martedì 5 maggio 2015

"ex intelligence" sui black bloc, sulla"destra", sui gesuiti, sui giudei e sul festival di san Remo



LA DESTRA A MILANO HA FATTO (non ho capito bene),  o FARà CONTRO I CATTIVI CHE HANNO MESSO A FERRO E FUOCO IL CENTRO CITTADINO (apparentemente!) DEL TUTTO INDISTURBATI (aspetto confutazione). 

Questa nuova manifestazione è del tutto inutile ed anche le VITTIME della manipolazione lo hanno capito. Risultato previsto o prevedibile della manifestazione... NULLO! NESSUNA MOBILITAZIONE REALE è PREVEDIBILE. 

NOTA......anche le parole di SDEGNO del  noto ciellino oggi senatore ieri presidente della Regione Lombardia hanno suonato fesso. Costruite a tavolino PRIMA dell'evento stesso. 

HO PIU' VOLTE ANALIZZATO LE RAGIONI CHE HANNO INDOTTO LORSIGNORI AD ORGANIZZARE L'INVASIONE DEI "black bloc" (MA ORMAI IL BREVETTO è SCADUTO!) anche la dichiarazione a caldo di Matteo Renzi è stata a LUI messa in BOCCA dai programmatori...." FIGLI di papà!"  (in realtà quello che è NEI fatti proprio lui). 

LA MENZOGNA è IMPLICITA NEL SISTEMA, COME QUELLA DI CHIAMARE "LIBERAZIONE" L'INIZIO DELL' ASSERVIMENTO DEL NOSTRO PAESE E DELL'EUROPA TUTTA AL SISTEMA OCCIDENTALISTA...(...).

Tutto ciò premesso, entriamo nel vivo della questione, che non può essere risolto se non rispondendo alla domanda classica: CUI PRODEST?   

Il vaticano è anche un simpatico alleato in AFFARI usurai con Lorsignori ed a tutt'oggi... ecco il significato dei viaggi di francesco I (e, speriamo ultimo, dato l'incongruenza del nomignolo) in Amerika latina. (Il controllo religioso-ideologico dell'America Latina consente di CONTROLLARE IL DISSENSO LATINO AMERICANO e minacciare indirettamente Lorsignori in caso di eccessiva invadenza del GIUDAISMO in casa cattolica).

Eccoci pertanto alla conclusione. La  SHOA è servita e serve per tenere soggiogati i tedeschi al carro occidentalista e  ricordiamo che fino alla sua scomparsa la GERMANIA ORIENTALE, IL REGIME DI PANCHOW, HA NEGATO L'OLOCAUSTO senza per ciò pagare pegno. E LORO, PER COLLOCAZIONE GEOGRAFICA, ERANO QUELLI MAGGIORMENTE INTERESSATI ALLA FACCENDA. Salvo il fatto di aver perso la partita con la riunificazione, con la quale però i VERTICI di quel regime che non erano esattamente dei sant'uomini, SONO STATI BELLAMENTE RICICLATI A COMINCIARE DALLA MERKEL, che oltretutto è una LORSIGNORA. 

La conclusione viene da sé. La vera finalità del mito olocaustico, che non interessa a nessuno in quanto tale, almeno in Italy, è ridurre la portata del MITO sofferenza-morte-resurrezione di nostro signor gesucristo, EMBLEMA DEL POTERE DELLA CHIESA, per sostituirlo col mito sofferenza-morte-resurrezione del popolo ebraico.... autentico indiscusso figlio d'iddio. VERO REDENTORE del GENERE UMANO....(?).  
[Ma questa domanda ce la poniamo noi. Figli del Gran Dio PRIAPO].

Non credo pertanto che gesuiti, opusdeisti, agostiniani, benedettini, francescani, cavalieri di cristo, crociati di cristo, seguaci di cristo, fedeli della croce, amanti del calvario, devoti alla madonna e quanti altri, che hanno tenuto duro fino ad oggi, mollino l'osso proprio adesso che hanno ben altro da pensare, compreso il dilemma su chi far vincere il prossimo festival di San-Remo. A benpensarci, anche questo è un santo. Dispensatore di milioni, di santini, di immagini benedette, di cianfrusaglie, di sogni più o meno infranti, di illusioni, di profumi, di AMORI (ah! L'AMORE). Esattamente come qualsiasi altra Religione. 

Giorgio Vitali




 MEDITAZIONE ZEN:  "PRIMA DEL RISVEGLIO TAGLIAVO LEGNA E PORTAVO ACQUA, DOPO IL RISVEGLIO TAGLIO LEGNA E PORTO ACQUA"   

lunedì 4 maggio 2015

Padova - “Zona del divertimento perduto - Questa è guerra!” - Recensione

Zona del divertimento perduto”

Questa è guerra!
        100 anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia
A cura di Walter Guadagnini

Padova / Palazzo del Monte di Pietà
28 febbraio - 31 maggio 2015 

      L’effetto straniante del filtro a infrarossi con cui Richard Mosse fotografa una zona di guerra in Congo ingoia quasi per intero una delle ultime sale della superba mostra dedicata a 100 anni di fotogiornalismo di guerra. La sua “Zona del divertimento perduto” -  bambini in primo piano, sullo sfondo una tendopoli di sfollati, in mezzo un campo che il filtro rende di un rosso accecante - testimonia la ricerca di nuove modalità espressive, sfida della fotografia negli anni Duemila all’assuefazione visiva dell’uomo contemporaneo “fagocitante divoratore d’immagini”.
In questo e in altri scatti di guerre contemporanee ospitati nell’ultima sezione della mostra vediamo la fotografia farsi, da documento, oggetto d’arte: non sempre testimonianza di realtà fisicamente vicine e palpitanti, acquista significati ora surreali ora puramente estetici, e l’esperienza dell’azione bellica, non necessariamente vissuta, può essere anche solo “vista”. Emblematiche le immagini di  Barack Obama e del suo staff che il fotografo della Casa Bianca, Pete Souza, ritrae mentre seguono su uno schermo il blitz contro Bin Laden; o quelle dei 51 avamposti aerei statunitensi sparsi nel mondo, le cui foto aeree Mishka Henner può ricavare senza sorvolarli fisicamente ma seduto alla scrivania davanti al suo computer; o le torri d’avvistamento israeliane del palestinese Taysir Batnji, simili “ad opere d’arte concettuale” nel loro isolamento dal contesto bellico.
      Nell’immagine fotografica degli anni Duemila, la rinuncia frequente alla ”vicinanza spaziale e temporale dell’azione”, la mescolanza di esperienza vista ed esperienza vissuta, o perfino di documento e finzione, operano una destrutturazione del linguaggio fotografico tradizionale in funzione di contrasto alla bulimia visiva del presente, di reazione alle “dinamiche della globalità contemporanea”. E fanno apparire enorme la distanza con il fotogiornalismo di 100 anni prima, quello della Grande Guerra, primo conflitto narrato anche dalle immagini e non solo dalla voce e dalla scrittura.
      Inizia da questa lontananza  il percorso in un secolo di fotografia di guerra nelle ovattate numerose sale della mostra dove visitatori assorti studiano il volto, il gesto, l’istante immobilizzato che si fa storia, e quella lontanissima documentazione fotografica in bianco e nero è, di tutte, la più carica di suggestione. 
Dalle foto aeree usate per la prima volta nella Grande Guerra, a quelle scattate dai soldati stessi con gli apparecchietti Kodak per i loro saluti dal fronte; dagli scatti della  Guerra Civile spagnola con le sue icone (il miliziano colpito a morte di Robert Capa, la soldatessa repubblicana di Gerda Taro), alle testimonianze della Seconda Guerra, a quelle della Resistenza italiana in maggioranza ricostruite a posteriori (con qualche eccezione, come il partigiano che affidò i pochi suoi scatti a Robert Capa, i partigiani non avevano con sé apparecchi fotografici che in caso di cattura avrebbero compromesso i compagni). E poi la guerra d’Algeria, il Vietnam, il Congo orientale con la sua guerra civile da oltre cinque milioni di morti… La fotografia di guerra diventa professione, si fa strumento privilegiato che forma e orienta il pensiero collettivo.
      Ma essa dispiega anche la sua natura ambigua: l’”orribile perfezione del fungo atomico” nelle immagini dei test nucleari nel deserto del Nevada e nell’atollo di Bikini tra ’46 e ’52 testimonia il potere manipolatorio che la fotografia è in grado di esercitare. Quelle foto dalla indubbia attrattiva estetica, furono le uniche autorizzate a circolare, nessuna delle foto scattate in Giappone dopo il 6 e il 9 agosto 1945 fu resa pubblica, e immediatamente ritirate quelle pubblicate su Life. Se ne riparlerà solo nel ’52, e finalmente nella fascinosa plasticità del fungo atomico si percepirà l’orrore della forza sterminatrice, e nella coscienza collettiva degli americani il terrore della distruzione globale comincerà ad oscurare le solide certezze della retorica patriottica. “Ho scoperto come si può imbrogliare la gente con le foto, imbrogliarla davvero” scriveva Helmut Herzfeld, in arte John Heartfield.
      E tuttavia negli stessi anni il fotogiornalismo, soprattutto europeo, svolge un grande compito di documentazione della tragedia immane delle guerre e delle ferite impresse sulla carne viva delle città e degli inermi civili: August Sander, che negli anni Venti aveva raffigurato le architetture di Colonia, torna a fotografarne le macerie nel ’40; Henry Cartier-Bresson documenta a Dessau i drammi dei campi profughi dove le vite dei vinti si mescolano a quelle dei vincitori; Emmy Andriesse, ex fotografa di moda, testimonia “L’inverno della fame” vissuto dalla popolazione dopo il ’45 nella Amsterdam liberata; Ernst Haas fotografa l’arrivo a Vienna dei profughi dai campi di prigionia in Russia, le donne in attesa con la foto del proprio caro, la delusione dei mancati arrivi.
      La fotografia si fa strumento di denuncia politica nelle foto dal Vietnam del britannico Jones Griffiths che di quel conflitto sottolinea la devastante brutale inutilità, o è al contrario strumento del potere al servizio del dominio coloniale: nelle foto scattate da Marc Garenger ai volti di donne algerine spogliati del loro velo, quindi nudi di fronte al dominatore, vi è tutta l’umiliante prevaricazione del potere sui vinti e gli inermi.
      Più tardi ci saranno la Beirut devastata delle foto di Gabriele Basilico, la guerra serbo-bosniaca, la cruda violenza della rivolta ucraina, fino al fotogiornalismo che diventa strumento d’inchiesta con la nuova rotta investigativa nella rappresentazione della guerra. Con la catalogazione fotografica degli oggetti personali rinvenuti nelle fosse comuni in Serbia, l'immagine si mette al servizio della ricerca - tuttora in corso - per restituire identità alle vittime: prova schiacciante della vicenda storica per il Tribunale penale internazionale, la fotografia si fa strumento della collettività e offre a questa la memoria ritrovata della sua storia.
      Si esce da questa mostra affascinati ed emozionati ma non “contenti”: le fotografie “ci guardano anche se non ci vedono”, e 100 anni di fotografia ci guardano impietosi narrandoci la guerra come sinistro fil-rouge tra storia e presente. Ci dicono senza filtri che è l’intero nostro pianeta, atomo opaco del male, la nostra vera tragica “zona del divertimento perduto”.


   Sara Di Giuseppe


          Virgolettati dal Catalogo della Mostra Guadagnini-Speri, ed. Marsilio

sabato 2 maggio 2015

Neonato anencefalico espiantato a scopo promozionale



La vicenda di Teddy Houlston, neonato anencefalico (propagandato come il più giovane donatore) è stata in questi giorni presentata dalla stampa italiana come un fatto recente.  Invece si scopre da articoli ed interviste inglesi che l'espianto dei reni e delle valvole cardiache di Teddy è avvenuto il 22 aprile del 2014, non del 2015.
 
La falsificazione delle date porta a pensare ad una strumentalizzazione della vicenda inglese ai fini della preparazione dell'opinione pubblica italiana all'estensione del prelievo di organi anche dai neonati privi di parte del cervello, che pure non hanno l'EEG piatto.

L'anencefalico respira da solo, succhia il latte da solo. E' un neonato col cervello incompleto che ha poche ore o giorni di vita, non ha scampo: 1/7 giorni di vita e poi muore. Rarissimo che li superi.

Teddy, riferiscono, è vissuto solo 1 ora e 40 minuti dalla nascita e poi un arresto cardiaco lo ha trasformato per volontà dei medici e dei genitori in un Donatore a Cuore non Battente (NHBD) di solo 3 minuti, forse meno.

I chirurghi espiantatori erano già pronti al suo capezzale fin dalla sua nascita per assaltare quella mancanza di respiro che avrebbe loro permesso (illegalmente) di affondare il bisturi in quelle teneri carni.
 
Se Teddy avesse avuto una madre e un padre con dei sentimenti naturali lo avrebbero tenuto tra le braccia quel fagottino per rendere dolci quei cento minuti accompagnandolo al trapasso. 

Ma genitori col cervello alterato dalla persecutoria propaganda donazionista lo hanno affidato ai torturatori, pregni del concetto utilitaristico "che serva ad altri". Suo padre lo chiama "eroe" mentre è una povera vittima del sistema trapiantistico.

Questi genitori sapevano già dalla 12° settimana di gravidanza che uno dei gemelli era anencefalico. E' lecito non abortire, ma non possiamo però capire come mai quella madre che non contempla l'aborto possa cullare nel suo ventre quel feto malformato, farlo sviluppare col preciso obiettivo di donarlo non appena partorito. 

Troppo macabro e inumano! 

Chi è contro l'aborto non dovrebbe fare l'ecografia ed essere serenamente coerente, per non cadere nelle grinfie dei procacciatori d'organi.
 
In Inghilterra Teddy è usato, colmo dell'ironia, per raccogliere fondi per sviluppare e legalizzare tale nuova crudele fonte di procacciamento d'organi, che è vietata dalla legge.
 
Anche in Italia, già nell'aprile del '92 i medici avevano provato a rompere lo steccato legale e dell'etica con Valentina anencefalica di Alcamo, ma un dibattito nazionale glielo impedì.

Ritentarono con Gabriele, anencefalico presso l'Ospedale Regina Margherita di Torino nel gennaio del 1998. Fu una vicenda drammatica, i medici misero Gabriele sotto ventilazione illegale per mantenerlo in vita il più a lungo possibile a beneficio del ricevente. La madre subì un parto cesareo per non danneggiare la testa di Gabriele. 

Denunciammo il caso alla Procura della Repubblica di Torino che fece interrompere la ventilazione utilitaristica, ma poi fu chiesto dai medici il "silenzio stampa" e procedettero come pareva a loro. Gabriele fu espiantato e il suo cuore trapiantato a Maurizio che fu fatto nascere a Roma prima del tempo naturale. Morirono entrambi nella tortura.

Per legge l'anencefalico non può essere espiantato dopo arresto cardiaco di 3 minuti perché ne sono richiesti 20 e non può essere dichiarato in “morte cerebrale” perché vive autonomamente, diversamente sarebbe violenza privata per interesse di terzi (vedi L. 582/94 artt. 1 e 3).
 
Nerina Negrello
Presidente Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi
www.antipredazione.org

venerdì 1 maggio 2015

Perequazione pensionistica e 5 miliardi di debito in aggiunta




Sono uno dei tanti Italiani che, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale, riceverà quella perequazione sulla pensione che non avevo ricevuto per via della Legge Fornero che col decreto “Salva Italia” aveva bloccato parzialmente la perequazione al costo della vita per le pensioni che superavano di 3 volte l’importo delle pensioni minime e totalmente per quelle che superavano di 5 volte le minime.

Quindi da “beneficiario” ritengo di avere tutti i diritti di criticare questa sentenza, anche perché i Giudici sono uomini e come tutti gli uomini possono sbagliare e poi perché dicono che siamo in democrazia e in democrazia ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero.

Quello che mi ha sorpreso in questa sentenza sono le motivazioni che grosso modo dicono che :
- nel decreto il diritto alla perequazione “risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”;
- perché nel decreto “risultano intaccati i diritti fondamentali come la proporzionalità del trattamento di quiescenza e l’adeguatezza ed i principi di solidarietà e di eguaglianza”.
Quanto alle “esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio” penso che bastava guardare alla disastrosa situazione finanziaria dell’Italia lasciata in eredità dal governo Berlusconi e dalla finanza allegra e creativa dei suoi Ministri, situazione disastrosa certificata anche da tutte quelle Autorità finanziarie internazionali che, in fatto di numeri e di cifre, se ne intendono bene.
Invece, per la “mancanza di proporzionalitàadeguatezzasolidarietà edeguaglianza”, mi permetto di fare un’osservazione.

Se milioni di persone devono tirare avanti con una pensione mensile minima sotto i 500 euro o sotto i 1.000 euro e per pagare la loro perequazione e far quadrare i conti devo non dare la perequazione a chi di pensione mensile ne percepisce 2.000, 2.500, 3.000 o più di euro, questo sarebbe una “mancanza di proporzionalitàadeguatezzasolidarietà ed eguaglianza”?

Quindi è ingiusto non dare la perequazione (o parte di essa) a chi percepisce 3 volte o 5 volte di più della pensione minima quando questi soldi servono a garantire la perequazione a chi di pensione minima percepisce meno di 500 o meno di 1.000 euro?

Adesso sono curioso di vedere dove prenderanno i circa 5 miliardi di euro di buco che si è creato, perché non ci sono molte soluzioni.
O facciamo altri debiti (e nessuno poi si scandalizzi se il gigantesco debito pubblico dell’Italia continua a crescere), o aumentiamo le tasse, o aumentiamo l’Iva (aumento che si pensava di scongiurare) o   rinunciamo a ridurre le tasse sul costo del lavoro e facciamo pagare ai lavoratori il buco delle pensioni creato dalla sentenza.

Ai politici l’ardua scelta, io mi limito a ricordare che un grande Personaggio, nel lontano 1926, per mettere a posto i conti pubblici e salvare la già allora traballante lira, fece ben altro che bloccare le perequazioni su un certo numero di pensioni ma, tra le altre dure misure, impose d’imperio la drastica riduzione per legge dei salari e degli stipendi, di operai, impiegati e dipendenti pubblici.

Adriano Rebecchi

giovedì 30 aprile 2015

Potere di emissione monetaria e banche private

Tecnicamente il sistema bancario può svolgere le stesse identiche funzioni economiche dello stato, cioè esercitare capacità di emissione e indirizzo di spesa, se glielo si consente.
C'è però una differenza fondamentale: lo stato democratico, comunque sia congegnato, in quanto organismo elettivo, si fonda sulla partecipazione decisionale di tutti i cittadini, la banca invece su quella degli azionisti.
Tra una forma di potere e un'altra, siamo passati dunque dalla democrazia alla plutocrazia.
Cioè da una forma pubblica ad una privata.
La prossima puntata non so per quando sia prevista.
La classe politica, con tutto il potere decisionale che aveva, si è suicidata in favore della nuova condizione impiegatizia, se pur di lusso, al servizio dei banchieri.
Perché lo ha fatto ?
Lo stato ha ceduto il potere decisionale economico (e per conseguenza, gli altri) al sistema bancario.
Ma chi glielo ha fatto fare ?
Se uno ha il potere che conta, perché lo cede a un altro ?
La trasformazione, in Italia, sembra avere avuto le sue prime origini nel 1969, quando la "strategia della tensione" ebbe inizio con gli attentati dinamitardi contro due banche (allora) di stato, BNL e Banca dell'Agricoltura.
Probabilmente dunque gli attentatori di Ordine Nuovo, finanziati ed armati dai militari Nato di stanza in Europa, per ordine della Casa Bianca, non furono che le pedine esecutive di una fase del conflitto tra potere privato e potere pubblico che ha condotto al turbocapitalismo neoliberista delle ultime decadi.
Nel 1978 venne ucciso Aldo Moro, che aveva fatto emettere ben 5 miliardi di lire (di allora) direttamente dal Tesoro, senza passare attraverso il debito formale con la Banca d'Italia.
Nel 1981 la Banca d'Italia è stata scorporata dal ministero (il "divorzio") e successivamente privatizzata al 95%.
Nel 1993 i parametri di Maastrcht (con i documenti preparatori, si badi bene, vincolati al "segreto di stato"!), nel 2002 l'introduzione dell'euro Bce, governato da dirigenti non elettivi, bensì nominati, così come del resto gli organi governativi dell'Unione Europea, nella quale gli europarlamentari non hanno potere nè di iniziativa di legge nè di approvazione, cioè non hanno potere legislativo tout court.
Curioso a dirsi, ora l'attuale governo italiano vuole anche il Senato nominato, non più elettivo.
Vincenzo Zamboni

mercoledì 29 aprile 2015

...bombing of alleged ISIS targets inside Syria is an attempt to support the terrorists



It was evident early on that the US bombing of alleged ISIS targets inside Syria was, in reality, an attempt to support the terrorist organization backed by NATO and the US as opposed to an attempt to defeat it. While such a suggestion has been repeatedly labeled as a “conspiracy theory” by the mainstream media and other gatekeepers in the “independent” media, the fruits of America’s labor in terms of the bombing campaign cannot be ignored. Likewise, neither can the world ignore the results of Saudi Arabia’s bombing of Yemen.


The truth is that the United States, NATO, and the GCC/Arab League are bombing in couched support of ISIS, increasing its gains and hold on power with every sortie fired. With this fact recognized, the NATO/GCC network of national governments can now officially be labeled as the Air Force of Al-Qaeda.

For instance, while the secular government of Bashar al-Assad remained the only force inside Syria actually fighting al-Qaeda and ISIS – terrorist organizations trained, funded, armed, and deployed by the United States, NATO, and the GCC – the brutality of these death squads was used by the Western propaganda machine to justify a bombing campaign that was actually directed at Syrian military and civilian infrastructure. 

These strikes were launched against Syrian oil refineries (see here also), bridges, civilian neighborhoods, warehouses, agricultural centers, and grain silos. Others were made strategically against infrastructure that was set to soon be taken back by the Syrian military after long-fought battles with the terrorists. 

Likewise, the US bombing campaign in Iraq has had much more to do with protecting Western-owned oil fields and death squad herding than eliminating ISIS. In fact, Iraqi armed forces and government officials have repeatedly revealed that the US military has actually been supplying ISIS during the entire course of the bombing. 
Yet while the Western mainstream press has attempted to paint the Iraqi claims of American assistance to ISIS as “conspiracy theories” and the manifestation of jealousy, that same press has been forced to admit that the bombing campaign has resulted in a stronger ISIS presence in Iraq and Syria and that the terrorist group has become stronger in terms of strategic location and military presence.

As the Daily Beast reported in January of 2015
American jets are pounding Syria. But ISIS is taking key terrain—and putting more and more people under its black banners.

ISIS continues to gain substantial ground in Syria, despite nearly 800 airstrikes in the American-led campaign to break its grip there.

At least one-third of the country’s territory is now under ISIS influence, with recent gains in rural areas that can serve as a conduit to major cities that the so-called Islamic State hopes to eventually claim as part of its caliphate. Meanwhile, the Islamic extremist group does not appear to have suffered any major ground losses since the strikes began. The result is a net ground gain for ISIS, according to information compiled by two groups with on-the-ground sources.

 
In Syria, ISIS “has not any lost any key terrain,” Jennifer Cafarella, a fellow at the Washington, D.C.-based Institute for the Study of War who studies the Syrian conflict, explained to The Daily Beast.

Even U.S. military officials privately conceded to The Daily Beast that ISIS has gained ground in some areas, even as the Pentagon claims its seized territory elsewhere, largely around the northern city of Kobani. That’s been the focus of the U.S.-led campaign, and ISIS has not been able to take the town, despite its best efforts.
The report continued by pointing out that the ISIS gains were not only in terms of land mass but also in terms of “control of people,” meaning populated areas and strategic locations. It reads, 
“Assessing the map, ISIS has almost doubled its territorial control in Syria. But more importantly, the number of people who now live under ISIS control has also increased substantially,” CDS political adviser Mouaz Moustafa said.

With the fall of that much territory into ISIS hands, Syrians who once lived in ungoverned or rebel held areas are now under ISIS’s grip. Of course, in an irregular war like this one, control of people is far more important than control of territory. In that regard, too, things appear to be going in the wrong direction.

[...]

Since the U.S. campaign began in August, “there are little buds of ISIS control in eastern Homs, al Qalamoun [which borders northern Lebanon], and southern Damascus that do appear to be growing because of that freedom of operation that can connect those western cells to key ISIS terrains in Raqqa and Deir ez Zour” in northern and eastern Syria.
While the United States and NATO act as al-Qaeda’s Air Force in Iraq and Syria, Saudi Arabia and the Arab League fulfill the same role in Yemen. In addition to bombing the Houthi rebels in a bid to retain ousted President Hadi in power and to prevent the possibility of greater Iranian influence in the region, the Saudis have also provided direct air support for extremists and al-Qaeda jihadis who are currently on the ground in Yemen, themselves taking control of swaths of territory.

For instance, in an interview with NPR, Leila Fadel stated: 
Well, al-Qaeda has been growing in Yemen for a while. But it seems to be accelerating in the midst of this bombing campaign. And it [al Qaeda] is not a focus of the Saudi-led airstrikes right now.

[...]

But critics say that actually Saudi’s war is feeding al-Qaeda. One western diplomat says al-Qaeda’s actually growing like a weed right now. And a spokesman for al-Qaeda inside Yemen says they’re really happy with the airstrikes because it’s weakening their enemies, who are the Houthis and the Yemeni army.
In other words, the Saudi airstrikes are enabling al-Qaeda’s influence and territorial gains to spread across the country.

This, of course, should come as no surprise to any informed observer. Saudi Arabia has long been recognized as the largest supporter of terror worldwide, only attempting to slightly veil its support for terrorist organizations like ISIS, al-Qaeda, and Chechen rebels. That support for terror and terrorism comes with the obvious blessing of the United States, Israel, and NATO since that terror is directed at target countries abroad and a dissatisfied but compliant target population at home. 


The fact is that al-Qaeda, IS, and the other related terrorist organizations function as the CIA’s Arab legion. They are used to weaken and overthrow governments as well as to act as a constant bogeyman for populations back home so that civil liberties and Constitutional rights will be sacrificed willingly for the perception of security. 

If the American people will wise up to this fact, one of the major tools used by the world oligarchy to terrorize the domestic population and the rest of the world will be yanked from their hands. 

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Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy 

martedì 28 aprile 2015

Mobilità ed incompetenza - Dirigenti pubblici a tempo "determinato"


Valorizzare l'incompetenza con i turn-over del renzie

Una gara pubblica ogni tre anni - oppure ogni sei per i più “fortunati” - per ottenere gli incarichi, valutazioni basate su requisiti, parametri standard e obiettivi e mobilità più semplice fra le diverse amministrazioni e fra la Pa e il mondo privato.

Suona così la descrizione della vita futura del dirigente pubblico, prospettata dalla delega sulla riforma della Pubblica amministrazione che dopo una navigazione parlamentare non proprio fulminea arriva il 28 aprile 2015 al primo voto decisivo nell’Aula del Senato.

Per rispettare il calendario governativo, che prevederebbe approvazione finale e primi decreti attuativi entro l’estate, bisognerà accelerare parecchio, perché anche la Camera vorrà ovviamente dire la sua e una terza lettura a Palazzo Madama è quasi scontata.

In ogni caso, il testo che uscirà in settimana dal Senato indica in modo preciso la direzione che governo e Parlamento vogliono far imboccare alla riforma della Pubblica amministrazione, a partire dal tema più delicato dal punto di vista politico: le nuove regole per 41.500 dirigenti pubblici italiani.

Gli obiettivi

Le parole d’ordine evocano «mobilità » e « merito », come accade per ogni riforma della Pubblica amministrazione che si rispetti. Sta di fatto, però, che i tentativi portati avanti finora, compresi quelli più “aggressivi” previsti dalla riforma Brunetta, non sono andati a segno.

Al punto che il riassunto più efficace dei «nodi irrisolti» della dirigenza pubblica si legge nell’ultimo rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica: «Un idoneo sistema di valutazione della capacità manageriale, presupposto per la corresponsione della retribuzione di risultato, non è mai entrato a regime», scrivono i magistrati contabili, e nessun passo avanti è stato fatto nella ricerca dell’equilibrio fra «le esigenze di flessibilità organizzativa» e «l’effettiva autonomia gestionale dei dirigenti nei confronti degli organi politici ».

Tradotto, significa che i dirigenti, pur avendo pagato dazio per il congelamento di contratti e retribuzioni individuali, hanno continuato a ricevere i vecchi “premi” generalizzati a prescindere dai risultati raggiunti, e che il rapporto con la politica è tutt’altro che risolto.

Il ruolo unico

Proprio su questi due temi interviene il capitolo più discusso della riforma, quello che passa sotto l’etichetta di «ruolo unico» della dirigenza pubblica.

Sul piano operativo, in realtà i «ruoli unici» sono tre, dedicati rispettivamente ai dirigenti statali, regionali e degli enti locali, ma nelle intenzioni della riforma le tre strade saranno disciplinate da regole identiche e dovranno avere molti incroci per permettere il passaggio da un settore all’altro.

L’obiettivo, sul quale lo stesso ministro della Pa e della semplificazione, Marianna Madia, ha insistito più di una volta, è quello di creare il «dirigente della Repubblica », abbattendo le barriere che trasformano in compartimenti stagni i vari settori dell’amministrazione.


 Gianni Trovati