sabato 16 maggio 2026

Dazibao. "Trump e Xi: il fallimento più grandioso di sempre..."


La forma estremamente cordiale dell'incontro tra Trump e Xi Jinping rivela una poca consistenza nella sostanza. I due Paesi non hanno trovato punti di incontro su nessuno dei dossier più delicati.

“Il vertice più grandioso di sempre”, così Trump ha definito i due giorni a Pechino, ancora prima che finissero. Ora che è atterrato negli Stati Uniti, si fa fatica a trovare non solo qualcosa di grandioso — ma anche solo qualcosa di concreto.

I toni sono stati estremamente cortesi e l’accoglienza diplomatica al massimo livello, ma l’incontro tra i leader sembra aver raggiunto uno scarso consenso, e la domanda posta dai vertici cinesi, cioè se sia possibile “evitare la Trappola di Tucidide”, resta una domanda senza risposta.

Paragonando l’incontro di questa settimana con il viaggio di Trump in Cina nel 2017, è evidente un downgrade nelle relazioni tra i due paesi.

L’accoglienza all’aeroporto: un onore apparente

A ricevere Trump all’aeroporto c’era il vicepresidente Han Zheng. In apparenza un onore — il vicepresidente della Repubblica Popolare. In realtà, per chi conosce la gerarchia del PCC, un segnale sottile ma preciso.

Nel 2017 era andato a prendere Trump Yang Jiechi, allora segretario dell’Ufficio della Commissione Centrale per gli Affari Esteri — il vero architetto della diplomazia cinese. L’equivalente oggi sarebbe Wang Yi, che ricopre lo stesso ruolo ed è inoltre membro dell’Ufficio Politico. Han Zheng, invece, è un funzionario che Xi ha sistemato alla vicepresidenza dopo il suo pensionamento dal Politburo — una carica che nella Cina post-limite-dei-mandati ha perso il peso politico che aveva un tempo, quando serviva da anticamera alla presidenza: Hu Jintao era stato vice di Jiang Zemin, Xi Jinping vice di Hu Jintao. Oggi non è più così.

Per capire la differenza, basta un confronto: quando Kim Jong-un arriva in Cina in treno, ad accoglierlo ci sono Wang Huning e Cai Qi, entrambi membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico — il vertice assoluto del potere cinese. Trump ha avuto Han Zheng.

I colloqui tra leader: due comunicati differenti

I colloqui tra Tump e Xi Jinping sono durati due ore e quindici minuti, ben oltre l’ora o l’ora e mezza prevista. Ma la lunghezza dell’incontro non si è tradotta in sostanza: il comunicato di Xinhua non riporta nessun accordo degno di nota. L’unico consenso menzionato — organizzare bene APEC e G20 di quest’anno — è talmente marginale da essere relegato in fondo al testo.

Basta confrontare con il 2017. Il comunicato di allora elencava accordi su commercio, tecnologia, antidroga, antiterrorismo, comunicazioni militari. Cominciava con una serie di “entrambe le parti credono”, “entrambe le parti concordano” — la grammatica della reciprocità. Questa volta il comunicato contiene paragrafi introdotti da “Xi dice”, “Xi sottolinea”, “Trump ha affermato”. Il passaggio più significativo riguarda Taiwan:

Xi Jinping ha sottolineato che la questione Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, può contribuire a mantenere la stabilità complessiva delle relazioni bilaterali. Se gestita male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, mettendo a repentaglio l’intero rapporto tra Cina e Stati Uniti. L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono incompatibili; il mantenimento della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenta il massimo denominatore comune tra Cina e Stati Uniti, e questi ultimi devono affrontare la questione di Taiwan con la massima cautela.

Il comunicato statunitense è invece estremamente sintetico, non fa cenno alla questione taiwanese ma sottolinea lo scenario iraniano:

Il Presidente Trump ha avuto un incontro positivo con il Presidente cinese Xi. Le due parti hanno discusso le modalità per rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi, tra cui l’ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane e l’incremento degli investimenti cinesi nelle nostre industrie.

I vertici di molte delle più grandi aziende statunitensi hanno partecipato a una parte dell’incontro.

I Presidenti hanno inoltre sottolineato la necessità di consolidare i progressi compiuti per porre fine al flusso di precursori del fentanil verso gli Stati Uniti, nonché di incrementare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani.

Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia. Il Presidente Xi ha inoltre ribadito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, esprimendo interesse ad acquistare maggiori quantità di petrolio americano per ridurre in futuro la dipendenza della Cina dallo Stretto. Entrambi i Paesi hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.

Nei pochi minuti aperti alla stampa, Xi ha aperto con la trappola di Tucidide — il rischio strutturale di guerra tra potenza egemone e potenza emergente. “Una domanda posta dalla storia, dal mondo e dal popolo”, come ha affermato il presidente cinese.

Trump ha abbassato immediatamente il livello. Ha elogiato Xi, ha detto di aver portato i migliori CEO del mondo a Pechino. Nessun accenno al ruolo storico degli Stati Uniti, nessuna visione, nessuna risposta alla domanda posta.

Queste le parole di Trump:  "Ammiro tutto ciò che la Cina ha realizzato. Lei è un grande leader. Lo dico a tutti. Lei è un grande leader. A volte la gente non gradisce che io lo dica, ma lo dico comunque perché è vero. Dico solo la verità. A nome della nostra illustre delegazione, a nome dei più brillanti imprenditori del mondo e, vorrei aggiungere, a nome delle migliori persone del mondo. Abbiamo talenti eccezionali, e sono tutti qui con me. Ognuno di loro. Abbiamo invitato i 30 migliori imprenditori del mondo, e tutti hanno accettato con entusiasmo. Non volevo invitare il secondo o il terzo in classifica; ho invitato solo i migliori. Sono qui oggi per rendere omaggio a Lei, alla Cina, e non vedono l’ora di avviare scambi commerciali e cooperazione. Daremo il massimo. Pertanto, attendo con grande interesse i nostri colloqui, un incontro davvero significativo. Alcuni dicono che questo potrebbe essere il più grande vertice della storia. Non hanno mai visto niente di simile. Posso affermare che negli Stati Uniti se ne parla. È un onore essere qui con Lei. È un onore essere tuo amico. Il rapporto tra Cina e Stati Uniti sarà più forte che mai".

"Il risultato diplomatico più concreto sembra essere la nuova formula per definire la relazione bilaterale: 中美建设性战略稳定关系, “relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva.”

Il presidente Xi Jinping ha spiegato che la “stabilità strategica costruttiva” dovrebbe essere: "una stabilità positiva basata sulla cooperazione una stabilità benigna con una competizione moderata una stabilità normale con divergenze gestibili una stabilità duratura con la prospettiva di una pace"

Ma la formula è temporanea. Come si legge nel comunicato di Xinhua: "Le due parti hanno concordato che questa formula costituisca il nuovo posizionamento strategico del rapporto, con un orizzonte dichiarato di almeno tre anni".

Vale la pena notare l’evoluzione: con Clinton e Jiang Zemin la relazione era “partnership strategica”, con Hu Jintao divenne “collaborazione strategica”. Ora al centro c’è la stabilità. È Pechino che sceglie la parola, ed è una parola che dice molto su chi, in questo momento, ha più interesse a congelare lo status quo.

Commercio: un nulla di fatto.

Prima ancora del vertice, il segretario al Tesoro Bessent e il vicepremier He Lifeng si erano incontrati d’urgenza in Corea del Sud per preparare il terreno commerciale. Il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato un comunicato piuttosto stringato sull’incontro:

Mercoledì, 13 maggio u.s., le delegazioni cinese e statunitense hanno avuto in Corea del Sud uno scambio franco, approfondito e costruttivo su questioni economiche e commerciali di interesse comune, nonché sull’ulteriore ampliamento della cooperazione pratica.  Le consultazioni sono state condotte dal vice primo ministro cinese He Lifeng, nonché referente cinese per gli affari economici e commerciali tra Cina e Stati Uniti, e dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, referente principale.

Guidate dall’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, le due parti hanno ribadito il principio del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.  Nel linguaggio diplomatico cinese, uno scambio “franco” e “approfondito” significa che le divergenze sono serie. “Costruttivo” significa che almeno non si sono aggiunte nuove rotture. Non è un grande risultato — è il minimo sindacale.

Il contesto rende tutto più urgente: l’accordo commerciale siglato a Busan lo scorso ottobre scade a novembre. Trump ha invitato Xi a visitare gli Stati Uniti a settembre del 2026. Sarà in quell’incontro — non in questo — che si deciderà se prolungare la tregua o riscrivere tutto da capo. Il vertice di questi giorni è stato poco più che un modo per arrivare vivi a settembre.

Per quanto riguarda gli accordi confermati, Trump ha annunciato che la Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing. “Boeing voleva 150, ne hanno ottenuti 200”, ha detto il presidente. Peccato che Boeing in borsa abbia perso il 4,6% dopo la notizia — non esattamente la reazione di chi ha appena incassato il contratto del decennio.

Bloomberg chiarisce che non è ancora chiaro quali modelli siano inclusi nell’ordine, e che le aspettative reali del settore puntavano a qualcosa come 500 737 Max. Siamo quindi sotto le attese di mercato, non sopra.

Come riporta Reuters, nello stesso giorno dell’incontro tra Trump e Xi, il dipartimento del commercio statunitense ha autorizzato circa 10 aziende cinesi ad acquistare il secondo chip per l’intelligenza artificiale più potente di Nvidia, l’H200, mentre l’amministratore delegato Jensen Huang cerca di ottenere una svolta in Cina questa settimana. Questi “circa 10 aziende cinesi” includono Alibaba, Tencent, ByteDance, JD.com, Lenovo e Foxconn.

La Casa Bianca aveva però già dato il via libera formale alla vendita degli H200 in Cina a gennaio 2026, con un framework che prevedeva che Nvidia versasse il 25% dei ricavi al governo americano. Il problema è che da gennaio a oggi non è stato consegnato un solo chip. Le aziende cinesi hanno sospeso gli ordini su pressione di Pechino, che teme possibili manomissioni hardware da parte americana.

Rivelatore dell’andamento dell’incontro è anche quello che è successo con la carne bovina americana, riportato da Reuters.

Durante il summit, le autorità doganali cinesi hanno brevemente riattivato le licenze di esportazione per centinaia di impianti di carne bovina americani — più di 400 stabilimenti avevano perso l’accreditamento nell’ultimo anno, rappresentando circa il 65% delle strutture un tempo registrate. Per qualche ora, lo stato delle licenze sul sito delle dogane cinesi è passato a “valido”. Poi, senza spiegazioni, è tornato a “scaduto”.

Le esportazioni di carne bovina americana in Cina sono già crollate da un picco di 1,7 miliardi di dollari nel 2022 a circa 500 milioni l’anno scorso. Pechino ha acceso e spento questo interruttore durante il summit.

Questione Taiwan: “la questione più importante”.

Su Taiwan Xi non ha usato mezzi termini. La questione è “la più grande e importante” nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, la relazione regge; se gestita male, le due potenze rischiano la collisione. “L’indipendentismo è incompatibile con la pace nello Stretto.” Parole nette, senza margine di interpretazione.

Il confronto con il 2017 è illuminante. Allora Xi si limitava a chiedere che Washington mantenesse il principio di una sola Cina ed evitasse di disturbare il quadro generale della relazione. Un appello alla prudenza. Questa volta il registro è diverso: non si richiede prudenza, si avverte di conseguenze. La parola “incompatibile” è nuova. Il riferimento esplicito al conflitto è nuovo. E soprattutto è nuova la gerarchia che Xi  stabilisce: Taiwan prima di tutto, tutto il resto è secondario.

La risposta americana? Il comunicato della Casa Bianca non menziona Taiwan nemmeno in una riga. Nel 2017 Trump aveva dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti mantenevano saldamente il principio di una sola Cina. Questa volta, silenzio.

A coprire il vuoto ci ha pensato Rubio, con un’intervista ai media che ha sollevato più domande di quante ne abbia risolte. Ha detto che la posizione americana non è cambiata, che si mantiene l’ambiguità strategica. Quando il giornalista gli ha chiesto direttamente se la Cina vuole invadere Taiwan, Rubio ha risposto così: "Beh, credo che in un mondo ideale la Cina preferirebbe che Taiwan si unisse volontariamente. Quello che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione. Credo che sia questa la loro preferenza. In definitiva, la questione occupa un posto di rilievo nel mandato del Presidente Xi. Durante il suo mandato, ha chiarito che quella che chiamano riunificazione, così la chiamano, è qualcosa che deve accadere a un certo punto. Noi pensiamo che sarebbe un terribile errore imporla con la forza o con qualsiasi altro mezzo simile. Ci sarebbero ripercussioni a livello globale, non solo da parte degli Stati Uniti, e preferiamo lasciare le cose come stanno. Questo tipo di ambiguità è ciò che, credo, ha definito il nostro modo di affrontare la questione. E il motivo risiede nelle ambiguità strategiche. Non vogliamo assistere a un conflitto. Non vogliamo che accada qualcosa di destabilizzante, perché credo che sarebbe molto destabilizzante per il mondo e per entrambi i Paesi".

Non esattamente una dichiarazione di sostegno a Taipei, e non una chiarificazione sulla posizione statunitense a riguardo. Il fatto che sia la migliore risposta disponibile da parte americana dice molto sullo stato delle cose.

C’è un’altra asimmetria che vale la pena notare, e riguarda l’Iran. Il comunicato della Casa Bianca — quello che non menziona Taiwan — trova invece spazio per sottolineare che Xi si è detto d’accordo sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz, sulla sua non militarizzazione, e sul fatto che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari. Piccola vittoria americana, almeno sulla carta.

Peccato che il comunicato di Xinhua non riporti nulla di tutto questo. La stessa riunione, due versioni incompatibili. Pechino non ha sentito il bisogno di confermare pubblicamente il proprio sostegno alla linea americana sull’Iran — e questo dice molto su quanto quel consenso sia solido. Trump dal canto suo ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto cinese sull’Iran. Un’affermazione curiosa, considerando che è andato fin a Pechino a cercarlo.

E poi c’è il documento che dovrebbe preoccupare di più, e che invece è rimasto in secondo piano nel circo mediatico del summit.

Il Washington Post riporta in esclusiva l’esistenza di un’analisi riservata dell’intelligence americana, prodotta questa settimana per il presidente del Joint Chiefs of Staff, generale Dan Caine. Il documento usa il framework “DIME” — diplomatico, informativo, militare, economico — per valutare come la Cina stia sfruttando la guerra in Iran per massimizzare il proprio vantaggio strategico sugli Stati Uniti.

I punti principali, secondo i funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato: "La Cina ha venduto armi agli alleati degli Stati Uniti del Golfo mentre questi faticavano a difendersi dagli attacchi iraniani — posizionandosi come fornitore di sicurezza affidabile mentre Washington era impegnata a bombardare".

Pechino ha aiutato decine di Paesi a gestire la crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran — offrendo tecnologia verde cinese come soluzione strutturale di lungo periodo. Da notare che durante le precedenti crisi energetiche, Washington ha sempre inviato funzionari in tutto il mondo e convocato riunioni di emergenza per affrontare la carenza. Ma l’amministrazione Trump non ha mostrato alcun interesse in un’iniziativa simile.

La guerra ha prosciugato le scorte americane di munizioni critiche: missili Patriot, intercettori THAAD, Tomahawk. Alleati come Taiwan, Giappone e Corea del Sud guardano con crescente preoccupazione alla capacità reale degli USA di intervenire in caso di crisi.

La Cina risulta essere il secondo paese al mondo più isolato dalla crisi energetica, grazie alle riserve petrolifere e all’espansione delle energie rinnovabili.

Ryan Hass del Brookings Institution, citato dal Post, lo sintetizza così: “La Cina si sta presentando come fornitore di soluzioni — non per altruismo, ma per creare cunei tra l’America e i suoi tradizionali alleati.”

Secondo gli esperti, l’analisi fornisce nuove informazioni sulla reazione della Cina alla guerra, come ad esempio la fornitura di armi agli alleati degli Stati Uniti, rafforzando al contempo il crescente consenso sul fatto che il conflitto stia spostando l’equilibrio di potere a favore di Pechino.

“Nel complesso, la guerra in Iran sta migliorando enormemente la posizione geopolitica della Cina”, ha affermato Jacob Stokes, ricercatore senior presso il Center for a New American Security.

Ma l’amministrazione attuale non pensa così. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha risposto che “le affermazioni secondo cui l’equilibrio globale del potere si sia spostato verso qualsiasi nazione che non siano gli Stati Uniti sono fondamentalmente false.” La Casa Bianca ha parlato di “decimazione delle capacità militari iraniane in 38 giorni.”

Tornando al vertice di Pechino, a completare il quadro, un dettaglio che nel 2017 sarebbe stato impensabile: nessuna conferenza stampa congiunta. Nel primo mandato, il secondo giorno si chiudeva con Trump e Xi davanti ai microfoni insieme. Questa volta, niente. Ognuno ha comunicato per conto proprio, con messaggi diversi, a platee diverse. La fotografia esatta di quanto i due paesi stiano parlando linguaggi sempre più distanti, anche quando siedono allo stesso tavolo.

Subito dopo Trump, arriva Putin

Trump non ha ancora finito di volare verso casa che Pechino si prepara ad accogliere il prossimo ospite. Il 20 maggio 2026 Vladimir Putin sarà in Cina per una visita di un giorno. Ufficialmente “routine”, parte dei normali rapporti tra Mosca e Pechino. Non ci si aspetta nessuna parata e nessuna cerimonia elaborata.

Sarà la prima volta nella storia che la Cina ospita, nel corso di un solo anno, i leader delle due principali potenze mondiali nello stesso mese, al di fuori di un contesto multilaterale. E dopo Putin, Pechino diventerà il primo Paese ad avere ricevuto tutti e quattro i leader degli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU nel giro di pochi mesi: Macron a dicembre, Starmer a gennaio, Trump il 14-15 maggio, Putin il 20 maggio.

E non è una coincidenza.


Dazibao, 15 maggio 2026 

https://www.youtube.com/@dazibao


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venerdì 15 maggio 2026

La Flotilla riparte senza nessuna protezione istituzionale...

 


E così a Marmaris, in Turchia, i 300 attivisti che hanno deciso di mettere a repentaglio la propria incolumità per denunciare la barbarie di Israele e andare in soccorso della popolazione palestinese, hanno sciolto ogni riserva: la navigazione verso Gaza riparte. Non sono mancati in questi giorni i tentativi di dissuaderli e di farli tornare indietro. Ci ha provato Israele con l’arresto illegale di Thiago e Saif, il pestaggio di tanti loro compagni, la messa fuori uso di diverse imbarcazioni mandate alla deriva, con gli equipaggi a bordo e il mare in tempesta. Poi ci hanno provato i vari governi europei, a cominciare da quello greco, che ha dimostrato una piena complicità con Tel Aviv nel non esercitare alcuna sovranità su acque lontanissime dalle coste israeliane. Oggi, 12 maggio, l’Unione Europea ha fatto sapere che la Flotilla non godrà di alcuna protezione nella sua navigazione verso Gaza: non è una novità, era già successo nelle precedenti occasioni, ma il dichiararlo esplicitamente fa un certo effetto.

Il governo italiano tace, o meglio si scopre europeista, nel senso di accodarsi agli altri Paesi che rinunciano a difendere i loro cittadini che con coraggio stanno andando semplicemente a sostenere i diritti di un popolo, a portare soccorso, a denunciare l’orrore quotidiano insopportabile che arriva dalle macerie di Gaza e di tanta parte della Palestina e del Libano.

A dare una mano a questo gruppo di coraggiosi ci sono solo i popoli, ci sono i lavoratori e le lavoratrici, la generazione di Gaza o il popolo dell’autunno come lo si voglia definire. Lo strumento dello sciopero generale serve a questo, a consentire a questo mondo di tornare a farsi sentire e ad agire come equipaggio di terra per spingere avanti quelle barche, le barche della speranza, le barche dell’umanità.

Nello sciopero dovranno vivere tutti i temi che andiamo agitando in questi mesi e che stanno affollando gli scioperi di settore che sono stati agiti in queste settimane, da quello dei lavoratori pubblici a quello dei portuali, dagli scioperi dei trasporti alle proteste contro i licenziamenti nella logistica, allo sciopero della scuola di soli pochi giorni fa fino a quello nazionale delle cooperative sociali che cade casualmente proprio il 18 maggio. Ognuna di queste proteste ha una sua specificità, e racconta contemporaneamente di una condizione del lavoro in Italia che sta subendo continui attacchi sul piano dei diritti, del salario e delle modalità di organizzazione. È giusto che nello sciopero del 18 trovino espressione queste ragioni che stanno tornando ad animare un conflitto sociale di cui si sente un grande bisogno. Ma questo sciopero generale ci parla anche e soprattutto della voglia di fermare la barbarie e di costringere il governo Meloni a rompere le relazioni con uno Stato terrorista.

È uno sciopero per dire ai fratelli e alle sorelle della Flotilla: noi ci siamo, non siete soli e sole, e faremo di tutto per proteggervi.

È uno sciopero per sostenere i diritti calpestati dei palestinesi e rivendicare la loro sacrosanta ragione di vivere in pace nella loro terra.

È uno sciopero contro il riarmo e le tante aggressioni ai popoli che questo riarmo sostiene che sta dentro le iniziative costanti e concrete come lo sciopero contro le armi, l’obiezione di coscienza e le mobilitazioni internazionali che USB sta praticando da mesi.

In ogni città e in ogni paese è il momento di preparare la mobilitazione generale, senza paura e senza tentennamenti. Lo sciopero lo ha proclamato l’Usb ma appartiene a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici, è stato indetto nel pieno rispetto delle maledette regole vigenti, è a disposizione di chiunque.

Ricordiamo gli appuntamenti che abbiamo davanti: il 16 maggio le due manifestazioni di Roma e Milano per la Palestina in occasione della ricorrenza della Nakba – 18 maggio manifestazioni in tutte le città in occasione dello sciopero generale – 23 maggio manifestazione nazionale operaia a Roma per il salario e contro la guerra.


Le Piazze in Aggiornamento:

Genova: Prefettura, Largo Lanfranco 1, ore 10:00

Bologna: Piazza Gaza (ex Piazza Maggiore) ore 10:00

Pisa: Piazza Gaza (ex Piazza) XX Settembre ore 9:00

Firenze: Prefettura, Via Cavour 1, ore 10:00

Massa: Palazzo del Comune, ore 9:00

Trieste: Colle di S.Giusto, ore 10:00

Roma: Piazza Gaza (ex Piazza dei Cinquecento) ore 10:00

Torino: Piazza Gaza (ex piazza palazzo di città) ore 9.30

Napoli: Piazza del Gesù ore 10:00

Pescara: Piazza Unione (palazzo Regione Abruzzo) ore 9:30

Milano: Piazzale Loreto ore 9:00

Brescia: Piazza Duomo, ore 18:00

Rimini: Piazza Cavour, ore 9:00

Bari: Piazza Libertà (Prefettura), ore 9:30

Perugia: Piazza Italia ore 9:00

Livorno: Varco Valessini, ore 6:00 - Piazza del Municipio, ore 9:00 

Padova: presidio davanti a Confindustria, ore 10:30, Piazza Zanellato, corteo da via 8 Febbraio (davanti al Municipio) ore 18:00



Coordinamento Nazionale No Nato 

giovedì 14 maggio 2026

Donald Trump in Cina si arruffiana Xi Jinping e manda messaggi traversi...



"Cina, un Paese straordinario, con un leader, il presidente Xi, rispettato da tutti. Accadranno grandi cose per entrambi i Paesi!”. Anche se non si sapesse chi ha scritto queste parole, sarebbe facile indovinarne l’autore: siamo ormai tanto abituati allo stile di Donald Trump che basta leggere quello che scrive sul suo social Truth per riconoscere la firma, il marchio di fabbrica.

Così, giunto a Pechino, il capo della Casa Bianca mostra il solito entusiasmo che precede i momenti istituzionali importanti; entusiasmo diverso da quello delle fasi più critiche, quando - con sguardo torvo e atteggiamento da “leone da tastiera” - spara  palle incatenate contro interlocutori o nemici. (Rai News)

Negli ambienti diplomatici mondiali ci si chiede "tutto questo ottimismo durerà fino al momento della partenza da Pechino, se il tycoon non avrà ottenuto quel che si prefigge dalla Cina?"

Secondo Politico, Trump è arrivato a Pechino in cerca di favori. Il team del Presidente degli Stati Uniti si trova in una posizione molto difficile, afferma l'analista Zach Cooper che descrive l'umore del Presidente americano come "preoccupato e indebolito".

La Casa Bianca aveva annunciato che l'incontro tra Trump e Xi Jinping del 14 maggio 2026 si concentrerà, tra le altre cose, sul commercio e sulla guerra in Iran.
Questa è la prima visita del Presidente degli Stati Uniti in Cina in nove anni.  È accompagnato dai vertici delle principali aziende americane.

Intanto,  a latere dell'incontro di Trump  con Xi succedono varie cosette... Ad esempio l'agenzia di stampa nordcoreana KCNA ha riportato la visita in Corea del Nord di una delegazione governativa vietnamita guidata dal Ministro degli Esteri Le Hoai Trung. Trung agisce in qualità di inviato speciale del Segretario Generale del Partito Comunista e Presidente To Lam.  I media nordcoreani non rivelano gli obiettivi e l'agenda specifici della visita...

Un precedente incontro  tra Xi Jinping e l'inviato speciale vietnamita Le Hoai Trung


(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Video collegato: 

Chas Freeman. Trump a Pechino, dopo la sconfitta in Iran: https://www.youtube.com/watch?v=sktqLLLJc6w

mercoledì 13 maggio 2026

Un attacco nucleare tattico contro l'Ucraina è possibile?

 


 C'è una concreta probabilità che un piano difensivo con l'impiego di ordigni nucleari tattici, da parte della Federazione Russa, sia sul tavolo di Putin, afferma il vice comandante del Terzo Corpo d'Armata delle Forze Armate ucraine.

Zhorin, uno dei leader neonazisti e alto ufficiale ucraino del Terzo Corpo d'Armata, ha chiarito che un piano del genere è probabilmente sul tavolo del presidente russo e potrebbe essere attuato a un certo punto.

La possibilità di una risposta nucleare tattica da parte della Russia in Ucraina è considerata un rischio possibile dagli analisti, sebbene rimanga uno scenario ipotetico con conseguenze imprevedibili. Il dibattito si basa su diverse considerazioni strategiche e dottrinali.

La Dottrina militare russa  prevede l'uso di armi nucleari tattiche nel caso in cui la sovranità nazionale sia minacciata.
 
Le armi nucleari tattiche (non strategiche) sono ordigni a potenza ridotta (da 0,1 a 50 kiloton), progettati per l'uso sul campo di battaglia contro concentrazioni di truppe o infrastrutture, piuttosto che per la distruzione massiccia di città.


Vladimir Putin ha avvertito che la Russia potrebbe utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per difendere il territorio della Russia, compresi i territori  ex ucraini recentemente annessi alla Russia con referendum popolari.

Intanto Trump si tira indietro riguardo agli accordi preliminari di Anchorage  ed ha negato di "aver raggiunto un accordo con Putin in base al quale il Donbass dovrebbe essere interamente annesso alla Russia".



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Video collegato:

Sergey Karaganov. Come la Russia vincerà la nuova guerra mondiale?: https://www.youtube.com/watch?v=VFwYvlDDdUY

martedì 12 maggio 2026

Gli USA e l'Europa non hanno più armi e denari da dare all'Ucraina...


Kaja Kallas si candida a trattare con la Russia
 

Dopo l'apertura della Finlandia di aprire un dialogo con la Russia subito si è fatta avanti la  Kallas la quale ritiene di poter negoziare con la Russia (al posto di Schröder, "troppo amico dei russi"). La commissaria estone, senza peli sulla lingua ed armi in spalla, ha osservato che "l'UE dovrebbe continuare ad aumentare la pressione sulla Russia per indebolirla e costringerla a fare concessioni".

La ministra Callas,  inoltre, è preoccupata per la sostenibilità del programma di armamenti ucraino. Negli ultimi mesi, alcune capitali europee sono diventate sempre più scettiche riguardo al programma di approvvigionamento di armi per l'Ucraina, e alcune esitano persino a stanziare nuovi fondi, oltre i 90 miliardi  di euro già impegnati.

Secondo quanto riportato da WP,  diversi Paesi d'Europa si rifiutano di fornire all'Ucraina   nuove armi e denari, temendo di compromettere le proprie capacità di difesa e di non poter più far fronte alle necessità sociali, mentre le popolazioni sempre più povere e derelitte scendono a protestare in piazza.

Il problema di carenza di armamenti dipende dagli Stati Uniti che hanno ridotto le forniture di armi essenziali all'Europa a causa della guerra con l'Iran.  Zelensky, uggiato, ha rifiutato di commentare la situazione, scrive WP.

Malgrado tutti questi problemi la  commissaria europea Marta Kos ha dichiarato che "l'UE potrebbe iniziare i negoziati con l'Ucraina sull'adesione già a giugno:  "Ho ricevuto un messaggio positivo da Magyar [il primo ministro ungherese] su questo argomento, sottolineando che è pronto a trattare tutti i Paesi candidati all'adesione all'UE su un piano di parità."

In questo modo l'Unione europea continua il suo percorso di autodistruzione. Tra l'altro, accettando nella UE un Paese totalmente corrotto  e dedito al terrorismo, con enormi problemi finanziari e strutturali, sarà come dare ospitalità ad una cosca mafiosa a cui bisogna pagare il pizzo. Inoltre i contadini europei non saranno davvero felici.



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

lunedì 11 maggio 2026

Cuba resiste alle minacce di Trump...

 La guerra  contro l'Iran dice male agli USA?  Nella patria degli Ayatollah hanno trovato un degno avversario, che  rompe le corna agli yankee. Allora, per riconquistare il primato di "prima potenza militare mondiale",  il Trump di "America First" si rivolge  contro un nemico apparentemente meno pericoloso, a due passi dalla Florida, l'Isola di Cuba!

"Gli Stati Uniti si preparano ad attaccare Cuba: aerei sono attivi al largo della costa", scrive la CNN

"Gli Stati Uniti si prenderanno cura di Cuba" -ha detto Donald  Trump- "È un Paese in bancarotta. Cuba, Venezuela... hanno tutti votato per me", ha aggiunto il Presidente degli Stati Uniti.

Gli aerei della Marina e dell'Aeronautica statunitensi hanno effettuato almeno 25 voli con aerei e droni vicino alle principali città del Paese.  Situazioni simili sono state osservate nel periodo precedente alle operazioni militari statunitensi in Venezuela.

In precedenza, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti si sarebbero "occupati" di Cuba e che il Paese si sarebbe "arreso" non appena la portaerei americana USS Abraham Lincoln si fosse avvicinata alle sue coste. Chi altro, dopo Cuba,  ha intenzione di "liberare" il "pacificatore" Donald?  
Ma forse il tycoon non tiene conto del sostegno promesso all'isola da Putin e Xi... e magari si romperà le corna pure lì nell'isola di Fidel Castro e Che Guevara...



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Articolo in sintonia:

domenica 10 maggio 2026

Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia!... - Resoconto assemblea plenaria CNNN del 4 maggio 2026


Premessa

All’assemblea erano presenti:

Emanuele Lepore, Elena Abate (Osservatorio contro militarizzazione scuole e università), Patrizia Sterpetti (WILPF Italia), Gabriele Giovanoli e Fabio De Maio (Coord. Modenese contro la guerra imperialista), Lucia De Sanctis (Pax Christi), Luigi e Verdiana (Antudo Palermo), Riccardo (NCN Firenze), Ludovico Chianese (Tavolo uniti contro la guerra Napoli), Marianna Panico (Generazioni Future), Chiara (Taranto per la Palestina), Stefano Antonelli (Brigate Verdi), Elena e Leonardo Mazzei (Fronte del Dissenso), Chiara Benedetti, Mauro Morini, Emanuele Montagna (CNNER), Enrico Lallai e Enrico Lobina (Sardegna chiama Sardegna), Max Aliprandini (Lega Obiettori di Coscienza), Emanuele Fanesi (Prospettiva Umbria), Davide Guerra e Chiara Masini (Partito dei Carc), Antonella (Torre del Greco per la Palestina), Chiara Intermite (Sud in Movimento), Michele Ziveri (PCUP), Alessandro Capuzzo (Tavola per la pace FVG e No Green Pass e oltre Trieste), Mila e Baldo (Collettivo Millepiani Arezzo), Ida Merello (Coord. No Riarmo), Marta (rete resistenza attiva), Piero Vannuccini, Carlotta Gandolfi, Patrizia Morciano, Francesco Ravelli, Ossama al jaber, Giuliano Bertozzini e altri (totale partecipanti 45).

Non siamo riusciti a riportare i nominativi di tutti i partecipanti (scusateci!) e non riusciamo a portare per esteso il contenuto di tutti gli interventi, faremo quindi una sintesi delle questioni principali, elencheremo le date e iniziative segnalate e i link condivisi durante la riunione.

L’assemblea ha inizio alle ore 20.45 e si chiude alle 22.40. Al centro del dibattito

- il bilancio delle iniziative dello scorso 4 aprile promosse dal Coordinamento Nazionale No Nato;

- un ragionamento più ampio sulla fase attuale (allargamento della guerra mondiale, esito delle piazze del 25 aprile, attacco alla Global Sumud Flotilla);

- iniziative e proposte in corso verso il 2 giugno.

I gruppi locali promotori delle iniziative del 4 aprile fanno un bilancio positivo per la riuscita delle iniziative, per il contenuto politico delle iniziative e per la convergenza delle forze che vi hanno partecipato. In particolare a Ghedi (BS), dove l’appello ha raccolto molte adesioni di gruppi locali, e a Bologna, dove l’iniziativa si è tenuta in un quartiere popolare che ha risposto bene. A Roma, l’assemblea di fronte al Comando Operativo Vertice Interforze si è tenuto nonostante il diniego della questura e questa è stata una vittoria perché mai prima di allora si era tenuta un’assemblea così vicina ai cancelli della base. A Napoli, il corteo a Capodichino ha visto la partecipazione e convergenza di realtà locali che possono costruire un percorso insieme. Dobbiamo quindi lavorare su questi risultati e costruire. Bene sono andate anche le iniziative a Firenze (presidio alla Caserma Predieri, nuovo comando Nato), Milano e altre attività più piccole ma comunque importanti (volantinaggi, striscionate) in altre città.

Per quanto riguarda il 25 aprile e la cacciata di sionisti dalla piazza di Milano, avviata da un piccolo nucleo di militanti e poi diventata ampia contestazione da parte dei partecipanti al corteo istituzionale, l’assemblea concorda sul fatto che sia una vittoria importante segno della difficoltà a portare in piazza in maniera più smaccata simboli e slogan dei sionisti e degli USA e che ci si può organizzare per impedire a questi soggetti di promuovere le proprie iniziative di guerra. A Roma, i sionisti non si sono proprio presentati alla deposizione della corona di fiori a Piramide, mentre in altre zone sono comunque stati contestati o cacciati (es. Bergamo). In alcune piazza (Roma e Bologna) si sono presentati i sostenitori della corsa al riarmo e dell’invio di armi in Ucraina, contestati e cacciati. Dalle piazze quindi c’è stata una buona risposta che ha reso la giornata non una “celebrazione rituale” come vorrebbe il governo Meloni (il 25 aprile “di tutti”), ma come una giornata di lotta contro i promotori della guerra mondiale.

Vengono poi condivise esperienze territoriali: dalla Sicilia, militarizzata e hub della guerra USA, dove è in costruzione il più grande hub di addestramento per piloti F-35 (Trapani Birgi), alla Puglia con la sua miriade di installazioni militari a partire dalla città di Taranto e Grottaglie. Non è un caso che in questa occasione l’iniziativa di presentazione del dossier del CNNN sulle installazioni militari USA-NATO a Grottaglie è stato oggetto dell’attacco di Fratelli d’Italia che addirittura ha incoraggiato la repressione verso i lavoratori Leonardo coinvolti nell’iniziativa. L’iniziativa svoltasi nella sede di Sud in Movimento a Grottaglie (TA) si è tenuta lo stesso nonostante le pressioni e le minacce e il ronzio delle forze dell’ordine attorno al luogo della presentazione. Infine, Taranto per la Palestina segnala la buona pratica di costruzione di assemblee di quartiere, pubblicizzate con volantini e locandine, sul tema della guerra e della leva.

Testimonianze inoltre dal Friuli Venezia Giulia, dove è in piedi ancora la denuncia depositata presso il tribunale di Pordenone contro la presenza delle bombe atomiche nella base USA di Aviano (PN) per la quale ci sarà un’udienza il prossimo 15 giugno (diffonderemo nei prossimi giorni un programma di iniziative di sensibilizzazione), e dove è in corso il progetto IMEC per la militarizzazione del porto franco di Trieste già coinvolto nel traffico di armamenti.

Ancora, vengono portati contributi

- sulla petizione promossa dal Coordinamento No Riarmo, che ha come base della propria iniziativa l’art. 50 della Costituzione  diritto di petizione, che permette a tutti i cittadini di rivolgersi alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi) e come contenuto politico lo stop all’invio di armi all’Ucraina, recessione dell’obiettivo dell’aumento delle spese militari al 5% del PIL, la revoca delle sanzioni e altre misure di guerra contro la Federazione Russa, il rispetto della legge 185/90 contro il traffico di armi verso paesi in guerra (Ucraina e Israele), il divieto dell’uso delle basi militari su suolo italiano nel sostegno alla guerra di USA e sionisti contro l’Iran;

- sulla necessità di denunciare i piani di guerra dell’UE contro la Federazione Russa e la lotta per la neutralità e disarmo del nostro Paese;

- sull’importanza di sostenere l’appello che alcune soggettività e operai e altri lavoratori stanno diffondendo con l’obiettivo di far convocare al sindacalismo di base alla CGIL lo sciopero generale a sostegno della Global Sumud Flotilla;

- la necessità di legare i progetti di mappatura che molti organismi stanno portando avanti (CNNN per quanto riguarda le installazioni USA-Nato, altri sui traffici di armi, la produzione di armi, ecc.) nel confronto e dibattito e nello sviluppo di iniziative comuni;

- la necessità di concepire questa fase di guerra come opportunità per costruire qualcosa di nuovo, un fronte di forze di coloro che hanno come obiettivo quello di farla finita con la guerra imperialista.

Rispetto alla mobilitazione del prossimo 2 giugno, esistono due sostanziali appelli: uno lanciato da Rete pace e disarmo, per la costruzione di iniziative territoriali (100 mobilitazioni in 100 città) contro la guerra, per la pace e a sostegno della proposta di legge per la “difesa civile”; il secondo, frutto dell’iniziativa di A Foras, No Muos, No Base né a Coltano né altrove e altri organismi.

Il 2 giugno è, soprattutto negli ultimi anni, una ricorrenza (la “Festa della Repubblica”) utilizzata dai vari governi che si sono susseguiti per promuovere “l’unità nazionale” e la propaganda di guerra. Nessuna unità nazionale è possibile quando il paese è di fatto in guerra e in nome di questa guerra alimenta degrado sociale e ambientale, corsa al riarmo, depauperamento del settore pubblico dell’economia, smantellamento della sanità e dell’istruzione, conversione bellica della produzione, repressione. Questa giornata deve caratterizzarsi per mettere al centro non un “generico” no alla guerra, ma per mettere al centro parole d’ordine che individuano negli imperialisti USA e Nato i promotori della guerra mondiale e traducono le iniziative di lotta in favore della pace e per interrompere la spirale della guerra mondiale in iniziative di lotta contro i promotori della guerra mondiale nel nostro paese, le loro strutture militari, le loro iniziative di guerra (propaganda di guerra, militarizzazione dei territori, traffico di armi, ecc.) e contro il governo Meloni.

Viene quindi criticata la posizione espressa dalla Rete pace e disarmo in quanto la “difesa civile” è una iniziativa ideale se però è attuata in un contesto che non è di guerra, altrimenti rischia di diventare sostegno alla guerra imperialista in altra forma. Il Coordinamento si impegnerà a mettere in campo, per il 2 giugno, proprie iniziative laddove non ce ne sono, iniziative in comune con altri organismi e reti laddove sono già in corso, portando le parole d’ordine “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori l’Italia dalla Nato”, per la chiusura delle basi USA e Nato in Italia, per la smilitarizzazione dei territori e altre parole d’ordine che localmente vengono individuate per alimentare la lotta contro l’occupazione del paese da parte degli imperialisti USA e della Nato, nell’ottica di alimentare dibattito con altre forze e organismi e un fronte di lotta comune.

É importante arrivare alla giornata di mobilitazione del 2 giugno costruendola per tappe, tra cui

- le iniziative e mobilitazioni in programma per lo sciopero del 7 maggio (scuole e porti);

- le mobilitazioni in occasione della Nakba (15/16 maggio);

- eventuali scioperi, cortei, presidi e manifestazioni a sostegno della GSF;

- lo sciopero generale del sindacalismo di base del 29 maggio.

Il CNNN preparerà per l’occasione un volantino. Preparerà anche un questionario utile ai gruppi locali/territoriali da diffondere tramite banchetti per informare e raccogliere informazioni sulle installazioni USA e Nato (questionario informativo/inchiesta). La segreteria del CNNN si occuperà di produrre questi materiali.

Viene sollevata anche la proposta di costruire un gruppo di lavoro sulla leva obbligatoria, discorso su cui il CNNN può esprimersi anche combinandosi con altri organismi già attivi su questo fronte.

Iniziative segnalate:

- 2 giugno, presidio di fronte alla Caserma Predieri a Firenze (promosso da Pax Christi);

- La Notte dei Briganti il 28-29-30 agosto 2026 presso le Cave di Fantiano (Grottaglie – TA), occasione per promuovere iniziative contro la militarizzazione dei territori.

Link e articoli segnalati:

- Campagna contro gli accordi della Regione Sicilia e i sionisti stopaccordisicilia.com;

- Manifesto per la resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato alla guerra diffuso dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università;

- La critica alla legge di iniziativa popolare sulla difesa nonviolenta promossa dalla “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, dalla “Rete Italiana Pace Disarmo” e da “Sbilanciamoci!” a cui è seguita una risposta da parte di Alfio Nicotra, Coordinatore nazionale della Rete Italiana Pace e Disarmo.

Viene infine definito di convocare per giugno un’assemblea del CNNN in presenza, per fare il punto sulle iniziative in corso e ragionare su mobilitazioni e campagne comuni da promuovere (sulla desecretazione degli accordi USA-Italia, contro la militarizzazione dei territori, preparazione del controvertice NATO - a luglio ci sarà il vertice NATO in Turchia. Il controvertice è in preparazione da parte della rete GWAN, Global Women United for Peace against NATO).

L’assemblea si chiude con un appello a scrivere alla mail del CNNN per promuovere iniziative locali di presentazione del dossier sulle installazioni USA-Nato in Italia prodotto dal CNNN e con un appello a proporsi per contribuire ai lavori della segreteria del CNNN.

Coordinamento Nazionale No Nato


Telegram: https://t.me/CoordNazNoNATO

Contatto mail: coordinamentonazionalenonato@proton.me


2 giugno giornata di mobilitazione contro i promotori della terza guerra mondiale!

Chiudere le basi USA e NATO in Italia!

Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia!