lunedì 14 novembre 2022

Lettera aperta ai partecipanti alla Manifestazione per la "pace" del 5 novembre 2022 a Roma



Sabato 5 novembre 2022 si è svolta a Roma una Manifestazione formalmente indetta ”per la Pace“, ma che, come evidenziato fin dalle prime righe dell’ ”Appello politico e programmatico” di convocazione della stessa, con la ”condanna dell’invasore russo” e il ”riconoscimento della resistenza ucraina“, esprime contenuti equivalenti alla impostazione dell’imperialismo USA ed UE sulla guerra in corso fra la NATO e la Federazione Russa, sul territorio dell’Ucraina e non solo.

Ecco perché diciamo che le migliaia di persone che hanno partecipato a tale manifestazione hanno sfilato, indipendentemente dalla loro coscienza, consapevolezza e volontà, ”sotto le bandiere altrui“, cioè dell’imperialismo USA ed UE che, tramite la NATO, sta conducendo un massiccio attacco contro la libertà, sovranità ed indipendenza nazionale della Federazione Russa.

Le ragioni di ciò le abbiamo esposte più volte nei mesi scorsi, partendo dalla retrospettiva degli avvenimenti che hanno portato all’attuale conflitto.

L’imperialismo USA ed UE ha avviato, nel mondo intero, una nuova ”guerra fredda“, che tale non è, contro tutti i popoli e gli Stati che non accettano più l’attuale ordinamento unipolare, mondiale da essi dominato, e lottano per un nuovo ordinamento multipolare di pace,fondato sulla libertà, sovranità ed indipendenza nazionale ed una prospettiva, condivisa dalla umanità intera, di sviluppo e di benessere economico collettivo.

In tale contesto rientra il conflitto in Ucraina che, col colpo di Stato reazionario del 2014, è stata trasformata in un regime nazifascista, che ha messo fuorilegge i comunisti e le altre forze democratiche, vietato l’uso della lingua russa e perseguitato, per otto anni e fino ad oggi, le proprie popolazioni e quelle delle libere Repubbliche Popolari del Donbass, fino al limite dello sterminio di massa totale, come previsto per il mese di marzo di quest’anno da un piano operativo d’intervento dello stato maggiore delle forze armate ucraine, con l’intervento di 33 brigate meccanizzate per complessivi 150.000 uomini impiegati.

Di fronte a tale realtà è scattata l’operazione militare speciale della Federazione Russa, a tutela delle popolazioni russofone ucraine perseguitate e del popolo delle Repubbliche Popolari del Donbass, nonché della propria integrità territoriale e della stessa propria sicurezza nazionale, di fronte alla prospettiva, con l’ingresso della Ucraina nella NATO, della collocazione nel territorio di tale Paese di missili strategici a testata multipla nucleare con 4 minuti di tempo di raggiungimento della capitale della Federazione Russa, Mosca.

Così stanno le cose, e cioè precisamente all’opposto di quanto indicato dagli organizzatori della Manifestazione di Roma.

E non è sufficiente a dare un segno ”diverso” ad essa il fatto che Letta si sia, o sia stato, allontanato durante il percorso. Fanno fede, a caratterizzare una Manifestazione, i contenuti con cui essa viene convocata, più della buona volontà di chi vi partecipa.

Resta, in tal senso, di estrema attualità il monito di Bertold Brecht ” Alla vostra testa cammina il nemico di classe !!! ”

Se si volesse indire una vera Manifestazione per la pace, dovrebbe avere come obbiettivi di mobilitazione ” Una Ucraina, libera, sovrana, indipendente e democratica, fuori dalla NATO, come garanzia della pace, per tutti i popoli e gli Stati limitrofi, a partire da quelli della Federazione Russa. ”

I comunisti dovrebbero sentirsi impegnati a convocare una tale Manifestazione.

Per la pace, la libertà ed indipendenza dei popoli e degli Stati, contro l’imperialismo USA ed UE, contro e fuori dalla NATO.

Felix *


* pseudonimo di un noto dirigente ed intellettuale comunista italiano



sabato 12 novembre 2022

La censura non dorme mai...

 


Una satira spietata dell’ondata oscurantista, questa volta proveniente da sinistra, contro la letteratura del passato, accusata di razzismo, sessismo, classismo e di quant’altro; un desiderio di censura, questa volta “progressista”, che ricorda tempi andati e da cui non si salva nessuno dei capolavori del passato, neppure Shakespeare

blocco studentesco censura odisseaImparo qualcosa ogni giorno -va beh, diciamo “a giorni alterni”. Questo perché leggo sempre i giornali -ok, diciamo che li leggo “occasionalmente”. A ogni modo, oggi ho appreso che tra le opere più bersagliate dagli aspiranti censori statunitensi ci sono "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee, "Uomini e topi" di John Steinbeck e "Il giovane Holden" di J. D. Salinger. Confesso che non vado pazzo per nessuno di queste classici. D’accordo: il libro di Harper Lee ha difeso accoratamente dagli intolleranti sia un senso di giustizia elementare sia il movimento per i diritti civili -tutto questo, poi, in un’epoca in cui la segregazione era ancora in auge- ma il suo stucchevole sentimentalismo mi ha sempre dato il voltastomaco. Ogni accademico radicale contemporaneo che si rispetti, peraltro, non potrebbe esimersi dal ravvisare nel libro di Lee un razzismo e un sessismo lampanti, in quella che è una celebrazione patriarcale del “salvatore bianco”.

Anche in Steinbeck le motivazioni alla base dell’opera sono quantomeno sospette: il suo breve romanzo rappresenta senza pudori la violenza sulle donne, sfoggia epiteti razzisti e si dimostra insensibile rispetto al tema della disabilità mentale. Per quanto riguarda il leggendario adolescente di Salinger, Holden Caulfield, invece, dico solo che quel ragazzo è talmente alienato da avermi sempre dato sui nervi.

Stephen Eric Bronner 

https://www.sinistrainrete.info/cultura/24233-stephen-eric-bronner-pensieri-censurati.html

venerdì 11 novembre 2022

Siamo alle solite manipolazioni - Gli ambientalisti sono terroristi?



Nel Sacro Occidente il terrorismo svolge la funzione di valvola con la quale sgonfiare fenomeni che sono stati precedentemente pompati dai media.

Ad esempio l'ambientalismo. Sono più di trent’anni che l’ambientalismo è diventato un dogma del mainstream, una sponda per lanciare titoli di Borsa legati all’energia rinnovabile, cioè gli ormai famigerati ESG. Ogni volta però che l’ambientalismo si allarga troppo va ridimensionato nelle sue pretese palingenetiche, ecco allora che rispunta l’ecoterrorismo. 

Non c’è quindi da sorprendersi che in queste ultime settimane abbiano avuto tanta risonanza sui media attentati da parte di presunti ecoterroristi fanatici della lotta al CO2. I bersagli degli “attentatori” sono stati quadri di Van Gogh, Monet e Vermeer, pittori particolarmente iconici e noti al pubblico. L’opinione pubblica viene così indotta a prendere le distanze dal fanatismo ambientalista e ad aprire la mente a nuovi business.

E poi "La Guerra": Dopo aver fatto credere al mondo che esista davvero un presidente di nome Zelensky, ora l’amministrazione USA ha cominciato a ridimensionarne il mito “denunciando” un coinvolgimento del governo ucraino in un attentato omicida in Russia (perché si sa che gli USA queste cose brutte non le farebbero mai).
(J.E.)




giovedì 10 novembre 2022

Una guerra per farla finita...

 


Nel 1958 Karl Jaspers pubblica col titolo "La bomba atomica e il destino dell'uomo" un libro in cui intende mettere radicalmente in questione – come recita il sottotitolo – La coscienza politica del nostro tempo. La bomba atomica – esordisce nella premessa – ha prodotto una situazione assolutamente nuova nella storia dell’umanità, ponendola di fronte all’inaggirabile alternativa: «o l’intera umanità sarà fisicamente distrutta o l’uomo deve trasformare la sua condizione etico-politica». Se in passato, com’era avvenuto agli inizi delle comunità cristiane, gli uomini si erano fatte delle «rappresentazini irreali» di una fine del mondo, oggi per la prima volta nella sua storia, l’umanità ha la «possibilità reale» di annientare se stessa e ogni vita sulla terra. Questa possibilità, anche se gli uomini non sembrano rendersene pienamente conto, non può che segnare per la coscienza politica un nuovo inizio e implicare «una svolta nell’intera storia dell’umanità».

A quasi settant’anni di distanza, la «possibilità reale» di un’autodistruzione dell’umanità, che sembrava scuotere la coscienza del filosofo e coinvolgere immediatamente i suoi lettori (il libro fu ampiamente discusso) sembra diventata un fatto ovvio, che i giornali e gli uomini politici evocano ogni giorno come un’eventualità assolutamente normale. A furia di parlare di emergenza – in cui l’eccezione diventa come si sa la regola – l’evento che Jaspers considerava come inaudito si presenta come un’occorrenza tutto sommato banale di cui si tratta per gli esperti di valutare l’opportunità e l’imminenza. Dal momento che la bomba ha cessato di essere una «possibilità» decisiva per la storia dell’umanità e ci riguarda invece da vicino come una «casualità» fra le altre che definiscono una situazione di guerra, sarà bene allora riconsiderare da capo la questione, che forse non era stata posta nei suoi termini propri.

Tredici anni dopo, in un saggio intitolato significativamente L’apocalisse delude, Maurice Blanchot è tornato a interrogarsi sul problema della fine dell’umanità. E lo ha fatto sottoponendo a una critica discreta, ma non per questo meno efficace, le tesi di Jaspers. Se il tema del libro era la necessità di un cambiamento epocale, sorprende che «da parte di Jaspers, nel libro che dovrebbe essere la coscienza, la ripresa e il commento di questo cambiamento, nulla è mutato – né nel linguaggio, né nel pensiero né nelle formule politiche, che sono conservate e anzi bloccate intorno ai pregiudizi di tutta una vita, alcuni nobilissimi, ma altri molto ristretti… com’è possibile che una questione che mette in gioco il destino dell’umanità e tale che affrontarla non può che supporre un pensiero interamente nuovo, non ha rinnovato la lingua che l’esprime e non produce che delle considerazioni parziali e partigiane nell’ordine politico o urgenti e emozionanti nell’ordine spirituale, ma identiche a quelle che si sentono ripetere invano da duemila anni?». L’obiezione è certamente pertinente, perché non solo il libro di Jaspers si presenta come un’ampia monografia accademica che intende esaminare il problema in tutti i suoi aspetti, ma ciò che l’autore intende opporre alla distruzione è il luogo comune di «una pace universale senza bombe atomiche, con una nuova vita economicamente fondata sull’energia nucleare». Non meno singolare è che alla bomba atomica sia affiancato come un pericolo altrettanto mortale il dominio totalitario del bolscevismo, con il quale è impossibile venire a patti.
Il fatto è, sembra suggerire Blanchot, che una prospettiva apocalittica del genere è necessariamente deludente, perché presenta come un potere nelle mani dell’umanità qualcosa che, in verità, non è tale. Si tratta, infatti, di «un potere che non è in nostro potere, che indica una possibilità di cui non siamo padroni, una probabilità – diamola per probabile-improbabile – che esprimerebbe una nostra potenza soltanto se la dominassimo in modo sicuro. Per ora, tuttavia, noi siamo altrettanto incapaci di dominarla che di volerla, e per una ragione evidente: noi non siamo padroni di noi stessi, perché quest’umanità, capace di essere totalmente distrutta, non esiste ancora come un tutto». Da una parte un potere che non si può potere, dall’altra come preteso soggetto di questo potere una comunità umana, «che si può sopprimere, ma non affermare o che si potrebbe in qualche modo affermare soltanto dopo la sua sparizione, attraverso il vuoto, impossibile da afferrare, di questa sparizione, qualcosa, dunque, che non si può nemmeno distruggere, perché non esiste» (p. 124).

Se, come sembra innegabile, la distruzione dell’umanità non è una possibilità di cui l’umanità dispone consapevolmente, ma resta affidata alla contingenza delle decisioni e delle valutazioni in buona parte casuali di questo o di quel capo di stato, l’argomentazione di Jaspers è allora distrutta dalle fondamenta, perché degli uomini che non hanno in realtà la facoltà di distruggersi non possono nemmeno prendere coscienza di questa possibilità per trasformare eticamente e politicamente la loro coscienza. Jaspers sembra qui ripetere lo stesso errore che aveva commesso Husserl quando, in una conferenza del 1935 su «La filosofia e la crisi dell’umanità europea», pur identificando nelle «deviazioni del razionalismo» la causa della crisi, aveva nondimeno affidato a una non meglio definita «ragione» europea il compito di guidare l’umanità nel suo progresso infinito verso la maturità. L’alternativa qui già chiaramente formulata fra «una scomparsa dell’Europa divenuta sempre più estranea a se stessa e alla sua vocazione razionale» e una «rinascita dell’Europa» in virtù di «un eroismo della ragione», tradisce l’inconfessabile consapevolezza che dove c’è bisogno di un «eroismo» non c’è più posto per quella «vocazione razionale» (di cui si precisa che contraddistingue l’umanità europea «dal selvaggio Papu», almeno quanto questi si differenzia da una bestia).
Ciò che una ragione benpensante non ha il coraggio di accettare è che la fine dell’umanità europea o della stessa umanità, consegnata ad aspirazioni anodine e vane, che lasciano intatto il principio che ne è responsabile, finisce col rovesciarsi, come Blanchot aveva intuito, in «un semplice fatto di cui non c’è nulla da dire, se non che è la stessa assenza di significato, qualcosa che non merita né esaltazione, né disperazione e forse nemmeno attenzione». Nessun evento storico – non la guerra atomica (o, per Husserl, la Prima guerra mondiale), non lo sterminio degli ebrei e certamente non la pandemia – può essere ipostatizzato in un evento epocale, se non si vuole che diventi un incomprensibile e vacuo idolum historiae, che non si riesce più né a pensare né a affrontare.
Occorre pertanto lasciar cadere senza riserve l’argomentazione di Jaspers, che sconta l’incapacità della ragione occidentale di pensare il problema di una fine che è stata essa stessa a produrre, ma che non è in grado in alcun modo di padroneggiare. Posta davanti alla realtà della propria fine, essa cerca di guadagnar tempo, trasformando questa realtà in una possibilità che rimanda a una realizzazione futura, a una guerra atomica che la ragione può ancora scongiurare. Sarebbe forse stato più coerente supporre che un’umanità che ha prodotto la bomba è già spiritualmente morta e che è della consapevolezza della realtà e non della possibilità di questa morte che occorre cominciare a pensare. Se il pensiero non può ragionevolmente porre il problema della fine del mondo è perché il pensiero si situa sempre nella fine, è in ogni istante esperienza della realtà e non della possibilità della fine. La guerra che temiamo è sempre in corso e non è mai finita, come la bomba una volta gettata a Hiroshima e Nagasaki non ha mai smesso di essere gettata. Solo a partire da questa consapevolezza la fine dell’umanità, la guerra atomica, le catastrofi climatiche cessano di essere fantasmi che atterriscono e paralizzano una ragione incapace di venirne a capo e appaiono invece per quello che sono: fenomeni politici già sempre attuali nella loro contingenza e nella loro assurdità, che proprio per questo non dobbiamo più temere come fatalità senza alternative, ma possiamo affrontare ogni volta secondo le istanze concrete in cui si presentano e le forze di cui disponiamo per contrastarle o sfuggirle. Questo è quanto abbiamo appreso nei due anni appena trascorsi e, di fronte a dei potenti che si rivelano sempre più incapaci di governare l’emergenza che essi stessi hanno prodotto, intendiamo farne tesoro.

Giorgio Agamben 






mercoledì 9 novembre 2022

Eventi geopolitici e crisi energetica: ricadute, strumenti di resistenza e nuovi paradigmi - Convegno a Milano Marittima del 13 novembre 2022


Il momento attuale è noto ma la sua percezione deve essere chiara e non oscurata da una strana e indotta quiete delle coscienze. Siamo invece in un momento che rappresenta uno spartiacque epocale, tra baratro e rinascita!
Dopo quasi tre anni di pressioni e aggressioni finalizzate all’omologazione del pensiero a fare la differenza sarà la consapevolezza di cosa – e come – sia accaduto e tuttora sta accadendo, ma soprattutto di quanto possiamo realmente fare per tutelarci e progettare un futuro migliore.


L’evento vuole ribadire che siamo ancora presenti, che non dimentichiamo e che lavoriamo per realizzare nuovi paradigmi sociali di libertà.

 DOMENICA 13 NOVEMBRE 2022  - Dalle ore 08:30 alle 19:00 

HOTEL EMBASSY & BOSTON 

Viale Anello del Pino, 17 – 48016 Milano Marittima 

08:30   Registrazioni e apertura lavori

09:00   Tiziana CHIARION – Editrice NEXUS Edizioni                 

09:20   Matteo SIMONETTI – Professore di storia e filosofia nei licei, giornalista per quotidiani e riviste nazionali, autore di numerosi saggi su temi storico-filosofici, riguardanti la genesi delle ideologie del’900,  musicista e compositore, ha collaborato con vari atenei ed è attualmente dottorando presso l’università di Salamanca.

COME ORIENTARSI IN UN MONDO DI MENZOGNE
La filosofia, sin dalla logica di Aristotele, ci fornisce gli strumenti per smascherare gli inganni del potere e riacquisire autonomia di giudizio. La storia ci presenta modelli di manipolazione che vengono ancora utilizzati tali e quali. Conoscere ciò significa potersi difendere e poi contrattaccare

10:10   Matteo MARTINI – Dottore in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, e ha studiato Storia della Scienza e Filosofia della Scienza. È coautore e curatore del dossier collettivo “Operazione Corona. Colpo di Stato Globale”. È docente di “Esoterismo ed esopolitica” presso la Libera Università di Nuova Pedagogia. Si occupa di storia occulta, di tecnologie “esotiche”, di temi di confine, confrontati soprattutto con i cosiddetti Studi tradizionali, l’esoterismo occidentale e orientale. 

2022: COME LA RUSSIA HA POSTO FINE ALL’OPERAZIONE CORONA
La posizione della Russia all’interno del “Colpo di Stato sanitario” globale è stata sin dall’inizio ambigua: da una parte cercando di sottrarsi al golpe globalista e alle sue politiche, dall’altra adeguandosi ancora una volta alla linea dettata dalle potenze occidentali. Fino al 2022… Contrariamente allo slogan “guerra e pandemia stessa strategia”, è stata proprio la scelta della Russia, con l’intervento in Ucraina, a far saltare il banco e a chiudere un’operazione, quella biopolitica dominata dall’OMS, che presuppone un mondo mondo unipolare.
La Russia si è messa a capo del movimento dei paesi emergenti e post-coloniali che aspirano a un riscatto in un ordine internazionale multipolare…

10:50  Intermezzo musicale e pausa

11:10  Fulvio GRIMALDI – Giornalista e regista

QUALI GUERRE, CON QUALE INFORMAZIONE, VERSO QUALI ORIZZONTI
Nel clima concettuale costruitoci attorno, ciò che conta è il momento, l’attuale, il punto d’arrivo. Nella storia circolare tutto si tiene e tutto fa parte del percorso. In quella lineare sembra che debba essere considerato solo il punto d’arrivo che, poi, dovrebbe anche essere il punto di partenza. Come “l’invasione russa” che oblitera otto anni di precedente invasione nazista in Donbass. Nel nostro caso e nel nostro ambito, il punto è di partenza verso il Nuovo Ordine Mondiale all’insegna del Grande Reset. La Cancel Culture, che è essenzialmente Cancel Memoria e strumentalmente degenera in damnatio memoriae, serve a questo. Quello che uno studioso della geopolitica dovrebbe curare, invece, sono proprio le connessioni, come insegna Maria Montessori. L’unione tra i puntini che supera il contingente reso, ripeto, strumentalmente abbagliante, e che ti dà il contesto. Svolgendo il filo che collega le varie guerre succedutesi dal dopoguerra, tutte su iniziativa statunitense e fuori dal proprio territorio, si riesce a intravvedere un disegno, un metodo che si evolve, un obiettivo che si va definendo. È la sinergia tra le varie articolazioni del progetto, che aiuta a chiarirne strumenti, metodi, il fine ultimo: una lotta di classe dall’alto al basso di portata simultaneamente locale e globale, glocal, come l’inglese permette abilmente di formulare, che sempre più rapidamente sostituisce alla rappresentanza finalizzata all’autodeterminazione individuale e collettiva, la tecnocrazia sostenuta da una biopolitica di chiaro segno autocratico e disumanizzante.

12:00   Germana LEONI – Giornalista e scrittrice

L’OCEANIA DI GEORGE ORWELL È GIÀ IN SCENA
Viviamo nell’epoca dell’inganno universale, nella dittatura del pensiero unico e del Comitato per il controllo della disinformazione, nient’altro che il ministero della Verità dell’Oceania, il continente dove il Grande Fratello decide cosa è vero o falso. Il mondo distopico di Orwell e Huxley è ora realtà: una realtà dove “la pace è guerra, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza”. La nostra ignoranza è la loro forza.

12:30   Intermezzo Musicale
13:00   Pranzo

14:30   Riapertura lavori

14:40  Francesco CARRARO – Avvocato, giornalista e scrittore. Esperto in comunicazione e di programmazione neurolinguistica

I NUOVI “DIRITTI”, QUESTI SCONOSCIUTI
Sempre più spesso di sente parlare di “diritti”: la questione dei “diritti”, il tema dei “diritti”, l’urgenza dei “diritti, la difesa dei “diritti, la destra contro i “diritti”, la sinistra paladina dei “diritti”. Un unico sostantivo plurale privo di aggettivazione qualificativa: i “diritti”. Punto e basta. Dando evidentemente per scontato che -siccome sono “diritti” – di certo non saranno “storti”; anzi, per definizione saranno anche “buoni”, “giusti”, “sacri” e “inviolabili”. Ma di quali diritti stanno parlando, lorsignori, quando parlano di (e invocano i) “diritti”? E perché non lo precisano? Forse perché non possono farlo. Altrimenti verrebbe scoperchiato il vaso di Pandora di una ipocrisia inconfessabile: questi diritti (non a caso definiti “nuovi” nelle rare occasioni in cui ci si degna di specificarli o descriverli) non sono quelli “naturali” e neppure quelli “universali” e tantomeno quelli “costituzionali” cui ci hanno abituato (e su cui ci hanno educato) “il” Diritto (con la D maiuscola), le innumerevoli dichiarazioni dei “diritti dell’uomo”, dal Settecento in poi e la nostra Costituzione del 1948. I “nuovi” diritti sono altra cosa, ma è meglio non precisarlo. La gente inizierebbe a farsi troppe domande. Se, invece, li si propaganda come “diritti” tout court, chi avrà il coraggio di opporsi?

15:20  Elisabetta FREZZA – Giurista ricercatrice e studiosa

IL RITORNO DEGLI UOMINI LIBERI
La scuola pubblica, vivaio di una nazione che possa definirsi tale, ha subito un lento avvelenamento; fino allo choc pandemico, che ha inferto il colpo di grazia a un sistema ipertrofico ormai in agonia.
L’attacco concentrico alle giovani generazioni, che incarnano il futuro, ci impone una reazione adeguata: bisogna salvare il seme, bisogna formare uomini liberi.

16:00  Intermezzo musicale e Pausa

16:20  Tancredi MILITANO – Biologo, studia la correlazione tra le memorie implicite e la genesi delle emozioni. Già professore a. c. presso l’Università degli Studi di Pavia, è oggi Presidente dell’Accademia delle Neuroscienze e si occupa di divulgazione scientifica. Pubblicazioni: ‘Il linguaggio segreto delle emozioni’, Sperling & Kupfer 2022.

LA FABBRICA DELLE EMOZIONI
le ultime scoperte delle Neuroscienze hanno messo in evidenza come il cervello funzioni in maniera significativamente diversa, rispetto a come si è sempre ipotizzato: la genesi delle emozioni non dipende infatti dagli eventi esterni che il cervello osserva e vive ma dal confronto tra la realtà esterna osservata e i dati presenti in alcuni Database di memoria, nascosti in angoli remoti del nostro sistema cognitivo, correlati con specifici circuiti neuronali del sistema limbico.
Oggi le Neuroscienze propongono nuovi approcci e nuove strategie per gestire emozioni destabilizzanti, pensieri intrusivi e comportamenti disfunzionali in modo da reagire con molta più efficacia alle situazioni della vita che possono perturbare la nostra serenità, sia nell’ambito delle relazioni affettive, che nell’ambiente lavorativo come anche in risposta agli eventi sociopolitici che ci coinvolgono quotidianamente!

17:00    Mauro RANGO  – Fondatore del Movimento Ippocrate prima e Presidente dell’Associazione IppocrateOrg

PROGETTO ORIGINI
Addossare colpe e protestare per il mondo che va a rotoli è un atteggiamento per il quale non serve creatività, né studio, né dedizione e nemmeno una coerenza. Costruire nuovi paradigmi per uscire all’attuale situazione è la sfida che tutti dovremmo cogliere, ciascuno nel proprio campo di interesse. IppocrateOrg

17:40   Marco BERTELLI – Esperto in agricoltura Biodinamica

ALIMENTI FUNZIONALI… MOLTO OLTRE LA MODA DEL BIO… Come è possibile ottenere il massimo effetto salutistico nell’alimentazione moderna senza cadere nelle innumerevoli trappole del CIBO INDUSTRIALE? Ecco una domanda la cui risposta risulta molto impegnativa se non hai una profonda conoscenza della BIOCHIMICA del nostro intestino (del nostro MICROBIOTA) e del nostro sistema metabolico generale. Non basta, devi essere consapevole della BIOCHIMICA DEL CIBO MODERNO e dunque, in contrapposizione, anche del CIBO FUNZIONALE e NUTRACEUTICO. Il progetto che persegue è etico e sostenibile ed intende offrire ai consumatori una risposta alle impellenti esigenze di una salute migliore e al contempo la salvaguardia del patrimonio naturale che madre natura ci ha fornito attraverso il coinvolgimento di tutta la filiera produttiva di pasta, pane e farine!

18:00   Domande con il pubblico                                            
18:30   Intermezzo musicale e Chiusura lavori

Intermezzi musicali di Gianluca LALLI




PER INFO E PRENOTAZIONI

LUCA: 324 632 5924 – 333 195 8500 o scrivi a eventi@nexusedizioni.it


DOVE E COME ARRIVARE

HOTEL EMBASSY & BOSTON 
Viale Anello del Pino, 17 – 48016 Milano Marittima RA
Telefono: 0544 994119
https://www.embassy-bostonmilanomarittima.com/


Gianluca LALLI – Cantautore
È stato tra i vincitori del talent radiofonico Demo, l’Acchiappatalenti di Radio Rai Uno.
Nel 2005 ha vinto il premio “Rino Gaetano
Nel 2013 il suo videoclip Il lupo ha vinto il premio Hard Rock Cafè nell’ambito del festival del cinema di Venezia e nel 2021 Vince il premio Poggio Bustone
Ha collaborato con: Claudio Lolli, Modena City Ramblers, Massimo Gemini, Remotti Remotti, Daniele Sepe “Cimarosa quintet”, i. Ha partecipato alla trasmissione “Arrivi & Partenze ” dell’emittente radiofonica RAI ISORADIO a cura di Federico Biagione Nel 2020 ha realizzato come regista un film documentario sulla vita di Rino Gaetano dal titolo “Rino”.
Nel 2022 è ospite della trasmissione di Radio1Rai di Marco Rho dove presenta il disco “Letteratura in Musica”



martedì 8 novembre 2022

Quanti giorni mancano all'alba...?



Spesso i meno accorti, tra cui spiccano i giornalisti mainstream, ritengono che la relativa sovrapponibilità tra chi ha criticato la gestione pandemica e chi critica la gestione bellica siano semplicemente indice di gente alla ricerca di un motivo purchessia per protestare. L’idea è che niente vi sia di comune, salvo la propensione a cercare occasioni per agitarsi da parte di alcuni. È ovviamente un miope fraintendimento; cerchiamo di capire perché.

La fase storica in cui siamo entrati con la pandemia rappresenta una svolta storica di cui bisogna comprendere il senso a prescindere dai molti, pur importanti, dettagli intorno alla gestione pandemica. La struttura di fondo di quella vicenda mostra come attraverso l’appello alla salute pubblica e il richiamo al contenimento del danno (il “contagio”) è possibile persuadere la quasi totalità della popolazione a qualunque restrizione e qualunque comportamento. Non mi interessa qui disquisire se questo fosse o non fosse pianificato, se fossero le prove generali di ben altro o invece un fortuito accidente: il punto è che anche laddove fosse tutto casuale e niente pianificato (cosa che comunque mi pare improbabile) siamo di fronte ad un precedente di cui i detentori del potere non possono non fare tesoro, e dunque ad una svolta.

I comportamenti di società moderne complesse che fino al giorno prima sostenevano pancia a terra un libertarismo individualistico pacchiano (strumentale ai meccanismi di mercato) sono stati capovolti in un istante nell’esatto opposto con il plauso di quasi tutti e senza che si alzassero sopracciglia di proverbiali “liberali”.

Certo, il ruolo dei media e del loro controllo è stato cruciale – e la recente conferma che dal 2020 il dipartimento USA della Homeland Security si incontrava mensilmente con rappresentanti di Twitter, Facebook, Wikipedia e altre piattaforme Internet per coordinare gli sforzi nella “moderazione dei contenuti” è tutto fuorché una sorpresa. Tuttavia ottenere la fedeltà al potere della maggior parte dei media – soprattutto quando si tratta di un potere effettivo e sbrigativo come quello americano – è la cosa più facile del mondo, se c’è una scusa spendibile. Se si coniuga l’interesse personale (anche solo quello di non andare contropelo al potere) con una passabile scusa “morale”, puoi portarti via per un piatto di lenticchie tutti i media del mondo.
Qui al centro della vicenda è la “buona scusa morale”. La forma che deve avere questa buona scusa è quella di una “minaccia esterna terribile” che richiede a tutti di “collaborare” senza discutere e di stigmatizzare chi non collabora.

Gli stati moderni sono governati de facto da oligarchie finanziarie e dopo la breve stagione democratica del secondo dopoguerra ora stanno implementando forme di controllo di radicalità un tempo impensabili.
Sul piano tecnologico e repressivo gli stati contemporanei sono oggi in grado di esercitare livelli di controllo storicamente inediti. L’unico limite all’esercizio di questo controllo, potenzialmente illimitato, è rappresentato dal guscio residuo dello “stato di diritto democratico”, che richiede qualche scusa pubblicamente spendibile per poter essere esercitato. La forma di questa scusa è il “richiamo alle armi” di fronte al “pericolo comune”.

Sia la “guerra” che la “pandemia” sono istanziazioni classiche di tale “pericolo comune” illimitato, che richiede decisioni centrali inflessibili e indiscutibili “per il bene comune”, che ha legittimità a silenziare ogni richiesta e protesta, che ha il diritto di spezzare ogni volontà insufficientemente “responsabile”. Durante la pandemia abbiamo di fatto vissuto un assaggio di “legge marziale” ufficiosa. E credere che l’attuale guerra - in fase di progressiva escalation - sia vissuta come un problema da parte delle oligarchie economiche al potere è un patetico errore. Chiedersi di fronte alle marionette che ci governano “com’è possibile che non si rendano conto che ci portano sempre più in basso” presuppone ingenuamente che non ci vogliano in basso.

L’oggetto primo della pulsione capitalista è sì il denaro, ma in quanto potere, non in quanto “mezzo per il consumo”. Sono i morti di fame a pensare al denaro soprattutto come un mezzo per soddisfare desideri, per ottenere beni. Per i vertici del sistema il denaro è sempre disponibile in vasta eccedenza rispetto a qualunque consumo concepibile, mentre il suo ruolo effettivo consiste nell’assicurare gradi di influenza e potere.

Tirando le somme, il quadro prevalente (almeno) in Occidente è il seguente: oligarchie finanziarie – abitate al loro stesso interno da gruppi leader – tirano le fila della politica in vista di una forma di controllo e indirizzo centrale inedito nella storia precedente. Essi hanno l’interesse dominante a fomentare una condizione di “pericolo comune permanente”, che tolga di mezzo ogni opposizione, innanzitutto mentale.

Qui la lezione di Orwell resta più lucida e attuale che mai: una condizione di guerra permanente è un desideratum fondamentale per le èlite mondiali. Si tratta di una condizione da cui possono trarre solo vantaggi in termini di potere e controllo, e come ricorda Orwell, il potere non ha bisogno di ulteriori motivazioni. Che ci sia o non ci sia un qualche ulteriore “piano complessivo” (“depopolamento”, “transumanesimo”, ecc.), questo è contendibile e inessenziale: probabilmente per alcuni c’è, per altri no. Su ciò ci possono essere divergenze. Ma sull’interesse nel mantenere un controllo assoluto, che metta al riparo questa nuova casta da ogni pericolo “eversivo”, da ogni minaccia alle proprie posizioni consolidate, su ciò la convergenza è assicurata.

Ciò che il presente e il futuro ci riservano è una spinta continua, un rinfocolamento costante di una condizione di “guerra permanente”: guerra per procura o guerra sotto casa, guerra metaforica a qualche virus o guerra preventiva a qualche cataclisma incipiente.

Questa è la forma del meccanismo storico in cui siamo entrati.
E non illudiamoci: saperlo di per sé non ci rende meno succubi, deboli, impreparati o impotenti.

Andrea Zhok - Sinistra in Rete



lunedì 7 novembre 2022

Israele. Sionismo ovvero fascismo?



La vittoria della coalizione di Netanyahu e la sconfitta della sinistra non sono né sorprendenti né l’aspetto più significativo delle elezioni. C’è stato un vincitore in queste elezioni: il nazionalismo sionista religioso. Netanyahu se ne andrà, e anche Ben-Gvir. Il fascismo è destinato a rimanere. Non è più uno degli attori politici in campo: è una visione del mondo.

Si tratta di un cambiamento drammatico e storico. Il fascismo si è affermato. Il quadro generale è che si è manifestato con il punteggio di 14 a 0: 14 seggi per il fascismo, 0 per la sinistra. È una sconfitta cocente. Israele ha adottato la visione del mondo del peggiore dei suoi nemici. Chiamiamola con il suo nome: Ben-Gvir [leader della coalizione di estrema destra Sionismo Religioso, ndt.] il Ben-gvirismo è kahanismo [ideologia suprematista e razzista del defunto rabbino Meri Kahane, ndt.] ed è fascismo.


Non siamo rimasti sorpresi. Siamo rimasti indifferenti. Abbiamo chiamato l’emergente fascismo “un processo”, nella speranza che sarebbe stato contenuto a lungo, o almeno non sarebbe fiorito finché ci fossimo stati noi in giro. Ma il 14 a 0 non è solo una fase, l’ha già superato. I processi sono dinamici, si sviluppano e avanzano, prima alla Knesset, poi al governo, e poi a casa tua.


Il fascismo è una vecchia conoscenza. È qui fin dal 1967, forse da prima. La gente si vergognava di chiamarlo così, ma era qui ad ogni passo, anche se lo abbiamo accettato in silenzio. Oggi non c’è più vergogna. Il fascismo non è più una parolaccia. Oggi puoi chiamare qualcuno fascista e non si sente insultato. Chiamaci fascisti se ne hai voglia, a Otzma Yehudit [Potere Ebraico, il partito di Ben-Gvir, ndt.] non ci importa, nelle prossime elezioni Ygal Amir [kahanista e uccisore del primo ministro Yitzhak Rabin, ndt.] avrà un posto di rilievo nelle liste elettorali.


Yossi Klein  - https://www.haaretz.com/opinion/2022-11-04/ty-article-opinion/.premium/its-official-now-fascism-is-us/00000184-3f3a-d253-a196-3fbed3850000