lunedì 5 gennaio 2026

Gli Stati Uniti d'America sono nati e vivono sul ladrocinio...

 



Provo a riassumere lo stato delle cose, cercando una difficile brevità. Il petrolio venezuelano è gestito da una compagnia di Stato, PDVSA, che ha mantenuto relazioni con la major statunitense Chevron, nel bacino del Lago di Maracaibo, mentre nella Fascia dell’Orinoco, dove sono detenute le riserve più grandi, sono presenti joint venture con russi (Roszarubezhneft), cinesi (CNPC) e con le europee Eni e Repsol: una condizione, quest'ultima, certamente non gradita a Trump. Il petrolio, poi, veniva spesso venduto anche "sotto banco" a intermediari che lo portavano in Asia, soprattutto in Cina, cambiando il nome delle navi o spegnendo i trasmettitori GPS, le cosiddette "navi fantasma”, e con pagamenti che avvenivano tramite scambi di merci o valute digitali per evitare il sistema bancario americano; dunque un ulteriore danno al dollaro. Soprattutto, grandi ambizioni sul petrolio venezuelano nutrivano anche Exxon Mobil e Conoco Phillips, estromesse al tempo di Chavez, così come interessi di rilievo manifestano le grandi raffinerie del Golfo del Messico, per le quali l’approvvigionamento del petrolio venezuelano risulta decisamente conveniente. La fine di Maduro e la costruzione di una “colonia” in Venezuela saranno certamente un’occasione formidabile, quindi, per tutta questa rete di società, così come per quelle impegnate nella ricostruzione e nella protezione degli impianti, da Hallibarton, a Schlumberger e a Baker Hughes; società americane che hanno il dato comune, e impressionante, di avere BlackRock, Vanguard e State Street come principali azionisti. Per queste stesse ragioni, davvero la Groenlandia potrebbe essere il prossimo bersaglio di Trump. Dal luglio del 2021 infatti esiste un blocco delle nuove licenze per l'estrazione di gas e petrolio, che ha estromesso le grandi compagnie americane, a cominciare da Chevron e Conoco, mentre quelle precedenti al 2021 stanno scadendo. Un'azione militare, con conseguente occupazione della Groenlandia, risolverebbe il problema e consentirebbe a Trump di provare a risolvere, almeno parzialmente, anche un'altra questione. Il "possedimento" danese, infatti, è una formidabile riserva di terre rare, di zinco e di piombo, che potrebbero ridurre la dipendenza americana dalla Cina. Peraltro, nei progetti più importanti di sfruttamento sono già coinvolte Exim Bank di proprietà del governo federale degli Stati Uniti e Critical Metal Group, quotato al Nasdaq, con dentro le solite Big Three. In merito alle terre rare, il giacimento di Kvanefjeld (Kuannersuit), uno dei più grandi al mondo, ha il limite di contenere anche uranio.
Nel 2021, come ricordato è stata approvata la legge che vietava le estrazioni compresa quella di uranio (e di qualsiasi minerale con sottoprodotti radioattivi sopra una certa soglia).
Ciò ha bloccato il progetto della Energy Transition Minerals (società australiana a partecipazione cinese) e la disputa è finita in un arbitrato internazionale. Anche in questo caso, l'occupazione americana risolverebbe ogni questione. Per un'economia in crisi, la guerra è, agli occhi di Trump, la soluzione migliore e la legittimazione che ha ricevuto dalle servili élite europee, a cominciare dal governo Meloni, sembra dargli, drammaticamente, ragione. Un inciso finale; in cambio di tutto questo le Big Three dreneranno in maniera ancora più massiccia i risparmi degli europei verso il traballante debito federale Usa.





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Reiterazione:

Chiedo venia, ma siccome continuo a vedere persone che, apparentemente normodotate, in tutta serietà, giustificano l'operazione americana in Venezuela come azione di liberazione e sostegno alla popolazione impoverita dal regime, mi permetto di fare una cosa stucchevole come riproporre un post dello scorso ottobre.
Mi scuso per la ripetitività.
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Ogni tanto c’è qualcuno che ricorda come la vita a Cuba o in Venezuela sia dura, come la popolazione soffra, come l’economia sia in gravi ambasce. Spesso questi soggetti proseguono assumendo, o sostenendo senz'altro, che questa è responsabilità di governi illiberali, che dunque sarebbe auspicabile veder rovesciati, consentendo così finalmente di emancipare il popolo dalla miseria.
Non si sa mai se per ignoranza o dolo, ma questi soggetti dimenticano sempre di menzionare un dettaglio.
Paesi come Cuba e Venezuela sono sotto la morsa di devastanti sanzioni internazionali promosse dagli USA.
Cuba è sotto sanzioni da sempre, sin da quando hanno osato cacciare il dittatore filoamericano Fulgencio Batista (1959).
Il Venezuela è sotto embargo, con impedimento a vendere il proprio petrolio e ad accedere al sistema creditizio internazionale dal 2017 (primo mandato Trump). Tra il 2017 e il 2024 il Venezuela ha subito perdite stimate intorno a 226 miliardi di dollari, a causa di questa morsa.
Ora, il giochino americano è sempre lo stesso, ovunque nel mondo: esercitano una combinazione di ricatti economici, minacce (o senz’altro interventi) militari, e finanziamento delle forze filoamericane all’interno del paese su cui vogliono mettere le mani. Questo logoramento prosegue fino ad ottenere l’ascesa al potere di un loro pupazzo, in forme che vengono gabellate per “spontanea espressione della volontà popolare”.
Che sia Pinochet in Cile o Al-Jolani in Siria, che si parli di Guatemala, Nicaragua, Bolivia, Libia, ecc. lo schema si ripresenta con piccolissime variazioni.
In ciò non c’è niente di misterioso. Si tratta di ordinaria politica imperialista.
L’unica cosa in questo quadro che rasenta il mistero è la reattività degli “emancipatori a molla” nelle lande occidentali. Si tratta di imbarazzanti quanto frequenti gonzi, per lo più baizuo, che, di quando in quando, vengono svegliati dal giornale del mattino nelle vesti di intrepidi liberatori di popoli oppressi.
Fino alla sera prima non sapevano neanche dell’esistenza di questo o quel terribile regime illiberale ed affamatore dei popoli, ma il giorno dopo, d’un botto, si scoprono protettori dei campesinos e dei diritti civili in qualche paese remoto dove – guarda te le coincidenze – sta or ora maturando un “regime change made in USA”.
Poi, tipicamente, il giorno dopo che il nuovo regime “amico” ha preso il potere, dimenticano in tempo reale l’esistenza del paese medesimo, certi – si suppone – che da quel momento in poi le sorti dei popoli che gli stavano così a cuore si siano definitivamente risollevate, tanto che non vale più la pena occuparsene.





domenica 4 gennaio 2026

Venezuela. Solidarietà alla Repubblica Bolivariana...

 


Durante  l’aggressione militare degli Usa a Caracas, sono stati colpiti obiettivi istituzionali e militari, il Presidente Maduro e la moglie sono stati rapiti e allontanati dal Paese.

Ciò che sta accadendo è l’ennesima manifestazione della terza guerra mondiale in corso in cui i gruppi imperialisti Usa, con il suo braccio armato della NATO, UE e sionisti vogliono trascinare il mondo e mettere a tacere la resistenza dei popoli che si oppongono all’imperialismo statunitense.

Qualsiasi sia il governo di un Paese, nessun governo straniero è autorizzato a intromettersi e fare un colpo di Stato, pratica che gli USA portano avanti da decenni contro quei paesi non asserviti ai propri diktat. La lotta al narcotraffico e per la democrazia sono soltanto il paravento dietro cui gli Stati Uniti nascondono i propri obiettivi verso il Venezuela: accesso al petrolio e alle risorse minerarie venezuelane, recupero del controllo che negli ultimi anni ha perso in America Latina e contenimento del proprio declino nel mondo.

La risposta internazionale a sostegno del governo bolivariano è decisiva: occorre mobilitarsi ovunque, promuovere presidi davanti a ogni consolato e ambasciata USA ma soprattutto organizzarsi in ogni azienda, scuola, quartiere e città per liberare il governo del Paese i guerrafondai e servi degli imperialisti Usa, UE e sionisti.

La solidarietà alla Repubblica Bolivariana del Venezuela e agli altri popoli del mondo che lottano per liberarsi dalle catene dell'imperialismo è lotta contro il Governo Meloni e contro il protettorato USA nel nostro Paese!

Coordinamento Nazionale No Nato 



Integrazione di Alessandro Volpi:

Le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare di Trump al Venezuela sono gravi per almeno tre ragioni. La prima. Segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degli USA di risolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro interessi economici, senza alcuna necessità di consultazione con le organizzazioni internazionali, né tantomeno con i presunti alleati. La seconda. Un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump, senza cogliere il senso della gravità della crisi americana e quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare i servizi americani. Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il vecchio continente accetti tutto persino le guerra. Con tale posizione, Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare. La terza. La dichiarazione di Meloni giustifica la guerra USA perché difendeva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti. Ora, una tale dichiarazione apre le porte ad una guerra continua; qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro. Siamo davvero arrivati al punto finale. Il governo italiano sta con i governi terroristi, dagli USA a Israele.

Alessandro Volpi

sabato 3 gennaio 2026

Gli USA attaccano il Venezuela... Altra guerra, altro regalo!

 


venerdì 2 gennaio 2026

Cosa succede in Iran?

 

giovedì 1 gennaio 2026

Geopolitica e fantasia: "Vedo, prevedo, stravedo!"

 


Alcune previsioni per l'anno a venire:

Polymarket.
L'Ucraina e la Russia firmeranno un accordo di pace entro il 2027?  La probabilità di firmare un accordo è del 54%.

Financial Times:
Zelensky sarà costretto a rinunciare al Donbass nell'ambito di un accordo di pace? No. La cessione della restante parte del Donbass è inaccettabile per motivi militari, politici e costituzionali.
I repubblicani perderanno il controllo del Campidoglio? Si. I democratici riprenderanno il controllo della Camera dei Rappresentanti, ma non del Senato.
Il bubbone dell'intelligenza artificiale scoppierà? Si. Si prevede un rallentamento del surriscaldamento, perdite di capitale di rischio e problemi per le piccole aziende.

The Economist:
Si prevede che la guerra in Ucraina continuerà nel 2026. Trump scaricherà completamente la responsabilità del sostegno all'Ucraina sull'Europa, e quest'ultima potrebbe non essere in grado di far fronte a questo compito.
In Asia Trump potrebbe sacrificare Taiwan in cambio di un accordo con la Cina.

Olesya Loseva:
Il 2026 sarà l'Anno dell'Unità dei popoli della Russia.



mercoledì 31 dicembre 2025

Il giallo di fine d'anno... sui droni ucraini contro la residenza di Putin...



Il ministro degli esteri ucraino, Andrey Sibiga,  chiede alla Russia di mostrare le prove dell'attacco alla residenza presidenziale di Putin e chiede di vedere i resti dei droni abbattuti dalla contraerea russa.  Sulla scia di queste illazioni  anche alcuni "osservatori  occidentali" insinuano dubbi sull'attentato contro Putin: "una montatura per sganciarsi dalle trattative avviate da Trump".      

Insomma in Ucraina si sta cercando di smorzare  le conseguenze diplomatiche dell'attacco  contro la rappresentanza statale del presidente russo nella regione di Novgorod.

Secondo il Financial Times, l'incidente ha suscitato una reazione brusca da parte di diversi Paesi e ha complicato la situazione politica estera di Kiev.

“L'India, il Pakistan, gli Emirati Arabi Uniti ed altri Paesi si sono uniti a Trump nel condannare l'attacco alla residenza del leader russo. Martedì i funzionari ucraini si sono affrettati a smorzare le conseguenze diplomatiche della dichiarazione della Russia”, si legge nell'articolo.

Secondo il giornale, Kiev  è insoddisfatta per la reazione di quegli Stati che hanno espresso solidarietà alla Russia, ma non ha menzionato i commenti di  Donald Trump che ha  reagito bruscamente criticando l'accaduto.

Il giornale precisa che la parte ucraina cerca di presentare le accuse di Mosca come un tentativo di far fallire i negoziati con Washington, ma ciò non ha suscitato una reazione forte. Diversi leader hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà  alla Russia,  definendo l'accaduto un “attacco deplorevole”.

Anche in Europa si discute  della reazione della Russia all'attacco contro la residenza di Putin.  I leader europei hanno tenuto colloqui dopo le dichiarazioni di Mosca su una possibile revisione della sua posizione nei negoziati a seguito dell'attacco, riferisce Bloomberg.

Secondo il media  le dichiarazioni del Cremlino riflettono il rifiuto di Mosca di cedere alle richieste massimaliste, inclusa la questione dei territori. La parte ucraina, nel frattempo, sta rivedendo il piano di risoluzione proposto dagli Stati Uniti e sta cercando di organizzare un incontro con i partner europei e Trump a gennaio.

Mark Rutte ha dichiarato che il lavoro su "garanzie di sicurezza affidabili per l'Ucraina" sta continuando. La prossima settimana, gli alleati di Kiev della cosiddetta "coalizione dei volenterosi" prevedono una nuova riunione. Al dibattito si sono uniti anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente finlandese Sauli Niinistö, il primo ministro polacco Donald Tusk e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Gli europei più volenterosi

(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)



martedì 30 dicembre 2025

Atto terroristico contro l'abitazione di Putin...

 


«Kiev ha tentato di attaccare la residenza di Vladimir Putin con 91 droni, tutti distrutti» -ha annunciato  il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov- «data la degenerazione definitiva del regime criminale di Kiev, che è passato a una politica di terrorismo di Stato, la posizione negoziale della Russia sarà rivista».  Il ministro degli Esteri ha precisato che "nella notte tra il 28 e il 29 dicembre uno stormo di droni ucraini ha puntato  contro la dimora presidenziale che si trova sulle rive del lago Valdai, nella regione nord-occidentale di Novgorod". Per Lavrov i sistemi di difesa aerea avrebbero neutralizzato tutti i velivoli.

Le reazioni nel mondo:

Zelensky ha subito smentito affermando, durante un colloquio telefonico con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, definendo le accuse  "l’odierna falsità russa".

Ma a livello internazionale la denuncia russa è stata presa sul serio, a cominciare dal presidente americano, Donald Trump, che è stato informato della cosa da Putin stesso e se ne è detto sconcertato, arrivando a dire che è stata una fortuna non aver fornito i Tomahawk all'Ucraina e che questa vicenda porterà a un cambiamento dell'approccio statunitense". La cosa più interessante è che lo stesso Trump ha confermato tutto, in conferenza stampa.

Anche il Primo Ministro indiano Modi ha condannato l'attacco: "Siamo profondamente preoccupati dalle notizie dell'attacco alla residenza del Presidente russo. Gli sforzi diplomatici in corso rappresentano il modo più efficace per porre fine alle ostilità e raggiungere la pace. Esortiamo tutte le parti interessate a mantenersi concentrate su questi sforzi e ad evitare qualsiasi azione che possa minarli".


Commento di Francesco Dall'Aglio:

Apprendo che Zelensky avrebbe attaccato con droni la "residenza di Putin", cioè la residenza presidenziale di Uzhin, vicino al villaggio di Dolgiye Borodi, meglio nota come Valdai anche se la città di Valdai è sull'altra sponda del lago, nella regione di Novgorod. La reazione russa, per ora solo verbale, è stata piuttosto dura. Lavrov ha detto che "la posizione russa sui negoziati verrà rivista alla luce del definitivo spostamento del regime di Kiev verso una politica di terrorismo di stato, questa è l'ultima occasione per l'Ucraina di accettare un accordo e che è già stato deciso che risposta dare - risposta che, ha chiarito poi Zacharova, non sarà diplomatica". La cosa più interessante è che lo stesso Trump ha confermato tutto, in conferenza stampa con l'ospite Netanyahu: "non mi piace -ha detto- non va bene,  questo è un periodo delicato, in guerra si compiono azioni offensive, anche i russi lo fanno, ma attaccare casa sua è tutt'altra cosa, non è il momento giusto".



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)