domenica 17 luglio 2022

La parabola di un inviato di guerra....

 


Ho vissuto tutta la parabola di questa categoria, dalle stelle alle stalle. E oggi anche sotto, dove scorrono i liquami. 

In Palestina, o nel Vietnam, per merito di giornalisti liberi, pensanti, indipendenti, l’inviato di guerra ha stracciato un gigantesco schema genocida e ha messo nell’angolo potenze che parevano, impunibili, immuni a ogni resa dei conti. In Ucraina ha toccato il fondo dell’abiezione nella negazione dell’assunto vantato: riferire e far capire la realtà, nelle sue tante espressioni e colorature, senza dover servire alcun interesse prestabilito.

Dalle traversate del deserto e semideserto eritreo fino all’altopiano di Keren e Asmara, sotto le bombe dell’aeronautica etiope, insieme a una pattuglia di guerriglieri del Fronte di Liberazione eritreo, alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 in Palestina; dal Vietnam devastato dal napalm e dalla diossina dell’Agente Orange in cui, ancora anni dopo la fine della guerra, ho visto nascere deformi e morire, al Nordirlanda della “Domenica di Sangue”. Una strage di Stato. Come lo sono quasi tutte. 


 
Un episodio, quest’ultimo, che mi permise di documentare, unico della mia professione, ma nel coro di mille testimoni scampati, la strage a sangue freddo compiuta a Derry contro una manifestazione pacifica di civili, dal Primo Battaglione Paracadutisti britannici, su ordine del governo. E che segnò la mia coscienza e il mio lavoro di giornalista con la consapevolezza di “che lacrime grondi e di che sangue” l’azione dei potenti. E di che menzogne. Sempre e comunque

Quel massacro doveva soffocare la rivolta, allora pacifica e poi armata, di un popolo in sacrosanta lotta di liberazione. Per me è diventata l’emblema, l’epitome di un confronto, che segna l’intera storia umana, tra minoranze ciniche e feroci e masse oppresse e sanguinanti che non si arrendono e, alla fine, vincono. Anche solo morendo in piedi e incidendo nella Storia la verità della vicenda umana. Così i palestinesi, i siriani, gli iracheni, i latinoamericani, i serbi, gli eritrei….

Come ancora Ugo Foscolo, chiudendo: “E tu onore di pianti, Ettore, avrai / Ove fia santo e lagrimato il sangue / Per la patria versato, e finché il Sole / Risplenderà su le sciagure umane”. 

Fulvio Grimaldi 



venerdì 15 luglio 2022

Ucraina. Chi vince chi perde?

 


Ora la domanda è chi perderà questa guerra. Io penso che non importa molto agli Stati Uniti se perdiamo, nel senso che i russi vinceranno in Ucraina. E penso che i veri perdenti in questa guerra saranno gli ucraini. E quel che è successo è che abbiamo portato l’Ucraina alla rovina. Abbiamo spinto molto per incoraggiarli a voler diventare parte della Nato. Abbiamo spinto molto forte per farli entrare nella Nato e fare di loro un baluardo occidentale  ai confini della Russia,  malgrado i russi avessero detto molto chiaramente che sarebbe stato per loro inaccettabile. 

Qui in effetti – e sto parlando dell’Occidente – abbiamo preso un bastone e abbiamo colpito l’orso sulla testa. E come voi tutti sapete, se prendete un bastone e colpite un orso sulla testa l’orso, probabilmente, non la prenderà bene e probabilmente risponderà. Ed è proprio questo che sta succedendo, quell’orso farà a pezzi l’Ucraina, sta per fare a pezzi l’Ucraina. 

E di nuovo ritorniamo al punto da cui siamo partiti. Chi porta la responsabilità di tutto questo. Sono i russi ad essere i responsabili? Io non credo. Non c’è dubbio che i russi stanno facendo il lavoro sporco. Non voglio mentire su questo. Ma la domanda è che chi ha portato i russi a fare questo. E secondo la mia opinione la risposta è semplice: gli Stati Uniti d’America” 

Vedi qui l’intervento completo di John Mearsheimer.

John Mearsheimer è uno dei più autorevoli e conosciuti esperti statunitensi di geopolitica. Appartiene alla scuola di pensiero realista. È professore presso l’Università di Chicago. È stato descritto come il realista più influente della sua generazione.

mercoledì 6 luglio 2022

Migrazioni globaliste e cancellazioni dell'identità...



Globalizzazione forzata e  sradicamento indotto di popolazioni, il loro trasferimento e inserimento in situazioni sociali, culturali e storiche aliene, con relativa destabilizzazione sociale per chi arriva e chi riceve. Un'operazione che si inserisce nella grande strategia del Nuovo Ordine Mondiale portata avanti dalle élites.

La domanda è "Dov'è la casa dell'Africano" ( o del maghrebino, o dell'afghano, o del bangladeshi..."), domanda che nessuno, di quelli che si agitano intorno al fenomeno delle migrazioni, per un verso o per l'altro, si pone. Tanto meno quelli che, sentendo il tintinnio delle monete che accompagna l'arrivo di questi esseri umani nei centri d'accoglienza delle Ong, Cooperative, Associazioni, o quegli altri che sanno benissimo che se non spazzi via le identità storiche come espresse nelle comunità e nelle nazioni fattesi Stato a dispetto del colonialismo, non gliela faranno mai a ottenere quella massa  amorfa e omologata che gli serve per il totalitarismo prossimo venturo.

La casa dell'Africano, in primis, non ci deve essere proprio. Meno che mai la sua propria casa, quella dei suoi, degli antenati, dell'habitat di sempre. Comporta l'aberrante segno dell'identità e, quindi, del rischio della volontà. Se ci deve essere è quella che, con grande generosità, gli diamo noi. In periferia, fuori dall'urbanità gentrificata in bianco, nelle baracche al lato dei campi della raccolta, dalla Caritas nelle mense a prolungare un altro mondo, nel mondo secolarizzato, il mito della religione buona.

A una casa  vera e propria, vicnina alla nostra, ma non troppo (vedi i ghetti neri negli USA, dopo quattrocento anni), l'africano avrà diritto una volta che Ong, parrocchia e scuola gli avranno scrostato di dosso la sua africanità.

Fulvio Grimaldi - https://fulviogrimaldi.blogspot.com/








Video collegato: https://www.byoblu.com/2022/07/04/partire-e-un-po-morire-fulvio-grimaldi-in-o-green-o-verde/

martedì 5 luglio 2022

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Trattato di Proibizione delle armi nucleari



Il 7 luglio 2022 ricorre il quinto anniversario dell'adozione del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), per il quale la rete ICAN è stata insignita del Premio Nobel per la pace. 

Proveremo a fare, nell'incontro promosso dai Disarmisti esigenti, un bilancio sulle speranze perché dalla stigmatizzazione operata di alcuni Stati (i 66 ratificanti il TPNW) si passi a un percorso che, passando per la revisione del TNP prevista ad agosto a New York, porti ad una effettiva eliminazione della "deterrenza".

Che dobbiamo considerare crimine contro l'umanità in quanto GENOCIDIO PROGRAMMATO: siamo stati disgraziatamente ma inesorabilmente tutti presi in ostaggio dalla morte atomica organizzata in logiche del ricatto e della rappresaglia!

Per introdurre la problematica che tratteremo, ecco allegato il verbale dell'incontro che abbiamo organizzato il 26 giugno, con i resoconti orali della delegazione a Vienna DE+Wilpf Italia.

A Vienna si è appena conclusa la conferenza di revisione del TPNW che ha prodotto due documenti: una dichiarazione di impegno per un mondo libero dalle armi nucleari e un piano di azione per l'implementazione e l'universalizzazione del TPNW.

Alfonso Navarra 









Giovedì, 7 luglio2022 - 18:00 – 20:00
 
Incontro online organizzato dai Disarmisti esigenti su piattaforma Google meet al seguenti link per collegarsi:


lunedì 4 luglio 2022

Mentre il Po evapora... il G7 promuove il fossile...


Il Po ridotto a pozzanghera

L’Agenzia internazionale dell’energia (espressione degli stessi paesi industrializzati dell’Ocse) è categorica: per avere una qualche speranza di contenere l’incremento della temperatura globale sarebbe necessario non estrarre un grammo di carbone e una goccia di petrolio, ovvero è necessario azzerare da subito qualsiasi nuovo investimento in combustibili fossili


Invece il “Club del clima” del G7 va in direzione esattamente opposta: Spinta al nucleare, riattivazione di centrali a carbone e sostegno pubblico a nuovi investimenti nel settore del gasAnzi, i primi 12 gruppi petroliferi al mondo (tra cui l’ENI) si avviano a spendere 100 milioni di euro al giorno da qui al 2030 per sviluppare nuovi giacimenti di gas e petrolio.


Rete Ambientalista




domenica 3 luglio 2022

"La nocività del lavoro all’epoca della produzione digitalizzata" di Dario Fontana - Recensione

 

Il rapporto tra scienza, tecnologia, organizzazione e contenuto del lavoro, ma potremmo altrimenti parlare di nessi tra conoscenza, potere e sfruttamento, ha occupato uno spazio centrale nell’esperienza del movimento operaio e fino a qualche decennio addietro (retaggio del lungo ’68 italiano e del residuo egemonico che ancora esercitava sul mondo intellettuale) anche all’interno delle scienze sociali.

Negli anni più recenti sono state pubblicate alcune ricerche, nel campo delle scienze sociali (nella fattispecie, la sociologia del lavoro), che pure focalizzate su realtà in divenire o ancora in parte da indagare (e dunque quanto mai «attuali»), comunicano una sensazione di proficua inattualità, laterali come sono (per categorie utilizzate e postura di ricerca) dal senso comune che orienta gli interessi più diffusi dei ricercatori. 

"Digitalizzazione Industriale. Un’inchiesta sulle condizioni di lavoro e salute"  di Dario Fontana è una di queste. Il bersaglio dell’indagine è condensato nel titolo del volume, che restituisce i risultati di una ricerca pluriennale, realizzata con un impianto metodologico solido, un lavoro in profondità sulle dimensioni analitiche e sull’operazionalizzazione delle variabili, tecniche di analisi multivariate, a supporto di risultati che potrebbero risultare intuitivi, ma apparirebbero paradossali per quanti si avvicinassero ai materiali trattati con il filtro delle idee dominanti sul rapporto tra cambiamento tecnologico e lavoro. Superfluo consigliarne la lettura agli addetti ai lavori e ai praticanti di studi organizzativi e del lavoro, ma anche a sindacalisti, militanti, attivisti, medici, se non fosse per la barriera del costo (l’editoria scientifica ha le sue regole, che non possono essere imputate ai ricercatori!).




venerdì 1 luglio 2022

Russia - Ucraina. Quando parla un vero Ufficiale bisognerebbe ascoltarlo….

 

Gen. C.A. Mario Bertolini, già capo del Comando operativo interforze e presidente dell’associazione paracadutisti italiani, spiega alla Verità e al Messaggero il conflitto tra Russia e Ucraina.
1) Le armi all’Ucraina sono un atto di ostilità, mai visto prima, che rischia di coinvolgerci nella guerra: Bastavano le sanzioni.
2) Putin non è un pazzo né il nuovo Hitler: “Voleva interrompere il percorso che avrebbe dovuto portare l’Ucraina nella Nato” per non perdere “l’agibilità nel Mar Nero”.
3) Il governo italiano non conta nulla e Di Maio che dà dell’“animale” a Putin “ci taglia fuori da ogni trattativa”.
4) Guai a seguire Zelensky sulla no fly zone, che “significherebbe avere aerei Nato sull’Ucraina e l’incidente inevitabile”. I negoziati non sono un bluff, ma una “dimostrazione di buona volontà delle due parti”.
5) La sconfitta di Putin esiste solo nei nostri sogni e nella propaganda occidentale: la Russia s’è già presa l’Est, collegando Crimea e Donbass; “le grandi città al momento sono state risparmiate e non è partita la caccia a Zelensky” per “precisa volontà” di Mosca, che finora ha limitato al minimo “i bombardamenti dall’alto” per non moltiplicare le stragi e non provocare un “intervento Nato”.
6) Putin non ha bombardato la centrale di Zaporizhzhia: “Non ho visto missili, ma bengala per illuminare gli obiettivi” degli scontri con gli ucraini lì vicino: le radiazioni avrebbero colpito pure il Donbass e la Russia, che le centrali vuole controllarle, non farle esplodere.
7) Putin non vuole conquistare l’Europa né rifare l’Urss né “governare l’intera Ucraina”, ma “trattare una ricomposizione”: un regime fantoccio sull’intero Paese scatenerebbe anni di guerriglia antirussa. “La Russia vuol essere europea e noi non facciamo che schiacciarla verso Asia e Cina”.
Un successo ucraino è, purtroppo, fuori discussione.
I possibili esiti sono due: una vittoria russa dopo “una lunga guerra”; o un negoziato che i soli mediatori credibili – Israele, Francia, Cina e Turchia – possono favorire se aiutano le due parti a trattare con reciproche concessioni anziché “istigarle a proseguire” nella guerra.
Questa è la verità e non quella paventata dai vari pseudo giornalai che vogliono far passare, ad ogni costo, il presidente Ucraino come il nuovo Che Guevara europeo, sacrificando anche la popolazione benché inerme e incolpevole.
(Roberto Mandolini)