sabato 18 maggio 2019

Siri ed il test elettorale del governo boccheggiante... secondo Michele Rallo



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Caso Siri: ovvero, come perdersi in un bicchiere d’acqua. Non mi riferisco all’indagine in sé, avviata d’ufficio perché terze persone parlavano tra loro di una “dazione” che con ogni probabilità non c’è mai stata. Mi riferisco invece al caso politico che ne è derivato. I fatti sono noti, e non starò qui a riassumerli.
Dirò soltanto che un Di Maio boccheggiante si è aggrappato disperatamente a quella vicenda per tentare di limitare i danni del disastro annunciato per le prossime elezioni europee. Giggino o’ Guaglione aveva già virato in direzione pro-migranti per contendere alle altre sigle della sinistra un pugno di voti buonisti. E, adesso, sul caso Siri si é avventato in nome della lotta ad una del tutto ipotetica corruzione, speranzoso di poter così rinverdire i fasti delle origini “viola” del movimento, quando si raccoglievano vagonate di voti semplicemente invocando l’onestà.
Nel caso in specie, con molta probabilitá, l’onestá non c’entra. C’entra soltanto il fatto che Armando Siri sia “indagato”, non “imputato”. Come tanti altri, cui nessuno si sogna di far fare “un passo indietro”. Come – per esempio – la sindaco grillina di Roma, Virginia Raggi, che di indagini dovrebbe averne collezionate piú d’una. Se ben ricordo: per una consulenza sulla ASL di Civitavecchia, per i canili municipali, per il famoso “caso Marra” e – ultimo in ordine di tempo – per lo stadio della Roma.
Non voglio mettere in dubbio la personale onestá del sindaco di Roma. Molto probabilmente, gran parte di quelle indagini si sono giá concluse con un nulla di fatto. Come, con buona probabilitá, si concluderá l’indagine sul caso Siri. Il punto é un altro: perché per Siri i grillini hanno chiesto le dimissioni e per la Raggi no?
Salvini, che come Ministro dell’Interno certamente conosce la reale portata dell’affare Siri, si é lanciato nella difesa a spada tratta del suo sottosegretario, mentre il Guaglione continuava a chiederne con crescente petulanza le dimissioni. Alla fine, l’indecorosa conclusione: il premier Conte ha avocato a sé la questione, ed ha revocato la nomina di Siri. Fin qui, tutto normale (si fa per dire).
Quella che non é normale, che non é neppure concepibile, é la mancata reazione di Salvini: solo un garbato disappunto, e l’immediata assicurazione che “il governo va avanti”.
Una cosa inaudita, incredibile, inconcepibile. Viene da chiedersi perché mai il Capitano abbia fatto tanto casino per ritirarsi poi in buon ordine, per fare questa figura del piffero, per dare modo di parlare a qualcuno che non avrebbe niente da dire. Un braccio di ferro (quello su Siri come prima quello sul deficit al 2,40%) si fa solo se si é sicuri di avere la forza di reggere all’urto dell’avversario.
Ma l’aspetto piú grave é ancora un altro. É che, avendo avuto offerta su un piatto d’argento la scusa migliore per far saltare il governo, il leader leghista l’abbia lasciata cadere. Anzi, sembra che la sua preoccupazione principale sia stata quella di mantenere in vita questo governo. Cosa assolutamente inspiegabile, se si ha ben presente che il governo “del cambiamento” è destinato comunque a naufragare nell’arco di pochi mesi, a causa della sua strampalata gestione dell’economia nazionale. Salvini aveva l’occasione buona per tirarsene elegantemente fuori, per presentarsi all’opinione pubblica con il suo bilancio – estremamente positivo – in materia di ordine pubblico e lotta all’immigrazione, e lasciando ai soli grillini il peso di una indifendibile politica economica. Non l’ha fatto, commettendo – a mio avviso – il suo primo clamoroso errore.
Nulla di irrimediabile, intendiamoci, nulla che possa scuotere il primo posto della Lega e la frana dei Cinque Stelle alle prossime europee. Ma quanto basta per spostare dalla Lega a Fratelli d’Italia le simpatie di una aliquota – non so quanto robusta – dell’elettorato nazionalista e sovranista.

Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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giovedì 16 maggio 2019

Canapisisa del 18 maggio 2019 - Da Marcia a sit-in (causa censura)


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In data 14 maggio 2019 ci è stato comunicato che non ci sarà permesso di svolgere l’annuale corteo antiproibizionista Canapisa Street Parade, e che l’unica forma che ci sarà consentita per manifestare le nostre idee sarà un presidio stanziato in piazza della stazione di Pisa (e questo nonostante avessimo accettato il percorso che ci era stato proposto dalla questura lunedì 13 maggio, che prevedeva un corteo che partiva dalla Stazione e che sarebbe terminato prima del cavalcavia antistante il quartiere di Sant’Ermete).

Visto che nel lungo documento che ci ha consegnato la Questura per comunicarci questo divieto, esso viene motivato:  “nel corso dei successivi incontri, tenutisi il 10 e il 13 maggio, è stata prospettata ai promotori della manifestazione[...] la possibilità [...] di svolgimento della stessa, con la previsione dell’ instradamento del corteo in direzione del quartiere cittadino di S.Ermete e dello scioglimento dello stesso una volta raggiunta detta località”, pensiamo che la proibizione del corteo sia dovuta a uno spiacevole equivoco.

Noi infatti avevamo accettato di sciogliere il corteo prima del cavalcavia di Sant’Ermete. Se invece non si trattasse di un equivoco questa proibizione costituirebbe una gravissima violazione del diritto di manifestazione che potrebbe costituire un pericoloso precedente, perché oggi si inizia a proibire Canapisa e domani si può proibire qualsiasi manifestazione che non è gradita a chi governa questa città.

PER QUESTO NOI SABATO SAREMO COMUNQUE IN PIAZZA DELLA STAZIONE E CREDIAMO CHE INSIEME  A NOI CI SARANNO TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LA LIBERTA' DI MANIFESTAZIONE, DI ESPRESSIONE E DI PENSIERO. L' APPUNTAMENTO PER TUTTE E TUTTI E' SABATO 18 MAGGIO 2019  ALLE 16 IN PIAZZA DELLA STAZIONE!!!

Evviva la tribù e chi ci ferma più!


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CORRISPONDENZE INFORMAZIONI RURALI

Il fascismo mascherato... 2.0


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Di fascismi ce ne sono diversi. Se la tirano da nemici, ma sono sinergici. Uno noto, scoperto, storicamente validato, con i suoi detriti a cranio rasato dell’oggi. L’altro aggiornato, ammodernato, de-ideologizzato, riciclato. Rispetto a quello precedente è come un dollaro – o euro – guadagnato vendendo glifosato Bayer-Monsanto, o eroina, o bombe prodotte in Sardegna ai sauditi, poi riciclato nell’acquisto di carburante per navi che traghettano africani in Europa, “che sennò affogano”. 

Chiamiamolo per comodità e disinvoltura scientifica: “fascismo 2.0”. O fascismo del XXI secolo rispetto a quello del XX. O Finanzfascismo. E’ la forma di governo più diffusamente praticata in Occidente. Ha in comune con il carnevale di Venezia il travisamento-miglioramento del proprio aspetto grazie alla maschera. Con il fascismo d’antan ha in comune i pilastri della costruzione sociale e del pensiero che la sovrintende. 

Che, allora come oggi, come quasi sempre a partire dal quarto secolo, deve essere unico, univoco, uniforme, unidirezionale, universale. Diffuso grazie alla coercizione, variamente violenta, del “TINA”, “There Is No Alternative”, da lì non si scappa. 

La costruzione sociale perpetua, con invariata persistenza nel tempo, quella della piramide. Pochi in alto, ma di grande peso, che schiacciando i tanti in basso, li riducono nella polpa di cui si nutrono. Metafora: spremi il pomodoro del contadino e ne esce la passata della Grande Distribuzione; strizzi uno schiavo traghettato dall’Africa e ne esce l’outlet di papà Renzi. 

Fulvio Grimaldi

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mercoledì 15 maggio 2019

La nuova corsa all'oro


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Le banche centrali stanno indicando la strada, alcune di quelle più grandi sono ancora in pieno giorno di shopping.
 
Nel primo trimestre del 2019, secondo il Consiglio mondiale dell'oro, tanto oro quanto non è più presente nelle scorte della banca centrale dal 2013 (primo trimestre). Anche gli investitori privati dovrebbero   prestare attenzione.
 
Perché le banche centrali puntano così tanto sull'oro? 


La Russia è attualmente il paese con la maggiore propensione all'acquisto.
 
Delle riserve auree mondiali, la Russia possiede oggi circa il 19 per cento (2168 tonnellate d'oro).
 
L'inflazione della carta moneta delle banche, i rischi politici, i punti critici e le incertezze globali portano al rifugio sicuro dell'oro.
 
L'oro è un metallo di crisi, ma soprattutto un'assicurazione sotto forma di moneta.
 
Non c'è ancora stato un crollo o qualcosa di simile, quindi alcuni investitori sono ancora in attesa di investire in oro.
 
Aumenta la domanda di oro
 
Nel 2018, il mondo ha consumato circa 4364 tonnellate d'oro.
 
Per il 2019 si prevede un consumo di circa 4370 tonnellate, il che rappresenta una tendenza all'aumento.
 
Oltre alle banche centrali, in particolare Russia, Cina e Turchia, che stanno ritirando oro dal mercato, vi è stata una forte domanda da parte dei fondi indicizzati coperti da oro (ETF/ETC). E' così che il Consiglio mondiale dell'oro l'ha scoperto. In India, ad esempio, ci sono sforzi politici per portare l'oro nella classe di attivi.
 
L'oro sotto forma di monete o lingotti deve essere estratto.


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Fonte: wwww:auvesta.com
  

martedì 14 maggio 2019

NATO. Direzione Russia...

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Nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di stato Usa James Baker assicurava il Presidente dell'URSS Mikhail Gorbaciov che «la NATO non si estenderà di un solo pollice ad Est». Ma in vent’anni, dopo aver demolito la Federazione Jugoslava, la NATO si estende da 16 a 29 paesi (30 se ingloba la Macedonia), espandendosi verso la Russia.
Nel 1999 ingloba i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. Nel 2004, si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava). Nel 2009 ingloba l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e, nel 2017, il Montenegro; nel 2019 firma il protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro. Altri tre paesi – Bosnia Erzegovina (già parte della Federazione Jugoslava), Georgia e Ucraina (già parte dell’Urss) – sono candidati a entrare nella NATO.
Così Washington lega questi paesi non tanto all’Alleanza, quanto direttamente agli USA, rafforzando la sua influenza all’interno dell’Unione Europea. Sui dieci paesi dell’Europa centro-orientale che entrano nella NATO tra il 1999 e il 2004, sette entrano nell’Unione Europea tra il 2004 e il 2007: all’Unione Europea che si allarga a Est, gli Stati Uniti sovrappongono la NATO che si allarga a Est sull’Europa. Si rivela così, chiaramente, il disegno strategico di Washington: far leva sui nuovi membri dell’Est per stabilire nella NATO rapporti di forza ancora più favorevoli agli Stati Uniti, così da isolare la «vecchia Europa» che potrebbe un giorno rendersi autonoma.
L’espansione a Est ha, oltre a queste, altre implicazioni. Inglobando non solo i paesi dell’ex Patto di Varsavia ma anche le tre repubbliche baltiche un tempo facenti parte dell’Urss, la NATO arriva fino ai confini della Federazione Russa. Nonostante le assicurazioni di Washington sulle sue intenzioni pacifiche, ciò costituisce una minaccia, anche nucleare, verso la Russia.
3B/10  USA E NATO ATTACCANO E INVADONOI L'AFGHANISTAN E L'IRAQ
Gli Stati Uniti attaccano e invadono l’Afghanistan, nel 2001, con la motivazione ufficiale di dare la caccia a Osama bin Laden, indicato come mandante degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 (la cui versione ufficiale non regge alle indagini tecnico-scientifiche effettuate da esperti indipendenti). Osama bin Laden è una figura ben nota a Washington: appartenente a una ricca famiglia saudita, aveva collaborato attivamente con la CIA quando, dal 1979 al 1989, essa aveva addestrato e armato  tramite l’ISI (il servizio segreto pachistano) oltre 100 mila mujaidin per la guerra contro le truppe sovietiche cadute nella «trappola afghana» (come la definirà in seguito Zbigniew Brzezinski, precisando che l’addestramento e l’armamento dei mujaidin erano iniziati nel luglio 1979, cinque mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan).
Si apre così una nuova fase della situazione internazionale: il presidente degli Stati Uniti viene autorizzato a condurre la «guerra globale al terrorismo», in cui non vi sono confini geografici, condotta contro un nemico che può essere identificato di volta in volta non solo in un terrorista o presunto tale, ma in chiunque si opponga alla politica e agli interessi statunitensi. L’immagine perfetta di nemico, intercambiabile e duratura. Il presidente Bush lo definisce «un nemico oscuro, che si nasconde negli angoli bui della Terra».
Scopo reale dell’intervento militare USA in Afghanistan è l’occupazione di quest’area di primaria importanza strategica. L’Afghanistan è al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale. In quest’area (nel Golfo e nel Caspio) ci sono grandi riserve petrolifere. Vi si trovano tre grandi potenze – Cina, Russia e India – la cui forza sta crescendo e influendo sugli assetti globali. Come aveva avvertito il Pentagono nel rapporto del 30 settembre 2001, «esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse».
Nel periodo precedente l’11 settembre 2001, vi sono in Asia forti segnali di un riavvicinamento tra Cina e Russia. Washington considera tale fatto una sfida agli interessi statunitensi nel momento critico in cui gli Stati Uniti cercano di occupare il vuoto che la disgregazione dell’URSS ha lasciato in Asia Centrale. Una posizione geostrategica chiave per il controllo di quest’area è quella dell’Afghanistan.
La guerra inizia nell’ottobre 2001 con il bombardamento effettuato dall’aviazione statunitense e britannica. A questo punto il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza la costituzione dell’ISAF (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza), la cui direzione viene affidata in successione a Gran Bretagna, Turchia, Germania e Olanda. Ma improvvisamente, nell’agosto 2003, la NATO annuncia di aver «assunto il ruolo di leadership dell’ISAF, forza con mandato ONU». E’ un vero e proprio colpo di mano: nessuna risoluzione del Consiglio di sicurezza autorizza la NATO ad assumere la leadership, ossia il comando, dell’ISAF. Solo a cose fatte, nella risoluzione 1659 del febbraio 2006, il Consiglio di sicurezza «riconosce il continuo impegno della NATO nel dirigere l’ISAF». La missione ISAF viene in tal modo inserita nella catena di comando del Pentagono. Nella stessa catena di comando sono inseriti i militari italiani assegnati all’ISAF.
Dopo l’Afghanistan è il turno dell’Iraq, paese sottoposto dal 1991 a un ferreo embargo che ha provocato in dieci anni un milione e mezzo di morti, di cui circa mezzo milione tra i bambini. Il presidente Bush mette l’Iraq, nel 2002, al primo posto tra i paesi facenti parte dell’«asse del male». Il segretario di stato Colin Powell presenta al Consiglio di sicurezza dell’ONU una serie di «prove» raccolte dalla CIA, che successivamente risulteranno false, sulla presunta esistenza di un grosso arsenale di armi chimiche e batteriologiche in possesso dell’Iraq, e su una sua presunta capacità di costruire in breve tempo armi nucleari. Poiché il Consiglio di sicurezza si rifiuta di autorizzare la guerra, l’amministrazione Bush semplicemente lo scavalca.
La guerra inizia nel marzo 2003 con il bombardamento aereo di Baghdad e altri centri da parte dell’aviazione statunitense e britannica e con l’attacco terrestre effettuato dai marines entrati in Iraq dal Kuwait. In aprile truppe USA occupano Baghdad. L’operazione, denominata «Iraqi Freedom», viene presentata come  «guerra preventiva» ed «esportazione della democrazia». Le forze di occupazione statunitensi e alleate – comprese quelle italiane impegnate nell’operazione «Antica Babilonia» – incontrano una resistenza che non si aspettavano di trovare. Per stroncarla, l’Iraq viene messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi disloca a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib.
La NATO partecipa di fatto alla guerra con proprie strutture e forze. Nel 2004 viene istituita la «Missione NATO di addestramento», al fine dichiarato di «aiutare l’Iraq a creare efficienti forze armate». Vengono addestrati, in 2.000 corsi speciali tenuti in paesi dell’Alleanza, migliaia di militari e poliziotti iracheni. Contemporaneamente la NATO invia istruttori e consiglieri, compresi quelli italiani, per «aiutare l’Iraq a creare un proprio settore della sicurezza a guida democratica e durevole» e per «stabilire una partnership a lungo termine della NATO con l’Iraq». 
Comitato promotore della campagna NO GUERRA NO NATO
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Video in sintonia: https://youtu.be/ObYJVBpDaus

lunedì 13 maggio 2019

Emilia Romagna. Presentato progetto di legge per metodi alternativi alla vivisezione


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Su richiesta di LEAL Lega Antivivisezionista è stato appena depositato in Regione Emilia Romagna, un importate progetto di legge per la promozione dei metodi alternativi sostitutivi alla sperimentazione animale a firma di Silvia Piccinini, portavoce M5S (testo del progetto al link http://bit.ly/2JwiAhP).

L’utilizzo di animali non-umani o modelli animali nella ricerca scientifica è sempre più sentito con senso critico dall’opinione pubblica che si interroga sugli aspetti anche etici rispetto a queste metodologie. Molti medici e ricercatori sono consapevoli che la sperimentazione sugli animali non porti a dei validi risultati quando li rapportiamo agli esseri umani. Abbiamo bisogno di una svolta per rispondere all'esigenza di ricorrere a metodi di ricerca tecnologicamente più avanzati che permettano di trovare le cure di per tante malattie. “Ricordiamo inoltre - aggiunge Gian Marco Prampolini, presidente di LEAL - che ci sono eccellenti professionalità che se adeguatamente finanziate, come accade per la sperimentazione animale, sarebbero messe in grado di trovare soluzioni e cure a tante patologie. 

Ci auguriamo che la Regione Emilia Romagna accolga la proposta di promozione di metodi sostitutivi come già fatto dalla Regione Piemonte in data 16 luglio del 2018. Abbiamo bisogno di reali innovazione nel settore scientifico che non deve rimanere ancorato alla ricerca tradizionale ma deve essere per sua natura in evoluzione”.

LEAL Lega Antivivisezionista

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sabato 4 maggio 2019

Venezuela. Golpe fallito? I media gli fanno la respirazione artificiale...



“Noi resteremo fermi in difesa dell’ordine costituzionale e della pace della Repubblica, assistiti come siamo da legge, ragione e storia. Leali sempre, traditori mai!” (Vladimiro Padrino, Ministero della Difesa della Repubblica Bolivariana del Venezuela)
Com’è che diceva Emilio Fede?
La figura di merda in questione si dà per scontato sia quella dell’ennesimo gaglioffo da avanspettacolo inventato dai servizi Usa su mandato dell’Universal P2, S.p.A., per sostituire a un governo democratico e, magari, emancipatore e sovranista, un fantoccio duro e puro, addestrato al servo encomio alla Cupola e al suo braccio armato statunitense. 
Già perché, dopo il cazzuto, affidabile e durevole Fuehrer cileno, non si è verificato che un sequel di catastrofici pirla, buoni solo ad accaparrare mazzette imperiali sulla parola. Honduras, Ucraina, Ecuador, Haiti, Afghanistan, Libia, Yemen: reggono solo perché puntellati dall’Impero con le sue basi. Livelli intermedi li conosciamo in Europa. Scelte al massimo ribasso che riflettono fedelmente spessore e qualità dei mandanti.
Più esilarante, per quanto non meno scontata, la figura in oggetto inflittasi dai media, come al solito più italiani che quelli, un tantino avveduti, esteri. Ci si arrampica sugli specchi per mantenere ancora per un po’, almeno a livello mediatico, l’attenzione sul “dittatore” Maduro, sulla disperazione del popolo affamato e sul sacrificio di un’opposizione democratica massacrata. Proprio come si era tentato dopo il megaflop del procuratore Mueller per tenere a galla la ciambella del Russiagate. Uno specchio, liscio quanto può esserlo un vetro smerigliato, è la fola diffusa da Pompeo (uno fuggito dal set di “Gomorra”, o del “Padrino” e sostituito malamente da Marlon Brando) secondo cui i vertici delle Forze Armate avrebbero deciso di deporre Maduro, con tanto di “dimissioni onorevoli”, già pronte, ma poi ci avrebbero ripensato. Chissà, forse per cuocerlo ancora a fuoco lento in attesa di una maggiore reviviscenza del teppismo terrorista alla Lopez, oppure in attesa di una maggiorazione di quell’offerta di 20mila dollari a testa che il tagliagole Elliott Abrams avrebbe fatto a qualunque militare avesse disertato. Vecchia, consunta tattica per seminare sospetti intorno al controllo della situazione da parte del presidente.
Media: respirazione artificiale al golpe
Si parte dal sinistro Tommaso Di Francesco, “il manifesto” cerchiobottista strutturale dai tempi di “Nato cattiva-Milosevic pulitore etnico”,fino all’oggi del “Guaidò burattino Usa-Maduro disastroso”. Disinvolto immemore, questo TdF, quando lamenta il caos Nato in Libia, della sua guru Rossanda che, all’epoca, lanciava contro Gheddafi i terroristi dell’Isis, da lei fatti passare per “rivoluzionari democratici come le brigate di Spagna”. Gli lavora a fianco il prestigiosissimo Alberto Negri, pratico di capre e cavoli, quando, trova la pietra filosofale mettendo sullo stesso piano fallimenti economici e corruzione dei pre-Chavez, dei Chavez e dei post-Chavez. E si completa un giro larghissimo di rampichini con Giovanna Botteri, giunta al vertice Rai a New York per meriti kosovari e iracheni, che, non stufa di aver inventato le fughe di Milosevic e Saddam, a golpe venezuelano finito in sibilo di palloncino bucato, ancora accreditava lo statista Pompeo nella frescaccia di un Maduro in fuga, ma bloccato all’aereo dai russi e rimandato a palazzo.
C’è chi riduce a barzelletta di chi non ne sa raccontare, l’episodio del duomilites gloriosi, Guaidò e Lopez che, circondati da quattro scombussolati militari e mezza dozzina di teppisti civili, da un luogo deserto, fatto passare per base aerea, proclamano “L’operazione Libertà”, invitano all’ammutinamento militare e all’insurrezione popolare. Ammutinamento poi eseguito da una decina di marmittoni e graduati, tosto fuggiti in Brasile, e insurrezione risoltasi in una scaramuccia sul cavalcavia autostradale dove Guardia Nazionale e polizia tiravano lacrimogeni e i teppisti addestrati dal Lopez dei quasi 50 morti (in maggioranza poliziotti e chavisti) nelle sueguarimbas (2014-2017) sparavano pallottole. Risultato 4 morti. Poca cosa a confronto con qualche migliaio che gli sponsor di Guaidò-Lopez giustiziano ogni giorno con bombe e altro in giro per le loro guerre e sanzioni (40mila vittime solo da sanzioni al Venezuela). Facezia che parrebbe confermata dall’esito di un Lopez rifugiato nell’ambasciata del Cile, da lì cacciato, scappato in quella spagnola, a imbarazzare l’incerto premier Sanchez; e da un Guaidò, virgulto addestrato dai regime changers patentati di Otpor a Belgrado e dalla Cia a Washington, vox clamantis in deserto, che proclama mobilitazioni di masse che non avvengono perché la maggior parte di quelle masse preferisce sostenere Maduro e la rivoluzione bolivariana da sotto il Palazzo di Miraflores.
Tutto vero, ma semplificazione dettata dall’ottimismo della volontà.
Tutto un trucco, o si sacrifica il capro espiatorio?
Altri, come l’ottimo Chossudovski di Global Research, rivanno col ricordo al giugno del 1973 a Santiago del Cile, dove avvenne un simile golpe alla fuffa, che tutti fece ridere, ma che poi, il successivo 11 settembre, si rivelò il prodromo del golpe duro e puro di Kissinger-Pinochet. Ne deducono la possibilità della riproduzione del modulo, con il putsch vero e ben preparato da far seguire al balon d’essai di questi giorni.
Altri ancora ipotizzano, a mio avviso con maggiori ragioni, la consapevolezza del Trio della Bella Morte Pompeo-Bolton-Rubio circa l’inadeguatezza dei putschisti. Avrebbero però confidato in una risposta governativa ben più brutale di quei quattro candelotti e in una strage assai più sanguinaria degli altrettanti morti (probabilmente colpiti, come nel 2002, da infiltrati dei golpisti, dato che i governativi avevano l’ordine di non usare armi da fuoco), che avrebbe suscitato un’ìndignazione internazionale tale da assicurare sufficiente consenso all’invasione. Fake news, come le bombe di Gheddafi sulla propria gente, o il massacro di Racak in Kosovo, o i gas di Assad. Invasione non certo di truppe Usa, che da tempo non vengono messe a rischio, dopo il contraccolpo dei caduti in Vietnam e Iraq, ma di mercenariati latinoamericani vari, su modello Al Qaida-Isis-curdi, e perfino dei 5000 gangster delle milizie Blackwater (ora Academy) promessi, e forse già infiltrati (spera La Repubblica) da Eric Prince, ai quali aprirebbero la strada i bombardamenti Usa-Nato tipo Siria.
Infine c’è chi si avventura in ipotesi diaboliche, come quella che il lungamente addestrato, curato, finanziato, coccolato Guaidò risultasse agli stessi mastini dello Stato Profondo Usa investimento dagli scarsi ritorni. Il fallimento al limite del grottesco dei suoi appelli alla defezione di militari, assolutamente granitici nel loro sostegno al governo Maduro e alla rivoluzione bolivariana, delle sue invocazioni a masse in piazza che non si presentano, lo ha reso obsoleto e ormai spendibile solo… da morto. Considerazione che, fatta dai primatisti delle esecuzioni extragiudiziarie, dovrebbe preoccupare l’autoproclamato saltimbanco non poco: avrà qualche ricordo di come gli Usa sanno volgere in martirio il fallimento dei loro eroi. Cosa di cui era sicuramente consapevole il terrorista Leopoldo Lopez quando è corso di ambasciata in ambasciata per sfuggire al ruolo di agnello sacrificale per la guerra dei suoi padrini.
Come dal Soglio si guarda al Sud del mondo
Nei suoi contorcimenti tra versioni Cia dei pogrom catto-fascisti in Nicaragua e sostegno al Venezuela legale (se vuole mantenere qualcuno dei suoi già deperiti lettori), “il manifesto” barcolla sul filo del rasoio anche per quanto riguarda la posizione della Chiesa. Pencola tra un venerato Bergoglio, che dice di sperare nel dialogo, e un episcopato da cocktail in residenza, storicamente il continente cappellano dei ricchi e dei despoti in tutto il continente, e dunque da sempre virulentemente pro-golpe e anti-chavista (agghiacciante il Woytila sul balcone a fianco di Pinochet; la linea non cambia mai) I pii proponimenti del papa all’Angelus hanno il suono della neolingua di Orwell, per cui guerra è pace, dissidenza è psicoreato, cattivo è sbuono.
Del resto chi può ipotizzare che in un sistema globale e imprescindibile da millenni di monarchia assoluta e infallibile, i sottoposti possano divergere dal sovrano? Come per l’Africa, giornalmente rievocata dall’erede di Paolo perché attraverso le migrazioni si faccia posto alle multinazionali dell’Occidente cristiano, il progetto vale per l’America Latina: Ne viene invocata l’accoglienza da parte degli Usa, visto che quelle torme sbrindellate da Honduras, Guatemala e altri paesi gestiti dagli Usa, è meglio che, o si rassegnino cristianamente alla povertà, assicurazione sulla vita eterna, o si levino dall’occupare spazi e risorse spettanti a chi li sa far fruttare meglio.
Una rivoluzione niente male
Sulla base di quanto ho visto e vissuto all’indomani dei tre giorni di golpe del 2012 e nel corso del lungo “paro” (serrata) padronale per mettere il paese in ginocchio, come stanno provando di fare ora con le sanzioni, mi pare di poter dire che chi ha sconfitto questo aborto di putsch, come quello di febbraio dell’introduzione forzata di aiuti, politicamente tossici, da Colombia e Brasile, siano state la forza e l’intelligenza del popolovenezuelano. Hugo Chavez e Nicolàs Maduro avranno mancato in un compito importante: quello della diversificazione della produzione venezuelana, via dal solo petrolio, giustificati anche dall’urgenza dei bisogni di una popolazione ridotta allo stremo dai precedenti palafrenieri dei gringos. Ma, pergiove, se non hanno saputo iniettare il virus dell’autodeterminazione socialista, antimperialista e anticapitalista in milioni e milioni di venezuelani ! Tutti quelli fuori dalle mura con alti reticolati che nascondono le ville, i parchi, i lussi e le ruberie di una ristretta cerchia di grassatori, tra qui la maggioranza degli italiani. Si chiama sovranità e loro sono “sporchi sovranisti”.
Con Manuel e Alì Primera attraverso il Venezuela del primo golpe
Tanti di quelli che ho incontrato percorrendo tutto il paese, dalle Ande all’Amazzonia, sul trabiccolo di un impiegato della Mision Vivendas, quella delle case. Dall’incontro con Chavez, che mi spiegava la questione della terra mentre andava a distribuirne ai contadini (vedi il mio documentario “Americas Reaparecidas”), al passaggio per il mercato dove i produttori si organizzavano per la distribuzione diretta al consumatore, alla casetta della nonna che aveva dovuto bruciare parte della sua mobilia per cucinare, fino a quando la Guardia Nazionale non impose la riapertura dei distributori di combustibile, ma che faceva sventolare dal tetto il tricolore bolivariano. Navigai sull’Orinoco incontrando indigeni che si erano visti proporre per la prima volta una scuola e che, nel 2005, avrebbero festeggiato la fine dell’analfabetismo in Venezuela. Nelle favelas sui colli di Caracas (qui detti “ranchos”) Hugo Chavez veniva sbaciucchiato da donne di ogni età mentre gli consegnava il titolo di proprietà della casa. Cooperative di operai fabbricavano scarpe in stabilimenti abbandonati dai padroni dislocati a Miami. Medici cubani assistevano quelli locali a raggiungere un presidio per ogni minima frazione del paese. Nel quartiere carachegno del 17 Jenero, fucina rivoluzionaria da decenni, un tripudio di murales rivoluzionari, si aggrottavano le ciglia sul non sufficientemente rapido e deciso passo anticapitalista del governo (vedi il documentario “L’Asse del bene”).
E Manuel, l’autista ultrachavista dalle mille risate e mille arrabbiature sui misfatti dei padroni vinti e non rassegnati, non aveva che una musica nell’autoradio: quella di Alì Primera, amatissmo cantore rivoluzionario che, per un incidente automobilistico assai sospetto, sotto la tirannia di Lusinchi, al trionfo di Chavez nel 1999 non c’era arrivato. Ma la rivoluzione l’aveva preparata e cantata e oggi l’accompagna ancora. Come in “Techos de carton”, Tetti di cartone, dedicata agli ultimi del suo paese e continente.
https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE
Poi, a far venire il latte alle ginocchia e un po’ di nausea alla bocca dello stomaco arriva uno che, alla faccia dei colleghi 5 Stelle che, pur pilatescamente (Di Battista, tu che la sai lunga, batti un colpo) s’erano astenuti, gasato dal Guaidò al comando di un’armata di 12 militari, sbotta che si devono rifare le elezioni presidenziali, dato che quelle che hanno eletto Maduro non erano regolari. Dal 1999 hanno votato 25 volte in Venezuela, voto cartaceo ed elettronico insieme, giudicato dagli osservatori internazionali, ex-presidente Usa Carter incluso, il migliore sistema al mondo. 23 volte hanno vinto i chavisti, due no, ed è sempre stato tutto accettato. Da chi devi accreditarti, Enzo Moavero Milanesi? Ministro di quali Esteri?
El pueblo unido e l’avvoltoio
Sarebbe illusorio pensare che ora il Condor molli la presa. Come quando si inneggia alla vittoria di una Siria per tre quarti sotto curdi amerikani, un quinto in mano ai turco-jihadisti e un territorio bombardato ogni due per tre dagli israeliani, senza che il famoso S-300 dei russi gli faccia mai un baffo. E mentre in Siria di petrolio ce n’è quanto basterebbe appena per Manhattan, in Venezuela ce n’è da mettere fuori mercato tutti gli altri. E poi c’è il fattore contagio di un modello che, allargato, porterebbe alla fine dell’Impero e dei suoi strumenti letali. L’esperienza insegna che gli yankee, quando non riescono ad addomesticare un popolo e il suo governo, come minimo lo frullano in un caos che li dissangui. E se prima c’era una cintura di sicurezza di paesi amici e indisposti al nuovo colonialismo del “Patio Trasero”,, l’Unasur, il Mercosur, l’ALBA, il CELAC, passi verso l’integrazione emancipatrice, oggi sono rimasti Nicaragua, Cuba e Bolivia, non proprio una Grande Armada.
Però vedersela con Russia e Cina, come ora appare inevitabile, neanche per dei fuoriditesta come quelli di Washington risulterebbe appetibile. Fattore significativo, quello russo-cinese, ma in seconda battuta rispetto a quella che forse oggi è la massa di popolo dalla coscienza e determinazione più evoluti e robusti del mondo. Finché i Guaidò raccattano ad Altamira, nella piazza della Créme, a 10 km dal palazzo del presidente, qualche decina di subalterni, tra badanti, madamine, fattorini, fighi e colonelli rintronati in pensione, mentre a Miraflores Maduro saluta, dopo appena un fischio, centomila chavisti in rosso, il cielo sopra Caracas rimane sereno.

Fulvio Grimaldi
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https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE Alì Primera, da ascoltare, volendo, in sottofondo.