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martedì 8 maggio 2012

Le forze sane della Siria unite contro la disinformazione mondiale - Servizio di Marinella Correggia da Damasco

Marinella Correggia

Prima della tempesta arrivata a scuotere la Sirianel marzo 2011, la tivù privata Addounia (“mondo”) si occupava poco di politica e molto di soap opera all’araba come di altre specialità da tivù commerciale. Non era neanche tanto ben vista dal governo perché dava spesso voce al malcontento dei cittadini sulla situazione economica e sulla corruzione.

Poi è arrivato l’attacco (anche) mediatico internazionale alla Siria, sotto forma di una disinformazione che ha raggiunto picchi inusitati, superando perfino in quantità e qualità le mistificazioni che hanno reso possibile la guerra alla Libia nel 2011.

E Addounia ha sentito di dover fare la sua parte, in Siria. La crisi le ha imposto di cambiare. Adesso è in prima linea perché ogni giorno oltre alle news (alle quali viene dato molto più spazio che in passato) cura un programma contro la disinformazione dei grandi media. In particolare al-Jazeera.

Addounia trasmette solo in arabo, e in più è stata oscurata in Europa (a proposito di libertà di informazione). Ma “ci interessa raggiungere appunto i telespettatori arabi e quelli siriani in particolare. Anche loro sono intossicati” dice il direttore dell’informazione Hassem Hassan. Intossicati da al-Jazeera, al-Arabiya e dalle centinaia di tivù pagate dai petromonarchi, soprattutto dall’Arabia Saudita quanto ai canali religiosi. Hassan (originario di Homs) chiede di non essere fotografato perché è già pluriminacciato (e un giorno mentre seguivamo gli osservatori dell’Onu qualcuno si è avvicinato alla troupe per dire ‘ vi bruceremo con la benzina’”. E puntualizza: Non siamo il megafono di nessuno. Cerchiamo la verità a prescindere dalle posizioni politiche. E personalmente voglio che la pace ritorni e questa crisi sia superata. E chi vuole la pace deve riconoscere che a offrire continuamente il dialogo è appunto il governo in carica e il presidente”. Il direttore è indignato perché i media del mondo (arabo e non) non danno alcuna visibilità alla maggioranza (almeno secondo lui) dei siriani che non stanno con l’opposizione armata.

Come funziona la controinformazione di Addounia?

Spiega il direttore: “Usiamo vari strumenti. Intanto rapporti giornalieri dal terreno. I nostri reporter vanno dove accadono eventi riferibili alla “repressione” o alla “sollevazione popolare” e intervistano le persone, ad esempio i testimoni o le famiglie dei morti. E si accorgono che i fatti sono andati in modo ben diverso dalla narrazione internazionale dei media sostenuti dall’occidente o dai petromonarchi”. La narrazione mondiale ufficiale che viene da un sedicente osservatorio siriano basato a Coventry dice che Assad ha ucciso novemila o undicimila persone, “ma noi abbiamo migliaia di storie che dicono altro. Certo tutto non si può provare ma molto abbiamo confutato investigando sul posto. Del resto non di rado sono i cittadini che chiamano la tivù piangendo; sono le vittime della paura o degli attacchi e chiedono più esercito! Molti uccisi lo sono solo perché lavorano nell’amministrazione pubblica. O perché appartengono a un gruppo religioso odiato. E’ questa la libertà e democrazia di cui parlano?”. Poi ci sono gli attentati. “Una delle tante esplosioni per uccidere soldati e forse dell’ordine è avvenuta vicino a una scuola e solo per via dell’orario non c’è stata una carneficina di bambini”.

Addounia oltre ad andare sul posto fa un lavoro certosino di studio dei filmati che sedicenti “attivisti” mandano alle tivù mondiali. E se ne vedono delle belle: “ci accorgiamo spesso che sono manipolazioni, scene costruite, con l’attivista che si mette d’accordo prima con la tivù su che cosa dire”. In altri casi gli “attivisti” si vestono da medici, mentre in altri spezzoni appaiono armati…eccetera.

Un altro strumento di contrasto alla disinformazione è la valorizzazione di notizie oscurate dagli altri media. Per esempio i morti per mano di terroristi, o il fatto che centinaia di armati si consegnano alla polizia in cambio dell’amnistia, o che si svolgano manifestazioni a sostegno del governo.

L’archivio di Addounia è ormai nutrito.

“A volte sono stato io testimone degli eventi”, continua il direttore; “Faccio il caso di Homs, un week end di aprile del 2011, dopo le proteste a Deraa dove tutto è iniziato. Su facebook appare un richiamo per protestare appunto a Homs. Io sono in macchina vicino alla Piazza dell’orologio. Mentre ancora la preghiera nelle moschee è in corso, all’improvviso circa cinquanta persone si raggruppano per gridare slogan settari coperti da slogan politici. Le forze di sicurezza sono lì intorno; uno solo di loro avanza e senza armi e dice “non rovinate il paese”. Loro rispondono “è pacifica, è pacifica”. Ma migliaia di persone quando escono dalle moschee si dirigono verso la piazza. Nel farlo (da una distanza di 500 e 1.000 metri) distruggono auto e vetrine. Le forze di sicurezza guardano. Poi dalla manifestazione che si diceva “pacifica” esce un gruppo di dici persone. Va al ‘ristorante degli ufficiali’, che comunque è un normale ristorante, che non ha allora clienti ma solo le guardie e un cameriere; distrugge il locale e soprattutto uccide una delle guardie. La polizia arresta delle persone ma, credo, non gli assassini. Ecco la prima manifestazione a Homs. Programmata e con violenza”.

Marinella Correggia

lunedì 30 aprile 2012

Siria - Quel che succede a Damasco nel racconto di Marinella Correggia

Marinella Correggia


Ante Scripum: "Sono molto contento di questo reportage di Marinella Correggia.. che conosco personalmente da parecchi anni, una persona onesta e sincera, non si può dubitare di quanto scrive.. ve lo garantisco" (Paolo D'Arpini)




Mina, l'egiziano

Nella “chiesa più antica del mondo”, quella di Anania (ridiede la vista e battezzò Saulo di Tarso) il custode egiziano copto spiega che le circa cento famiglie di suoi connazionali sono tutte tornate in patria: soprattutto perché i ristoranti dove erano impiegati lavorano molto meno. “Dal Cairo mia sorella mi telefona inquieta” spiega il signor Mina, “il dominio dei Fratelli musulmani si sente, altro che rivoluzione”. Ma hanno votato, gli egiziani…”Mi dirai che sono stati comprati. Sono corsi fiumi di soldi – esteri – per indirizzare questo voto, hanno sfruttato la debolezza, la povertà delle persone”.

Nella Chiesa ogni sera il sacerdote Idlib (che ha vissuto a Roma e parla italiano) guida un gruppo di meditazione per la pace in Siria: “Ieri abbiamo detto rosari per tre ore. Siamo confidenti…”. Anche lui ce l’ha con le bugie e la propaganda internazionali e con “questi mafiosi” (i gruppi armati e islamisti) che “obbligano le persone a scappare dalle loro case, terrorizzano, uccidono”. Nella tranquillità di questa chiesa, Mina ascolta quel che le tivù del paese dicono.
Gaith, di Homs

Un racconto più diretto, su Homs, viene da Gaith (“Pioggia”), studente alla facoltà di odontoiatria che va a Homs tutti i mesi a trovare la famiglia abitante nel quartiere Al Zahra. Ecco la sua verità. “I terroristi si erano insediati nei quartieri di Baba Amr e Khalidya (che è vicino ad Al Zahra) e volevano fare di quelle aree un’altra Bengasi, anzi forse un altro Afghanistan islamico. Volevano occupare tutta Homs forse. Intanto il mio quartiere era quasi accerchiato, era pericoloso uscire per andare a lavorare altrove; si rischiavano rapimenti, uccisioni di alaouiti, cristiani, e sunniti che non stavano con i terroristi.

Da Khalidya e Bara Amr arrivavano a Zahra e Akrama attacchi come quello che ha ucciso il giornalista francese (Gilles Jacquier, ad Akrama, ndr). No, non so dire da dove vengono i terroristi; mi dicono che ci sono prove di tante presenze di stranieri”. Come mai in febbraio è arrivato l’esercito ad accerchiare Baba Amr? Prima di febbraio l’esercito non c’era a Homs, c’era solo la polizia. Il governo aveva mandato in quei quartieri dei religiosi per negoziare ma non hanno voluto. Allora per proteggere i civili è arrivato l’esercito, a febbraio. Da Baba Amr se ne sono andati quasi tutti i civili che non fanno la guerra. Questi ultimi hanno distrutto o saccheggiato tante case”.

I media dicono che l’esercito ha ucciso tanti civili a Homs… ”Forse dei civili sono morti fra i due fuochi. Ma tanti uccisi non erano civili, erano ben armati”.
E la strage di Karm Zeitoun, tutti quei morti che abbiamo visto negli orribili video diffusi in marzo? “Sono stati i terroristi. L’hanno detto anche i parenti sopravvissuti”.

Ma all’inizio della crisi le manifestazioni erano pacifiche e sono state represse? “Io in marzo 2011 ho visto alla tivù Addounya una manifestazione a Nazihine, vicino a Karm Zeitoun, ho riconosciuto la zona. Ebbene c’erano persone armate. All’inizio sparavano in aria. E ad aprile a Idlib hanno iniziato a uccidere la polizia. Certi video mostravano anche cecchini dall’alto delle case”.

Com’è la situazione a Homs? “Adesso rimangono gruppi armati a Baba Amr e Khalidya”. Cosa pensi della Free Syrian Army? “Che non è vero che sono soprattutto disertori dell’esercito e civili. Sono islamisti, non rivoluzionari. Questa è la rivoluzione? Uccidere? Sono Fratelli musulmani come quelli che hanno vinto in Egitto. E sono ben armati dall’esterno, dai cosiddetti amici della Siria”. All’università hai compagni che sono con l’opposizione? “Sì, ad esempio alcuni di Idlib ma loro non vogliono discutere, e dicono che uccidere i soldati è giusto. E’ meglio l’opposizione non armata, che vuole una Siria unita e in pace”. Appello: “Chiediamo al governo italiano di non stare con chi protegge i terroristi. Ma solo Cina e Russia vogliono il dialogo e non la guerra in Siria”.

Sguardi latinoamericani
Non solo Russia e Cina, per la verità. Le posizioni dei paesi dell’America Latina tanto amati dalla “sinistra” occidentale non sono da questa prese in alcuna considerazione quando si ha a che fare con la Libia e la Siria. Cuba ha di nuovo chiesto all’Onu una commissione di inchiesta sui bombardamenti Nato in Libia e ha denunciato la guerra mediatica contro la Siria. Una narrazione alla quale Martin Hatchoun, inviato cubano di Prensa Latina, in Siria da sei mesi, non crede.
Martin racconta alcuni episodi che danno l’idea della grande confusione. Anche terminologica: “Gli oppositori sono sempre chiamati attivisti per i diritti; e anche se sono armatissimi sono sempre messi nella categoria dei civili”.

Le bugie sono di tutti i tipi e contano sul fatto che una volta dette, rimangono depositate e vai a smentirle. “Nel quartiere Mezzeh nel quale abitavo, un’operazione molto precisa delle forze di polizia contro un appartamento che ospitava cellule armate e che è stato l’unico danneggiato dalle sparatorie, è diventata sui media internazionali – primo lancio la Reuters – una manifestazione repressa nel sangue. Massacri come quello di Karm Zeitoun a Homs per i quali si è incolpato l’esercito, quando questo si è rivelato falso, la notizia non è però circolata”. Oppure “Al Jazeera intervista un “osservatore dell’Onu” il quale spiega della grande crudeltà del regime; poi la stessa Lega Araba smentisce il ruolo dell’uomo, ma chi se ne accorge?”.

Un caso che ha colpito molto i media è stata la piccola Afef, pochi mesi: secondo l’opposizione e molti media era morta in carcere per le torture. “Solo che la madre, di Homs, ha spiegato pubblicamente che la bambina era in ospedale ed è morta di malattia e ha mostrato il certificato medico”. Un altro è stato Suri, otto anni: piccola vittima dei miliziani di Assad con scandalo internazionale? Così pareva, “e invece la madre nel video urlava disperata che se lì ci fosse stato l’esercito il bambino sarebbe ancora vivo”.

E le foto dell’Afghanistan spacciate per siriane. E il video dei maltrattamenti di presunti prigionieri, che in realtà si riferiva al Libano del 2008. E il giorno del referendum, “che io ho visto tranquillo ma la Bbc per il mondo latino parlava- come se fosse stata qui – di bombardamenti dell’esercito con morti”.

Cinecittà mediorientale: “Un siriano all’inizio della crisi sta con l’opposizione e scappa in Turchia dove però vede approntata una specie di fabbrica del falso nel Centro per i media; tornato in Siria ha raccontato tutto”.

Martin conclude dicendo che, “se senti la gente nelle strade, al contrario di quel che si dice nel mondo dei media, tutti vogliono che l’esercito agisca con più decisione, la faccia finita con i gruppi armati”.

Che ci sia dietro una “conspiracion” è evidente ai latinoamericani che hanno partecipato alla delegazione in Siria del World Peace Council (Wpc) e della World Federation of Democratic Youth (Wfdy), su invito dell’Unione nazionale degli studenti (Nuss) con 29 delegati da 24 paesi (Cuba, Venezuela, Sudafrica, India, Nepal, Russia, Belgio, Italia, ecc.). Socorro Gomes, presidente brasiliana del Wpc, riassume in “Nato, basi militari americane nel mondo, ingerenza destabilizzante“ gli strumenti militar-umanitari da combattere. Per il deputato comunista venezuelano Jul Jabrul, la missione in Siria era di solidarietà più che di accertamento dei fatti perché “non abbiamo bisogno di riprove per capire che è in atto una cospirazione armata, e una guerra mediatica”.

Insomma non solo non credono ai media ma ritengono che il “fronte siriano” sia cruciale nella lotta antimperialista. (Come ha riassunto un delegato portoghese: “Non è necessario chela Siria sia un paradiso, per ritenerla cruciale nella lotta antiimperialista. Ulteriore riassunto: “Deve essere il popolo del paese a decidere, non le potenze internazionali e i loro alleati petromonarchici”.

Tutto ciò mentre la Reuters continua a inserire ovunque – per universale circolazione- la frase magica “L’Onu dice che Assad ha ucciso novemila persone” (l’Onu in realtà – pur attingendo solo a fonti dell’opposizione – parla di “novemila vittime nelle violenze e negli scontri”), gli abitanti di Damasco cercano di non pensare troppo al pericolo di altre attentati suicidi come quello che ha fatto una strage nel quartiere di Maidan, il 27 aprile.

Così, sembra una città normale mentre si passeggia di sera al “mercato dei poltroni” (così chiamato perché i banchi vendono anche ortaggi già tagliati e pronti all’uso, una specie di quarta gamma sfusa e a buon prezzo).

Marinella Correggia


(Fonte di questo articolo: http://www.sibialiria.org/)



Altri articoli di Marinella Correggia: http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=marinella+correggia+siria

sabato 17 marzo 2012

Siria - La manipolazione mediatica continua.... (in funzione dell'attacco sionista-Nato)

Marinella Correggia è la prima a sinistra nella foto


I video circolati lunedì scorso sulla strage di bambini e donne a Homs
mostrano corpi di persone «uccise e mutilate dalle milizie di Assad» e
filmate da «attivisti» dell'opposizione.

Accusa speculare (ma rifiutata dai media mainstream) da parte del ministero
dell'informazione di Damasco: sono corpi di cittadini rapiti e uccisi,
poi mutilati e ripresi per incitare ad una presa di posizione
internazionale contro la Siria. La tv siriana raccoglie testimonianze
di cittadini di Homs che dicono di essere stati per un mese ostaggio
di armati che uccidevano, dinamitavano le case, rapivano. E danno i
nomi di alcune persone rapite e uccise che avrebbero riconosciuto.
Sulla responsabilità della strage è forse legittimo chiedersi «a chi
giova?» L'opposizione armata e il Cns sono usciti indeboliti dalla
perdita di Homs e dalla visita di Annan; adesso la «comunità
internazionale» chiede di nuovo di fermare subito e in qualsiasi modo
Assad.

Ma lasciamo stare il cui prodest. Parliamo dei video.
Alcuni sono nitidi, uomini uccisi, con le mani legate, un'intera
famiglia morta in una stanza (e sono quelli mostrati dalla tv
statale). Altri sono molto confusi. L'«attivista» di Homs Hadi
Abdallah autore di uno dei video ha precisato all'Afp che membri dell'
«Esercito libero siriano» hanno trasportato i corpi nel quartiere di
Bab Sebaa, più sicuro, e là sono stati filmati (trasportati?). Ma se
sono morti da tempo come può esserci il sangue vivo mostrato da una
foto? In un altro video uno solo dei cadaveri ha le mani legate. Come
mai le immagini sono così sfocate (anche il telefonino più scarso
filma meglio), corrono veloci o si soffermano sui corpi a distanza
tanto da non far capire granché? Eppure la stessa Avaaz ha sostenuto
di aver dotato di sofisticati mezzi tecnologici i suoi 400 attivisti
antiregime in Siria... La cosa più chiara è l'appello iniziale di un
video: «Vogliamo che l'esercito siriano libero venga armato così
potremo difenderci».

Pochi giorni fa, sempre dopo la perdita di Baba Amr, la tv pubblica
britannica Channel 4 ha trasmesso in esclusiva un video (http://
www.channel4.com/news/exclusive-syrian-doctors-torturing-patients:
«Dottori siriani torturano i pazienti») : «vittime civili ferite nelle
violenze e torturate dai medici» nell'ospedale militare di Homs, dove
«per ordine del governo vengono portati i civili feriti nelle
manifestazioni». Unica precauzione dello speaker, la formuletta «non
possiamo confermare in modo indipendente».

«Scioccante» (ovvio) e avallato dalla commissaria Onu ai diritti umani
Navi Pillay, il video sarebbe stato girato «clandestinamente da un
dipendente dell'ospedale». Ma non fornisce alcuna prova. Non mostra
torture in atto. Immagini sfocate e rapide mostrano 4 uomini (lo
speaker: «civili disarmati feriti nelle manifestazioni») su letti con
lenzuola pulite, testa e occhi avvolti in fasce bianche: come se
fossero tutti feriti alla testa e agli occhi. Le caviglie strette in
«catene arrugginite». Sui comodini, in bella vista, gli «strumenti di
tortura» (lo speaker: «un filo elettrico», «un cavo di gomma» che in
realtà potrebbe essere uno stetoscopio). L'immagine più cruenta è
quella del torace di un uomo striato di segni che potrebbero essere di
frusta. Potrebbero...

Il videomaker è poi intervistato a volto oscurato, «in un luogo
sicuro», seduto vicino a un mobile da infermeria (sempre l'ospedale
militare? Non è pericoloso farsi intervistare lì? E da chi?). Narra di
aver visto episodi atroci: medici che danno fuoco alla zona pubica di
un ragazzo di 15 anni dopo averlo cosparso di alcol; che amputano
senza anestesia per far soffrire. Non è lecito, doveroso qualche
dubbio?

Marinella Correggia - http://www.ilmanifesto.it/

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Commenti:

cri64italia - The ZIONIST NATO TROOPS WILL INVADE SYRIA SOON 100% - All muslims embassy from middle east were evacuated from Syria. So you can expect ZIONIST'S NATO INVASION !!

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Giuseppe Turrisi - Siria, due attentati terroristici a Damasco: diverse vittime tra civili e agenti (+18)
http://www.youtube.com/watch?v=iUnzQWK5-OM&feature=uploademail


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E l'altra informazione:

Mossad, CIA and Blackwater operate in Syria


Il doppio gioco dei giornalisti occidentali

La repressione di Bab Amr è la più grande finzione politica dall’11
settembre? Questo è ciò che intende provare Thierry Meyssan in una
storia esclusiva che Réseau Voltaire pubblica a puntate. In questa
prima puntata, si discute della presunta evasione dei giornalisti
occidentali e si dimostra che alcuni di loro facevano parte
dell’esercito libero “siriano”.

La stampa atlantista interpreta il fumo che si eleva al di sopra del
quartiere come prova dei bombardamenti.

Gli Stati membri della NATO e del GCC non sono riusciti a lanciare un
attacco convenzionale contro la Siria. Tuttavia l’hanno preparato, per
dieci mesi, conducendo una guerra a bassa intensità accoppiata a una
guerra economica e mediatica. La città di Homs è diventata il simbolo
dello scontro. L’esercito libero “siriano” ha investito i quartieri di
Bab Amr e Inchaat ed ha proclamato un emirato islamico, offrendo una
panoramica del suo progetto politico.

Con il sostegno della Russia, ancora traumatizzata dall’esperienza del
Emirato Islamico di Ichkeria, e della Cina, preoccupata di vedere il
governo di Damasco proteggere i suoi cittadini, l’Esercito Nazionale
della Siria ha dato l’assalto il 9 febbraio, dopo aver esaurito tutti
i tentativi di mediazione. L’esercito libero “siriano”, sconfitto, ben
presto si trincerava in una zona di circa 40 ettari che veniva
immediatamente isolata dalle forze lealiste, e che si restringeva
progressivamente e, alla fine, cadeva il 1° marzo. Per vendetta, gli
ultimi elementi armati dell’Emirato avevano massacrato dei cristiani
in due villaggi che avevano attraversato, prima di trovare rifugio in Libano.

Durante questo periodo, i media principali hanno nascosto la realtà
sordida e crudele di questo Emirato e l’hanno sostituita con una
finzione sulla rivoluzione e la repressione. Particolare cura è stata
data per far credere che migliaia di civili siano stati bombardati
dall’artiglieria o dell’aviazione siriane. Al centro di questo sistema
di propaganda, un centro stampa utilizzato dai canali satellitari
della Coalizione: al-Jazeera (Qatar), al-Arabiya (Arabia Saudita),
France24 (Francia), BBC (UK) e CNN (USA) e coordinato da giornalisti israeliani.

L’opinione pubblica in Occidente e del Golfo potrebbe legittimamente
chiedersi chi dice il vero tra la versione dell’Organizzazione del
Trattato Nord Atlantico e del Consiglio di cooperazione del Golfo da
un lato, e quella dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai,
dall’altro. Cercheremo di dare elementi decisivi per determinare e
stabilire la verità. Ci baseremo sui video trasmessi dai canali
televisivi occidentali e del Golfo, sulle testimonianze dei superstiti
raccolti dall’ufficio della Rete Voltaire in Siria, e dai documenti
trovati nel centro stampa dell’Emirato.

Thierry Meyssan - Réseau Voltaire

martedì 25 ottobre 2011

Lettera a Flavio Lotti, Tavola della Pace, da Alessandro Marescotti di Peacelink, per l'educazione alla pace - Con commento di Marinella Correggia

"Arcobaleno per i costruttori di Pace" Foto di Gustavo Piccinini


Lettera Aperta a Flavio Lotti, Tavola della Pace, da Alessandro Marescotti di Peacelink per l'educazione alla pace in Italia

La devastazione è irreparabile (ed Ernest Friedrich)


Caro Flavio Lotti,
ho provato a telefonarti. Ti scrivo. E condivido in rete queste poche parole, spero sensate. Comunque scritte con il cuore e con sincerita'.

L'epilogo vergognoso di questa vergognosa guerra richiede a mio parere una netta presa di distanza da parte della Tavola della Pace.

Come sai sono un docente e ti scrivo dalla mia aula scolastica, fortemente colpito dalle reazioni dei miei studenti di fronte alla fine di Gheddafi.

Ne abbiamo parlato poco fa in classe.

Ti scrivo dopo aver toccato con mano come i miei studenti - che hanno partecipato alla marcia Perugia Assisi e al momento formativo di Bastia Umbra - siano stati in gran parte convinti dai mass media che questa fosse la degna fine della guerra e del dittatore.

Il disastro educativo - perche' di disastro si tratta - e' enorme. Ma non irreparabile.

Ho ascoltato frasi che mai avrebbe detto un ragazzo se la Tv non lo avesse abilmente istigato a stare dalla parte dei carnefici. E quando oggi si usa la parola 'dittatore' tutto diventa lecito. Del resto le guerre coloniali italiane non furono promosse allo scopo dichiarato di eliminare la schiavitu' in Africa?

Una mentalita' che pensavo cancellata risorge e vedo nelle parole dei miei ragazzi una barbarie non loro.

La barbarie non nasce spontaneamente nei ragazzi.

Non possiamo proporre alle scuole l'educazione alla pace e assistere al suo scempio, ad opera di un imbarbarimento della comunicazione.

Il disastro mediatico e' di proporzioni mai viste e colpira' al cuore il nostro progetto pedagogico.

Anzi: lo ha gia' colpito. Ma non lo ha affondato.

La falla da riparare e' spaventosa.

Siamo in balia di un mix di valori talebani e perbenismo della Nato che convivono in un'apoteosi della "guerra giusta" (quando mai se ne e' combattuta una sbagliata?).

La scuola e l'educazione hanno perso il controllo della situazione perche' dopo ore di immagini di "guerra giusta" cosa possiamo aspettare che rimanga nella mente dei ragazzi e purtroppo anche dei loro docenti?

A che e' servito marciare per ricordare Capitini se poi i ragazzi vedono torturare Gheddafi senza alcuna immediata presa di distanza di Napolitano e della stessa Tavola della Pace?

E cosi' alcuni ragazzi mi hanno detto che quello che era stato fatto "e' troppo poco". Anzi hanno sbagliato per difetto. Perche' Gheddafi "bisognava lasciarlo in vita per fargliene ancora di piu'".

Il disastro diverra' irreparabile se non riportiamo in campo la cultura contro la barbarie, la letteratura contro la volgarita', il diritto contro l'abuso, l'etica contro il business, la scienza per la salvare e non per colpire.

Lo dobbiamo fare a partire dalla scuola in nome della civilta'.

Occorre un forte recupero educativo di fronte a quanto i media - anche quelli 'progressisti' - hanno colpevolmente distrutto in questi giorni.

Ormai la politica divora tutto, anche la storia e la cultura, usando la tv come una clava che manda in frantumi il nostro non facile lavoro di insegnanti.

Qualcuno dovra' pure dire scusa.

E' passato il messaggio che tutto cio' che hanno fatto i vincitori fosse giusto.

Non possiamo costruire negli anni valori positivi di nonviolenza per farci distruggere nei giorni un intero progetto di pace e di educazione.

Lo tsunami della "guerra giusta" oggi ha annichilito decenni di impegno di educazione alla pace e non possiamo continuare a fare finta di nulla.

Bastano dieci minuti di Tv per spazzare via un anno di insegnamento.

Basta un rutto, una parolaccia, un grande fratello, una bomba, una tortura esibita in pubblico - il tutto senza commento ma con compiaciuta sete di audience - e il gioco e' fatto. Milioni di euro di spese per la scuola bruciati in poche ore di barbarie sul video. Ore di impegno educativo sbriciolate in un attimo.

Il disastro e' avvenuto e se vai a parlare nelle scuole, dai bambini a ragazzi, scoprirai che ti diranno cose brutte, atroci, cose che non avresti mai voluto sentire.

Ma ho anche una grande speranza, perche' i ragazzi non sono scemi. E appena si accorgono di essere ingannati si ribellano, cambiano opinione e non difendono le loro convinzioni sbagliate, capiscono di essere stati manipolati dagli adulti.

In un'ora di buona discussione - poco fa in classe - ho assistito al dubbio e al cambiamento.

Questi ragazzi hanno bisogno di esempi educativi, positivi. Ci guardano.

Hanno bisogno dell'esatto opposto di quello che hanno visto.

Altrimenti andranno a gettare i sassi dai cavalcavia senza grandi scrupoli di coscienza.

La coscienza.

Cosi' assopita.

Cosi' anestetizzata.

Abbiamo osannato come eroi quelli che hanno bombardato l'ospedale di Sirte terrorizzando i feriti, le donne, i vecchi e i bambini: e ci stupiamo se i ragazzi non hanno ideali?

Con il silenzioso disimpegno e con l'ignavia di chi avrebbe dovuto dire solennemente "basta" (mi riferisco a Ban Ki Moon, al Papa e a Napolitano) e' avvenuto qualcosa che dovremo raccontare ad occhi bassi come esempio della vergogna internazionale, in una commissione che ristabilisca la verita' in questa guerra.

Come monito per il futuro ma anche - perche' no - promuovendo una commissione internazionale di indagine che processi per i crimini di guerra commessi.

O noi riusciamo a dire con chiarezza questo a la guerra si ripetera'. Umanitaria e indecente come sempre.

Occorre una netta presa di distanza dallo scempio.

Le nostre parole dovranno avere la credibilita' di quelle di don Milani e Capitini o noi abbiamo fallito.

Dobbiamo dire con chiarezza che questa guerra ha travolto tutti i principi di legalita' e di decenza.

Perche' questa guerra ha sodomizzato le coscienze prima ancora di Gheddafi.

Dalla scuola dovra' partire un recupero di dignita' e verita'.

Spero che condividerai il mio grido di dolore e questo bisogno di speranza.

Un caro saluto
Alessandro Marescotti
www.peacelink.it


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Commenti ricevuti:

Caro alessandro, questa tua bellissima riflessione meriterebbe di essere proposta e sottoscritta da altri insegnanti (se non sono altrimenti distratti!).
Chi può farla girare?

un abbraccio
Valerio


Dr. Valerio GENNARO
Comitato Tecnico Scientifico
Medici per l'Ambiente (ISDE-Italia)
c/o Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione
Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro (IST, NORD)
L.go R.Benzi, 10 -16132 GENOVA
Tel: 010.310260 - 010.5737557
cel. 340.3436554
www.isde.it

I poveri vanno alla guerra, a combattere e morire per i capricci, le ricchezze e il superfluo di altri (Plutarco).



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Se dei ragazzi che a scuola sono "educati alla pace" parlano così, in modo così atroce, vuol dire che la devastazione è totale. Nulla giustifica una simile disumanità in studenti delle scuole superiori. Nemmeno la propaganda tivù la giustifica. E? sucesso un mutamento quasi antropologico. Del resto salvo poche eccezioni lo vedo perfino sui pulman, e vounque bazzichino ragazzi. Inerti, egoisti. Adesso li scopro anche tendenzialmente giustizieri.


L'educazione alla pace così come quella allo sviluppo e all'ambiente sono da tempo diventate un business inutile. Convengono a chi le fa: Ong e gruppi vari (a me è capitato tempo fa di fare per due mesi educazione all'ambiente in alcune scuole - con una paga oraria vergognosamente stratosferica!! - non lo farò più, è uno spreco di denaro pubblico, e non serve. Serve la presenza costante degli insegnanti, mi dicevo. Invece no, evidentemente nemmeno quella.

Le atroci prese di posizione di quei ragazzi che pure hanno Alessandro come insegnante e che hanno partecipato alla marcia della pace (una scampagnata, per molti, ormai; c'ero e ho visto) la dicono lunga. L'approccio soft è perdente. Da tempo non ho più speranza nel popolo italiano (che già prima non era granché): così lontano dalla pace, dall'ecologia, dalla solidarietà, dalla lotta ai privilegi (tutti ne vogliono, piccoli o grandi), dall'empatia con gli altri viventi. Capace solo di mobilitarsi per cose rarefatte o per le tasche proprie.

Nemmeno l'informazione alternativa serve. A chi arriva? E se non arriva l'educazione alla pace che è mirata a piccoli gruppi, face to face...

Darei da leggere nelle scuole l'unico testo che davvero educa al rigetto della guerra; e non c'è bisogno di Ong e progetti costosi per diffonderlo: GUERRA ALLA GUERRA!. Libro del pacifista obiettore ecologista tedesco Ernest Friedrich, scritto nel 1924. Purtroppo in Italia l'ha pubblicato Mondadori, ma non mi formalizzerei. Costa pichi euro. Ben spesi. E' un colpo allo stomaco, perché fatto di foto vere, il vero volto della guerra.

Ma temo che non servirebbe nemmeno quello, a questi vecchissimi giovani.

Marinella Correggia

lunedì 5 settembre 2011

"Sul ponte sventola bandiera bianca..." - Sirte assediata, bombardata, lasciata senza cibo, acqua, luce e gas...




Mobilitiamoci in piazza almeno ora. Nei prossimi giorni. Se non ci si indigna per la guerra per cosa lo si farà mai?

La Guernica libica sarà forse Sirte, o le altre città “nemiche” non ancora conquistate dalla Nato-Cnt? “In Libia i bombardamenti e la guerra continuano. Ci sono Sirte, Ben Walid, Sebha, Brega” dice dalla capitale della - ex? - Jamahiriya un amico sub-sahariano che adesso aspetta l’evacuazione.

Acqua e viveri tagliati

Alla popolazione di Sirte, la Nato e il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) hanno concesso alcuni giorni per la resa, pena l’assalto finale. Secondo il messaggio – certo non verificabile - alla rivista Argumenti.ru, mentre le forze del Cnt assistite da forze speciali estere circondano l’area e respingono dentro le famiglie di civili che cercano di fuggire, dall’alto piovono i bombardamenti dell’operazione Unified Protector, che sotto il mandato dell’Onu che imponeva una no-fly zone “deve continuare la sua missione di proteggere i civili” come ha affermato il 30 agosto la sempre surreale portavoce Nato Oana Longescu.

Secondo la denuncia del superstite portavoce governativo Mussa Ibrahim all’agenzia cinese Xinua, a Sirte una pioggia di razzi piovuti sui fedeli nell’ultimo giorno di ramadan avrebbe ucciso un migliaio di persone. Se anche fossero cento, o cinquanta, sarebbe comunque troppo.

Non solo: i bombardamenti hanno azzerato gli approvvigionamenti in acqua, cibo ed elettricità. Ecco l’analogia con la sorte di Falluja, che nell’ottobre 2004 fu privata di tutto prima dell’assalto finale dei marines che uccise migliaia di persone arrivando a usare il fosforo bianco.

In grado minore anche Tripoli prima dell’attacco del 21 agosto è stata sottoposta a mesi di assedio: bombardamenti a infrastrutture, sabotaggi di condutture, embargo navale hanno causato carenze di gas, cibo, farmaci, benzina, elettricità e acqua, con conseguenti disagi anche pesanti. Come precisa il sito warisacrime.org, l’assedio viola le Convenzioni di Ginevra, così come i bombardamenti su obiettivi civili; che da luglio la nato considera ufficialmente legittimi.

Misurata e Bengasi: casus belli

Gli armati asserragliati a Sirte e nelle altre città saranno accusati di usare i civili come scudi umani. Invece quando a Misrata erano i ribelli a nascondersi nelle case, la colpa dei morti nel fuoco incrociato e sotto le bombe Nato fu tutta addossata all’esercito libico che circondava la città: si veda il rapporto di Amnesty International Misrata under Siege, dello scorso aprile. Eppure, molte famiglie di Misurata avevano scelto di rifugiarsi nelle zone lealiste e non a Bengasi.

Dopo due mesi di scontri a terra e guerra dai cieli, Human Rights Watch stimava in alcune centinaia le vittime civili della guerra a Misrata. Proteggere i civili di Misrata era il pretesto fornito dalla Nato per continuare a bombardare la Libia. A Sirte le vittime civili potrebbero già essere molte di più. Ma gli assediati non sono tutti uguali.

Del resto la guerra della Nato è ufficialmente iniziata per rispondere all’assedio di un’altra città: Bengasi. Ricostruisce gli eventi il docente statunitense Maximilian Forte un articolo su Counterpunch proprio richiamando il recente ultimatum: “Tripoli, Sirte e Sabha possono essere sacrificate, e non ci sono proteste nemmeno di fronte ai recenti massacri a Tripoli. Invece Bengasi era per i leader dell’Unione Europa la città sacra”. Obama, Cameron e Sarkozy insieme scrivevano ai giornali: “Con la nostra rapida risposta abbiamo fermato l’avanzata delle forze di Gheddafi.

Abbiamo evitato il bagno di sangue che egli aveva promesso alla città assediata. Abbiamo protetto decine di migliaia di vite umane”.

Però allora, sottolinea Forte, “non solo i jet francesi hanno bombardato una colonna di militari libici che era in ritirata, ma si trattava di una colonna ridotta che comprendeva camion e ambulanze”. E soprattutto, a parte la retorica di Gheddafi, “non c’erano prove che Bengasi sarebbe stata sterminata: lo deduceva molti mesi fa un altro docente statunitense, Alan J. Kuperman, nel suo articolo “False pretense for war in Libya?” pubblicato sul Boston Globe: “Quando le truppe di Gheddafi hanno riconquistato in gennaio in tutto o in parte diverse città – Zawiya, Misurata, Adjabya, con una popolazione totale ben superiore a quella di Bengasi, non sono avvenuti genocidi…malgrado la diffusa presenza di cellulari per fare video e fotografie, non c’è prova di un massacro deliberato”: in effetti i diecimila morti denunciati ni primi giorni di proteste, nelle successive stime della stessa Corte penale erano scesi a circa duecento (più o meno equamente suddivisi fra le due parti).

Proseguiva Kuperman: “E del resto Gheddafi non aveva minacciato di sterminio nemmeno Bengasi. Il suo ‘senza pietà’ del 17 marzo, secondo lo stesso New York Times si riferiva solo ai ribelli armati, mentre per quelli che si disarmavano era promessa una amnistia”.

Conclude Monteforte: per una amara ironia, le prove dei massacri in Libia si riferiscono alle fasi successive all’intervento Nato. E soprattutto agli ultimi giorni. Lo dimostrano gli stessi reportage da Tripoli dei media mainstream che pure avevano appoggiato la rivolta (una sintesi degli stessi in www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=26334).

Insomma, come sintetizza Peacelink, la guerra iniziata per salvare Bengasi termina con un altro assedio. La guerra iniziata per “proteggere i civili” termina in un bagno di sangue. La guerra iniziata per i diritti umani termina con la violazione generalizzata degli stessi (persecuzione di neri e “sconfitti”). E la guerra iniziata per la “democrazia” termina con il Cnt che non riconosce in Libia l’esistenza di una parte della popolazione non allineata: “Non abbiamo bisogno di forze dell’Onu per la sicurezza. Qui non è in corso una guerra civile, è un tutto un popolo contro un dittatore” ha dichiarato giorni fa il capo dello stesso Cnt Abdel Jalil.

A metà maggio Aisha Mohamed era in transito nella tunisina Djerba. Aveva finito un anno di specializzazione in Gran Bretagna e aveva scelto di andare a condividere la guerra con la sua famiglia, che stava subendo la guerra. A Sirte. Se è ancora là, Aisha è in trappola.

Marinella Correggia (mari.liberazioni@yahoo.it)