venerdì 29 maggio 2026

Oro nero... (di satana) e horror vacui!

giovedì 28 maggio 2026

Teheran cambia le regole nello Stretto di Hormuz...


mercoledì 27 maggio 2026

Ucraina, UE, NATO, Russia: "La guerra bolle in pentola!?"...


"Non intendiamo entrare in guerra con l'Europa, l'ho detto cento volte -ha detto Putin-. Ma se l'Europa decidesse improvvisamente di combattere e iniziasse, saremmo pronti fin da subito".


martedì 26 maggio 2026

La NATO/UE si dedica all'arte del terrorismo... qui ci vuole un nuovo Orban

 


Il "valoroso" attacco della Nato via Ucraina, di alcuni giorni fa, contro il dormitorio di una scuola professionale a Starobelsk nella Repubblica di Lugansk, ha ucciso 10 ragazzi che dormivano e ne ha seppelliti altrettanti se non di più sotto le macerie. Non c’è migliore dimostrazione di come siano proprio gli obiettivi civili, sempre e in qualsiasi teatro di guerra, l’obiettivo primario dell’alleanza occidentale, la strategia fondamentale.
Il giorno dopo l'atto terroristico c’è stata una risposta missilistica russa contro obiettivi militari a Kiev e dintorni, subito condannata da tutto il coro UE/NATO al completo, ma la cosa non finisce qui: di fronte a un atto terroristico e privo di qualsiasi senso militare, Putin ha incaricato il ministro della Difesa di elaborare una serie di proposte su come rispondere: è chiaro che in campo c’è la possibilità di colpire depositi o fabbriche di droni al di fuori del territorio ucraino.

Nel frattempo l'Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'UE, Kaja Kallas, ha più volte dichiarato che "se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra", sottolineando che "la Russia rappresenta una minaccia esistenziale a lungo termine e che la deterrenza richiede un riarmo massiccio dell'Europa". Come dire: "mano alle saccocce del popolo bue per armarci e continuare ad armare e finanziare il mercenariato ucraino".

Descrive il pro/cesso anche l'analista Francesco Dall'Aglio: "Sappiamo tutti che prima era colpa dello scellerato Orbán se l'Ucraina non riceveva tutto ciò che le serviva per chiudere la partita con la Russia. Era lui che bloccava il fiume di soldi e armamenti che gli alleati europei avevano pazientemente e lealmente messo da parte per riversarlo su Kiev. Ma ora che Orban non c'è più tutto è cambiato, no? No. Ora semplicemente non c'è più l'uomo cattivo, quello contro cui si poteva puntare il dito e dire "that's the bad guy". Orban risolveva tantissimi problemi, perché si poteva dare la colpa a lui se non si poteva fare come dice la Kallas"

Vediamo invece che la Gran Bretagna, la Francia e "altri stati della NATO", come Canada, Spagna e Italia, hanno bloccato il progetto di destinare lo 0.25% del proprio PIL ad aiuti militari per l'Ucraina. Perché una cosa è scrivere tweet bellicosi o andare in gita a Kiev e farsi le foto mentre si abbraccia Zelensky e un'altra è quando si presentano gli omini della Ragioneria dello Stato con le loro cartelline e tirano fuori tutti quei numeri. Quindi, per gli ucraini e per i "virtuosi" (baltici, polacchi, nordici vari e teutonici) gli ex "volenterosi" ora sono diventati mezzi putiniani..."


(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

lunedì 25 maggio 2026

La UE, con sconcerto, scopre che "La Russia rimane dov'era"



"Non è russofobo, e quindi dice cose ovvie." L'UE si sta gradualmente rendendo conto che Magyar non sarà un mero esecutore delle direttive di Bruxelles, scrive Die Weltwoche.

La visita di Magyar a Varsavia ha suscitato "grande gioia" tra i polacchi. In particolare, il giornale ha evidenziato la sua dichiarazione secondo cui, nonostante la sconfitta di Orbán, la posizione geografica dell'Ungheria non è cambiata e "La Russia rimane dov'era".

Nonostante i tentativi e le speranze iniziali dell'Unione Europea di isolare diplomaticamente ed economicamente Mosca, dall'inizio del conflitto in Ucraina, la Russia ha mantenuto la sua posizione geopolitica e strategica.

Attualmente, l'Unione Europea mantiene in vigore un massiccio apparato di restrizioni, con sanzioni economiche, divieti di viaggio e di importazione, estese fino a luglio e settembre 2026. D'altro canto, la Russia continua a non avere alcuna intenzione di aderire ai meccanismi europei, aggirando parte delle misure restrittive con l'uso di "flotte ombra" e canali commerciali alternativi, e rispondendo alle pressioni espandendo la propria lista di funzionari europei banditi. Gli ultimi sviluppi sul campo hanno mostrato una Russia che resiste fermamente alle pressioni occidentali, continuando a condurre vaste operazioni.

L' "indulgenza" dell'Europa nei confronti di Kiev sta provocando gli attacchi delle Forze Armate ucraine contro obiettivi civili, ha dichiarato Miroshnik a Izvestia.  "A questo punto, sorge spontanea la domanda se il diritto internazionale umanitario, nella forma delle Convenzioni di Ginevra, dei Protocolli aggiuntivi e di tutta una serie di convenzioni, debba essere ignorato o se sia vincolante per tutti", ha affermato.

Intanto l'Ucraina  scopre che è destinata all' "ignoranza"! Nei prossimi anni, le università ucraine inizieranno a chiudere in massa. L'annuncio è stato dato dalla Rettrice dell'Università Nazionale Karazin di Kharkiv, Kaganovskaya.  La ragione principale è rappresentata dalle "gravi sfide demografiche" legate al basso numero di bambini nelle scuole primarie.

Il capataz zelensky, fautore della guerra ad oltranza, dichiara convinto "Vincere, vinceremo!" e  la Kallas gliela passa calda...



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

domenica 24 maggio 2026

Vladimir Putin, l'ultimo pacifista...?

 


In Occidente continuiamo a raccontarci la favoletta secondo cui la Russia sarebbe una “dittatura personale” retta esclusivamente dalla figura di Vladimir Putin, quasi fosse un monolite privo di dinamiche interne, correnti, apparati e tensioni strategiche.

La realtà, però, è molto più complessa. E soprattutto molto più pericolosa.
Perché nelle prossime elezioni parlamentari russe — previste per il settembre 2026 — il vero tema non sarà la “caduta di Putin”, fantasia infantile coltivata da una parte delle élite europee fin dal 2022, bensì il possibile riequilibrio interno degli apparati di potere russi.

Ed è qui che l’Occidente rischia di aver aperto un vaso di Pandora.
Infatti, mentre per anni i media occidentali hanno dipinto Putin come:
• un pazzo;
• un criminale;
• un estremista;
• il nuovo Hitler;
la realtà geopolitica potrebbe essere diametralmente opposta.

Perché oggi Vladimir Putin rappresenta probabilmente la componente più moderata dell’attuale sistema russo. Ed è proprio questo il punto che in Europa non vogliono capire.

La Russia non è la Serbia degli anni Novanta, né l’Iraq di Saddam Hussein, né la Libia di Gheddafi.
La Russia è una superpotenza nucleare.
Una delle due maggiori potenze atomiche del pianeta insieme agli Stati Uniti.
E una superpotenza nucleare non può permettersi di perdere una guerra percepita come esistenziale.
Soprattutto quando il conflitto non viene più interpretato come una semplice disputa territoriale ucraina, ma come uno scontro storico tra Russia e Occidente.
Ed è esattamente questa la lettura che emerge dalle parole di Sergej Karaganov, uno dei più influenti ideologi geopolitici vicini agli apparati strategici del Cremlino.
Karaganov non è un blogger qualunque, né un provocatore televisivo.
È un uomo dell’apparato russo. Uno stratega ascoltato. Un teorico della politica estera russa contemporanea. Ed è talmente conosciuto anche in Italia da essere stato ospite più volte di Limes e di Lucio Caracciolo, oltre che di numerosi convegni geopolitici nel nostro Paese.
Per questo motivo le sue recenti dichiarazioni non possono essere liquidate come semplici “deliri propagandistici”.

Quando Karaganov afferma: “Siamo già nella terza guerra mondiale”, oppure: “Ci aspettano vent’anni di guerre”, non sta parlando all’Europa.
Sta parlando innanzitutto alla Russia.
Sta preparando psicologicamente il popolo russo e gli apparati dello Stato a una lunga fase di conflitto sistemico contro l’Occidente.
E qui, paradossalmente, torna persino attuale la figura geopolitica di Papa Francesco. Perché fu proprio Bergoglio il primo leader mondiale a parlare apertamente di: “terza guerra mondiale a pezzi”. Una formula che molti liquidarono come retorica pacifista e che invece oggi appare drammaticamente concreta.

Perché ciò che stiamo vedendo:
• Ucraina;
• Medio Oriente;
• Iran;
• Mar Rosso;
• tensioni asiatiche;
non sono conflitti isolati, ma frammenti di un unico scontro sistemico globale.
E questa guerra “a pezzi” rischia di avere un finale già scritto.
Chiunque abbia sempre sostenuto — come il sottoscritto o Alessandro Orsini — l’impossibilità di una sconfitta totale della Russia, lo ha fatto non per simpatia ideologica verso Mosca, ma per semplice realismo geopolitico.

Perché la Russia non è una potenza regionale qualsiasi.
È:
• una superpotenza nucleare;
• un gigante energetico;
• un Paese dalle risorse praticamente inesauribili;
• e soprattutto una civiltà storicamente abituata a sopravvivere a guerre di logoramento devastanti.

E qui emerge l’equivoco strategico più grave dell’Occidente.
Si continua infatti a ragionare come se la Russia potesse essere:
• piegata;
• isolata;
• destabilizzata;
• o addirittura smembrata.

Ma chiunque conosca minimamente la storia delle grandi potenze sa benissimo che una superpotenza nucleare non accetterà mai una dissoluzione umiliante senza reagire. Ed è qui che il vaso di Pandora rischia davvero di aprirsi.
Perché fino a questo momento Mosca ha combattuto una guerra ancora sostanzialmente convenzionale. Durissima, certamente. Con vittime civili, devastazioni e bombardamenti. Ma non una guerra di annientamento totale del popolo ucraino. E questo, agli occhi dei falchi russi, rappresenta quasi una colpa di Putin: aver combattuto con una logica ancora simmetrica. La Russia, cioè, ha risposto colpo su colpo senza ancora liberare completamente il proprio potenziale distruttivo.

Ma il problema nasce proprio qui. Perché una parte crescente degli apparati strategici russi sembra ormai ritenere insufficiente questa risposta simmetrica.
Ed è esattamente questo il senso delle parole di Karaganov.
Karaganov infatti sostiene apertamente:
• la revisione della dottrina nucleare russa;
• l’utilizzo della deterrenza tattica;
• la possibilità di colpire obiettivi europei;
• e perfino la necessità di “punire” le élite occidentali.

Parole che molti in Europa fingono di non prendere sul serio.
Eppure sarebbe folle sottovalutarle.
Ma vi è un altro passaggio dell’intervista forse ancora più impressionante.
Karaganov arriva infatti a sostenere che la Russia non avrebbe più nulla di realmente comune con l’Occidente sul piano culturale e civile.
Ed è qui che si percepisce davvero la profondità della frattura storica che si sta consumando.

Perché questa affermazione, storicamente, è un’aberrazione. La Russia è profondamente intrecciata alla storia europea. La sua cultura, la sua letteratura, la sua spiritualità ortodossa e persino il suo immaginario politico appartengono anche alla civiltà europea, pur nella loro specificità euroasiatica.
Dostoevskij, Tolstoj, Čajkovskij, Solženicyn: non appartengono forse anch’essi alla grande storia culturale europea?

Eppure oggi il disgusto geopolitico reciproco sta producendo qualcosa di devastante: la progressiva separazione psicologica e culturale della Russia dall’Europa. Ed è forse questo il vero successo strategico della guerra: non la conquista di territori, ma la distruzione definitiva del ponte storico tra Russia e Occidente.

Karaganov, in fondo, non dice: “la Russia vuole lasciare l’Europa”.
Dice qualcosa di molto più grave: la Russia si sente rigettata dall’Europa.
E questo sentimento, se dovesse consolidarsi nelle future generazioni russe, potrebbe produrre conseguenze storiche enormi.

Perché una Russia che smette di sentirsi anche europea diventa inevitabilmente:
• più asiatica;
• più militarizzata;
• più diffidente;
• e più ostile verso il continente occidentale.

Ed è qui che bisognerebbe fermarsi a riflettere.
È davvero questo che vogliamo?
Io penso sinceramente di no.
E lo affermo non soltanto come analista politico, ma anche come presidente dell’Associazione Italiana di Russia, che da anni promuove rapporti culturali, umani e civili con il popolo russo.

Perché una cosa è il conflitto geopolitico. Altra cosa è spezzare definitivamente il legame storico tra popoli europei e popolo russo.

Nel frattempo, però, il rischio reale è che l’Occidente continui a forzare la mano alla Russia nella convinzione di poterla logorare fino alla resa o alla dissoluzione interna.
Ma il risultato potrebbe essere esattamente opposto: non la caduta di Putin, ma l’ascesa definitiva dei falchi.

E se oggi Putin viene descritto come un estremista, domani l’Europa potrebbe scoprire troppo tardi che era in realtà l’ultima colomba rimasta dentro gli apparati del potere russo.

Chi gioca con il fuoco nucleare sperando nella resa dell’avversario, spesso scopre troppo tardi di aver incendiato il mondo.




Lorenzo Valloreja è un saggista, analista politico e attivista italiano, noto per le sue posizioni euroscettiche e per il suo ruolo di Presidente dell'Associazione degli Italiani Amici della Russia.




sabato 23 maggio 2026

La pazienza di Mosca è giunta al limite... dopo i nuovi attacchi ucraini contro civili innocenti...

 

venerdì 22 maggio 2026

Una guerra ci attende? I rischi per l'Italia sono tanti...

 

"Ahi serva Italia, di dolore ostello"  

Voci di guerra contro la Russia circolano sempre più con insistenza nei corridoi della UE e della NATO.  

Il nostro Paese è sottoposto a rischi enormi di ritorsioni nel caso dovesse deflagrare un conflitto, per la presenza  sul nostro territorio  di basi militari dotate di bombe nucleari e strutture radar e di comunicazione, poste sotto il comando diretto di  USA e NATO.  Infatti i potenziali bersagli sul suolo italiano sono centinaia e la popolazione corre rischi notevoli senza esserne pienamente consapevole. 

Tutto dipende  dalla propensione dei nostri "alleati" -o meglio "occupanti"- di far sì che le loro guerre  siano combattute da altri ed in casa d’altri, al massimo rischiando la vita delle poche migliaia di soldati insediati nelle basi sparse qui e lì, che sono perlopiù immigrati cui è stata promessa la cittadinanza alla fine del periodo di arruolamento, oppure disoccupati che non hanno trovato di meglio da fare per sbarcare il lunario...

Attualmente occorre riconoscere che con "America First" e con la "sete di sangue" dei vertici UE la probabilità di un conflitto contro la Russia, con la possibile compartecipazione dell'Italia, ha raggiunto vette inimmaginabili di parossismo, sfiorando il patetico ed il ridicolo e oltrepassando il senso della misura.

Purtroppo una cospicua parte della popolazione italiana è talmente imbevuta dalle  menzogne del "sistema" che non è in grado di discernere e si pone passivamente in attesa degli eventi,  nell'ingenua speranza che le cose si risolvano per il meglio, per gentile concessione paternalistica dei nostri governanti e detentori del potere. 

"Sursum corda!"

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana



giovedì 21 maggio 2026

La NATO scopre le carte dell'imminente invasione...

 



La NATO potrebbe intervenire se il conflitto in Ucraina "continuasse ad intensificarsi", ha dichiarato il Primo Ministro polacco Donald Tusk in una conferenza stampa a Varsavia, secondo quanto riportato da Sky News.

"Voglio ribadire, e non sono il solo a pensarla così, che il conflitto ucraino-russo potrebbe presto portare a una situazione in cui dovremo reagire con decisione."

Per "situazione", Tusk intende la sconfitta dell'Ucraina e la perdita di regioni chiave. Presumibilmente, questo momento arriverà dopo la conquista di Sloviansk e Kramatorsk, e l'esercito russo dovrà decidere dove e come muoversi. E la risposta significherebbe il dispiegamento di truppe NATO in Ucraina.

Intanto i baltici si preparano a scappare: L'allarme è scattato a causa di un drone ucraino che ha sorvolato lo spazio aereo lituano.  La questione dei droni nel Baltico sta assumendo risvolti sempre più paradossali. Stamattina la Lituania è stata paralizzata da un allarme aereo dovuto a un drone non identificato. Il traffico aereo, stradale e ferroviario è stato fermato, le scuole evacuate, l'intero governo è stato frettolosamente portato in un bunker, la gente si è ammassata nei parcheggi sotterranei, i jet NATO si sono alzati in volo ma inutilmente...

Ma c'è di peggio. Il Segretario Generale della NATO minaccia una risposta "devastante" contro la Russia se dovesse usare armi nucleari contro l'Ucraina.  "Sanno (i russi)  che se ciò accadesse, la reazione sarebbe devastante. Ovviamente stiamo monitorando le esercitazioni in corso tra Russia e Bielorussia, teniamo sotto controllo  la situazione", ha dichiarato il Segretario Generale della NATO Mark Rutte.

Intanto anche i russi stanno monitorando le mosse della Perfida Albione sul Mar Nero. Secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa britannico, due aerei da combattimento russi hanno intercettato "ripetutamente e pericolosamente" un aereo da "ricognizione" (leggi "spia") britannico sul Mar Nero.  
Secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa britannico, due aerei da combattimento russi hanno intercettato "ripetutamente e pericolosamente" un aereo da ricognizione britannico sul Mar Nero.



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

mercoledì 20 maggio 2026

Iran nel mirino di Sion ed USA... mentre Trump costruisce una Sala da Ballo alla Casa Bianca

 

martedì 19 maggio 2026

La Russia si prepara...?

 


Punti chiave degli annunci del Ministero della Difesa della Federazione Russa  in merito alle esercitazioni di addestramento e utilizzo delle forze nucleari:

Dal 19 al 21 maggio 2026, le Forze Armate russe condurranno esercitazioni sull'addestramento e l'utilizzo delle forze nucleari sotto la minaccia di aggressione NATO.

Oltre 64.000 militari e più di 7.800 mezzi saranno coinvolti nelle esercitazioni di addestramento nucleare delle Forze Armate russe;

Le Forze Armate russe si eserciteranno nell'addestramento e nell'utilizzo congiunto delle armi nucleari schierate in Bielorussia;

Parteciperanno alle esercitazioni truppe delle Forze Missilistiche Strategiche, della Flotta del Pacifico e della Flotta del Nord;

Gli obiettivi delle esercitazioni nucleari delle Forze Armate russe sono di esercitare la deterrenza del nemico e di testare la preparazione delle truppe coinvolte.


Il politologo e  consigliere del Cremlino Sergej Karaganov sostiene da tempo l'abbassamento della soglia per l'uso delle armi nucleari. Le sue posizioni, che hanno riacceso il dibattito internazionale, si articolano nei seguenti punti:

1) La teoria della "deterrenza": Karaganov argomenta che l'Occidente ha perso la paura dell'olocausto nucleare e che la Russia dovrebbe usare la minaccia atomica, o persino un attacco preventivo limitato su Paesi della NATO, per ristabilire il timore e fermare il supporto all'Ucraina.

2) Reazione all'escalation: Negli ultimi mesi ha ribadito che, di fronte a un coinvolgimento diretto dell'Europa o all'uso di armi a lungo raggio contro il territorio russo, Mosca dovrebbe valutare l'opzione nucleare come deterrente estremo.

3) Il dibattito istituzionale: Sebbene le sue tesi siano considerate espressione dell'ala oltranzista e abbiano trovato spazio su riviste specializzate, i vertici ufficiali russi mantengono una posizione di "moderazione strategica".  

(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Vladimir Putin incontra il 19 ed il 20 maggio 2026 Xi Jinping a Pechino


Video collegato: 

Il Contesto: L’avvertimento di Karaganov. Con Roberto Buffagni: https://www.youtube.com/watch?v=M4YVMMesepE

lunedì 18 maggio 2026

La NATO europea si dissangua per "rinsanguare" l'Ucraina...

 

domenica 17 maggio 2026

"Donald Trump è fuori di testa!", secondo alcuni psichiatri statunitensi...


"Donald Trump soffre di disturbi mentali, è uno schizofrenico inadeguato" 


Negli ultimi tempi, Trump ha mostrato un comportamento sempre più incoerente: dichiarazioni politiche dure, minacce di distruzione di altri Paesi, apparizioni pubbliche bizzarre e segni di affaticamento psico-fisico.


In internet si discute attivamente anche dei lividi sulle braccia del presidente, delle caviglie gonfie e dell'andatura incerta. In questo contesto, sorgono sempre più dubbi sulla sua capacità di adempiere pienamente ai doveri di capo di Stato.

Recentemente, psichiatri e medici statunitensi di alto livello hanno pubblicato una lettera aperta esprimendo "preoccupazioni mediche" riguardo al presidente degli Stati Uniti. La lettera afferma che "lo stato mentale di Trump sta peggiorando e che il suo comportamento è sempre più allarmante", scrive Zeit.

I dubbi sulla salute mentale di Donald Trump sono al centro di un acceso dibattito politico e scientifico negli Stati Uniti ed in altri Paesi. Le discussioni si concentrano principalmente sui comportamenti sopra le righe del presidente e su possibili segnali di declino cognitivo, alimentando le preoccupazioni sia a livello nazionale che internazionale.

Gli elementi principali del dibattito si dividono in diverse aree:

Valutazioni Cliniche: Diversi specialisti e analisti hanno sollevato preoccupazioni cliniche parlando di tratti di narcisismo maligno, megalomania e incapacità di mostrare empatia.

Segnali di Declino Cognitivo: Alcuni esperti, tra cui le analisi pubblicate sul British Medical Journal, hanno evidenziato come il linguaggio e la coerenza del presidente possano essere indicativi di un potenziale declino cognitivo legato all'età, richiedendo valutazioni più approfondite. 

Preoccupazioni Internazionali: Episodi durante vertici internazionali e la pubblicazione di retroscena e messaggi privati hanno fatto crescere l'ansia tra alcuni leader mondiali sulla sua capacità di gestire le tensioni globali.

Reazioni e Dibattito Politico: In America si discute in più occasioni dell'applicazione del 25° Emendamento della Costituzione, che prevede la rimozione o la sostituzione del presidente in caso di incapacità manifesta. Critici e oppositori politici spingono per controlli rigorosi, mentre sostenitori e lo stesso Trump respingono le accuse definendo tali affermazioni strumentali.



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

sabato 16 maggio 2026

Dazibao. "Trump e Xi: il fallimento più grandioso di sempre..."


La forma estremamente cordiale dell'incontro tra Trump e Xi Jinping rivela una poca consistenza nella sostanza. I due Paesi non hanno trovato punti di incontro su nessuno dei dossier più delicati.

“Il vertice più grandioso di sempre”, così Trump ha definito i due giorni a Pechino, ancora prima che finissero. Ora che è atterrato negli Stati Uniti, si fa fatica a trovare non solo qualcosa di grandioso — ma anche solo qualcosa di concreto.

I toni sono stati estremamente cortesi e l’accoglienza diplomatica al massimo livello, ma l’incontro tra i leader sembra aver raggiunto uno scarso consenso, e la domanda posta dai vertici cinesi, cioè se sia possibile “evitare la Trappola di Tucidide”, resta una domanda senza risposta.

Paragonando l’incontro di questa settimana con il viaggio di Trump in Cina nel 2017, è evidente un downgrade nelle relazioni tra i due paesi.

L’accoglienza all’aeroporto: un onore apparente

A ricevere Trump all’aeroporto c’era il vicepresidente Han Zheng. In apparenza un onore — il vicepresidente della Repubblica Popolare. In realtà, per chi conosce la gerarchia del PCC, un segnale sottile ma preciso.

Nel 2017 era andato a prendere Trump Yang Jiechi, allora segretario dell’Ufficio della Commissione Centrale per gli Affari Esteri — il vero architetto della diplomazia cinese. L’equivalente oggi sarebbe Wang Yi, che ricopre lo stesso ruolo ed è inoltre membro dell’Ufficio Politico. Han Zheng, invece, è un funzionario che Xi ha sistemato alla vicepresidenza dopo il suo pensionamento dal Politburo — una carica che nella Cina post-limite-dei-mandati ha perso il peso politico che aveva un tempo, quando serviva da anticamera alla presidenza: Hu Jintao era stato vice di Jiang Zemin, Xi Jinping vice di Hu Jintao. Oggi non è più così.

Per capire la differenza, basta un confronto: quando Kim Jong-un arriva in Cina in treno, ad accoglierlo ci sono Wang Huning e Cai Qi, entrambi membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico — il vertice assoluto del potere cinese. Trump ha avuto Han Zheng.

I colloqui tra leader: due comunicati differenti

I colloqui tra Tump e Xi Jinping sono durati due ore e quindici minuti, ben oltre l’ora o l’ora e mezza prevista. Ma la lunghezza dell’incontro non si è tradotta in sostanza: il comunicato di Xinhua non riporta nessun accordo degno di nota. L’unico consenso menzionato — organizzare bene APEC e G20 di quest’anno — è talmente marginale da essere relegato in fondo al testo.

Basta confrontare con il 2017. Il comunicato di allora elencava accordi su commercio, tecnologia, antidroga, antiterrorismo, comunicazioni militari. Cominciava con una serie di “entrambe le parti credono”, “entrambe le parti concordano” — la grammatica della reciprocità. Questa volta il comunicato contiene paragrafi introdotti da “Xi dice”, “Xi sottolinea”, “Trump ha affermato”. Il passaggio più significativo riguarda Taiwan:

Xi Jinping ha sottolineato che la questione Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, può contribuire a mantenere la stabilità complessiva delle relazioni bilaterali. Se gestita male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, mettendo a repentaglio l’intero rapporto tra Cina e Stati Uniti. L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono incompatibili; il mantenimento della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenta il massimo denominatore comune tra Cina e Stati Uniti, e questi ultimi devono affrontare la questione di Taiwan con la massima cautela.

Il comunicato statunitense è invece estremamente sintetico, non fa cenno alla questione taiwanese ma sottolinea lo scenario iraniano:

Il Presidente Trump ha avuto un incontro positivo con il Presidente cinese Xi. Le due parti hanno discusso le modalità per rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi, tra cui l’ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane e l’incremento degli investimenti cinesi nelle nostre industrie.

I vertici di molte delle più grandi aziende statunitensi hanno partecipato a una parte dell’incontro.

I Presidenti hanno inoltre sottolineato la necessità di consolidare i progressi compiuti per porre fine al flusso di precursori del fentanil verso gli Stati Uniti, nonché di incrementare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani.

Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia. Il Presidente Xi ha inoltre ribadito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, esprimendo interesse ad acquistare maggiori quantità di petrolio americano per ridurre in futuro la dipendenza della Cina dallo Stretto. Entrambi i Paesi hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.

Nei pochi minuti aperti alla stampa, Xi ha aperto con la trappola di Tucidide — il rischio strutturale di guerra tra potenza egemone e potenza emergente. “Una domanda posta dalla storia, dal mondo e dal popolo”, come ha affermato il presidente cinese.

Trump ha abbassato immediatamente il livello. Ha elogiato Xi, ha detto di aver portato i migliori CEO del mondo a Pechino. Nessun accenno al ruolo storico degli Stati Uniti, nessuna visione, nessuna risposta alla domanda posta.

Queste le parole di Trump:  "Ammiro tutto ciò che la Cina ha realizzato. Lei è un grande leader. Lo dico a tutti. Lei è un grande leader. A volte la gente non gradisce che io lo dica, ma lo dico comunque perché è vero. Dico solo la verità. A nome della nostra illustre delegazione, a nome dei più brillanti imprenditori del mondo e, vorrei aggiungere, a nome delle migliori persone del mondo. Abbiamo talenti eccezionali, e sono tutti qui con me. Ognuno di loro. Abbiamo invitato i 30 migliori imprenditori del mondo, e tutti hanno accettato con entusiasmo. Non volevo invitare il secondo o il terzo in classifica; ho invitato solo i migliori. Sono qui oggi per rendere omaggio a Lei, alla Cina, e non vedono l’ora di avviare scambi commerciali e cooperazione. Daremo il massimo. Pertanto, attendo con grande interesse i nostri colloqui, un incontro davvero significativo. Alcuni dicono che questo potrebbe essere il più grande vertice della storia. Non hanno mai visto niente di simile. Posso affermare che negli Stati Uniti se ne parla. È un onore essere qui con Lei. È un onore essere tuo amico. Il rapporto tra Cina e Stati Uniti sarà più forte che mai".

"Il risultato diplomatico più concreto sembra essere la nuova formula per definire la relazione bilaterale: 中美建设性战略稳定关系, “relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva.”

Il presidente Xi Jinping ha spiegato che la “stabilità strategica costruttiva” dovrebbe essere: "una stabilità positiva basata sulla cooperazione una stabilità benigna con una competizione moderata una stabilità normale con divergenze gestibili una stabilità duratura con la prospettiva di una pace"

Ma la formula è temporanea. Come si legge nel comunicato di Xinhua: "Le due parti hanno concordato che questa formula costituisca il nuovo posizionamento strategico del rapporto, con un orizzonte dichiarato di almeno tre anni".

Vale la pena notare l’evoluzione: con Clinton e Jiang Zemin la relazione era “partnership strategica”, con Hu Jintao divenne “collaborazione strategica”. Ora al centro c’è la stabilità. È Pechino che sceglie la parola, ed è una parola che dice molto su chi, in questo momento, ha più interesse a congelare lo status quo.

Commercio: un nulla di fatto.

Prima ancora del vertice, il segretario al Tesoro Bessent e il vicepremier He Lifeng si erano incontrati d’urgenza in Corea del Sud per preparare il terreno commerciale. Il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato un comunicato piuttosto stringato sull’incontro:

Mercoledì, 13 maggio u.s., le delegazioni cinese e statunitense hanno avuto in Corea del Sud uno scambio franco, approfondito e costruttivo su questioni economiche e commerciali di interesse comune, nonché sull’ulteriore ampliamento della cooperazione pratica.  Le consultazioni sono state condotte dal vice primo ministro cinese He Lifeng, nonché referente cinese per gli affari economici e commerciali tra Cina e Stati Uniti, e dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, referente principale.

Guidate dall’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, le due parti hanno ribadito il principio del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.  Nel linguaggio diplomatico cinese, uno scambio “franco” e “approfondito” significa che le divergenze sono serie. “Costruttivo” significa che almeno non si sono aggiunte nuove rotture. Non è un grande risultato — è il minimo sindacale.

Il contesto rende tutto più urgente: l’accordo commerciale siglato a Busan lo scorso ottobre scade a novembre. Trump ha invitato Xi a visitare gli Stati Uniti a settembre del 2026. Sarà in quell’incontro — non in questo — che si deciderà se prolungare la tregua o riscrivere tutto da capo. Il vertice di questi giorni è stato poco più che un modo per arrivare vivi a settembre.

Per quanto riguarda gli accordi confermati, Trump ha annunciato che la Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing. “Boeing voleva 150, ne hanno ottenuti 200”, ha detto il presidente. Peccato che Boeing in borsa abbia perso il 4,6% dopo la notizia — non esattamente la reazione di chi ha appena incassato il contratto del decennio.

Bloomberg chiarisce che non è ancora chiaro quali modelli siano inclusi nell’ordine, e che le aspettative reali del settore puntavano a qualcosa come 500 737 Max. Siamo quindi sotto le attese di mercato, non sopra.

Come riporta Reuters, nello stesso giorno dell’incontro tra Trump e Xi, il dipartimento del commercio statunitense ha autorizzato circa 10 aziende cinesi ad acquistare il secondo chip per l’intelligenza artificiale più potente di Nvidia, l’H200, mentre l’amministratore delegato Jensen Huang cerca di ottenere una svolta in Cina questa settimana. Questi “circa 10 aziende cinesi” includono Alibaba, Tencent, ByteDance, JD.com, Lenovo e Foxconn.

La Casa Bianca aveva però già dato il via libera formale alla vendita degli H200 in Cina a gennaio 2026, con un framework che prevedeva che Nvidia versasse il 25% dei ricavi al governo americano. Il problema è che da gennaio a oggi non è stato consegnato un solo chip. Le aziende cinesi hanno sospeso gli ordini su pressione di Pechino, che teme possibili manomissioni hardware da parte americana.

Rivelatore dell’andamento dell’incontro è anche quello che è successo con la carne bovina americana, riportato da Reuters.

Durante il summit, le autorità doganali cinesi hanno brevemente riattivato le licenze di esportazione per centinaia di impianti di carne bovina americani — più di 400 stabilimenti avevano perso l’accreditamento nell’ultimo anno, rappresentando circa il 65% delle strutture un tempo registrate. Per qualche ora, lo stato delle licenze sul sito delle dogane cinesi è passato a “valido”. Poi, senza spiegazioni, è tornato a “scaduto”.

Le esportazioni di carne bovina americana in Cina sono già crollate da un picco di 1,7 miliardi di dollari nel 2022 a circa 500 milioni l’anno scorso. Pechino ha acceso e spento questo interruttore durante il summit.

Questione Taiwan: “la questione più importante”.

Su Taiwan Xi non ha usato mezzi termini. La questione è “la più grande e importante” nelle relazioni sino-americane. Se gestita bene, la relazione regge; se gestita male, le due potenze rischiano la collisione. “L’indipendentismo è incompatibile con la pace nello Stretto.” Parole nette, senza margine di interpretazione.

Il confronto con il 2017 è illuminante. Allora Xi si limitava a chiedere che Washington mantenesse il principio di una sola Cina ed evitasse di disturbare il quadro generale della relazione. Un appello alla prudenza. Questa volta il registro è diverso: non si richiede prudenza, si avverte di conseguenze. La parola “incompatibile” è nuova. Il riferimento esplicito al conflitto è nuovo. E soprattutto è nuova la gerarchia che Xi  stabilisce: Taiwan prima di tutto, tutto il resto è secondario.

La risposta americana? Il comunicato della Casa Bianca non menziona Taiwan nemmeno in una riga. Nel 2017 Trump aveva dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti mantenevano saldamente il principio di una sola Cina. Questa volta, silenzio.

A coprire il vuoto ci ha pensato Rubio, con un’intervista ai media che ha sollevato più domande di quante ne abbia risolte. Ha detto che la posizione americana non è cambiata, che si mantiene l’ambiguità strategica. Quando il giornalista gli ha chiesto direttamente se la Cina vuole invadere Taiwan, Rubio ha risposto così: "Beh, credo che in un mondo ideale la Cina preferirebbe che Taiwan si unisse volontariamente. Quello che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione. Credo che sia questa la loro preferenza. In definitiva, la questione occupa un posto di rilievo nel mandato del Presidente Xi. Durante il suo mandato, ha chiarito che quella che chiamano riunificazione, così la chiamano, è qualcosa che deve accadere a un certo punto. Noi pensiamo che sarebbe un terribile errore imporla con la forza o con qualsiasi altro mezzo simile. Ci sarebbero ripercussioni a livello globale, non solo da parte degli Stati Uniti, e preferiamo lasciare le cose come stanno. Questo tipo di ambiguità è ciò che, credo, ha definito il nostro modo di affrontare la questione. E il motivo risiede nelle ambiguità strategiche. Non vogliamo assistere a un conflitto. Non vogliamo che accada qualcosa di destabilizzante, perché credo che sarebbe molto destabilizzante per il mondo e per entrambi i Paesi".

Non esattamente una dichiarazione di sostegno a Taipei, e non una chiarificazione sulla posizione statunitense a riguardo. Il fatto che sia la migliore risposta disponibile da parte americana dice molto sullo stato delle cose.

C’è un’altra asimmetria che vale la pena notare, e riguarda l’Iran. Il comunicato della Casa Bianca — quello che non menziona Taiwan — trova invece spazio per sottolineare che Xi si è detto d’accordo sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz, sulla sua non militarizzazione, e sul fatto che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari. Piccola vittoria americana, almeno sulla carta.

Peccato che il comunicato di Xinhua non riporti nulla di tutto questo. La stessa riunione, due versioni incompatibili. Pechino non ha sentito il bisogno di confermare pubblicamente il proprio sostegno alla linea americana sull’Iran — e questo dice molto su quanto quel consenso sia solido. Trump dal canto suo ha dichiarato di non aver bisogno dell’aiuto cinese sull’Iran. Un’affermazione curiosa, considerando che è andato fin a Pechino a cercarlo.

E poi c’è il documento che dovrebbe preoccupare di più, e che invece è rimasto in secondo piano nel circo mediatico del summit.

Il Washington Post riporta in esclusiva l’esistenza di un’analisi riservata dell’intelligence americana, prodotta questa settimana per il presidente del Joint Chiefs of Staff, generale Dan Caine. Il documento usa il framework “DIME” — diplomatico, informativo, militare, economico — per valutare come la Cina stia sfruttando la guerra in Iran per massimizzare il proprio vantaggio strategico sugli Stati Uniti.

I punti principali, secondo i funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato: "La Cina ha venduto armi agli alleati degli Stati Uniti del Golfo mentre questi faticavano a difendersi dagli attacchi iraniani — posizionandosi come fornitore di sicurezza affidabile mentre Washington era impegnata a bombardare".

Pechino ha aiutato decine di Paesi a gestire la crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran — offrendo tecnologia verde cinese come soluzione strutturale di lungo periodo. Da notare che durante le precedenti crisi energetiche, Washington ha sempre inviato funzionari in tutto il mondo e convocato riunioni di emergenza per affrontare la carenza. Ma l’amministrazione Trump non ha mostrato alcun interesse in un’iniziativa simile.

La guerra ha prosciugato le scorte americane di munizioni critiche: missili Patriot, intercettori THAAD, Tomahawk. Alleati come Taiwan, Giappone e Corea del Sud guardano con crescente preoccupazione alla capacità reale degli USA di intervenire in caso di crisi.

La Cina risulta essere il secondo paese al mondo più isolato dalla crisi energetica, grazie alle riserve petrolifere e all’espansione delle energie rinnovabili.

Ryan Hass del Brookings Institution, citato dal Post, lo sintetizza così: “La Cina si sta presentando come fornitore di soluzioni — non per altruismo, ma per creare cunei tra l’America e i suoi tradizionali alleati.”

Secondo gli esperti, l’analisi fornisce nuove informazioni sulla reazione della Cina alla guerra, come ad esempio la fornitura di armi agli alleati degli Stati Uniti, rafforzando al contempo il crescente consenso sul fatto che il conflitto stia spostando l’equilibrio di potere a favore di Pechino.

“Nel complesso, la guerra in Iran sta migliorando enormemente la posizione geopolitica della Cina”, ha affermato Jacob Stokes, ricercatore senior presso il Center for a New American Security.

Ma l’amministrazione attuale non pensa così. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha risposto che “le affermazioni secondo cui l’equilibrio globale del potere si sia spostato verso qualsiasi nazione che non siano gli Stati Uniti sono fondamentalmente false.” La Casa Bianca ha parlato di “decimazione delle capacità militari iraniane in 38 giorni.”

Tornando al vertice di Pechino, a completare il quadro, un dettaglio che nel 2017 sarebbe stato impensabile: nessuna conferenza stampa congiunta. Nel primo mandato, il secondo giorno si chiudeva con Trump e Xi davanti ai microfoni insieme. Questa volta, niente. Ognuno ha comunicato per conto proprio, con messaggi diversi, a platee diverse. La fotografia esatta di quanto i due paesi stiano parlando linguaggi sempre più distanti, anche quando siedono allo stesso tavolo.

Subito dopo Trump, arriva Putin

Trump non ha ancora finito di volare verso casa che Pechino si prepara ad accogliere il prossimo ospite. Il 20 maggio 2026 Vladimir Putin sarà in Cina per una visita di un giorno. Ufficialmente “routine”, parte dei normali rapporti tra Mosca e Pechino. Non ci si aspetta nessuna parata e nessuna cerimonia elaborata.

Sarà la prima volta nella storia che la Cina ospita, nel corso di un solo anno, i leader delle due principali potenze mondiali nello stesso mese, al di fuori di un contesto multilaterale. E dopo Putin, Pechino diventerà il primo Paese ad avere ricevuto tutti e quattro i leader degli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU nel giro di pochi mesi: Macron a dicembre, Starmer a gennaio, Trump il 14-15 maggio, Putin il 20 maggio.

E non è una coincidenza.


Dazibao, 15 maggio 2026 

https://www.youtube.com/@dazibao


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