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mercoledì 11 luglio 2012

Afghanistan e la guerra per l'oppio americano - "Il papavero era anche un fiore"



Bisogna sgombrare innanzitutto la mente da quanto ci ripetono quotidianamente giornali e tv italiani sull’Afghanistan e sugli obiettivi della guerra condotta contro i Talebani, trattandosi null’altro che di propaganda propalata a piene mani dagli uffici stampa dei vari stati maggiori degli eserciti occidentali lì impegnati e direttamente “interessati” a “coprire” mediaticamente un’occupazione che si protrae ormai da più di 10 anni.

La droga: la storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata con le operazioni coperte delle CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta ai piccoli mercati regionali. Non vi era una produzione locale di eroina. A tal riguardo, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni della CIA in Afghanistan, “la zona di confine Pakistan-Afghanistan divenne il maggior produttore mondiale di eroina, fornendo il 60% della domanda USA. In Pakistan, la popolazione eroinomane passò da zero del 1979, al 20% della popolazione nel 1985 – il tasso di incremento più alto di qualsiasi altra nazione.

Gli agenti della CIA controllavano tale commercio. Quando i mujahidin occupavano un territorio in Afghanistan, essi ordinavano ai contadini di coltivare il papavero come forma di tassa rivoluzionaria. Attraverso il confine con il Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto il controllo dell’Intelligence del Pakistan, operavano centinaia di laboratori dell’eroina. Durante questo decennio di operazioni di gestione dell’eroina su ampia scala, la DEA (la US Drug Enforcement Agency) di Islamabad non riuscì a imporre maggiori misure di controllo agli ufficiali USA, che s’erano rifiutati di investigare sui carichi di eroina gestiti dai loro alleati, ‘poiché la politica sul narcotraffico USA in Afghanistan era subordinata alla guerra antisovietica.’.

Nel 1995 l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ammise che la CIA aveva sacrificato la guerra alla droga per combattere la guerra fredda. ‘La nostra missione principale era di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Non avemmo mai le risorse o il tempo di dedicarci all’investigazione del traffico di armi, e non credo che ci dobbiamo rammaricare di questo. Ogni situazione ha le sue conseguenze (…) era una conseguenza in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale era stato raggiunto. I sovietici avevano lasciato l’Afghanistan”.

Dopo la ritirata delle truppe sovietiche, entrambe le parti nella guerra civile dell’Afghanistan continuarono a ricevere appoggio occulto da parte dell’ISI. In altre parole, appoggiato dall’intelligence militare del Pakistan, che era a sua volta controllato dalla CIA, lo Stato islamico dei Talibani servì largamente gli interessi geopolitici degli USA. Il commercio della droga della Mezzaluna d’oro è stato, inoltre, usato per finanziare ed equipaggiare l’esercito musulmano bosniaco (dagli inizi degli anni ’90) e l’UCK albanese in Kosovo. Negli ultimissimi mesi, vi fu la prova che i mercenari mujahidin combattevano nelle fila dell’UCK, durante gli assalti terroristici contro la Macedonia. Senza dubbio, ciò spiega perché Washington abbia chiuso i suoi occhi sul regno di terrore imposto dai taliban e la lampante violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle impiegate dagli uffici del governo e il rafforzamento della legge delle punizioni della Shari’a”(1).

Dopo la rottura dell’alleanza Taliban – Stati Uniti – esiste a questo proposito il film-documentario di Michael Moore “Fahrenheit 9/11” che mostra “simpaticamente” la delegazione talebana in Texas a parlare dell’oleodotto voluto dall’Unocal (della quale l’attuale Presidente afghano Hamid Karzai era consulente) – gli studenti delle madrase coraniche interruppero per ritorsione la produzione di droga del paese, praticamente azzerandola.

E’ soltanto dopo l’invasione voluta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nel 2001, che la produzione di oppio, poi trasformata in eroina, riprende vigore e trasforma l’Afghanistan nuovamente nel narcostato mondiale per eccellenza (90% circa dell’eroina oggi circolante nel mondo è di provenienza afghana).

La “politica della droga”, perseguita coscientemente dalle varie amministrazioni a stelle e strisce da diversi decenni, ottiene due risultati fondamentali: alimentare i flussi finanziari delle principali borse mondiali, City e Wall Street innanzitutto, specie dopo la crisi economica del 2008; avere a disposizione una quantità enorme di denaro da riciclare nell’addestramento e nel finanziamento delle milizie utili a combattere le guerre che la NATO non riesce ad affrontare direttamente e a destabilizzare i paesi ostili agli USA.

L’elenco dei “clienti” è impressionante: si va dall’ala reazionaria e capitalistica di destra del Kuomintang, guidata da Chiang Kai-shek, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale contro Pechino, che non a caso operavano nel “triangolo d’oro” della droga birmano, per proseguire con i “Contras” in Nicaragua (in funzione anti-sandinista), una triangolazione (nota come “Iran-Contras”) che tramite Israele permise agli Stati Uniti di rifornire di armi l’Iran e di impedire una vittoria irachena nella guerra fratricida 1980-89, fino al caso dell’appoggio ai ceceni contro la Russia o a quello balcanico in cui croati e musulmani bosniaci furono “foraggiati” contro la Serbia.
La stessa decantata “primavera araba” è servita essenzialmente a inaugurare nuove vie di accesso della droga in Europa e di incamerare i capitali necessari a finanziare l’integralismo “islamico” (di matrice wahabita o salafita) contro Gheddafi in Libia e contro Assad in Siria.

Capitolo petrolio: “Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio che dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai giacimenti dell’ex URSS, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di idrocarburi dell’Asia centrale.

Un tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La soluzione? John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti, la indicò chiaramente il 12 febbraio 1998 davanti al sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti per l’Asia e il Pacifico. Maresca dettò alcune linee guida: 1. Bisogna guardare ad est (Asia Centrale e Oceano Indiano) dove entro il 2010 raddoppierà la richiesta di petrolio. 2. Partendo dai giacimenti della regione del Mar Caspio (Turkmenistan in primis) non si può passare da sud perché l’Iran non permetterebbe il passaggio di un progetto in cui sono coinvolte compagnie americane. Inoltre non si può passare da est perché per raggiungere la Cina centrale e poi la costa pacifica servirebbero oleodotti per oltre 5000 km e sarebbe troppo costoso.

3. “L’unico altro itinerario possibile è attraverso l’Afghanistan – dice il vicepresidente di Unocal – ma il Paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall’inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell’oleodotto attraverso l’Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia. Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti”.

Nel 1995 – spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid nel suo recente libro “Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia centrale” – dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola parola di critica da parte degli Stati Uniti. I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore negli Usa e loro rappresentanti volano in Texas dall’allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell’Unocal che fanno loro un’offerta precisa riguardo all’oleodotto: una fetta dei profitti pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare.
Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la vérité interdite, di Brisard e Dasquiere). Intanto Bush cerca di favorire il negoziato promuovendo la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i paesi confinanti con l’Afghanistan più Usa e Russia).

Gli americani non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons spiega quale potrebbe essere l’alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. “Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe”.

L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene il 2 agosto 2001, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato ad incontrare a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola passa alle armi. Il 10 settembre 2001 veniva messo sulla scrivania di Bush un dettagliato piano di attacco militare, preparato dalla CIA, per colpire al Qaeda in Afghanistan con il massiccio supporto della NATO, per essere firmato dal Presidente di rientro dalla Florida. Il mattino seguente cadevano le torri gemelle(2).

Geostrategia: Oltre a colpire l’Europa, “la politica della droga” afghana ha provocato gravissimi problemi interni ai due avversari eurasiatici degli Stati Uniti: la Russia e la Cina. Viktor Ivanov, Capo del Servizio Federale russo anti-droga ha più volte tuonato contro il Governo di Kabul e i suoi protettori di Washington, accusandoli non solo di essere coinvolti direttamente nel traffico di stupefacenti ma di non voler distruggere con i bombardamenti i laboratori di droga e le piantagioni di papavero afghane. Secondo Ivanov «muoiono ogni anno per uso di stupefacenti 30.000 persone, mentre nell’intera Europa ne muoiono circa 10.000» e dei 2,5 milioni di tossicodipendenti in Russia, il 90% «usa eroina di produzione afghana. Consumiamo la quinta parte di tutta l’eroina prodotta in Afghanistan» ha poi aggiunto, sottolineando che Mosca è pronta a guidare una grande coalizione internazionale per debellare il narcotraffico.

L’Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente eurasiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l’accerchiamento dell’Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano.

“Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l’Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all’egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina. Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell’alleanza politico-militare guidata da Pechino: l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centrasiatiche e presto, forse, anche l’Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO), l’alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all’Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un’alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa.

Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjiang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla CIA)”(3).

A cosa serve allora la NATO? Spesso, in buona fede, alcuni sostengono questa tesi: “Nel periodo della guerra fredda l’Alleanza Atlantica aveva una funzione difensiva e dissuasiva dal momento che doveva fronteggiare le armate sovietiche e quelle del Patto di Varsavia … Dopo la caduta dell’Unione Sovietica sono venuti alla luce piani dello Stato Maggiore sovietico per un attacco all’Europa che avrebbe portato le loro armate all’atlantico e al mediterraneo in meno di due settimane”.

Cerco di sintetizzare il più possibile le mie obiezioni. Chi minacciava davvero chi? La Seconda Guerra Mondiale fu vinta essenzialmente dall’Unione Sovietica, che ebbe un bilancio di circa 26 milioni di morti tra vittime civili e militari, contro i 292.000 morti (tutti militari) degli Stati Uniti. Al momento dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944) la Germania e i suoi alleati dispiegavano 228 divisioni ad Est e solo 58 ad Ovest … eppure i sovietici arrivarono a Berlino prima degli angloamericani. Questo per chiarire chi davvero ha liberato l’Europa dal nuovo ordine nazionalsocialista imposto dalla Germania del Terzo Reich.

Terrorizzati che il Giappone si arrendesse prima ai sovietici che a loro, nell’agosto 1945 gli Stati Uniti sganciarono deliberatamente due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, uccidendo centinaia di migliaia di civili e lanciando un chiaro monito al Cremlino. La prima bomba atomica sovietica venne esplosa, come esperimento nucleare, solo il 29 agosto 1949 in un poligono militare del Kazakistan, la prima bomba H addirittura nell’agosto 1953. Il Trattato che istituiva la NATO, l’Alleanza militare atlantica dei paesi guidati da Washington venne firmato il 4 aprile 1949; solo 6 anni dopo, il 14 maggio 1955, l’Unione Sovietica metteva in campo il Patto di Varsavia insieme ai paesi alleati di Mosca. La NATO è mai servita alla difesa dell’Europa occidentale?

Cito, uno fra tanti, il Generale belga Robert Close (ex Vice Comandante del Nato Defense College), che in un dettagliato volume(4) espose efficacemente la tesi che se “i Russi aggredissero di sorpresa le forze della Nato nella Germania Occidentale potrebbero arrivare al Reno in 48 ore”.

Le opinioni di Close furono poco dopo precisate dal Generale Johannes Steinhoff, che prestò per tre anni servizio come Presidente del Comitato Militare della NATO (uno dei posti più alti in seno all’Alleanza Atlantica): “E’ un fatto che l’Alleanza va a rotoli dolcemente … è ancor vero oggi, come all’epoca della creazione della NATO, che questa alleanza è totalmente dipendente dalla leadership degli Stati Uniti. Sembra venuto il momento di rivedere questa leadership … Dato che non serve a nulla che gli Stati Uniti partecipino ad una alleanza che non è capace di reagire ad un attacco sovietico – il solo scopo reale della NATO – bisognerebbe forse che il nostro prossimo Presidente stabilisca a quali condizioni intendiamo proseguire la nostra partecipazione”(5).

Buon per noi allora che gli obiettivi geopolitici della politica estera sovietica (i medesimi oggi della Federazione Russa) fossero improntati alla necessità di garantire a qualsiasi prezzo la sua sicurezza ed evitare l’accerchiamento militare (lo stesso obiettivo che la NATO continua a perseguire espandendosi ad Est fino ai confini russi e tentando di occupare Siria ed Iran).

Concludo questo breve excursus storico ricordando solo un altro determinante documento pubblicato dal “New York Times”, in cui l’ex Presidente USA Ronald Reagan dichiarò che l’Europa poteva essere ” il teatro di una guerra nucleare limitata”. Ciò vuol dire che URSS ed USA avrebbero potuto fare dell’Europa, dell’ovest e dell’est, un campo di battaglia nucleare, senza coinvolgersi direttamente(6).
Altro che difesa dell’Europa … se quello che diceva Reagan corrisponde a verità una guerra della Nato contro l’Unione Sovietica avrebbe comportato la distruzione totale del nostro continente!

Perché allora gli europei non si sono mai fatti il proprio esercito indipendente dalla NATO (dalla quale non a caso il Charles Generale De Gaulle fece uscire la Francia, espellendo dal proprio territorio le basi USA e dotandosi della force de frappe nucleare)? La risposta la troviamo in un documento sfuggito al Pentagono e pubblicato ancora dal New York Times nel febbraio del 1992: “La Nato è… lo strumento attraverso il quale gli Stati Uniti intendono mantenere la propria presa sull’Europa, impedendole di crescere economicamente, politicamente, militarmente”. Per questo motivo gli americani si sono sempre opposti alla nascita di un esercito europeo autonomo, sganciato dall’Alleanza Atlantica(7).

Quando, sempre nel 1992, due statisti europei come Kohl e Mitterand cercarono di far nascere l’Eurocorp, cioè un corpo d’armata franco tedesco aperto alla partecipazione degli altri Paesi della CEE, l’allora segretario di stato James Baker dichiarò senza mezzi termini che “gli Stati Uniti sono contrari anche alla sola ipotesi di una forza militare europea indipendente”. E il progetto abortì …

In definitiva non si può non condividere quanto recentemente affermato dall’Ambasciatore russo presso la NATO, Dimitry Rogozin: “La NATO continua a vivere secondo i principi enunciati dal Segretario generale della NATO Lord Ismay: ‘l’America dentro, la Germania sotto e la Russia fuori’. Questo significa il controllo del militarismo tedesco; capiscono che i tedeschi possono sempre trasformarsi in una forza, che consoliderà l’Europa intorno a sé” … Gli statunitensi hanno inventato la storia secondo cui l’Europa non può fare a meno di loro. Il risultato di tale rapporto è inferiore ai benefici per l’Europa. Ciò che questo significa per l’Europa, è che essa è diventata ostaggio e obiettivo di attacchi di rappresaglia, senza nemmeno avere accesso alle tecnologie statunitensi”.

E’ davvero quello che vogliamo?

Ma in Italia a cosa serve la NATO, con le sue 113 basi militari dispiegate sul nostro territorio? Elenchiamone chiaramente le principali conseguenze:
1) La mancanza di sovranità nei principali settori di intervento: militare, politica estera, economica, lotta alla criminalità.
2) Identità nazionale solo retorica ma oggi rilanciata in maniera propagandistica per favorire l’invio di militari nelle “missioni di pace americane” all’estero.
3) Mancato sviluppo delle direttrici geopolitiche italiane, nei Balcani e nel Mediterraneo, con forti perdite economiche per le nostre imprese.
“Il paese ospitato (gli USA), mantiene il paese ospitante (l’Italia) all’interno della propria area di influenza, mentre la presenza di forze armate su un altro territorio può costituire una forma di pressione politica territoriale in grado di esercitare influenza nelle politiche interne del paese ospitante. La presenza militare plasma i paesi riceventi, influenzandone cultura e società, ed alterandone anche il processo di democratizzazione”(8).

Steve Brady - 09/07/2012

(Fonte: statopotenza)



Note:
1. “Speciale obiettivo USA in Afghanistan: il petrolio”, su www.rainews24.it
2. Michel Chossudovsky, “Chi era Usama Bin Ladin?”, Global Research, 12/09/2001
3. “Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan”?, Peacereporter, 06/10/2009. Stefano Vernole, “Guerra alla droga: Mosca accusa Washington”, www.eurasia-rivista.org, 6/11/2008
4. Robert Charles Close, “L’Europa senza difesa?”, Mucchi, Modena, 1978
5. Ibidem, p. 312
6. Documento pubblicato in Italia solo dal quotidiano “La Stampa” di Torino
7. www.massimofini.it, 1992
8. Intervento di Stefano Vernole al Convegno di Roma, “Da Jalta al multipolarismo”, www.eurasia-rivista.org, 27/01/2011

martedì 6 dicembre 2011

The Indipendent: "La guerra all’Iran è già cominciata. Ed è una follia..."

La guerra all’Iran è già cominciata. Ed è una follia

Sulla base di un dossier debole e ambiguo come l’ultimo rapporto dell’AIEA, i capi dell’intelligence in Occidente parlano apertamente di azioni per sabotare il programma nucleare iraniano e di rivolte per rovesciare il regime, in un’escalation che potrebbe rivelarsi un terribile boomerang, e di cui l’assalto all’ambasciata britannica a Teheran è soltanto un episodio – scrive il giornalista Paul Vallely

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Per me una delle caratteristiche più imbarazzanti di Internet è che, di tanto in tanto, mi trovo ad essere confuso con un omonimo. Paul E. Vallely non sono io. Si tratta di un ex general maggiore statunitense, che attualmente è analista militare di Fox News, il canale satellitare scandalosamente di destra appartenente a Rupert Murdoch. Fra l’altro, egli vuole bombardare l’Iran, cosa che decisamente io non voglio.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel deterioramento dei rapporti tra l’Occidente e l’Iran negli ultimi giorni. William Hague (il ministro degli esteri britannico (N.d.T.) ) si è attenuto perfettamente al protocollo esistente nell’espellere tutti i diplomatici iraniani dalla Gran Bretagna dopo che una folla inferocita aveva saccheggiato l’ambasciata britannica a Teheran. Ma ciò che è “appropriato” non è sempre saggio.

I rapporti anglo-iraniani da lungo tempo sono improntati alla paranoia. Un vecchio proverbio persiano avverte: “Se inciampi in una pietra in mezzo alla strada, è stata messa lì da un inglese”. Le memorie britanniche possono risalire al 1989, quando l’allora Guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khomeini, emise una fatwa ordinando ai musulmani di uccidere Salman Rushdie per il suo romanzo blasfemo “I versetti satanici”. Ma i ricordi persiani risalgono ancora più indietro nel tempo.

Fu l’MI6, insieme alla CIA, ad orchestrare nel 1953 il rovesciamento del popolare primo ministro Mohammad Mosaddeq, laico e democraticamente eletto. Egli aveva introdotto importanti riforme sociali, ma aveva avuto anche l’ardire di nazionalizzare l’industria petrolifera ai danni della compagnia britannica che sarebbe poi divenuta la BP. Negli anni ‘60 e ‘70 la Gran Bretagna ha sostenuto lo Scià di Persia, un uomo il cui regime si basava sulla polizia segreta e la tortura, ma che era visto come un credibile contrappeso all’influenza sovietica.

E le cose continuarono così. La Gran Bretagna ha sempre appoggiato il leader sbagliato. Abbiamo favorito Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq. Abbiamo deriso il sindaco reazionario di Teheran, Mahmoud Ahmadinejad, a tal punto che quando è stato eletto presidente, un’altra Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei, ha parlato di quello inglese come del “più malvagio” dei diplomatici. Nel 2009, il canale persiano del BBC World Service ha irritato Teheran a tal punto che chiunque venisse intervistato da questo canale è stato perseguitato o arrestato. Durante le proteste post-elettorali di quell’anno, un membro dello staff iraniano dell’ambasciata britannica è stato incarcerato. Durante l’anno passato, l’Iran non ha avuto nessun ambasciatore a Londra e non ha spiegato i motivi del posto vacante.

Così l’assunzione da parte della Gran Bretagna di un ruolo guida dell’opinione pubblica internazionale contro il programma nucleare di Teheran – sostenendo che l’obiettivo di tale programma non sarebbe la produzione di combustibile nucleare, ma di armi nucleari – viene percepita in Iran nel contesto di una lunga storia di perfidia inglese. Londra è vista come un tirapiedi che raccoglie informazioni di intelligence per conto di Washington, che non ha un’ambasciata a Teheran. La Gran Bretagna è “il Piccolo Satana”, in contrasto con gli Stati Uniti che sono “il Grande Satana”.

Fu il Piccolo Interventista Tony Blair che per primo diede inizio alle sanzioni contro l’Iran. E l’accumulo di ostilità ha snervanti analogie con le ragioni a favore della guerra evocate da Blair e George Bush contro l’Iraq. Abbiamo un altro dubbio dossier, sotto forma del rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che sostiene che l’Iran starebbe sviluppando armi nucleari, ma lo dice in gran parte sulla base di informazioni di intelligence che si fermano al 2003. Esso si basa sui documenti di un computer portatile, trovato nel 2004 dagli israeliani, la cui affidabilità suscitò un profondo scetticismo tra i servizi segreti occidentali all’epoca. Lo scienziato straniero che si dice avrebbe lavorato alla costruzione di una bomba con gli iraniani si è rivelato essere invece un esperto in nanotecnologie. E un ex ispettore capo dell’AIEA ha affermato che il tipo di camera di detonazione a cui si fa riferimento nel rapporto non potrebbe essere utilizzato in un test nucleare.

Su dati come questi si basa lo strepito dei falchi e il rullare dei tamburi delle sanzioni. I capi dell’intelligence pubblicamente dicono cose come “l’Occidente deve ricorrere a operazioni sotto copertura per sabotare il programma nucleare iraniano”. I politici pronunciano velate minacce di un attacco militare usando parole ambigue come “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Scusatemi, ma sembra proprio di rivedere il film dell’Iraq.

Naturalmente, alcuni leader politici di Teheran vogliono realmente la bomba. Ma non è difficile capire perché. Tutti gli altri paesi nella regione ne hanno una: Israele, Pakistan, India e Russia. Le armi nucleari USA hanno Teheran nel loro raggio d’azione.

Ma l’Iran è un grande paese, politicamente sofisticato, in cui la struttura del parlamento, del presidente, dei consigli e delle assemblee di esperti religiosi, crea un sistema di pesi e contrappesi in cui il cambiamento è possibile. I riformatori hanno a volte esercitato la loro influenza nell’ambito di questo pluralismo politico. L’establishment iraniano è frammentato in fazioni, un terzo dei deputati non ha votato per il provvedimento di declassamento diplomatico dei rapporti tra l’Iran e la Gran Bretagna all’inizio della scorsa settimana. Ma sono proprio le fazioni più reazionarie e conservatrici che vengono rafforzate dalla bellicosità dell’Occidente.

E non illudetevi, la guerra è già cominciata. Aggressivi virus informatici hanno neutralizzato le centrifughe nucleari iraniane lo scorso anno. Due dei principali fisici nucleari dell’Iran sono stati assassinati, e un terzo è stato ferito da sicari motorizzati. La decisione del Regno Unito di congelare 1,6 miliardi di dollari di beni iraniani – decisione che ha provocato la violenza presso l’ambasciata britannica – è stata il quarto round di sanzioni. Falchi, come il mio omonimo a cui accennavo all’inizio, parlano apertamente di schierare droni senza pilota contro le centrali nucleari e di provocare una rivolta contro il governo di Teheran. E ora ecco lo strepito dell’UE sulla necessità di non cedere “alle intimidazioni e al teppismo dell’Iran”. La sardonica risata proveniente da Teheran riflette un’inasprita determinazione nazionalista e un incremento dell’ostilità nei confronti dell’Occidente.

Ciò che serve è esattamente l’opposto. Invece di alimentare una mentalità da assedio a Teheran, dovremmo trovare il modo di tenere aperto il dialogo attraverso il commercio e lo scambio culturale, come Washington fa con il Pakistan, le cui armi nucleari non sembrano aver provocato nessuna minaccia di attacco da parte degli Stati Uniti.

Vi è poi un’altra considerazione. L’Iran è il secondo produttore mondiale di petrolio e gas (cosa che ci fa chiedere perché abbia bisogno di esercitare il suo “diritto inalienabile” a produrre combustibile nucleare.) La settimana scorsa, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo di principio per imporre un embargo petrolifero contro l’Iran. Ma ha rinviato qualsiasi decisione dettagliata a metà gennaio, al fine di concedere a paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia – che importano grandi quantità di petrolio iraniano – il tempo per trovare forniture alternative dall’Arabia Saudita e dalla Libia.

Ma cosa succederebbe se l’Iran dovesse ribaltare la situazione ed interrompere le esportazioni di petrolio verso l’Europa, concentrandosi sulle sue massicce forniture a India e Cina? Con l’Europa già in subbuglio economico, ciò potrebbe creare un altro shock petrolifero della portata di quelli degli anni ‘70, che depressero l’economia mondiale, innescarono un crollo del mercato azionario, spinsero in alto l’inflazione e portarono a un’ondata di disoccupazione che ha rovesciato interi governi.

Oppure Teheran potrebbe annunciare un embargo petrolifero selettivo contro Gran Bretagna, Francia e Germania – lasciando indenni i suoi maggiori clienti in Europa meridionale. I mercati hanno già anticipato questa possibilità: il petrolio è salito di 2 dollari in un solo giorno dopo l’assalto all’ambasciata britannica, e i futures petroliferi sono cresciuti del 4 per cento in una settimana.

Questa corsa alla follia potrebbe rivelarsi un terribile boomerang in mille modi. Se avessimo una memoria storica lunga come quella degli iraniani ne saremmo consapevoli.

Paul Vallely

Giornalista e saggista britannico; è specializzato in questioni africane e legate allo sviluppo; scrive abitualmente sul quotidiano “The Independent”

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)


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Fonte - Original Version: War on Iran has begun. And it is madness
http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/paul-vallely-war-on-iran-has-begun-and-it-is-madness-6272039.html

Fonte secondaria: http://www.medarabnews.com/2011/12/06/la-guerra-all%e2%80%99iran-e-gia-cominciata-ed-e-una-follia/



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Notizia di Cronaca aggiunta:

Zero Hedge Seconda esplosione a Ishafan riportata dal "The Australian"Mentre la notizia non è stata captata da nessuna delle reti principali, la corrispondente dell’Australian a Gerusalemme, Sheera Frankel, ha riportato qualcosa di piuttosto inquietante: “Tutti gli occhi sono su Israele dopo il secondo attacco sull'Iran. Nubi di fumo salivano dalla città di Isfahan – prova del fatto che gli ultimi attacchi contro il presunto programma di armi nucleari iraniano abbiano colpito nel segno.” Riferiremo il resto della notizia in caso venisse confermata da qualsiasi altra agenzia stampa, in quanto se fosse vera significherebbe che ciò che accade dietro le quinte non è più in ombra.

lunedì 21 novembre 2011

Facebook is nothing but a big Orwellian spy grid...

Facebook in action


Facebook is a CIA Databank (Facebook è una banca dati della CIA)


The Associated Press reported November 4 that the CIA has an entire center dedicated to monitoring Facebook and Twitter. They also monitor TV stations and print newspapers [2] and [3].

"The Open Source Center," established in 2005 by the Office of the Director of National Intelligence [4], has been operating since the 9/11 Commission's call for foreign counterintelligence.

Though the CIA claims it only monitors foreign activity, I am skeptical. Not only been the CIA been using proxies, but has devoted an entire center for that operation.

Facebook A Privacy-Eroding Network, Not Social Network

Remember when Mark Zuckerberg called his users ''dumb f****''? [5] If that is not a clear sign of the disdain for the Facebook users, consider these new disturbing facts.

Nik Cubrilovic, an entrepreneur, hacker and writer, revealed that Facebook tracked and stored the Internet browsing of its 750 million users even after they had left the site. [7]

This blog story gained mainstream attention and Facebook conceded it had happened, but denied it was intentional and used for tracking.

In my last article, I mentioned that you should avoid clicking on trivial buttons on Facebook, for example the ''Likes'', because I assumed there was something shady about it.

I discovered recently that when you click on any Like button, you are opening yourself up to being tracked by Facebook. [8]

When Zuckerberg announced the ''Like system'' during a conference (called F8) in 2010 promoting it to make the web more ''social'' and ''smarter'', cnet.com reported '' What Zuckerberg didn't point out is that widespread use of the Like button allows Facebook to track people as they switch from CNN.com to Yelp.com to ESPN.com, all of which are sites that have said they will implement the feature.'' [8]

According to the article, ''Even if someone is not a Facebook user or is not logged in, Facebook's social plug-ins collect the address of the Web page being visited and the Internet address of the visitor as soon as the page is loaded--clicking on the Like button is not required. If enough sites participate, that permits Facebook to assemble a vast amount of data about Internet users' browsing habits.'' [8]

So for example, if you visit CNN.com, ''the Like system'' is able to track your move on that site simply because CNN.com is part of that system. If you then go to ESPN.com you are still being tracked by the Facebook plug-ins, so you don't really need to be a user of Facebook.

Another interesting issue I have discovered was the so called ''cloud computing''. Cloud computing refers to '' the delivery of computing as a service rather than a product, whereby shared resources, software, and information are provided to computers and other devices as a utility (like the electricity grid) over a network (typically the Internet).'' [9]

In an article from the Wall Street Journal, Bruce Schneier reports that cloud computing ''Is one of the fastest growing IT market segments -- 69% of Americans now use some sort of cloud computing services - '' [10] Facebook also uses this cloud computing system. [11]

Mr. Schneier links articles that outline the fact that the cloud computing system is anything but secure and private. According to Mr. Schneier, Google's Terms of Service ''explicitly disavow any warranty or any liability for harm that might result from Google's negligence, recklessness, malevolent intent, or even purposeful disregard of existing legal obligations to protect the privacy and security of user data.'' [10]

Facebook does exactly the same through its Statement of Principles and Statement of Rights and Responsibilities. Apple has also launched the cloud computing system recently.

If you thought that was enough, check this out. Facebook has started a system that can recognize faces so it makes it easier for ''friends'' to tag you. There is not much to say about this, except that it is a very creepy technology. This system has gained funding from the government to track so called ''terrorists''. Now Facebook does that for the government as well. [12]

CONCLUSION

If we think about it, Facebook is nothing but a big Orwellian spy grid. All Facebook's offerings ultimately lead to being tracked. A few months ago I decided to ''delete'' my Facebook account for good. Besides all the Orwellian reasons I ''deleted'' my account, I also considered Mark Dice's Youtube clip ''Defriend Day''. [13]

Dice says that people's homes got robbed when they post a vacation status or kids got busted for underage drinking. [14] and [15]

The Open Source Center director admits that overseas individuals are being monitored [3] which I suspect is only half the truth. Let's not forget the tremendous amount of lies that have come from the establishment in the past years regarding monitoring and privacy.

For example, it was well known that the FISA law (Foreign Intelligence Service Act) not only spied on foreigners, but on domestic citizens as well. [16]

If you have any concern for your privacy, I would recommend what I recommended before: 1) Try to keep a low profile. 2) Don't reveal anything personal or don't click on trivial buttons, for example the ''Likes'' 3) Use alternatives to make contact if you can, e.g. email or other messengers. 4) Get rid off it for good.



Source: http://www.henrymakow.com/facebook_is_orwellian_wet_drea.html

venerdì 4 novembre 2011

Mohamed Abassa: "...strane connessioni fra Al Jazeera TV ed Al Qaeda con il Mossad e la CIA...."

"Volemose bene.. annamo d'accordo!" (Saul Arpino)


Ed ora una missiva inviata da Joe Fallisi, che ha recentemente denunciato le alte cariche dello stato italiano per violazione dell'articolo statutario in cui si dichiara che L'Italia rinuncia alla guerra... Mentre le guerre combattute dalle nostre truppe sono molteplici e l'ultima è stata quella in Libia...

Qui, nel testo francese di Mohamed Abassa si parla delle strane connessioni fra Al Jazeera TV ed Al Quaeda con il Mossad e la CIA....


El-Djazira TV et Al-Qaïda, créations prouvées de la CIA et du Mossad

Lors d’une session d’une Conférence permanente de l'audiovisuel méditerranéen (Copeam, Jordanie 20, 21 avril 2007), Mohamed Abassa, expert consultant en communication audiovisuelle, a donné une conférence devant les responsables et experts des télévisions et radios publiques du pourtour méditerranéen.

Le conférencier a failli être lynché par les services de sécurité jordaniens et ne dut son salut qu’à la protection des délégués européens et plus spécialement français. Les délégués arabes, délégués maghrébins compris, n’étaient guère préparés ni habitués à ce genre de discours technique sur l’audience des TV arabes et bien plus sur leurs perceptions par les opinions publiques arabes. D’autant que les arguments et preuves avancées par le conférencier pour établir la faillite des TV arabes et maghrébines sortaient d’un sondage euro-méditerranéen, financé par la Copeam et l’UE, portant sur treize grandes villes méditerranéennes dont sept capitales arabes. Les délégués arabes et maghrébins n’acceptaient pas l’idée démontrée qu’ils utilisaient les modernités techniques du 20ème siècle pour asseoir et poursuivre les féodalités sociales et politiques du moyen âge. C’est exactement comme si, en leurs temps respectifs, les rois fainéants, Dagobert en tête, Jeanne la folle, Charles Quint, Louis XIV, Marie Antoinette, Napoléon, disposaient sans partage de la TV, des radios et du numérique pour asseoir leur pouvoir d’autocrates. C’est à ce moment précis de l’intervention que le son et les traductions furent coupés. C’est à ce moment précis que la sympathique représentante de la reine quitta précipitamment la salle suivie, bien évidemment, par le représentant du roi, ministre de son état. Il est vrai, pour l’histoire et l’anecdote, que le délégué algérien, HHC, accessoirement DG de l’ENTV, protesta un petit chouia en faisant une petite moue, mais vraiment petite, de protestation symbolique. La messe était dite ; le conférencier provocateur et dérangeur des tranquillités arabes fut exclu. Sans appel. Pas même des délégués algériens.

La communication de Mohamed Abassa, qui semblait fortement déplaire aux dirigeants des télévisions arabes tous présents à Amman, a été émaillée d'incidents inhabituels et assez révélateurs de l'état d'esprit des broadcasters arabes dès lors qu'on touche à la qualité et aux contenus de leurs télés: la traduction simultanée a été brutalement interrompue (arabe et anglais) et le débat tout simplement déprogrammé.

Voici quelques extraits de cette communication consacrée, entre autres, à la chaîne qatarie El-Djazira dont on découvre aujourd’hui et assez tardivement les orientations sionistes. Cette chaîne a toujours roulé pour la défense des intérêts stratégiques d’Israël, du Mossad et de la CIA. Les faits démonstratifs de cette orientation avérée sont vérifiables à tout moment et sur l’ensemble des thèmes récurrents abordés par le conférencier. Très curieusement et très significativement, les qualités de membre du conseil scientifique et d’adhérent de la Copeam ont été retirées à M. Abassa, juste après cette conférence. Comme quoi, le Mossad, assassin de Mohamed Boudia, veille toujours au grain. Al-Qaïda, El-Djezira, le bras armé et le bras médiatique du Mossad et de la CIA sont toujours là.

Les dessous de la chaîne El-Djezira

La chaîne privée qatarie a été créée et financée en 1996 par l'émir du Qatar Cheikh Hamad Ibn Khalifa Al Thani sur ses fonds propres, c'est-à-dire sur ceux de l'Etat étant connu que l'Etat c'est lui et lui c'est l'Etat.

Cette chaîne réalise actuellement des performances d'audience qu'aucune télévision transnationale arabe ou autre n'a pu atteindre à ce jour ; plus de 45 millions de téléspectateurs dans le monde et, plus spécialement dans le monde arabe. Mais il faudra nuancer ces performances car un même téléspectateur peut être comptabilisé en audiences cumulées de 2 à 10 fois pour différentes audiences soit un public effectif d'individus regardant qui avoisinerait les 18 millions d'individus de 16 ans et plus par communauté d'audience. Cette performance est atteinte, hors information et documentaires exclusifs qui restent le monopole d'El-Djazira.

Le deux poids, deux mesures d’El Djazira

Il faut signaler aussi qu'en dehors des communautés arabophones installées en Europe, l'audience de cette chaîne dans sa version arabe reste quasi nulle dans les foyers européens du nord méditerranéen.

Première interrogation. Comment se peut-il, se fait-il que cette chaîne soit souvent comptable des atteintes aux droits de l'homme dans la plupart des pays arabes et/ou musulmans et ne dise rien, strictement rien, sur les atteintes à ces mêmes droits dans l'émirat qatari où vit cette chaîne ou dans les autres émirats amis ? Comment se fait-il que les régimes théocratiques et féodaux arabes et/ou musulmans amis de Sa Majesté Cheikh Hamad Ibn Khalifa Al Thani dit le magnifique ne sont jamais critiqués par cette chaîne si regardante ailleurs et plus encore dans le monde arabe ?

Il faut rappeler que dans l'émirat du Qatar, après Dieu, il y a Cheikh Hamad Ibn Khalifa Al Thani, celui là même qui a destitué son propre père du trône pour s'offrir le pouvoir. Dans ce paradis appelé Qatar et auquel El-Djazira ne reproche strictement rien. Au Qatar il n'y a pas d'opposition, pas de partis politiques, pas de syndicats, pas de presse libre, pas d'ONG, pas de droits de l'Homme, pas de société civile, pas d'associations, pas de droits de la femme. La femme a le statut officiel de viande parfumée autorisée aux seules fonctions de donner des enfants et du plaisir.

Il faut rappeler aussi que l'autre chaîne qatarie Qatar TV, la demi-soeur d'El-Djazira, raconte à longueur de journée et à longueur d'année le bonheur infini de vivre sous le règne indiscutable de Sa très grande Majesté Cheikh Hamad Ibn Khalifa Al Thani, élu de Dieu à cette fonction comme nous le rappelle la divine télé de Sa Majesté. Il est aussi, accessoirement, un grand ami de l'Algérie par les riches liens que seules nos grasses outardes, plus que la diplomatie, savent créer et entretenir.

Les amis qataris de Bouteflika viennent régulièrement chasser l’outarde et la gazelle algériennes au mépris des lois nationales avec l’aide des Walis et de la maréchaussée algérienne. Les ministres algériens de l’intérieur et de l’environnement n’y voyant strictement rien à redire. Qui oserait dire au Président de la RADP de fermer sa braguette ou à l’Emir d’arrêter de déféquer sur l’Algérie ?

Certains pensent déjà à réfréner les hystéries cathodiques de la chaîne qatarie en privant son maître, l’Emir facétieux de son dessert d'outardes algériennes. Plutôt que faire de bonnes TV arabes, essayons ces représailles outardières ; mais étais-je contenu par mes doutes qu'il en serait ainsi. Essayons l'outarde; visons le ventre; pas la tête ni le cœur ; peine perdue; ils n'en ont pas.

Les choix iconoclastes d’El-Djazira

Deuxième interrogation. Pourquoi El-Djazira s'attaque souvent aux seuls pays arabes et/ou musulmans dont les positions sont fermes avec Israël ? Pourquoi El-Djazira attaque régulièrement l'Algérie et à des moments précis: quand les relations algériennes sont tendues avec le Maroc ou avec les USA, quand les islamistes reçoivent des coups, quand l'islamisme décline. Qui donc gagne à soutenir les terroristes et à maintenir un climat de violence permanent en Algérie ? De toute évidence, ce sont les USA et Israël qui gagnent à ce commerce criminel qui consiste à tenter toujours de fragiliser l'Algérie pour tenter de la faire entrer de force dans le camp impérialo-sioniste. Le forcing pour créer l’Africom, l’exacte réplique d’El-Qaida, pour dominer tout le Sahel ; le grand rêve d’Israël. C'est le but stratégique de la chaîne israélo-qatarie dans ses fréquentes campagnes contre l'Algérie.

Troisième interrogation. L'audience de la télévision israélienne étant nulle dans le monde en général et dans les pays arabes en particulier, le discours officiel de l'Etat israélien trouve bien meilleure audience en utilisant El-Djazira plutôt que ses propres réseaux dans le monde. Sinon comment expliquer ces facilités récurrentes qu'El-Djazira accorde tous les jours aux politiques et militaires israéliens pour s'adresser directement aux téléspectateurs arabes ? Durant la dernière invasion du Liban, des ministres israéliens intervenaient tous les jours et en direct dans cette chaîne, certains plusieurs fois par jour, jusqu'à 4 fois comme la ministre de AE Mme Tzipi Livni, jusqu'à 8 fois par jour pour le ministre israélien de la Défense M. Amir Peretz. Est-ce un hasard ? Est-ce vraiment un hasard ? Durant cette invasion, quatre envoyés spéciaux de la chaîne qatarie intervenaient directement et librement en direct à partir d'Israël. Connaissant le contrôle et le verrouillage total de l'information par l'armée israélienne en période de crise y compris sur ses propres médias, il est plus qu'étonnant qu'une telle confiance, une telle liberté de parole et de mouvement soient accordées aussi spontanément à une chaîne réputée pro-arabe et pro-islamiste. La propagande savante des laboratoires américano-sionistes a fait de cette télévision une chaîne d'apparence anti-israélienne et antiaméricaine pour la rendre populaire et crédible dans les chaumières arabes étant entendu que l'audience des TV nationales arabes est quasi nulle dans la plupart de ces pays.

La majorité des scoops et autres artifices médiatiques à grands succès et dont on ignore à ce jour l'origine réelle ont en réalité pour seules fonctions médiatiques, celles de suborner le téléspectateur arabe dans un esprit de battue séductrice, faire accroire aux masses arabes qu'El-Djazira roule pour les causes des peuples arabes, ce qui, naturellement, est strictement faux. Au contraire, le fond de sa ligne exprime pour l'essentiel le point de vue américano-sioniste dans un emballage et un camouflage professionnels presque parfaits. Il est vrai par ailleurs que la sénescence et la désuétude des TV arabes contribuent pour beaucoup dans les réussites d'audience d'El-Djazira.

Quatrième interrogation. Sachant par ailleurs que l'émirat entretient de solides relations avec Israël sur les plans politique, militaire, diplomatique, sécuritaire et commercial, sachant aussi que le grand Cheikh Hamad Ibn Khalifa Al Thani a offert son territoire, ses ports et ses bases militaires aux Américains pour perpétrer le plus grand génocide de ce siècle contre le peuple irakien (800 000 morts à ce jour), il est permis de penser que la chaîne El-Djazira n'est rien d'autre qu'une autre contribution, une autre infamie parachevant, par les médias aussi, l'excellence des relations israélo-qataries. Précisons aussi que la sécurité personnelle de l’émir et de sa famille est assurée en permanence par des agents et des officiers israéliens. Le bureau de liaison d’Israël au Qatar est plus important que l’ensemble des ambassades des pays arabes et islamiques à Doha. Etonnant ? Non. Pour faire son coup d’Etat, le jeune et gros prince a fait appel à des mercenaires israéliens pour s’emparer du trône de son père.

Rappelons aussi pour l’anecdote salace que l’émirat du Qatar reçoit à longueur d’année des permissionnaires militaires américains en opération dans la région (Irak et Afghanistan) venus jouer au repos du guerrier auprès de cinq mille prostituées égyptiennes offertes par Hosni Moubarek en guise de contribution égyptienne à l’effort de guerre antiterroriste. Cela rapporte semble-t-il plus de 200 millions de dollars à la famille Moubarek et associés. Mais, comme toujours, ce sont les Saoudiens qui payent la facture comme contribution au relèvement du moral des troupes alliées qui protègent le royaume.

Il est vrai aussi que ceux qui se plaignent de cette chaîne, assez tardivement du reste, l’ayant utilisé à faire ou à laisser faire de moins mauvaises télévisions dans leurs pays respectifs. C'est la première et seule condition pour contenir et limiter les dégâts ravageurs de cette chaîne dont on découvre aujourd'hui seulement les nuisances et les ancrages avérés qu’elle a essentiellement avec le Mossad et la NED-CIA.

5ème et finale interrogation. Cette chaîne étant officiellement de statut privé, comment fait-elle pour survivre commercialement avec autant d’aisance et de moyens ? D'évidence, ses recettes publicitaires semblent dérisoires comparées à ses immenses charges de fonctionnement. Qui paye la différence ou, en d'autres termes, qui soutient et finance la chaîne ? Le Mossad ? La CIA ? Sa majesté l'émir régnant ? Les trois ? Tout porte à croire que les gagnants politiques de cette chaîne à haut rendement d'influence sont les sponsors et les soutenants financiers cachés, jamais déclarés. Car, un professionnalisme de façade aussi poussé avec un maillage géographique aussi complet de la planète terre pour la couverture de l'événement nécessitent des moyens techniques et financiers considérables que les modestes recettes commerciales de la chaîne ne suffisent pas à couvrir. Loin s’en faudrait. C'est cela la première tromperie sur la marchandise qui consiste à faire croire et accroire aux téléspectateurs arabes que le miracle nommé El-Djazira tient aux seuls talents et audaces d'une cinquantaine de journalistes de génie. Trop gros, trop court comme explication. Le miracle nommé El-Djazira tient seulement et essentiellement aux génies diaboliques cumulés du Mossad et de la CIA et à rien d'autre. Le reste, tout le reste, c'est du blabla d'habillage et de camouflage jetés aux yeux des pauvres téléspectateurs arabes ballotés et tiraillés entre les fausses séductions du Mossad et de la NED-CIA au travers d’El-Djazira et les horreurs cathodiques des dictatures arabes et maghrébines voulant à tout prix se maintenir au pouvoir. C’est ce que nous rappellent tous les jours l’ENTV et ses sœurs siamoises des dictatures du pire. Nous suffit-il de nous en indigner ? Assurément pas. Il nous agir.

Mohamed Abassa

mercoledì 31 agosto 2011

"Ad Memoriam" - Osho e la pazzia come metodo di saggezza


"Radici all'aria" - Foto di Gustavo Piccinini



Un paio di anni dopo la dipartita di Osho (precedentemente conosciuto come Rajneesh), ricevetti una lettera da Majid Valcarenghi (un suo seguace) che mi inviava le bozze del libro Operazione Socrate, in cui si analizzano gli ultimi momenti di vita di Osho, nel testo si dava evidenza al fatto che il maestro potesse essere stato avvelenato dalla CIA, durante la sua permanenza in carcere negli USA. Majid mi chiedeva di scrivere un mio pensiero su Osho, per la pubblicazione sulla sua rivista, cosa che feci volentieri, il testo si intitolava "Ad Memoriam" ed in esso parlavo dei retroscena, osservati da uno "spiritualista laico" quale io ero, e delle conseguenze della "predicazione" di Osho nel mondo... Ma qui vorrei inserire alcuni miei ricordi personali sul come "non incontrai mai Osho nemmeno una volta"

Ricordo nel 1973, quando visitai l’India per la prima volta, che giunto il tempo del ritorno -durante l’attesa della nave Andrea Doria, veterana della marina passeggeri che compiva il suo ultimo viaggio prima del disarmo- restai a Bombay per un paio di mesi facendo la vita dello sderenato (o sadhu, monaco itinerante o mendicante se preferite). Ero già stato toccato dallo Spirito e non potevo far altro che aspettare che “quella cosa” di cui sapevo essere l’espressione prendesse possesso di me. Un’attesa senza speranza si chiama, poiché se c’è speranza non è attesa è solo aspettativa.

Mi capitò un giorno di incontrare delle belle ragazze italiane che andavano vagando per ristorantini a spettegolare. Erano tre, come le tre Grazie, e le avvicinai sorridente ma cosa strana non rimasero affatto affascinate dalla mia persona… Dovete sapere che in un modo o nell’altro le donne sempre mi amano, non con questo che esse mi trovino particolarmente appetibile dal punto di vista sessuale, semplicemente mi vogliono bene e mi ascoltano con interesse… Sono un affabulatore ed anche come “cercatore spirituale” –malgrado vivessi in totale astinenza- di solito ottenevo un buon successo.

No, quelle tre avevano solo pensieri per Osho, continuavano a parlare di lui come tre innamorate del loro amante, rivelavano tutti i loro giochi amorosi ed i loro desideri nei suoi confronti. Insomma debbo dire che mi sentii un po’ invidioso e quasi quasi mi venne l’idea di andare a sfidarlo in casa, quell’Osho, lì a Poona nel suo ashram che si trova a pochi chilometri da Bombay. Fortunatamente per me mi beccai, a forza di frequentare ristorantini sfiziosi, una bella epatite virale A e dovetti perciò rinunciare alle mie velleità per restare in catalessi nell’albergaccio in cui aspettavo “l’evento” (non sapevo nemmeno io bene cosa, qualsiasi cosa o nulla).

Ebbene riuscii a scamparla, allora, tornai in Italia, e poi ancora numerose volte in India e non pensai più di andare da Osho. Ma i discepoli di Osho continuarono a perseguitarmi ed a cercarmi in tutti i modi, me li trovavo davanti ovunque, sia che andassi a Tiruvannamalai, a Jillellamudi od a Ganeshpuri, sia che restassi a Roma a fare il “santo” in via Emanuele Filiberto oppure che entrassi nel vortice alternativo di Calcata con tutte le sue tentazioni e devianze. Questi discepoli di Osho erano e sono i miei amici più simpatici ed affini, sono completamente pazzi ed inaffidabili. “Qualis pater talis filius” dice l’adagio, e mai come in questo caso è vero.

Osho stesso fu un’esagerazione in tutti i sensi. Guru Maharaji si faceva 12 Rolls Royce? Ed Osho 120… Muktananda fondava qualche Ashram in giro per il mondo? Ed Osho fondava addirittura una nuova Città-Stato (nell’Oregon). Il successore di Bhaktivedanta rinunciava al sannyasa e si sposava una sua devota? E la segretaria di Osho, molti dicono anche amante, scappava con tutti i soldi della cassa.

Osho quando parlava era una macchinetta infernale inarrestabile (i suoi scritti possono riempire un'intera biblioteca), oppure taceva per anni di fila. Prima aveva parlato bene di tutte le religioni, facendo un discorso sincretico, poi finì per dire che tutte le religioni sono finte. All’inizio si pose come Guru ed infine negò di avere qualsiasi discepolo. I suoi seguaci poveretti subirono un bel lavaggio del cervello e coloro che resistettero –probabilmente- ne uscirono fuori veramente sanati dalla malattia del divenire e dell’apparire. Non sta a me giudicare comunque la condizione di questi miei fratelli, sapendo che ognuno di noi ha il suo destino e le sue pene…

Paolo D’Arpini


Alcuni pensieri di Osho sulla morte

“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.

La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza. Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.”

“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità.

Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.”



OSHO
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990


.....................


Commenti ricevuti:

Stefano Andreoli: Uhm... penso che non potrei mai credere ad una sola parola di uno che predica la rivoluzione spirituale eppoi colleziona Rolls-Royce... è un po' come dirsi vegetariani eppoi divorarsi un bue.


Noemi Longo: Che bel testo Paolo!!! Io di tutti i suoi testi, conosco qualche pensiero e aforisma ma un solo libro che mi è stato donato ho letto e curiosamente sto rileggendo proprio in questi giorn: Ridere la vita. Pensavo... forse il paradosso è proprio questo... Secondo quanto dice Stefano, direi che non bisogna mai credere a quel che dicono le guide spirituali, le loro parole sono egoiste, vanno comprese e sperimentate affinché non restino sterili, bisogna invece credere soltanto in quel che fanno.
......Sarebbe come rendersi conto di esserci e non prendersi mai il LUSSO di partecipare...forse per questo Osho collezionava rolls royce... Chissà....

Caterina Regazzi: Bellissimo il pensiero finale sull'Amore (e la morte)

Stefano Andreoli: ...non sapevo se scriverlo o no questo commento proprio perché non avendo ancora letto nulla di Osho (anche se consigliatomi da molte care persone), non volevo espormi troppo. Così come non conoscendo accuratamente la dottrina oshoiana, non posso porre osservazioni in materia di coerenza. Chiaro è che il paradosso non sussiste nell'autentico pensiero: proprio come lo spiritualismo pratico di Gandhi o il pragmatismo di Dewey, quando la teoria - o la dottrina - è tale da diventare parte integrante del proprio io, questa non può che vivere in tutti gli aspetti della vita, ossia in quello che si fa, anche nel quotidiano. La coerenza tra il fare e il parlare è sempre stato un criterio di "verità" di tutti gli "illuminati" che ho incontrato strada facendo. Se invece i suoi insegnamenti consistevano nel "siate ricchi per essere felici e rinnovarvi", allora sarebbe davvero un tipo originale e bizzarro... o forse solo eccentrico come il primo dandysmo di O.Wilde.

Caterina Regazzi: Stefano, se vuoi leggerlo, ti consiglio di leggerlo senza pregiudizi... e senza giudizi... che diritto abbiamo di giudicare la coerenza o meno di chicchessia? Leggilo come annusi un fiore o guardi un paesaggio, forse ti ritroverai anche nelle sue parole.

Noemi Longo: Paradossalmente...non credo affatto che Oscar Wilde fosse meno illuminato di Osho... :-) é molto più oscuro l'altro che l'uno.