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martedì 6 dicembre 2011

The Indipendent: "La guerra all’Iran è già cominciata. Ed è una follia..."

La guerra all’Iran è già cominciata. Ed è una follia

Sulla base di un dossier debole e ambiguo come l’ultimo rapporto dell’AIEA, i capi dell’intelligence in Occidente parlano apertamente di azioni per sabotare il programma nucleare iraniano e di rivolte per rovesciare il regime, in un’escalation che potrebbe rivelarsi un terribile boomerang, e di cui l’assalto all’ambasciata britannica a Teheran è soltanto un episodio – scrive il giornalista Paul Vallely

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Per me una delle caratteristiche più imbarazzanti di Internet è che, di tanto in tanto, mi trovo ad essere confuso con un omonimo. Paul E. Vallely non sono io. Si tratta di un ex general maggiore statunitense, che attualmente è analista militare di Fox News, il canale satellitare scandalosamente di destra appartenente a Rupert Murdoch. Fra l’altro, egli vuole bombardare l’Iran, cosa che decisamente io non voglio.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel deterioramento dei rapporti tra l’Occidente e l’Iran negli ultimi giorni. William Hague (il ministro degli esteri britannico (N.d.T.) ) si è attenuto perfettamente al protocollo esistente nell’espellere tutti i diplomatici iraniani dalla Gran Bretagna dopo che una folla inferocita aveva saccheggiato l’ambasciata britannica a Teheran. Ma ciò che è “appropriato” non è sempre saggio.

I rapporti anglo-iraniani da lungo tempo sono improntati alla paranoia. Un vecchio proverbio persiano avverte: “Se inciampi in una pietra in mezzo alla strada, è stata messa lì da un inglese”. Le memorie britanniche possono risalire al 1989, quando l’allora Guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khomeini, emise una fatwa ordinando ai musulmani di uccidere Salman Rushdie per il suo romanzo blasfemo “I versetti satanici”. Ma i ricordi persiani risalgono ancora più indietro nel tempo.

Fu l’MI6, insieme alla CIA, ad orchestrare nel 1953 il rovesciamento del popolare primo ministro Mohammad Mosaddeq, laico e democraticamente eletto. Egli aveva introdotto importanti riforme sociali, ma aveva avuto anche l’ardire di nazionalizzare l’industria petrolifera ai danni della compagnia britannica che sarebbe poi divenuta la BP. Negli anni ‘60 e ‘70 la Gran Bretagna ha sostenuto lo Scià di Persia, un uomo il cui regime si basava sulla polizia segreta e la tortura, ma che era visto come un credibile contrappeso all’influenza sovietica.

E le cose continuarono così. La Gran Bretagna ha sempre appoggiato il leader sbagliato. Abbiamo favorito Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq. Abbiamo deriso il sindaco reazionario di Teheran, Mahmoud Ahmadinejad, a tal punto che quando è stato eletto presidente, un’altra Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei, ha parlato di quello inglese come del “più malvagio” dei diplomatici. Nel 2009, il canale persiano del BBC World Service ha irritato Teheran a tal punto che chiunque venisse intervistato da questo canale è stato perseguitato o arrestato. Durante le proteste post-elettorali di quell’anno, un membro dello staff iraniano dell’ambasciata britannica è stato incarcerato. Durante l’anno passato, l’Iran non ha avuto nessun ambasciatore a Londra e non ha spiegato i motivi del posto vacante.

Così l’assunzione da parte della Gran Bretagna di un ruolo guida dell’opinione pubblica internazionale contro il programma nucleare di Teheran – sostenendo che l’obiettivo di tale programma non sarebbe la produzione di combustibile nucleare, ma di armi nucleari – viene percepita in Iran nel contesto di una lunga storia di perfidia inglese. Londra è vista come un tirapiedi che raccoglie informazioni di intelligence per conto di Washington, che non ha un’ambasciata a Teheran. La Gran Bretagna è “il Piccolo Satana”, in contrasto con gli Stati Uniti che sono “il Grande Satana”.

Fu il Piccolo Interventista Tony Blair che per primo diede inizio alle sanzioni contro l’Iran. E l’accumulo di ostilità ha snervanti analogie con le ragioni a favore della guerra evocate da Blair e George Bush contro l’Iraq. Abbiamo un altro dubbio dossier, sotto forma del rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che sostiene che l’Iran starebbe sviluppando armi nucleari, ma lo dice in gran parte sulla base di informazioni di intelligence che si fermano al 2003. Esso si basa sui documenti di un computer portatile, trovato nel 2004 dagli israeliani, la cui affidabilità suscitò un profondo scetticismo tra i servizi segreti occidentali all’epoca. Lo scienziato straniero che si dice avrebbe lavorato alla costruzione di una bomba con gli iraniani si è rivelato essere invece un esperto in nanotecnologie. E un ex ispettore capo dell’AIEA ha affermato che il tipo di camera di detonazione a cui si fa riferimento nel rapporto non potrebbe essere utilizzato in un test nucleare.

Su dati come questi si basa lo strepito dei falchi e il rullare dei tamburi delle sanzioni. I capi dell’intelligence pubblicamente dicono cose come “l’Occidente deve ricorrere a operazioni sotto copertura per sabotare il programma nucleare iraniano”. I politici pronunciano velate minacce di un attacco militare usando parole ambigue come “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Scusatemi, ma sembra proprio di rivedere il film dell’Iraq.

Naturalmente, alcuni leader politici di Teheran vogliono realmente la bomba. Ma non è difficile capire perché. Tutti gli altri paesi nella regione ne hanno una: Israele, Pakistan, India e Russia. Le armi nucleari USA hanno Teheran nel loro raggio d’azione.

Ma l’Iran è un grande paese, politicamente sofisticato, in cui la struttura del parlamento, del presidente, dei consigli e delle assemblee di esperti religiosi, crea un sistema di pesi e contrappesi in cui il cambiamento è possibile. I riformatori hanno a volte esercitato la loro influenza nell’ambito di questo pluralismo politico. L’establishment iraniano è frammentato in fazioni, un terzo dei deputati non ha votato per il provvedimento di declassamento diplomatico dei rapporti tra l’Iran e la Gran Bretagna all’inizio della scorsa settimana. Ma sono proprio le fazioni più reazionarie e conservatrici che vengono rafforzate dalla bellicosità dell’Occidente.

E non illudetevi, la guerra è già cominciata. Aggressivi virus informatici hanno neutralizzato le centrifughe nucleari iraniane lo scorso anno. Due dei principali fisici nucleari dell’Iran sono stati assassinati, e un terzo è stato ferito da sicari motorizzati. La decisione del Regno Unito di congelare 1,6 miliardi di dollari di beni iraniani – decisione che ha provocato la violenza presso l’ambasciata britannica – è stata il quarto round di sanzioni. Falchi, come il mio omonimo a cui accennavo all’inizio, parlano apertamente di schierare droni senza pilota contro le centrali nucleari e di provocare una rivolta contro il governo di Teheran. E ora ecco lo strepito dell’UE sulla necessità di non cedere “alle intimidazioni e al teppismo dell’Iran”. La sardonica risata proveniente da Teheran riflette un’inasprita determinazione nazionalista e un incremento dell’ostilità nei confronti dell’Occidente.

Ciò che serve è esattamente l’opposto. Invece di alimentare una mentalità da assedio a Teheran, dovremmo trovare il modo di tenere aperto il dialogo attraverso il commercio e lo scambio culturale, come Washington fa con il Pakistan, le cui armi nucleari non sembrano aver provocato nessuna minaccia di attacco da parte degli Stati Uniti.

Vi è poi un’altra considerazione. L’Iran è il secondo produttore mondiale di petrolio e gas (cosa che ci fa chiedere perché abbia bisogno di esercitare il suo “diritto inalienabile” a produrre combustibile nucleare.) La settimana scorsa, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo di principio per imporre un embargo petrolifero contro l’Iran. Ma ha rinviato qualsiasi decisione dettagliata a metà gennaio, al fine di concedere a paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia – che importano grandi quantità di petrolio iraniano – il tempo per trovare forniture alternative dall’Arabia Saudita e dalla Libia.

Ma cosa succederebbe se l’Iran dovesse ribaltare la situazione ed interrompere le esportazioni di petrolio verso l’Europa, concentrandosi sulle sue massicce forniture a India e Cina? Con l’Europa già in subbuglio economico, ciò potrebbe creare un altro shock petrolifero della portata di quelli degli anni ‘70, che depressero l’economia mondiale, innescarono un crollo del mercato azionario, spinsero in alto l’inflazione e portarono a un’ondata di disoccupazione che ha rovesciato interi governi.

Oppure Teheran potrebbe annunciare un embargo petrolifero selettivo contro Gran Bretagna, Francia e Germania – lasciando indenni i suoi maggiori clienti in Europa meridionale. I mercati hanno già anticipato questa possibilità: il petrolio è salito di 2 dollari in un solo giorno dopo l’assalto all’ambasciata britannica, e i futures petroliferi sono cresciuti del 4 per cento in una settimana.

Questa corsa alla follia potrebbe rivelarsi un terribile boomerang in mille modi. Se avessimo una memoria storica lunga come quella degli iraniani ne saremmo consapevoli.

Paul Vallely

Giornalista e saggista britannico; è specializzato in questioni africane e legate allo sviluppo; scrive abitualmente sul quotidiano “The Independent”

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)


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Fonte - Original Version: War on Iran has begun. And it is madness
http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/paul-vallely-war-on-iran-has-begun-and-it-is-madness-6272039.html

Fonte secondaria: http://www.medarabnews.com/2011/12/06/la-guerra-all%e2%80%99iran-e-gia-cominciata-ed-e-una-follia/



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Notizia di Cronaca aggiunta:

Zero Hedge Seconda esplosione a Ishafan riportata dal "The Australian"Mentre la notizia non è stata captata da nessuna delle reti principali, la corrispondente dell’Australian a Gerusalemme, Sheera Frankel, ha riportato qualcosa di piuttosto inquietante: “Tutti gli occhi sono su Israele dopo il secondo attacco sull'Iran. Nubi di fumo salivano dalla città di Isfahan – prova del fatto che gli ultimi attacchi contro il presunto programma di armi nucleari iraniano abbiano colpito nel segno.” Riferiremo il resto della notizia in caso venisse confermata da qualsiasi altra agenzia stampa, in quanto se fosse vera significherebbe che ciò che accade dietro le quinte non è più in ombra.

venerdì 9 settembre 2011

Continua il viaggio di Lidia nel pianeta immigrazione - India

Frammenti d'infinito - Dipinto di Franco Farina

Seguito del viaggio nell’Immigrazione….

Kuki è un nome di fantasia che questo straordinario ragazzo indiano si è
attribuito per facilitare chi lo chiama, ma il suo vero nome è Dipak. La
generosità e la solarità che lo caratterizzano, gli hanno consentito di poter
contare su un numero veramente grande di amici, italiani e non, che ancora oggi
lo cercano volentieri.

Quando Dipak lasciò l’India molti anni fa, purtroppo dovette farlo senza
essere riuscito a procurarsi un visto per l’estero. Come molti sanno, lasciare
l’India non è affatto semplice per gli indiani! In quelle condizioni le
alternative per espatriare non erano poi molte! Decise così di tentare una
traversata a piedi. Riuscì a raggiungere la ex Jugoslavia camminando per circa
3 mesi ininterrottamente, raggiungendo una delle città del nord Italia. Era
ridotto pelle e ossa, magro da morire e con una fame incredibile, sporco dalla
testa ai piedi, ma con la speranza nel cuore di riuscire ad entrare in Italia,
il Paese del benessere, della pace e della speranza in un futuro migliore!
Così, appena arrivato, tramite alcuni amici indiani conosciuti per caso, Kuki
si spostò verso la Sabina, nel Lazio, e lì ebbe la fortuna di incontrare un
giovane imprenditore edile che lo prese con sé e lo regolamentò anche con i
documenti, in vista del decreto per i flussi migratori che sarebbe uscito dopo
pochi mesi.

Vorrei ricordare che l’attuale legislazione prevede che un datore di lavoro
faccia una richiesta per un lavoratore che si trova all’estero completamente al
buio, non conoscendolo e non sapendo neppure se il futuro lavoratore sarebbe
idoneo o meno al lavoro che dovrà svolgere! Nel caso dei domestici, ad esempio,
senza un tirocinio o un piccolo corso formativo, è veramente impossibile
svolgere quel lavoro, in quanto la nostra cultura domestica rispetto a quella
indiana è veramente lontana anni luce! Senza contare, infine, che lo straniero
arriverebbe nel nostro Paese dopo più di due anni dalla richiesta e senza
conoscere una sola parola di italiano! Questo eccessivo ritardo, nel caso dei
badanti è un grosso problema poiché il lavoratore, secondo l'attuale meccanismo
legislativo, potrebbe arrivare in Italia quando il paziente è già morto, ed è
già accaduto in molti casi!

Ma torniamo a Dipak.
Il lavoro quindi c’era, ma per avere il permesso di soggiorno fu costretto ad
attendere altri 2 anni, periodo in cui, risparmiando e sacrificando qualsiasi
cosa, riuscì a mettere da parte un gruzzolo sufficiente a far venire la sua
famiglia in Italia: una moglie e due bambini. Mi ricordo che aveva preso in
affitto una piccola casetta che imbiancò da cima a fondo! Fu proprio in quell’
occasione che lo conobbi. Era veramente felice di poter finalmente
riabbracciare i propri cari che non rivedeva da anni! Mi ricordo che il
bambino, che era piccolissimo quando Dipak partì dall’India, quando lo vide all’
aeroporto di Fiumicino non voleva neppure abbracciarlo perché lo riteneva uno
sconosciuto e ci vollero un po’ di giorni per abituarsi a questo padre!
La moglie di Kuki, infermiera in India, naturalmente quando arrivò non parlava
una sola parola di italiano, tuttavia grazie ai numerosi amici di Dipak, si
riuscì a trovarle una sistemazione vicino casa come badante il pomeriggio
presso un’anziana signora, così da permetterle la mattina di accudire i propri
bambini. Per circa un anno ci trovammo spesso insieme a casa mia, (che in quel
periodo era diventata una specie di scuola anche per i ragazzi mie vicini,
cercando di insegnar loro a parlare italiano, pur non conoscendo io stessa una
sola parola della loro difficilissima lingua!). Poi Dipak un giorno mi disse
che un caro amico gli aveva trovato un ottimo lavoro presso un’impresa edile
vicino Brescia, con uno stipendio decisamente migliore rispetto a quello
attuale. Così partì con la sua famiglia e quella fu proprio una separazione
molto dolorosa per tutti noi, a cominciare da me! L’ultima sera però
organizzammo una grande cena indiana con tutti i ragazzi, e Dipak cucinò alcuni
piatti tipici del suo Paese, molto piccanti a dire il vero, ma buonissimi!
E fu così che si sistemò veramente bene nella nuova città dove andò a vivere
con la sua famiglia! Lui in ditta e sua moglie come badante, riuscirono a
comprarsi una piccola casetta richiedendo un mutuo, acquistarono perfino un’
automobile usata! Occorre dire che l’essere riusciti a guidare una macchina in
Italia, per i ragazzi indiani è la cosa più difficile del mondo!

La patente indiana in Italia non è riconosciuta e per avere quella italiana occorre saper leggere bene l’italiano o anche l’inglese per sostenere l’esame, cosa che
nessuno di loro è in grado di fare! Ma Dipak riuscì anche in questo! Ancora
oggi mi capita di sentirli al telefono, soprattutto la bambina mi aggiorna
sulla loro vita, con un accento italiano che è proprio quello del nord, ma la
loro cultura tuttavia rimane sempre quella indiana nonostante la loro ottima
integrazione nel nostro Paese! Per fare un esempio, le donne da sole non
viaggiano mai, devono essere accompagnate da un uomo, o i capelli lunghi
raccolti in treccia che le donne non tagliano mai, e tante altre cose che
comunque ti fanno dire che forse non saranno mai italiani al 100%, pur vivendo
nel nostro Paese.

Conobbi questa famigliola tramite uno dei ragazzi che abitavano sotto casa
mia, Sonu, un giovane ragazzo indiano bellissimo, occhi profondi ed espressione
da furbetto, che arrivò nel nostro Paese nascosto nell’intercapedine di un
camion dove rimase per 3 giorni senza mangiare né bere! Ma questa è un’altra
storia……

…..continua

Lidia

mercoledì 7 settembre 2011

Vita da emigrante.. in Italia - Esperienze vere vissute

Nell'immagine: "La danza degli spiriti" - Dipinto di Franco Farina


Grazie Paolo per la tua splendida accoglienza verso tutti e tutto! Mi sembrava
bello informare un po' di gente (che ce l'ha a morte con gli immigrati) della
mia esperienza personale di vita con questi meravigliosi ragazzi indiani che ho
avuto la fortuna di conoscere e che mi considerano come la loro mamma (e
infatti così mi chiamano!). Quindi non idee intellettuali, ma realtà
quotidiana, VITA! Ognuno di loro ha una storia incredibile che apre una
finestra anche sulla loro condizione in India che i media e i giornali non
conoscono o fingono di ignorare! Mi sembrava bello raccontarle queste storie.
Tutto ciò che leggerai è realmente accaduto, purtroppo ho dovuto abbreviare perchè altrimenti sarebbe diventato un libro. Un abbraccio Lidia



Cari Amici e lettori, vi racconto una storia accaduta qualche anno fa che mi
ha permesso di avere un contatto ravvicinato con la cultura di quel grande
Paese che è l’India, senza peraltro esservi ancora mai stata!

Dopo esser fuggita da Roma, mi trovai in giro per la Sabina in cerca di una
casa in affitto. Me ne capitò una in un piccolo paesino immerso nell’immenso
verde degli ulivi e ci restai per circa due anni. Sotto di me, abitavano un
gruppo di ragazzi indiani, provenienti soprattutto dal nord dell’India, molti
dal Punjab, venuti chissà come per cercare fortuna o anche un qualsiasi lavoro
che consentisse la sopravvivenza delle loro famiglie rimaste a casa. Avevano
delle enormi difficoltà ad esprimersi in italiano, e quasi tutti per vivere
raccoglievano olive o aiutavano nei lavori agricoli che qualcuno offriva loro,
il tutto naturalmente a prezzi super stracciati!
Non mi ero mai interessata del problema dell’immigrazione, e tramite questa
esperienza ebbi modo di ascoltare molte delle loro storie, racconti che ancora
oggi mi sono rimasti impressi nel cuore e che mi hanno aperto veramente gli
occhi su questo fenomeno che prima vedevo e valutavo esclusivamente attraverso
il filtro dei media (molto diverso dalla realtà!!!)

Tra i ragazzi c’era Bali, un indiano residente in Italia da circa 15 anni,
invalido ad una gamba e ad una mano a causa di un gravissimo incidente in cui
rimase in coma per circa un anno, avvenuto presso un’Azienda italiana dove all’
epoca lavorava. Gli assegnarono la pensione di invalidità permanente. Una
pensione di 240 euro al mese con la quale è molto difficile vivere nel nostro
Paese se non si hanno altri introiti! Ma i ragazzi indiani sono abituati alla
povertà e pertanto riescono a farsela bastare. Purtroppo, per una serie di
disguidi, dovuti soprattutto al fatto che il ragazzo non leggeva l’italiano e
pertanto non era stato in grado di capire qualche lettera proveniente dall’
INPS, il nostro Stato gli tolse la pensione di invalidità e con questa il
permesso di soggiorno. Me lo ricorderò sempre, quando in una gelida sera d’
inverno, bussò alla mia porta per mostrarmi questa lettera dell’INPS, tutta
sgualcita e sporca per quante volte l’aveva mostrata in giro cercando invano un
aiuto! Aveva le lacrime agli occhi mentre mi spiegava, con il poco italiano che
conosceva, che non riusciva a capire il motivo di questa revoca! Il motivo ce
lo disse un avvocato di mia conoscenza, si era trattato di un disguido delle
poste che non avevano permesso al povero Bali di ricevere una convocazione per
una visita medica, un errore del nostro Stato che costò a Bali 2 anni senza
ricevere un minimo aiuto economico, due anni in cui per vivere fu costretto ad
accettare la carità dei suoi compaesani già poverissimi, subendo l’umiliazione
di non sapere perfino dove andare a dormire, perché nessuno era in grado di
ospitarlo! Bali è una persona dotata di una grandissima dignità, seppi soltanto
molto tempo dopo da altri quanto aveva sofferto e così presi ad aiutarlo.
Conoscendo Bali conobbi una caratteristica fondamentale di questo popolo: la
dignità. L’indiano, anche se muore di fame, non tende la mano, non si umilia!
Si comporta sempre come se i suoi problemi economici non esistessero affatto!
Sono persone che camminano sempre guardando avanti e mai in basso! Poi conobbi
Bobby.

Bobby è un ragazzo indiano magrissimo, occhi nerissimi e profondi, capelli
corvini e lucidi. Un ragazzo che purtroppo aveva la sfortuna di pensare un po’
troppo con il suo cervello e che vedeva la realtà circostante con troppa
nitidezza! Purtroppo beveva! Era caduto nella rete dell’alcool non certo per
sua scelta, ma diciamo per un caso! Forse non tutti sanno che il lavoro degli
agricoltori in molte zone del nostro Bel Paese qualche volta è pagato con un
litro di vino e mezza pagnotta. E questo nel migliore dei casi!... perché in
altre circostanze vengono pagati con cibo scaduto o con olio vecchio! Bobby si
trovava in Italia già da molti anni, ma non era ancora riuscito a sistemarsi
come sperava. Come tutti i suoi amici, era partito dall’India pagando un
viaggio che gli era costato un enorme debito da estinguere in lunghi anni di
durissimo lavoro agricolo!

Il “padrone” di Bobby (così chiamava il suo “datore di lavoro”), molto spesso
lo pagava con il vino che produceva, così Bobby, che prima di venire in Italia
non aveva mai bevuto neppure una goccia, prese a bere fino a diventare un
alcolizzato!

Non dimenticherò mai ciò che accadde in una freddissima notte di
Natale. Venne su un ragazzo a dirmi che Bobby stava male, molto male! Scesi
subito a vedere, entrai in una specie di garage dove vivevano circa 12 ragazzi,
in un freddo impossibile, senza coperte e senza neppure giacconi con cui
coprirsi. Vicino al muro c’era una brandina con un materassino tutto rotto, di
quelli sottilissimi di gomma piuma, e sopra c’era Bobby che giaceva sdraiato
con gli occhi chiusi, capelli sporchissimi, magro da far paura, con una
bottiglia vuota sotto il letto. Avvicinandomi a Bobby dovetti subito
indietreggiare!... una zaffata fortissima di alcool mi colpì provocandomi
disgusto. Chiesi ai suoi amici come stava.

Mi risposero che da circa un mese non mangiava quasi più nulla e che stava per morire. Ma nessuno lo diceva con tono triste. Anzi, erano tutti molto tranquilli. L’unica persona che aveva il cuore gonfio di lacrime ero io che volevo fare qualcosa per aiutarlo a non morire! Proposi a tutti di portarlo in ospedale, ma nessuno fu d’accordo.

Dicevano che Bobby era destinato a morire e che pertanto nessuno poteva fare
più nulla per lui, perché tutto questo era un fatto normale, un ciclo naturale
della vita! Compresi allora l’enorme differenza che c’è tra la nostra visione
della morte e quella di questo popolo. Loro non si preoccupano se qualcuno
viene a mancare. Semplicemente la morte fa parte del gioco della vita!

Naturalmente portai Bobby in ospedale! Lì trovai un bravissimo dottore che mi
aiutò a farlo entrare in una comunità per il recupero di alcolisti e
tossicodipendenti. In seguito andai a trovarlo molte volte. Bobby stava bene,
si era inserito in questa struttura molto accogliente, non beveva più. Era
ingrassato, aveva imparato quasi bene l’italiano ed anche a fare delle
meravigliose statuette con le radici degli ulivi. Poi un giorno mi dissero che
Bobby se n’era andato. Non lo vidi più e non ne seppi più nulla… ma spero
veramente che abbia trovato quello che cercava…..

Con Bobby ho compreso il senso della vita e della morte per questo popolo, che
al contrario di noi ritiene che il passaggio in questo mondo sia veramente
molto breve, e che pertanto in qualsiasi momento può accadere di andar via!
Loro ritengono che sia assolutamente inutile prendersela o disperarsi!.... Per
me è stata una grande lezione di vita!.....

Anche la storia di Kuki è bellissima, poiché è l’unico tra tutti i ragazzi
indiani che oggi può dire di essersi inserito veramente alla grande nel nostro
Paese…. Ma siccome mi sono prolungata un po’ troppo la sua storia, e forse quella di qualche altro ragazzo, ve la racconterò un’altra volta…..

Lidia