di L. Pigliucci e C. Marziali) presentato dalla regista Leonora Pigliucci, e da Salvo Torre, studioso di ecologia politica e movimenti sociali. La foresta millenaria di Hambach, nel cuore d’Europa diventa scenario di un esperimento unico di resistenza ecologista.
Domenica 21 ottobre 2019
Affronteremo il tema del mare scoprendo la realtà dei delfinari e come questa industria sfrutta gli animali e inganna i visitatori. Ma, anche, con Mathias Abele, attivista di Sea Watch, vedremo come muoiono i diritti umani inghiottiti dagli abissi dei nostri mari.

Attesissimo Roger Olmos, straordinario artista spagnolo, che ci racconterà la verità con le immagini. E verranno inoltre sfatati i pregiudizi all'insegna di Vegan e Sport: con atleti di fama internazionale come Massimo Brunaccioni e la campionessa mondiale Eleonora Ambroggi. E, per tornare ai contenuti centrali del festival, Attivismo e resistenza nei santuari per animali. La vita degli animali come dovrebbe essere e come quasi mai è. L’universo dei rifugi che ospitano gli animali così detti da reddito come fucine per il cambiamento. Dove si sperimenta un'economia al contrario e gli animali da reddito diventano da debito e si limitano a vivere liberi. Con Sara D’Angelo attivista di Vitadacani, responsabile di Porcikomodi e referente della Rete dei Santuari di Animali Liberi.
In serata 73 COWS. Proiezione del cortometraggio di Alexandre Lockwood (2018), vincitore del British Academy Film Award. La storia di Jay Wilde e del suo coraggio nella riconversione del suo allevamento di mucche in azienda agricola vegan.

Non mancheranno i laboratori per i bambini e suggestive mostre.
Per ulteriori informazioni o interviste:
Tel. 348.3007831 Sara D’Angelo

MiVEG - Bollate

Ufficio Stampa
Silvia Premoli
mob. 328 044 0635
animalpress@animalpress.it

venerdì 11 ottobre 2019

Zodiaco e solidarietà spirituale al femminile



Dal paradiso terrestre siamo stati scacciati, almeno così dice la Bibbia, forse però questa è solo una bugia  "religiosa" - magari anche un po' pretenziosa - poiché sulla terra ci siamo ancora e forse potremmo immediatamente ritrovarci in quel paradiso perduto il momento stesso che la nostra esperienza tornasse all'armonia fra natura, animali e società umana.

Prima di tutto quello che è da riequilibrare è il rapporto fra i due
generi della nostra specie, il femminile ed il maschile…

Nelle civiltà antiche Terra e Cielo  sono le due forze interconnesse
che creano il mondo…

Ora vediamo che negli studi matriarcali portati avanti da ormai un
ventennio ad opera di numerosi studiosi e studiose  convenuti per la
prima volta al convegno mondiale di Bruxelles nel 2003 la questione
matrismo e matriarcato è un tema oggetto di discussione, con varie
posizioni.

Come afferma Mariagrazia Pelaia, in uno scambio di mail privato: "La
Gimbutas utilizzava il termine matristico per definire le antiche
società neolitiche, Riane Eisler per risolvere il problema ha coniato
addirittura un nuovo termine, gilania, unendo la radice greca di
femminile (gyn) e maschile (an) con una 'l', lettera che evoca il
termine link, 'legame'.

Invece Heide Göttner Abendroth, che possiamo definire la fondatrice di
questa corrente di studi, considera la parola adeguata da usare
matriarcato, e lo spiega dal punto di vista etimologico non come
'potere delle madri', bensì come 'antiche madri', da cui la semplice
evidenza che queste società tengono in alta considerazione la funzione
materna come principio intorno a cui si organizza la società, per cui
essendo il rapporto d'amore e di cura madre-figlio l'aspetto fondante
della società non esistono le gerarchie tipiche del patriarcato.

Nel matriarcato non c'è il dominio, il valore centrale è il rispetto
della vita e delle differenze, per cui non esiste la disparità fra
generi. Esso rappresenta un'alternativa praticabile al patriarcato
poiché storicamente già esistito, vedi il saggio di Riane Eisler sulla
storia umana letta in chiave di società della dominanza e società
della partnership (Il calice e la spada).

Secondo la Abendroth è importante utilizzare il termine 'matriarcato'
anche per ragioni culturali, essendo stato tale termine oggetto di
spietata censura da parte della cultura patriarcale, quindi va difeso
e sostenuto, riabilitato, e non mascherato con neologismi. Dunque, il
dibattito è aperto".

Mariagrazia Pelaia non fa mistero di condividere il punto di vista
della Abendroth, avendo trovato in lei, nella Gimbutas, nella Eisler e
altri studiosi l'ispirazione per le sue ricerche astrologiche sugli
zodiaci alternativi femminili scoperti da Lisa Morpurgo per la quale
ha adottato la definizione di astrologia matriarcale
(vedi anche l'oroscopo da lei fatto alla mia persona
in: http://www.programmiastral.com/ritrattimatriarcali.pdf).

Nel commentare un parere da me espresso, in merito alla capacità
creativa delle donne e degli uomini vissuti nel neolitico, Mariagrazia
Pelaia afferma: "L'arte nel neolitico faceva parte della vita
quotidiana, il vasellame è riccamente decorato e descrive una società
elegante che si modella sulla bellezza della natura e non solo, perché
è anche un'arte molto astratta, simbolica e quindi con livelli di
comprensione molto raffinati e complessi.

L'arte è una componente essenziale della quotidianità, e la
quotidianità da sempre è l'ambito femminile per eccellenza. La cosa
sorprendente di quei tempi è che la quotidianità era condivisa alla
pari e considerata sacra, e dunque era patrimonio comune dei due
sessi.

Astrologicamente invece la situazione è molto chiara: l'arte è
simbolicamente connessa ai pianeti femminili Luna e Venere. Gli uomini
devono avere una parte femminile molto sviluppata per diventare
artisti. E mi pare che non ci siano dubbi al proposito. In età
patriarcale le donne sono state relegate al ruolo di muse, segnalando
comunque una stranezza di fondo: perché mai le custodi e le
ispiratrici delle arti sono donne e non uomini se si tratta di
produzioni del genio maschile?

Paolo D'Arpini   


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Da sinistra: Jim Koller, Mariagrazia Pelaia e Paolo D'Arpini


martedì 8 ottobre 2019

Taglio del numero dei parlamentari. Avanti con la rottamazione della rappresentanza democratica


Risultato immagini per paolo d'arpini Taglio del numero dei parlamentari.

Dopo il passaggio al Senato anche alla Camera è iniziata la discussione (il 7 ottobre u.s.)  per  l'approvazione della riforma costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari,  che ridurrà il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. La riforma è  fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle e la sua approvazione ha costituito uno dei requisiti per la formazione del secondo governo Conte insieme al PD. Si prevede che la riforma passi con una larga maggioranza. Infatti insieme a PD e Movimento 5 Stelle anche Forza Italia e Lega hanno già annunciato il voto a favore.

E, come dice l'amico Giuseppe Moscatello, sì procede in linea con i  precetti del Piano di rinascita nazionale (più noto come P2), diminuendo la rappresentanza popolare di Camera e Senato. Risparmio ventilato dai 100 ai 500 milioni l'anno. Bruscolini rispetto a quanto viene sottratto alle casse dello stato, 85 i miliardi pagati nel 2018 quali interessi sul debito pubblico, diviso 365 giorni fanno 220 milioni di euro al giorno. Questo per chiarire quanto i proprietari della moneta tengano per la gola i loro USURATI e di che pochezza siano i nostri governati, compresa la sedicente "opposizione". Già la P2 prevedeva la diminuzione del numero dei deputati ed anche l'abolizione del senato e lì Renzi ci è andato vicino.

Risultato immagini per renzi taglio deputati

La riduzione del numero dei parlamentari non può che ridurre ulteriormente la possibilità di rappresentanza, conoscenza e scelta. II progetto è chiaro: sprangare il Parlamento per farne un bivacco di manipoli, superare la democrazia rappresentativa e lasciare tutto in mano a oscuri esperti “tecnici”.

La riforma del taglio dei parlamentari può comunque essere sottoposta a referendum.

Paolo D'Arpini


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Nota di Massimo Villone del Coordinamento per la democrazia costituzionale: 

"La riduzione del numero dei parlamentari rende palesemente incostituzionale la legge elettorale vigente, comprimendo il pluralismo e provocando una inaccettabile distorsione fra la volontà espressa dagli elettori ed il risultato in termini di seggi. Per mantenere viva la rappresentanza “assicurando il pluralismo politico e territoriale”, l’unica strada è quella di adottare un sistema elettorale proporzionale, che garantisca ai cittadini l’eguaglianza nell’espressione del voto e la libertà di scegliersi i propri rappresentanti e quindi non è accettabile raddoppiare di fatto l’attuale soglia di accesso alla Camera. E’ inaccettabile il rilancio del maggioritario, propugnato da voci, pur autorevoli, del centro sinistra.

L’introduzione in Italia di sistemi maggioritari, a partire dal 1994 è stata fondata sulla previsione dell’avvento di un sistema politico fondato sul bipolarismo. Le elezioni del 2013 hanno squarciato la camicia di forza del bipolarismo imposta al popolo italiano, dimostrando che il pluralismo politico non può essere soffocato con artifici elettorali. Insistere nella pretesa di ottenere attraverso le elezioni l’investitura di un governo, comporterebbe una inaccettabile mortificazione delle garanzie della rappresentanza e, in questa fase politica, agevolerebbe l’avvento al governo di soggetti politici che si trovano al di fuori del perimetro della Costituzione.

Non è questa la democrazia che i padri costituenti avevano promesso al popolo italiano quando scrivevano che la sovranità spetta al popolo e che tutti i cittadini hanno diritto di concorrere a determinare la politica nazionale..."

domenica 6 ottobre 2019

Greta, i "gretini" e la fatica di restare quel che si è, senza maschere


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Chi s'assomiglia si piglia

Beh, almeno un risultato la ragazza Greta (o chi per lei) l'ha ottenuto, è riuscita con la sua campagna contro il "calore terracqueo" a riscaldare talmente gli animi degli ecologisti  da dividerli inesorabilmente in "Gretini" ed "Anti-gretini", ora finalmente potranno scannarsi tra loro insultandosi  e  apostrofandosi  con vari epiteti "traditori",   "poveri illusi", etc., mentre le fabbriche di armi, i media telematici e piombati, le banche, i grandi finanzieri, i capi religiosi,  insomma i padroni del vapore, continuano ad  ingrassare ed a fare affari. 

Greta Thunberg è come il gioco del pallone per gli italiani, quando c'è una grave crisi e si corre il rischio di una rivoluzione, il pallone risolve tutto.  

Me ne sono accorto vedendo le conseguenze di un mio tentativo di "riequilibrare" il fenomeno di  "Greta  ed i suoi gretini", partito  sin dall'inizio del contagio, esattamente con un resoconto del primo sciopero indotto (teleguidato) a cui assistetti  a Treia, il mio paesello adottivo, il 15 marzo 2019 (Vedi:    https://treiacomunitaideale.blogspot.com/2019/03/treia-15-marzo-2019-sciopero-scolastico.html), avanzando i primi dubbi sul processo di rimbambimento delle masse  in corso. Lo dico da ecologista profondo convinto e fautore di un ritorno alla natura senza se e senza ma, avendolo dimostrato con il mio stesso sistema di vita (che qui comunque non narro per evitare catarsi di rigetto nel lettore).

Ma quel che mi era stato consentito allora (prima del contagio definitivo subito dai media), addirittura vedendo la mia lettera pubblicata su Il Resto del Carlino di Macerata,  oggi mi procura accuse a tutto campo, del tipo "dagli all'untore". Infatti  sono stato scacciato ignominiosamente da vari gruppi "ecologisti" e  censurato in varie forme perché il mio pensiero  non è rispondente ai requisiti dettati dal nuovo verbo "gretinista". Il fatto stesso che io usi apertamente la parola "gretina" è sufficiente per tacciarmi di "venduto" ai petrolieri... Sig! Pensare che ho scritto centinata di articoli contro il consumo di risorse fossili e non posseggo nemmeno una motoretta, figurarsi l'automobile, e non viaggio più in aereo da anni, anzi ormai mi muovo quasi solo a piedi.

Ho avuto la riprova  di come in profondità  le accuse di blasfemia nei confronti del "Vangelo Gretino"  possano arrivare allorché ricevetti,  il 5 ottobre 2019, una lettera di "avvertimento" da una cara amica, timorosa per la mia sorte.  Ne riporto uno stralcio qui sotto con la mia rispostina.

"Caro Paolo, noi condividiamo la pratica e la teoria eco e veg da molti decenni, quando non erano affatto di moda. Non so quanto tempo è passato dalla prima volta che ti conobbi a Calcata, al mitico circolo VVTT. Ma proprio x questo, secondo me, x evitare che ci confondano con la destra negazionista, noi ecologisti totali dobbiamo evitare di usare parole tipo "gretinismo". Spero di poterti venire a trovare x discuterne..."  (M.C.)


Mia rispostina: "Cara M.C., capisco perfettamente la tua posizione. L'uso delle parole è importante nel nostro ambiente sociale, come pure lo è la moderazione e l'aggiustamento al politicamente corretto. Ho sempre militato nella sinistra e nell'ambito ecologista. Pensa che ancora oggi sono iscritto al PD, malgrado tutte le pecche dimostrate da questo partito, poiché mi considero un "moderato" e cerco di restare in un solco di politica "ragionevole". Per anni, come ben ricorderai, ho cercato di adeguarmi ai dettami  di una posizione mediana, senza pretendere di ottenere più di quel che era possibile, nelle situazioni in cui mi son venuto a trovare. Purtroppo giunto all'età di 75 anni mi sono accorto che questo atteggiamento morbido ed il tentativo di aggiustamento alle convenienze, in difesa della mia immagine costruita negli anni, non fa più per me. Diciamo che mi sono un po' stufato... e che ritengo che sia per me giunto il momento di cambiare un po' il tono. I tempi estremi in cui viviamo me lo impongono. Oggi uso le parole che danno un senso concreto al mio pensiero: buonista, radical chic... e perché no? Anche "gretino e gretinista",  termini che configurano bene il tipo indicato, ed in fondo sono termini che non qualificano una specifica appartenenza politica bensì tendono a fare chiarezza superando qualsiasi appartenenza. Forse perderò qualcuno dei miei estimatori per questo mio linguaggio "volgare"? Pazienza, come diceva Gandhi, più pazienza e più tolleranza sarà richiesta ad i miei colleghi ecologisti. D'altronde, come ogni possesso accumulato, non posso portare la loro stima (o disistima) con me nella tomba, men che meno nell'oltretomba. Comunque, cara M.C., la mia posizione non è così tragica, è semplicemente tragicomica... vedrai che qualcuno sarà in grado, malgrado tutto, di apprezzare la mia faccia tosta e la sincerità. In fondo sono uno di quelli che inneggia al "parla come mangi" ed in questo periodo faccio buon uso di peperoncino, aglio e cipolla. Buona vita a te ed a noi, un abbraccio affettuoso"

Non aggiungo altro, per ora!

Paolo D'Arpini

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Articoli connessi: https://www.google.com/search?rls=aso&client=gmail&q=Greta%20gretini%20paolo%20d%27arpini&authuser=0  

giovedì 3 ottobre 2019

Segui le tracce di Greta e trovi Paperone


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Da Al Gore a Goldman Sachs, per Greta Thunberg la créme de la créme ecologista

Non poteva mancare, nel ruolo di protagonista assoluto, quella che alla globalizzazione e all’UE ha donato Mario Draghi e il capo della Bank of England, Mark Carney: Goldman Sachs, fornendo la cornice all’affresco verde che salverà il mondo nell’occasione dell’epifania di Greta al Palazzo di vetro, ha rivelato al mondo il primo Indice Globale dei più validi titoli ambientali. Vi figurano la molto peccaminosa HSBC, JP Morgan Chase, ma anche Merrill Lynch, American International Group e altri. Nell’indice, intitolato CDP Environment EW, che punta ad attirare fondi di investimento, fondi pensionistici e altri verso obiettivi meticolosamente selezionati, figurano anche Google, Microsoft, Philips, Danone, Diageo e, ovviamente, Goldman Sachs.

E da questo retroterra che fiorisce il Green New Deal  con le sue sibille oracolanti, Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez, sotto diretto padrinato di Al Gore e del suo partner David Blood, ex-Goldman Sachs. Ocasio-Cortez, uno degli idoli della sinistra imperialista, alla “manifesto”, ha elaborato una trasformazione in verde dell’intera economia statunitense al costo di 100 trilioni di dollari. In Svezia la piccola Greta è Consulente e Fiduciaria Speciale  dell’ Ong “We don’t have time” (Non ci rimane tempo), fondata dal suo Amministratore Delegato Ingmar Rentzhog. Il quale Rentzhog è socio dell’associazione di Gore “Leader dell’Organizzazione per la Realtà Climatica”, a sua volta affiliata a “We don’t have time” di Greta Thunberg. Quanto a Ocasio-Cortez, madrina dell’operazione negli Usa, è stata sostenuta nella sua candidatura al Congresso da un gruppo chiamato “Justice Democrats”. Ora che è deputata, Ocasio-Cortez vanta un collaboratore parlamentare di primissimo piano: Zack Exley, Dirigente di “Open Society Foundation”, da questa finanziato,  come anche dalla Ford Foundation, proprio per dar vita a “Justice Democrats”, gli sponsor di Ocasio-Cortez. Non credo di dirvi alcunchè di sorprendente se ricordo che “Open Society Foundation” è l’organizzazione con la quale George Soros finanzia mezzo mondo. Quello impegnato in tutti regime change, colorati o meno, e nella deportazione via Ong di popolazioni dalle terre fertili e ricche di risorse in Africa, Asia e America Latina.

Juncker: baci ed euro sonanti per il nuovo Sessantotto del “manifesto”

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Bel campionario di miliardari, già carnefici dell’ambiente e ora tutti climatologi. Poteva mancare l’imperatore dell’austerity europea e principe del paradiso fiscale lussemburghese? Baciata galantemente la mano alla signorina Thunberg a febbraio, l’ancora capo della Commissione Europea, Juncker, promise solennemente che ogni quarto euro dell’eurobilancio sarebbe stato d’ora in poi dedicato al cambiamento climatico. Chi ne sarebbe stato il ricevente e gestore? Ma ovviamente il nuovo ente “Breakthrough Energy-Europe”. E chi fa parte del nuovo ente? Ma ovviamente tanti bravi filantropi già con l’acquolina in bocca per le tante opportunità che l’esercito della piccola pifferaia gli rimedierà in termini di rilancio capitalistico: Aerolinea Virgin, Bill Gates, Alibaba (l’equivalente cinese di Amazon), Zuckerberg (Facebook), il principe saudita Al Walid bin Talal, David Rubenstein (Carlyle Group), Softbank di Tokio, il gigante dei fondi di investimento a rischio, Julian Robertson, l’immancabile George Soros con il suo Soros Fund Management, per citare solo alcuni del Gotha dell’ambientalismo mondiale.


Fulvio Grimaldi 

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Commento di Vincenzo Brandi: "Un ottimo illuminante ed informato articolo di Fulvio Grimaldi. Rileggete anche il mio articoletto sulla Voce di GAMADI (www.gamadilavoce.it) di ottobre, sezione "scienza", che sinteticamente espone idee simili." (Vincenzo Brandi)