giovedì 6 settembre 2018

Vaccinazioni coatte - “Cambia il nocchiero ma la rotta è la stessa!"


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Apprendo da notizie di cronaca  che giungono dal Parlamento che il governo Conte ha deciso di aderire in toto alla “legge Lorenzin” sull'obbligo vaccinale. Niente proroga per i bambini non vaccinati che se vorranno essere accettati a scuola dovranno dimostrare carte alla mano di essersi sottoposti alle vaccinazioni stabilite per legge. Qualcuno ha scritto “cambia il nocchiero ma la rotta è la stessa!" In Italia i partiti di qualsiasi formazione, anche quelli del "cambiamento",  si sono votati alla manipolazione  ed all'indottrinamento delle famiglie per indurle all'adesione vaccinale. 

Tutto è cominciato allorché la signora Lorenzin, allora ministra della sanità del governo Renzi, si è presentata in tv descrivendo il morbillo come la nuova peste del secolo e con ciò aprendo le porte all'obbligo vaccinale: costi quel che costi. 

A proposito di morbillo e varicella mi è venuto in mente che ai miei tempi era normale "passare" certe malattie, anzi erano tutti contenti i nostri genitori se le prendevamo da bambini piccoli, così c'erano meno problemi. Io ci sono passato e non è stata assolutamente un'esperienza traumatica, anzi l'ho trovata molto educativa per apprendere l'autocontrollo: non dovevo grattarmi... 

Tornando alle vaccinazioni compulsive, non riesco a capirne la vera ragione. A parte che indeboliscono le difese del sistema immunitario e si rischiano così  effetti collaterali persino mortali, mi chiedo “ma se i vaccinati sono resi immuni dalle malattie perché essi dovrebbero temere il contatto con i non vaccinati?”.

Diventa così evidente che la ragione delle vaccinazioni non è la salute ma un sistema omologante per spazzare via ogni barlume di libertà individuale e medica a tutto vantaggio delle multinazionali farmaceutiche, obbligando la popolazione ad un'adesione vaccinale del 100 % e alla dipendenza farmaceutica...


Paolo D'Arpini

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Catastrofisti all'arrembaggio in attesa della sesta estinzione di massa

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Tempo addietro avevo annunciato che la fine è vicina e qui lo confermo, aggiungendo che da calcoli da me effettuati tenendo conto di una indiscrezione spirituale, entro il 2027 si compirà la sorte dell’Umanità.

Mi capita spesso di scrivere sull’argomento in oggetto e devo dire che mi capita anche di leggere commenti scettici e talvolta offensivi.

I miei scritti sono motivati da seri avvertimenti provenienti dal mondo spirituale puro, ma ormai la distanza fra l’uomo e il divino è talmente grande che praticamente nessuno ascolta parole di avvertimento.

Allora cito parole dette da qualcuno non così lontano come si crede sia Dio, ma più vicino, cioè degli uomini detti scienziati e quindi con maggior potenzialità di essere creduti dal volgo.

Alcuni scienziati delle più prestigiose università americane (Berkeley, Oakhland, Stanford, Yale, ecc.) hanno dichiarato congiuntamente (Meat Your Future - Progresso Etico Vegano) che siamo ormai prossimi alla 6a auto-estinzione di massa. Le prime 5 sono state causate da eventi naturali come meteoriti, diluvi e simili, mentre la prossima è causata dall’uomo, cioè dalla sua mala gestione delle risorse della Terra.


E questa auto-estinzione avverrà, dicono, entro 10/15 anni (se la situazione non cambia immediatamente). Guarda caso gli anni congruenti con il mio calcolo fatto a seguito di una rivelazione divina del 2005, supportata da un’altra rivelazione divina dello scorso 8 giugno e intitolata “Ultimo Atto”.


Il rimedio che i suddetti scienziati propongono è la drastica riduzione del consumo di carne, latticini, pesce e uova.


Ce la farà l’umanità incosciente ad accogliere l’invito e a salvarsi? Ne dubito fortemente, perché è portata a dare più ascolto a chi le dice “Va tutto bene, continua così” che alle cassandre.


Marco Bracci



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mercoledì 5 settembre 2018

Topi ed umani, convivenza impossibile?


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Sterilizzazioni al posto delle derattizzazioni: è questa l'idea di Edgar Meyer, responsabile del Benessere Animale nell'Assessorato  all'Ambiente del Campidoglio. Controllo demografico e sterilizzazione  al posto di pasticche per uccidere i topi: ecco il succo della proposta avanzata alla giunta Raggi [1], riportata dal Corriere della  Sera [2].

Dobbiamo trovare alternative non cruente per contenere la popolazione dei topi a Roma. Penso a un bando per concorso di idee destinato alle università e ai centri di ricerca per individuare prodotti sterilizzanti da ingerire, evitando la sterilizzazione chirurgica.
A Roma [3] i ratti sono circa 10 milioni e ultimamente i cittadini di alcune zone hanno messo in piedi una vera e propria protesta, dinanzi all'invasione dei roditori. Commercianti e residenti dell'area adiacente via Sforza Pallavicini nel quartiere Prati si sono infatti rivolti al TG3 Lazio per denunciare tramite immagini la situazione.
Eppure Meyer rimane contrario all'uccisione degli animali.
È inutile uccidere o allontanare i topi. È inevitabile che dove c'è l'uomo arrivano anche loro che sono a caccia di rifiuti. A ogni modo, si tratta di una proposta a cui dovrà seguire un periodo di sperimentazione. Nel frattempo, il responsabile ci tiene a precisare che si proseguirà con le derattizzazioni, come previsto dalla normative.
I prodotti usati da AMA per la derattizzazione, infatti, seguono protocolli ambientali pre-stabiliti, come ha tenuto a specificare lo  stesso Meyer:
Nelle pasticche rosse usate da Ama c'è un sapore amaricante che piace ai ratti ma è odiato da cani e gatti. Non c'è nessun  pericolo per animali che non siano topi.

Serena Ruffilli
Presidente L.I.D.A. Firenze Onlus


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martedì 4 settembre 2018

La duplice natura della luce: onde e corpuscoli... ed una nota aggiunta sul vaccino anti vaioloso


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L’ipotesi sulla natura ondulatoria delle radiazioni luminose, già avanzata da Huyghens e Hooke nel ‘600 in alternativa alla teoria corpuscolare di Newton (vedi N. 47), fu confermata all’inizio dell’800 dall’esperienza della doppia fenditura, condotta dal medico e fisico inglese Thomas Young (1733-1829).

Young fu uno scienziato ecclettico: esercitò la medicina a Londra ed ad Edimburgo tra il 1792 ed il 1794; fu insegnante di fisica nell’Università tedesca di Gottinga nel 1796; fu membro della Royal Society e poi anche dell’Accademia di Francia; si interessò della luce e della meccanica dei solidi, ma anche di egittologia, polemizzando anche con il celebre ricercatore francese Champollion sull’interpretazione dei geroglifici; lasciò infine l’insegnamento per dedicarsi definitivamente alla medicina come medico negli ospedali.

Nel 1801  Young realizzò il noto esperimento consistente nel far passare un fascio di luce attraverso due strette fenditure parallele realizzate in uno schermo. Su un secondo schermo successivo privo di fenditure non si notavano due linee luminose nette corrispondenti alle due fenditure, ma una serie di linee luminose inframmezzate da zone in ombra costituenti una classica “figura di interferenza”. La presenza di questa figura poteva solo spiegarsi ipotizzando che dalle due fenditure emergessero due onde luminose distinte che poi interferivano tra di loro. Ciò dimostrava la natura ondulatoria della luce. All’inizio del ‘900 l’esperienza è stata ripetuta nell’ambito della fisica quantistica con un fascio di elettroni, dimostrando  che le particelle subatomiche si comportano anche come onde (ipotesi di De Broglie).

Young è noto in fisica per aver determinato il “Modulo di Young” , ben noto a tutti gli studenti di fisica ed ingegneria, che identifica le capacità elastiche di ogni singolo materiale. Il fisico inglese studiò anche i fenomeni connessi con la tensione superficiale dei fluidi, che tende ad attirare le molecole superficiali verso l’interno del fluido, ed i fenomeni di adesione alle pareti dei contenitori che fanno sì che la superficie di ogni fluido formi sempre uno stesso angolo con la parete del contenitore secondo l’equazione nota come equazione di Young-Laplace, dal nome dei due scienziati che l’hanno studiata.

In campo medico Young si interessò della fisiologia dell’occhio, dell’astigmatismo, e del tricromatismo (rosso-verde-violetto) tipico dei nervi sensori.

La teoria ondulatoria della luce trovò una rigorosa sistemazione matematica grazie all’opera del fisico-matematico francese Augustin-Jean Fresnel (1788-1827 ), un altro rappresentante di quella brillante generazione di fisici francesi dell’inizio ‘800 che ebbe in Laplace il più noto rappresentante. Fresnel fu ingegnere presso l’Ecole Polytechnique e dimostrò con rigorosi calcoli matematici (cui fu dato il nome di “integrali di Fresnel”) tutti i fenomeni tipici dell’ottica geometrica.

Durante la presentazione delle sue equazioni presso l’Ecole Polytechnique (1819), le tesi di Fresnel furono contestate da uno dei professori del Politecnico, Poisson, sostenitore della teoria corpuscolare di Newton, che osservò che, sulla base delle equazioni di Fresnel, se si fosse interposto un disco su un fascio di luce, su uno schermo successivo si sarebbe dovuto (paradossalmente) vedere – in corrispondenza del disco - un cerchio illuminato. Fu quindi organizzato un esperimento “ad hoc” che dimostrò la validità delle equazioni di Fresnel e quindi la validità della tesi sulla natura ondulatoria della luce.

Simeon-Denis Poisson (1781-1840) era un altro dei valenti fisico-matematici della generazione di Laplace. Si interessò di statistica; ed infatti in questo campo è famosa la “distribuzione di Poisson”che è una distribuzione limite della distribuzione già studiata da Pascal e della distribuzione binomiale. In matematica operò un’estensione dell’equazione a derivate parziali già studiata da Laplace ed adoperata in elettrostatica, termotecnica e meccanica. Scoprì la costanza del potenziale elettrico sulla superfice dei conduttori e fu anche astronomo valente.

Come già sottolineato in un precedente articolo  dedicato al grande dibattito sulla natura della luce, la conclusione che la luce aveva una natura ondulatoria non pose fine al dibattito, in quanto l’ipotesi sulla natura corpuscolare della luce e delle altre radiazioni elettromagnetiche tornerà in auge con gli studi sull’effetto fotoelettrico di Einstein all’inizio del ‘900 e con l’ipotesi di De Broglie che tutta la materia abbia una doppia natura corpuscolare e radiativa-ondulatoria.
Infine, per concludere il discorso sulla grande stagione della scienza francese, inglese, ed italiana, tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, ricordiamo la figura del medico inglese Edward Jenner (1749-1823), inventore del vaccino antivaioloso. Questa tecnica (peraltro parzialmente nota già nell’antichità ed in Cina) consiste nell’inoculare siero proveniente da vacche ammalate di vaiolo “vaccino” per sviluppare difese organiche contro il molto più pericoloso vaiolo umano.

Dopo che Jenner ebbe pubblicato nel 1798 la sua “Inchiesta sulle cause ed effetti del vaiolo vaccino”, la tecnica di inoculazione fu diffusa rapidamente in Inghilterra ed Europa. Napoleone la rese obbligatoria per i soldati delle sue armate. I risultati furono stupefacenti. In pochi anni nella sola Inghilterra, dove in precedenza i casi segnalati erano circa 200.000 in 10 anni (con indici di mortalità superiori al 30%) , i casi si ridussero a 180 in un anno.

Oggi il vaiolo, malattia che ha tormentato per secoli l’umanità, è completamente debellato, ed altri “vaccini”, di cui parleremo nei prossimi numeri, sono serviti a debellare altre malattie endemiche come poliomelite e difterite. Viste le recenti polemiche sui vaccini, sarà necessaria su questo argomento una discussione approfondita.

Vincenzo Brandi

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lunedì 3 settembre 2018

Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico


Scriveva Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evoluzionistica ecologicamente specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]».

Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della razza ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927].

Di conseguenza, -ad esempio- il convertirsi dei khazari all’ebraismo (vedi: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2013/12/25/storia-di-come-e-nato-il-sionismo-ovvero-se-gli-ebrei-non-sono-ebrei-ma-khazari-convertiti/) non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – “essere adottati dalla razza ebraica” (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei confronti degli estranei» (in MacDonald II)”
(Paolo D’Arpini)

BIBLIOGRAFIA:
MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998
MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998
MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000
MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html
MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

domenica 2 settembre 2018

Lettera aperta a Massimo Fini su Al Sisi, ISIS e Regeni



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Caro Massimo Fini, da un giornalista esperto e libero come Lei mi sarei aspettato una maggiore circospezione nei giudizi su Al Sisi, Fratelli Musulmani e Regeni e una minore adesione alla vulgata propagandistica del colonialismo occidentale (Il "Fatto Quotidiano, "Il cielo poco stellato dei 5 Stelle tra Al Sisi e la guerra afghana", 1 settembre 2018).

Non dovrebbe esserle sfuggito che i FM, creatura partorita dagli inglesi nel 1924 contro il nascente risveglio panarabo, sono da sempre al servizio del recupero del controllo anglosassone sul mondo arabo, che Morsi, eletto appena dal 17% dei cittadini, è stato cacciato da una rivolta popolare di cui si sono fatti carico i militari, ma sostenuta da 20 milioni di firme, tra l’altro per la sua repressione sanguinosa dei copti e delle lotte operaie, per il suo integralismo religioso con l'imposizione della Sharìa a una nazione storicamente laica e per la sua fornitura di volontari al jihadismo anti-siriano. 

Se in Egitto vige un forte controllo sulla popolazione, non certo nei termini da Lei acriticamente sussunti dalla disinformazione occidentale (tenga presente le grottesche – e poi smentite - bufale di organi del Dipartimento di Stato come Amnesty o HRW su Iraq, Libia, Siria), dovrebbe anche dirsi che il paese è sottoposto a una feroce guerra terroristica dell’Isis che non distingue tra civili, poliziotti, soldati e alti funzionari dello Stato e che è il braccio armato dei FM. 

Dal suo articolo esplode una contraddizione sbalorditiva. L’Isis le va bene se massacra egiziani per conto dei suoi mandanti occidentali e del Golfo, e le va male quando sabota il sacrosanto sforzo di liberazione dei Taliban da questi stessi mandanti. 

Quanto a Regeni, ne andrei a vedere il curriculum, tutto segnato dalla formazione di quadri dell’Intelligence negli Usa, da collaborazione con gli spioni John Negroponte (Squadroni della Morte in Centroamerica e Iraq) e McColl (MI6) in “Oxford Analytica”, probabilmente soppresso dai suoi stessi datori di lavoro una volta bruciato dal video in cui offriva 10.000 dollari al sindacalista purchè gli fornisse un “progetto”, ovviamente eversivo. Bruciato ma ancora da utilizzare da morto.
Non le provoca il minimo sospetto la circostanza che venisse tolto di mezzo nel momento in cui Roma e il Cairo concludevano grandi affari petroliferi a spese di altre potenze occidentali e serviva un cadavere tra i piedi di Al Sisi?  

Affermare poi che i servizi segreti egiziani, eredi di Nasser e Mubaraq, temuti in tutto il Medioriente, non siano capaci di far sparire un cadavere torturato,"come fa bene la mafia", fa davvero torto alla sua rispettabile storia professionale. Il cadavere di Regeni, con terrificanti segni di tortura, andava trovato, visto, mostrato al mondo e utilizzato per togliere dalla scena politica e petrolifera egiziana un concorrente robusto come l'Italia dell'ENI. 

Oltrechè per additare alla riprovazione universale un governante laico, sostenitore del generale Haftar in Libia (esponente dell’unico parlamento e unico governo eletti dai libici) e dalle intollerabili aperture verso la Russia di Putin.

Con stima,


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Giornalista, inviato di guerra, già BBC, RAI-TG3 e di molte testate italiane e internazionali.

sabato 1 settembre 2018

Nell’epoca dell’incantamento digitale serve il tempo per la comunicazione


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La nostra è l’epoca dell’incantamento digitale, della comunicazione globale e degli scambi veloci ed interattivi: l’era dell’intimità esteriorizzata attraverso i social network. Indubbiamente trascorriamo sempre più tempo a navigare in internet e a dialogare attraverso le chat ed i newsgroup, spesso convinti di sostenere un autentico rapporto di comunicazione. 

Proprio in questo settore stiamo assistendo alle più grandi innovazioni e progressi, ma mai come oggi sentiamo parlare così tanto di isolamento e di solitudine, anche perché gli strumenti scientifici e tecnologici non sempre forniscono valide risposte alle nostre domande di senso, non sempre colmano quella percezione di vuoto che deriva dall’assenza di legami reali. 

Paradossalmente le condizioni di isolamento e di solitudine trovano spazio soprattutto in quegli agglomerati urbani dove molti scelgono di vivere per sentirsi meno soli, in quei luoghi dove la folla domina incontrastata sull’individuo. Eppure, in un mondo sempre più integrato ed uniformato, tutto questo martellante e onniavvolgente comunicare sembra assumere le sembianze tranquillizzanti di un unico grande supermercato che porta con sé i segni di laceranti ed insanabili contraddizioni. 
Come sosteneva McLuhan, i media elettronici hanno abolito sia il ‘tempo’ sia lo ’spazio’, facendoci perdere la capacità di ripartire i ruoli e di assumere punti di vista individuali.
Nell’agosto 2009, dalle pagine del Wall Street Journal, John Freeman lanciava il Manifesto della Slow Communications sottolineando come l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisca su di noi con una pressione tale che non siamo più in grado di sopportare. Certo è che l’impatto con il vortice di stimoli derivati dai dati e dalle informazioni conseguenti all’iper-esposizione ai media e agli strumenti digitali rischia di farci perdere le capacità di scelta. Nelle sue dichiarazioni di intenti Freeman così evidenziava: “I nostri giorni sono limitati, le nostre ore sono preziose. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare, che cosa vogliamo dire, di che cosa e di chi dobbiamo prenderci cura. Bisogna pensare come vogliamo ripartire il nostro tempo in base a queste domande, entro limiti che non possiamo cambiare. In poche parole, dobbiamo rallentare”. 

Oggi, ci troviamo di fronte ad un curioso quanto inquietante paradosso: “da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere tranquillamente e senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati”.
Per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo della ‘modernità liquida’, “viviamo in una condizione di affollata solitudine” di fronte alla quale c’è chi intraprende percorsi spirituali o avventure estreme pur di ritrovare un’autentica solitudine. Sarebbe pertanto utile domandarsi da cosa derivi questa abnorme e patologica paura per tale condizione esistenziale. Di fatto il diffondersi e il radicarsi dell’isolamento e della solitudine fra generazioni viene scarsamente affrontato e approfondito sul piano politico e sociale. 

Spesso l’isolamento generazionale è proprio di chi non riesce a svolgere e a dare valore al proprio ruolo sociale nelle varie fasi della vita. Per reagirvi occorre un lungo e costante lavoro culturale per ricollocare la persona al centro delle questioni reali; un lavoro che sappia promuovere la cultura dell’essere e della costruzione del proprio essere attraverso la riscoperta del senso della storia, della tradizione e della continuità con i valori che contano. Tuttavia, le incessanti informazioni che riceviamo non facilitano la ricerca delle relazioni e del senso di appartenenza poiché tendono spesso a trasferirci virtualmente in un altrove, o in un futuro che ci viene rappresentato sempre migliore del presente. Illudendoci di sentirci ovunque a casa rischiamo di non trovarla più. 

In realtà la nostra sfera emotiva è più lenta e più profonda della nostra mente; proprio per questo non riesce a trovare spazio nella velocità di un vissuto sempre più superficiale e meno qualificante. È pur vero che la ricerca della solitudine (spesso considerata negativa anche per la perdita della capacità di stare soli per brevi periodi) può offrire valide occasioni per riflettere, raccogliersi e ritrovarsi. Essa stessa presenta molteplici aspetti positivi che inducono a sondare le nostre emozioni e i nostri timori verso l’ignoto, a realizzare la nostra vera natura e i nostri talenti, a reagire ai sempre più pervasivi modelli massificanti e a quel fluire incessante di messaggi spesso banali ed estranianti. 

Stiamo disimparando a riconoscerne l’importanza e l‘utilità, essendo stati indotti a diffidare di tante altre cose che attengono alla nostra parte più autentica e profonda, a quella parte che necessita del silenzio per rivelarsi. Ed è proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo progresso, e che si sta fatalmente ritorcendo contro noi stessi, che ci rendiamo così vulnerabili e irragionevoli di fronte alla solitudine… uno stato d’animo da conoscere per ascoltare la voce interiore che sprona a vivere nei modi più equilibrati e adeguati, per ritrovare i valori inalienabili della riflessione critica, dell’impegno etico e della solidarietà. 

L’affollamento, dunque, è la quintessenza dell’isolamento, proprio perché la folla è negazione della comunicazione autentica e del relazionarsi con sé stessi e con gli altri. Il vero paradosso è che per comunicare realmente bisogna prima conoscere sé stessi, ma per conoscersi bisogna diventare prima di tutto sé stessi, attraverso l’ineludibile percorso creativo ed introspettivo della solitudine che si nutre del silenzio. 

Un silenzio ben diverso da quel ‘mutismo’ proprio dell’isolamento, che trova nell’affollamento e nell’insignificanza del proprio ‘comunicare’ tutta la sua imbarazzante dimensione di chiusura e di (in)sofferenza.

Italo Carrarini

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