martedì 8 novembre 2022

Quanti giorni mancano all'alba...?



Spesso i meno accorti, tra cui spiccano i giornalisti mainstream, ritengono che la relativa sovrapponibilità tra chi ha criticato la gestione pandemica e chi critica la gestione bellica siano semplicemente indice di gente alla ricerca di un motivo purchessia per protestare. L’idea è che niente vi sia di comune, salvo la propensione a cercare occasioni per agitarsi da parte di alcuni. È ovviamente un miope fraintendimento; cerchiamo di capire perché.

La fase storica in cui siamo entrati con la pandemia rappresenta una svolta storica di cui bisogna comprendere il senso a prescindere dai molti, pur importanti, dettagli intorno alla gestione pandemica. La struttura di fondo di quella vicenda mostra come attraverso l’appello alla salute pubblica e il richiamo al contenimento del danno (il “contagio”) è possibile persuadere la quasi totalità della popolazione a qualunque restrizione e qualunque comportamento. Non mi interessa qui disquisire se questo fosse o non fosse pianificato, se fossero le prove generali di ben altro o invece un fortuito accidente: il punto è che anche laddove fosse tutto casuale e niente pianificato (cosa che comunque mi pare improbabile) siamo di fronte ad un precedente di cui i detentori del potere non possono non fare tesoro, e dunque ad una svolta.

I comportamenti di società moderne complesse che fino al giorno prima sostenevano pancia a terra un libertarismo individualistico pacchiano (strumentale ai meccanismi di mercato) sono stati capovolti in un istante nell’esatto opposto con il plauso di quasi tutti e senza che si alzassero sopracciglia di proverbiali “liberali”.

Certo, il ruolo dei media e del loro controllo è stato cruciale – e la recente conferma che dal 2020 il dipartimento USA della Homeland Security si incontrava mensilmente con rappresentanti di Twitter, Facebook, Wikipedia e altre piattaforme Internet per coordinare gli sforzi nella “moderazione dei contenuti” è tutto fuorché una sorpresa. Tuttavia ottenere la fedeltà al potere della maggior parte dei media – soprattutto quando si tratta di un potere effettivo e sbrigativo come quello americano – è la cosa più facile del mondo, se c’è una scusa spendibile. Se si coniuga l’interesse personale (anche solo quello di non andare contropelo al potere) con una passabile scusa “morale”, puoi portarti via per un piatto di lenticchie tutti i media del mondo.
Qui al centro della vicenda è la “buona scusa morale”. La forma che deve avere questa buona scusa è quella di una “minaccia esterna terribile” che richiede a tutti di “collaborare” senza discutere e di stigmatizzare chi non collabora.

Gli stati moderni sono governati de facto da oligarchie finanziarie e dopo la breve stagione democratica del secondo dopoguerra ora stanno implementando forme di controllo di radicalità un tempo impensabili.
Sul piano tecnologico e repressivo gli stati contemporanei sono oggi in grado di esercitare livelli di controllo storicamente inediti. L’unico limite all’esercizio di questo controllo, potenzialmente illimitato, è rappresentato dal guscio residuo dello “stato di diritto democratico”, che richiede qualche scusa pubblicamente spendibile per poter essere esercitato. La forma di questa scusa è il “richiamo alle armi” di fronte al “pericolo comune”.

Sia la “guerra” che la “pandemia” sono istanziazioni classiche di tale “pericolo comune” illimitato, che richiede decisioni centrali inflessibili e indiscutibili “per il bene comune”, che ha legittimità a silenziare ogni richiesta e protesta, che ha il diritto di spezzare ogni volontà insufficientemente “responsabile”. Durante la pandemia abbiamo di fatto vissuto un assaggio di “legge marziale” ufficiosa. E credere che l’attuale guerra - in fase di progressiva escalation - sia vissuta come un problema da parte delle oligarchie economiche al potere è un patetico errore. Chiedersi di fronte alle marionette che ci governano “com’è possibile che non si rendano conto che ci portano sempre più in basso” presuppone ingenuamente che non ci vogliano in basso.

L’oggetto primo della pulsione capitalista è sì il denaro, ma in quanto potere, non in quanto “mezzo per il consumo”. Sono i morti di fame a pensare al denaro soprattutto come un mezzo per soddisfare desideri, per ottenere beni. Per i vertici del sistema il denaro è sempre disponibile in vasta eccedenza rispetto a qualunque consumo concepibile, mentre il suo ruolo effettivo consiste nell’assicurare gradi di influenza e potere.

Tirando le somme, il quadro prevalente (almeno) in Occidente è il seguente: oligarchie finanziarie – abitate al loro stesso interno da gruppi leader – tirano le fila della politica in vista di una forma di controllo e indirizzo centrale inedito nella storia precedente. Essi hanno l’interesse dominante a fomentare una condizione di “pericolo comune permanente”, che tolga di mezzo ogni opposizione, innanzitutto mentale.

Qui la lezione di Orwell resta più lucida e attuale che mai: una condizione di guerra permanente è un desideratum fondamentale per le èlite mondiali. Si tratta di una condizione da cui possono trarre solo vantaggi in termini di potere e controllo, e come ricorda Orwell, il potere non ha bisogno di ulteriori motivazioni. Che ci sia o non ci sia un qualche ulteriore “piano complessivo” (“depopolamento”, “transumanesimo”, ecc.), questo è contendibile e inessenziale: probabilmente per alcuni c’è, per altri no. Su ciò ci possono essere divergenze. Ma sull’interesse nel mantenere un controllo assoluto, che metta al riparo questa nuova casta da ogni pericolo “eversivo”, da ogni minaccia alle proprie posizioni consolidate, su ciò la convergenza è assicurata.

Ciò che il presente e il futuro ci riservano è una spinta continua, un rinfocolamento costante di una condizione di “guerra permanente”: guerra per procura o guerra sotto casa, guerra metaforica a qualche virus o guerra preventiva a qualche cataclisma incipiente.

Questa è la forma del meccanismo storico in cui siamo entrati.
E non illudiamoci: saperlo di per sé non ci rende meno succubi, deboli, impreparati o impotenti.

Andrea Zhok - Sinistra in Rete



lunedì 7 novembre 2022

Israele. Sionismo ovvero fascismo?



La vittoria della coalizione di Netanyahu e la sconfitta della sinistra non sono né sorprendenti né l’aspetto più significativo delle elezioni. C’è stato un vincitore in queste elezioni: il nazionalismo sionista religioso. Netanyahu se ne andrà, e anche Ben-Gvir. Il fascismo è destinato a rimanere. Non è più uno degli attori politici in campo: è una visione del mondo.

Si tratta di un cambiamento drammatico e storico. Il fascismo si è affermato. Il quadro generale è che si è manifestato con il punteggio di 14 a 0: 14 seggi per il fascismo, 0 per la sinistra. È una sconfitta cocente. Israele ha adottato la visione del mondo del peggiore dei suoi nemici. Chiamiamola con il suo nome: Ben-Gvir [leader della coalizione di estrema destra Sionismo Religioso, ndt.] il Ben-gvirismo è kahanismo [ideologia suprematista e razzista del defunto rabbino Meri Kahane, ndt.] ed è fascismo.


Non siamo rimasti sorpresi. Siamo rimasti indifferenti. Abbiamo chiamato l’emergente fascismo “un processo”, nella speranza che sarebbe stato contenuto a lungo, o almeno non sarebbe fiorito finché ci fossimo stati noi in giro. Ma il 14 a 0 non è solo una fase, l’ha già superato. I processi sono dinamici, si sviluppano e avanzano, prima alla Knesset, poi al governo, e poi a casa tua.


Il fascismo è una vecchia conoscenza. È qui fin dal 1967, forse da prima. La gente si vergognava di chiamarlo così, ma era qui ad ogni passo, anche se lo abbiamo accettato in silenzio. Oggi non c’è più vergogna. Il fascismo non è più una parolaccia. Oggi puoi chiamare qualcuno fascista e non si sente insultato. Chiamaci fascisti se ne hai voglia, a Otzma Yehudit [Potere Ebraico, il partito di Ben-Gvir, ndt.] non ci importa, nelle prossime elezioni Ygal Amir [kahanista e uccisore del primo ministro Yitzhak Rabin, ndt.] avrà un posto di rilievo nelle liste elettorali.


Yossi Klein  - https://www.haaretz.com/opinion/2022-11-04/ty-article-opinion/.premium/its-official-now-fascism-is-us/00000184-3f3a-d253-a196-3fbed3850000




domenica 6 novembre 2022

La macchina UE finisce allo sfaciacarrozze...?



La Von der Leyen non se n’é forse ancora accorta, impegnata com’é a giocare alla guerra. Non se n’é accorta  ma quel che resta del nucleo centrale dell’Unione Europea é prossimo al tracollo. Adesso, le conseguenze economiche della guerra  che Washington e Londra – con l’Unione Europea bovinamente al séguito – conducono contro la Russia, rischiano di portare in superficie il finora sommerso contrasto tra i vari stati europei.

(...) Principale nodo del contendere – va da sé – é il problema del gas. Ma, a ben guardare, sullo sfondo v’é anche un problema geostrategico d’ordine generale, sempre legato alle conseguenze della guerra. Se i nord- americani riusciranno ad imporre la totale interruzione dei rapporti economici fra Europa e Russia, la Germania dovrá giocoforza volgersi verso altri teatri.

Vedasi la recente visita di  Scholz  in Cina:   https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2022/11/la-germania-tenta-un-avvicinamento-con.html

Ora, cosa significa questo per gli equilibri europei? Significa che al vertice della UE si profila adesso un brusco vuoto di potere, e che la donnetta di Bruxelles e la sua incredibile corte dovranno sempre piú spesso entrare in contrasto con i singoli governi nazionali.

 La Meloni avrá un’occasione d’oro per dimostrare alla UE che veramente “é finita la pacchia”, e che la Commissione Europea deve rimangiarsi tutte le manovre che sono state orchestrate  contro gli interessi italiani. Penso, in primissimo luogo, alla crociata contro l’agroalimentare italiano e la dieta mediterranea, accusati con molta fantasia di essere “cancerogeni”.

Certo, non ci sogniamo di immaginare che dietro questa crociata vi siano motivi diversi dalla semplice preoccupazione per la salute dei cittadini europei. Ma sta di fatto che questa produzione é vitale per la nostra economia. Senza di essa l’Italia sarebbe letteralmente sul lastrico, pronta per essere cucinata a fuoco lento dai figli di troika che vogliono farci fare la fine della Grecia.

Ecco, questa é l’occasione buona per un esordio scoppiettante della Meloni nei palazzacci europei. Un’occasione che non deve assolutamente lasciarsi sfuggire. Se dovesse chinare il capo a Bruxelles o se dovesse apparire arrendevole e remissiva, la sua personale credibilitá ne uscirebbe irrimediabilmente distrutta.

Stralcio di un articolo di Michele Rallo



venerdì 4 novembre 2022

Meloni-ca atlantista per amore o per forza...

 


Molti pretendono che Giorgia Meloni dichiari di essere atlantista continuamente. Zelensky e Biden le impongono tutti i giorni di mostrare la sua fedeltà ai valori dell’atlantismo. In realtà, a Zelensky, a Biden e ai principali media italiani, non interessa un bel niente dei valori di Giorgia Meloni. Interessa soltanto che Meloni invii le armi in Ucraina.

Siccome non possono esprimersi in modo così diretto, ricorrono allo stratagemma politico dei valori per idealizzare il prosaico e nobilitare l'ignobile. Anziché dire: “Cara Meloni, devi mandare le armi in Ucraina altrimenti destabilizziamo il tuo governo”. Dicono: “Meloni, orsù, mostra di credere nei nobili valori dell’atlantismo”.

Ma l’atlantismo non è una cultura politica; è, prevalentemente, un insieme di interessi che sorregge un’alleanza militare offensiva, la Nato. Tant’è vero che l’atlantismo continua a esistere indipendentemente che alla Casa Bianca siedano Trump o Biden che hanno valori politici opposti; l'atlantismo esiste indipendentemente che al governo siedano Letta o Meloni.

Il PD e Fratelli d'Italia si riconoscono entrambi nell’atlantismo? Allora l’atlantismo non può essere un fascio di valori; è, ben diversamente, un coacervo di interessi. Quindi, ove possibile, chiederei la gentilezza di non strumentalizzare i “valori” in modo così becero mediante il ricorso agli “alchimisti morali” (Merton). I valori nobili sono quelli della pace.

I valori ignobili sono quelli della guerra: la Costituzione Italiana dice questo. Sirianizzare la guerra in Ucraina non ha niente di nobile.

L’Ucraina è un Paese sventrato e non abbiamo visto ancora niente rispetto a quello che avverrà nei prossimi mesi continuando a prendere in giro i cittadini con la storia dei valori atlantisti e la chiusura a ogni forma di trattativa. Per capire la guerra in Ucraina, dobbiamo smettere di ascoltare Biden e tornare a studiare la teoria sociologica. La conoscenza sociologica ci salverà; non l'atlantismo.

giovedì 3 novembre 2022

Mar Nero. Il corridoio umanitario è stato ripristinato dalla Russia (malgrado l'attacco ucraino a Sebastopoli)



Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan ha riferito che le esportazioni di cereali dall’Ucraina attraverso il corridoio umanitario marittimo sono riprese il 2 novembre 2022 alle 12, ora di Mosca. Il ripristino dei transiti navali è stato possibile grazie all’intervento del ministro della Difesa turco Hulusi Akar, che ha contattato l’omologo russo Sergej Šojgu per spronarlo ad adempiere allo «sforzo puramente umanitario». In seguito all’attacco ucraino con droni aerei e marittimi alla base di Sebastopoli (Crimea), sabato 29 ottobre Mosca aveva annunciato la sospensione «a tempo indeterminato» dell’intesa sul grano sottoscritta a luglio 2022 grazie alla mediazione di Turchia e Nazioni Unite. L’accordo scade il 19 novembre 2022. (https://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-2-novembre-guerra-ucraina-russia-cereali-serbia-kosovo-missili-corea/129783)



Dietro le quinte: 

Emerge  una duplice responsabilità particolarmente grave da parte dell'Ucraina e delle nazioni della Nato che la spalleggiano:


1) il governo ucraino avrebbe sfruttato l'accordo umanitario, quello sul grano, con corridoi sicuri e smilitarizzati, per compiere operazioni militari contro la base navale russa di Sebastopoli in Crimea, utilizzando droni subacquei per colpire la flotta russa, con la copertura o comunque la complicità di nazioni della Nato; se così non fosse, non è comprensibile come mai le nazioni della Nato non abbiano tirato le orecchie a Zelensky per questo atto di vera e propria pirateria che ha sfruttato corridoi umanitari;

2) dei corridoi umanitari per esportare il grano avrebbero beneficiato, oltre ai droni subacquei ucraini per l'attacco alla base russa di Sebastopoli, soprattutto i paesi ricchi che si sono riforniti di grano con ben 350 bastimenti mentre solo 11 navi sono partite verso le nazioni affamate dell'Africa. 

Quello che doveva essere un accordo per sfamare l'Africa si è trasformato in una cosa completamente diversa, di cui - spiace dirlo - il servizio di informazione pubblico della RAI non ha dato resoconti. 

Un velo di ipocrisia copre una vicenda che è a dir poco vergognosa.

È vergognoso il modo con cui le nazioni della Nato hanno presentato i corridoi del grano per poi fare ben altro. I paesi ricchi stanno gestendo queste operazioni per propri interessi con la scusa di aiutare l'Africa.

Questi "corridoi del grano", più che servire alle popolazioni povere, servono a scopi economici e militari inconfessabili di cui ovviamente non si parla, per non scoprire i retroscena e i secondi fini.

Alessandro Marescotti 
Presidente PeaceLink 


mercoledì 2 novembre 2022

Donbass. La "pace eterna" (altrui) che piace a zelensky (con il supporto italico)



Donetsk, come ogni giorno la mattinata comincia dal caffè e dalla ricerca di notizie riguardanti le novità sui campi di battaglia, nelle retrovie e nel mondo.

Nel bollettno di guerra mattutino figura ripetutamente Gorlovka dove il 31 ottobre, a causa dei bombardamenti, è rimasto ucciso un ennesimo civile, mentre altri due, tra cui una ragazzina, sono rimasti feriti. Gorlovka è una città martire abituata alla strage centellinata, tanto che tutto ciò fa poca notizia anche a Donetsk, alle prese con altrettanti problemi. L'1 novembre l’artiglieria ucraina ha iniziato a colpire Gorlovka verso le 8:10 impiegando mortai e obici. Dopo due ore, alle 10:40, sempre in quella zona, sono esplosi 5 proiettili da 155mm, calibro NATO. Anche qui, nulla di nuovo.
Continuo a scorrere tra le notizie e, a proposito di calibri NATO, mi imbatto in un articolo (di un paio di giorni fa) sul nuovo lotto di armi diretto dall’Italia verso l’Ucraina.
Gli ucraini combattono con armi italiane da diverso tempo e come recentemente rivelato da Repubblica (https://www.repubblica.it/esteri/2022/10/29/news/ucraina_kiev_armi_italia-372176795/) il nostro Paese ha provveduto a donare armi “hi-tech” e si può constatare come molti giornalisti e politici, nascondendo temporaneamente nel cassetto il proprio spirito (falso)pacifista, si spendono per elencare le qualità dei sistemi d’arma più potenti e brillanti al mondo con cui l’Italia sostiene la “resistenza” ucraina.


Con le nuove armi verranno spediti a Kiev anche diverse decine di obici semoventi M109 da 155mm, già in viaggio lungo le strade italiane. Le foto degli spostamenti di questi cannoni sono apparse anche su diversi quotidiani italiani tra cui Rep, che ha posto attenzione al tridente ucraino sulla fiancata dei mezzi, “che in realtà è lo stemma del reggimento Torino, ricordo della campagna nel Dnepr durante la seconda guerra mondiale”.
Tra il 1941 ed il 1942 il reggimento Torino prese parte al forzamento del Dnepr e alla conquista di Gorlovka (un anno dopo arrivò la disfatta: su circa 2300 artiglieri solo un centinaio tornarono in Patria).
Interessante il corso della storia che, dopo 81 anni, porta nuovamente l’artiglieria del Torino nelle steppe del Donbass. Nel frattempo, mentre qualcuno si ostina a continuare a dar lezioni sul concetto di “aggredito/aggressore”, sia a Gorlovka che non lontano da me i boati dei colpi di artiglieria continuano a imporsi nella quotidianità.

Vittorio Nicola Rangeloni



martedì 1 novembre 2022

La caduta dell'Occidente...

 


La situazione della società civile occidentale, e italiana in particolare, credo sia riassumibile in questi punti.


1) Da mezzo secolo il lavoro di demolizione della democrazia reale è all’opera, consapevolmente e costantemente. Vi hanno partecipato le riforme scolastiche e i monopoli mediatici, l’ideologia dell’antipolitica e l’incentivazione alla competizione individuale illimitata. È stato un lavoro che ha coinvolto due generazioni e ora è completo, perfetto.

2) La gente non è necessariamente né più stupida, né più ignorante di mezzo secolo fa, ma ha perduto nella maniera più completa la capacità primaria di organizzarsi, di dialogare, di costruire insieme qualcosa. Manca la formazione, manca l’atteggiamento, manca la base materiale ed istituzionale per fare alcunché: l’azione collettiva è morta.

3) Tutti coloro i quali si appellano a qualche “situazionismo”, a qualche flash mob, a qualche chiassata estemporanea per “ottenere la visibilità dei media” come forma di azione collettiva non ha capito niente. Sta chiedendo al sistema di prendere sul serio la sua voce laddove il sistema è nato per silenziare o strumentalizzare le voci sgradite.

4) A livello delle classi dirigenti la demolizione della sfera politica, della sua autorevolezza e della comprensione della sua necessità ha condotto ad un declino verticale della qualità di questi ceti apicali. Questo processo di degrado e dilettantismo delle classi dirigenti politiche non è un monopolio italiano, ma è una tendenza generalizzata: quando non sono dilettanti allo sbaraglio sono tecnocrati a gettone. È per questa semplice ragione che stiamo precipitando nell’abisso senza muovere un sopracciglio. Siamo un intero continente che si comporta come quell’uomo, in caduta libera dal grattacielo, che ad ogni piano si dice: “Finora tutto bene.”

5) A livello sociale e riflessivo la situazione è egualmente disperante. L’intera sfera dell’attenzione sociale è rivolta a dimensioni privatistico-sentimentali, finto-intimistiche, immaginando che il mondo cambierà se solo avremo portato alla luce con abbastanza sottigliezza qualche intimo fremito, qualche zona umbratile del nostro animo tra sonno e veglia. Questa iperconcentrazione sulle sorti del proprio ombelico è la cifra dell’ultima generazione, che per tutto ciò che riguarda i rapporti strutturali, storici, sociali, lavorativi, legali, tradizionali, comunitari è ridotta al livello zero: rotelline disposte a tutto, che dove le metti stanno, sensibili solo all’agenda di moda.

6) Una volta qualcuno pensava che fosse la religione l’oppio dei popoli. Fu un grave errore di analisi. La religione che avevano davanti gli occhi nell’800 giocava sì quel ruolo, ma era semplicemente una deriva culturale in cui i ceti dominanti mettevano a tacere le coscienze strumentalizzando promesse virtuali (l’Aldilà garantito agli obbedienti). Oggi le promesse virtuali che addormentano le coscienze le abbiamo ovunque intorno a noi h24 in forma di infinite comunicazioni mediatiche, paradisi artificiali delle pubblicità, stili di vita tanto al chilo sparati alla TV, narrative consolanti ed edificanti intorno a mondi lontani, esotici o fittizi. Una volta il rinchiudersi in un mondo virtuale, accomodante, impermeabile e restio a percepire quale che accade fuori era segno dell’indebolimento terminale dei molto anziani, che riducevano la complessità percepita del mondo perché non avevano più le forze per affrontarla. Oggi questo tratto è pressoché universale.

Andrea Zhok