lunedì 22 marzo 2021

ERDOGAN SI RITIRA DALLA CONVENZIONE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE



Pochi giorni fa il presidente turco Erdogan ha fatto ritirare la Turchia dalla Convenzione contro la Violenza sulle Donne sottoscritta nel 2011 ad Istanbul da 34 paesi, in gran parte europei, quando Erdogan sperava ancora di poter entrare in Europa. Questo provvedimento è in linea con l’ideologia del partito AKP di cui Erdogan è il capo riconosciuto. L’AKP è l’espressione del ramo turco dei “Fratelli Musulmani”, un movimento politico-religioso che dagli anni ’30 del secolo scorso si propone come alternativa ai movimenti ed ai governi laici del Medio Oriente. 

Già qualche anno fa un ministro di Erdogan aprì le ostilità contro le donne affermando che dovrebbe essere loro vietato di “ridere in pubblico”, perché altamente sconveniente. La mossa di Erdogan è stata contestata in grandi manifestazioni di donne, e non solo, avvenute soprattutto nella città più avanzata della Turchia, Istanbul.

La laicizzazione della Turchia risaliva alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando il generale laico Kemal Pascià, poi ribattezzato Atatürk, cioè “il padre dei Turchi”, abbatté con un colpo di stato il vecchio sultanato ottomano, proclamando la Repubblica. Atatürk era certamente un personaggio autoritario. Durante il suo governo, e quello dei suoi successori raccolti nel Partito Repubblicano del Popolo, furono trattate duramente minoranze etniche come Greci, Armeni e Curdi, ed oppositori, come i Comunisti. Contemporaneamente i metodi autoritari furono però anche utilizzati per modernizzare il paese da un punto di vista sia economico che culturale. Uno dei punti di questo processo fu anche quello di riconoscere i diritti delle donne, che hanno fatto molti passi in avanti durante questo periodo, specie nelle grandi città. Se si passeggia nei luoghi più moderni di quella meravigliosa città che è Istanbul, come Viale Istiklal, nei pressi del quartiere universitario, o Piazza Taksim, le ragazze che si vedono non hanno nulla da invidiare alle Parigine. Sacche di gravi atteggiamenti repressivi nei confronti delle donne erano però rimasti nell’Anatolia profonda, come illustrato nel bellissimo film “Yol” del regista comunista e perseguitato Yilmaz Güney, in cui una donna, che ha osato cercare di rifarsi una vita dopo che il marito è stato condannato ad una lunghissima pena detentiva, è tenuta incatenata in un sotterraneo dalla famiglia del marito. Ora la mossa di Erdogan cerca di girare all’indietro il nastro della storia.

Processi simili sono avvenuti in altri paesi dell’area, dove governi laici, a volte autoritari, hanno però cercato di modernizzare dall’alto i rispettivi paesi. Così ricordiamo l’azione del governo comunista dell’Afghanistan che oltre 30 anni fa cercò di imporre ad un’opinione pubblica in buona parte fondamentalista e reazionaria i diritti delle donne vietando i matrimoni combinati, in cui le ragazze venivano offerte dalle famigli al miglior offerente, ed imponendo l’istruzione obbligatoria fino alle scuole superiori alle ragazze, altrimenti condannate ad essere relegate in casa. La legislazione sulle donne nell’Iraq e nella Siria, paesi dominati per anni dal partito socialista arabo Baath, è la più avanzata del Medio Oriente, se pur promossa da governi autoritari come quello di Saddam Hussein e Afiz Assad, padre dell’odierno presidente Bashar. Considerazioni simili possono farsi per l’Egitto di Nasser, la Libia di Gheddafi, e l’Algeria del Fronte di Liberazione Nazionale. In tutti questi casi è stato ignobile il comportamento di molti paesi “civili” dell’Occidente, che per impedire uno sviluppo indipendente di questi paesi, si sono alleati con i peggiori movimenti islamici fondamentalisti e reazionari in un’ottica imperialista e neo-colonialista. Così si spiega l’alleanza tra USA e Al Qaida, guidata da Bin Laden, per abbattere il governo laico-comunista afghano, con lo sterminio o l’esilio di tutti gli elementi socialisti e progressisti. Si spiega anche l’appoggio dato alla stessa al Qaida ed ai “Fratelli Mussulmani” per destabilizzare paesi come Siria e Libia, che ne soffrono ancora drammaticamente le conseguenze, ma anche in paesi balcanici, come la Bosnia e la provincia jugoslava del Kossovo. Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.

Vincenzo Brandi



Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.