domenica 20 marzo 2016

Le 2 facce del PD, quella sinistra e quella destra



Le parole di Massimo D’Alema nei confronti del Segretario del suo partito e Presidente del Consiglio sono state taglienti come una lama, ma colgono la reale mutazione genetica del partito che fu di Togliatti e di Berlinguer. È vero che quando fu costituito il PD, oltre alla tradizione comunista, si intendeva includere, anche quella del cattolicesimo democratico, senza tuttavia rinunciare alla egemonia culturale esercitata dalla sinistra di stretta osservanza per oltre un cinquantennio. Infatti, dopo poco tempo, l’ala rutelliana decise di abbandonare il partito.

La vittoria di Renzi ha determinato nel PD un radicale cambiamento di linea, di metodologie e di obiettivi, lasciando smarrita gran parte della vecchia nomenclatura, che non si riconosce nei riti sbrigativi del nuovo leader, nelle priorità di stampo moderato del Governo, nella logica settaria e clientelare con cui viene gestito il consenso e diretto un partito nel quale il dibattito è diventato un rituale solo formale, per imporre poi, senza modifiche, il punto di vista del leader.

La minoranza è trattata come una fastidiosa presenza, che si auspica possa presto togliere il disturbo. In effetti quest’ultima vorrebbe anche farlo, ma teme la marginalità politica che potrebbe conseguirne e la tradizionale litigiosità della sinistra estrema. Tuttavia è consapevole di non essere in grado di puntare ad una rivincita interna. Quindi la scissione, anche se non appare imminente, è tuttavia inevitabilmente nell’orizzonte di una componente che dissente su tutto.

La rabbia di Bersani è comprensibile perché soffre lo scippo della “ditta”, non soltanto per il cambio del gruppo dirigente, ma soprattutto per l’allontanamento dal solco della tradizione e per il tradimento dei sentimenti e delle pulsioni tipiche della sinistra italiana. L’ostilità aperta della FIOMM, il gelo della CGIL, la delusione della piazza sensibile ai diritti civili, la contaminazione con la destra di Alfano e Verdini, le trame sottobanco con Berlusconi, la vocazione affaristica, (in palese complicità con una economia pubblica e privata parassitaria, mediata da un sistema bancario debole e pavido) dimostrano che il PD ha cambiato non solo pelle, ma anche insediamento sociale, approfittando del disfacimento della destra tradizionale. La maggioranza del Partito non fa nulla per nascondere il fastidio nei confronti di una minoranza di sopravvissuti, che si richiamano ad un’epoca ed a sentimenti che essa si è messa alle spalle. Da parte sua l’opposizione manifesta un dissenso radicale verso la linea che le viene imposta e che per vigliaccheria vota in Parlamento, nel timore di porsi fuori della casa comune, nella quale le due componenti convivono come separati in casa, odiandosi.

Alla minoranza non è rimasto che auspicare un grave incidente di percorso che possa ridimensionare la baldanza di Renzi, se non un suo capitombolo.

Non si tratta più di un contrasto tra linee politiche diverse, come è sempre avvenuto all’interno di tutti i partiti, ma di una assoluta inconciliabilità, dal momento che le due fazioni rappresentano interessi e sentimenti contrapposti. La vecchia sinistra con il suo armamentario di parole d’ordine, di rituali e di collegamenti sociali è costretta a convivere con una democrazia cristiana 2.0, che tende a rappresentare un elettorato diverso, imponendo un metodo di gestione del partito incompatibile con quello tradizionale ed una prassi parlamentare fondata sul continuo uso del voto di fiducia, percepito dalla minoranza come un ricatto. Il nuovo capo ha imposto un sistema autoritario di stampo togliattiano, ma privo dello spessore della personalità del “migliore”, del sostegno politico e finanziario dell’URSS e del centralismo democratico, che prevedeva un paziente ascolto, prima della preconfezionata decisione finale. Il cerchio magico renziano non perde occasione per umiliare una opposizione interna considerata conservatrice e nostalgica, mentre quest’ultima vede il gruppo dirigente come usurpatore di un ruolo che politicamente non dovrebbe appartenergli, trattandosi di una destra che ha militarmente occupato il principale partito della sinistra.

In effetti la disaffezione dell’elettorato tradizionale, che in misura sempre più ampia si rifugia nell’astensionismo, conferma tale sensazione, ma non si profilano iniziative in grado di costruire un nuovo soggetto che possa interpretarne i sentimenti ed intestarsene vocazioni, che pure hanno sempre avuto un peso nella società italiana. Il disastro di una destra politica inaffidabile, litigiosa, senza un progetto ed una leadership credibili, ha reso fin troppo facile per il partito della Nazione a trazione renziana occupare l’insediamento sociale moderato, maggioritario nel Paese, facendone il principale riferimento elettorale del PD, tuttavia non rinunciando a gran parte di quello tradizionale, grazie della continuità della denominazione e della difesa di alcuni interessi consolidati delle cooperative e del vasto mondo delle clientele della sinistra di potere.

Speranza, a dispetto del cognome, non sembra avere lo spessore necessario a trascinare la propria componente verso un orizzonte più coerente con la storia, che essa rivendica. D’Alema, il vecchio capo ormai di fatto fuori dal partito, con lucidità cerca invece di spingere ad un atto di coerenza una componente senza futuro, che verrà lentamente annientata, colpendone gli esponenti uno ad uno, per sospingerla verso una scissione, che, invece, dalla parte interessata viene vista come un’avventura densa di incognite, di divisioni in gruppetti settari, di contrasti personali e ancora priva di una solida base di consenso convinto. Quindi prevale la logica di attendere ed auspicare un insuccesso del “dittatorello” alle elezioni amministrative di primavera, principalmente a Roma e Napoli, per poi rimandare la resa dei conti finale ad ottobre, dopo il referendum sulla riforma, che tuttavia, incoerentemente, quella stessa minoranza ha votato in Parlamento. Il disegno è di navigare a vista, demandando ad altri il lavoro sporco di rendere possibile la strada della rivincita, assai improbabile, al Congresso del PD.

 Stefano de Luca


(Fonte: http://www.rivoluzione-liberale.it/31910/primo-piano/separati-in-casa.html)

sabato 19 marzo 2016

Geopolitica - L'intempestivo stato federale curdo in Siria ed i sassolini nella scarpa di Obama



Cosa dire dell'autoproclamato stato federale curdo in Siria?
La cosa che più mi colpisce di primo acchito è l'intempestività. E' mia convinzione che Damasco avrebbe assicurato ai Curdi uno stato autonomo federato. Il fatto che il Rojava abbia aperto la sua prima "ambasciata" a Mosca mi fa anche pensare che i Curdi puntassero sulla Russia per "convincere" Assad in questa direzione, perché ovviamente gli USA non hanno nessuna influenza su di lui.


In sé, non è un disastro una soluzione federale, ma in questo momento la dichiarazione del Rojava mi sembra fuori luogo. Da dove nasce questa fretta?

L'ipotesi pessimista è che questa dichiarazione faccia parte del vociferato Piano B di Kerry per frantumare la Siria. Questa ipotesi quadrerebbe con la concessione di qualche tempo fa da parte del Rojava di una piccola base aerea agli USA. Aggiungo che quadrerebbe anche con la grossolanamente bugiarda insistenza del mainstream a presentare l'YPG come "unica" forza contro l'ISIS sul terreno. Che è una bugia, che è un insulto eticamente inaccettabile, prima ancora che politicamente, alle decine e decine di migliaia di Siriani che hanno perso la vita nella lotta contro l'ISIS e contro gli altri tagliagole fuori di testa, ma che in quanto idiozia è stata gioiosamente fatta propria da Ferrero, cosa che dimostra che non c'è niente da fare: la sinistra deve bruciare totalmente prima che possa risorgere dalle proprie ceneri. E' un peccato, uno spreco di risorse, di passione militante e di storia, ma non riesco a vedere altra soluzione.
Ma ritorniamo alla Siria.

Qualcuno mi considera un ottimista - cosa che purtroppo non sono per le faccende internazionali - ma io non la ritengo la spiegazione più plausibile.


Un Rojava indipendente da Damasco è un nonsense. A parte che è scarsamente popolato, tutti sanno che non ha nessuna possibilità di sostentarsi autonomamente. Inoltre a Nord ha la Turchia. Poi, anche se nessuno si fida un gran che della lealtà degli USA, c'è una questione di diritto internazionale, che io formulo così: perché gli USA avrebbero approvato in Consiglio di Sicurezza l'inviolabilità dell'integrità territoriale siriana per poi rimangiarsela pochi giorni dopo? Cosa è successo nel frattempo?


Se è vero che stando alle dichiarazioni la decisione del Rojava ha indispettito, ma non so se veramente allarmato, Damasco, mi immagino invece che Ankara sia furente. 


Per ora la dichiarazione ha portato sul terreno a screzi molto contenuti tra YPG e autorità siriane (un arresto incrociato di loro funzionari). Speriamo che non si vada oltre a questi atti tutto sommato simbolici.


Quindi per ora propendo a pensare a un doppio motivo: a) un consolidamento della situazione politica interna al Rojava (l'idea di uno stato indipendente permette di accordare le varie forze e componenti); b) una forzatura per la partecipazione curda al secondo round di negoziati iniziato tre giorni fa a Ginevra. Ricordo che la Russia da sempre insiste per la loro partecipazione. Ma questo significa che si dà per scontato che gli interessi curdi non possano essere rappresentati esclusivamente da Damasco. Il che a sua volta suggerisce che una soluzione federata sia da tempo data per implicita (anche da Damasco).


Ad ogni modo, anche se questo motivo è meno grave di un Piano B, la mossa sembra mettere in imbarazzo il governo siriano. Ma è verosimile che per contro indebolisca minacciosamente ancora di più fratello Erdogan, altro che imbarazzo.

Adesso faccio l'ottimista per davvero. Mi sembra che la liberazione di Palmira sia più vicina di quanto sembrasse solo l'altro giorno. La conquista della montagna più alta che sovrasta la città, oltre a permettere un'avanzata più veloce e sicura all'esercito siriano, dimostra la sua nuova capacità operativa (con copertura aerea russa!), perché conquistare quelle montagne trinceratissime non è uno scherzo.

Ultima sui "sassolini" di Obama (e non credo indipendente dal ritiro parziale dei Russi dalla Siria - ma vi ricordo che gli S-400 rimangono tutti, quindi la Turchia e i Saud non possono gongolare!). 


Obama pochissimi giorni fa ha nominato come N. 2 della NATO, Rose Gottemoeller. Allora, non aspettiamoci che questa Rose sia una "compagna". Ma di sicuro è un argine ai neocons. Bloomerg inserisce questa nomina nella nuova politica di "reset" con la Russia di Obama. I guerrafondai repubblicani, con in testa Rubio, l'hanno capito e sono già passati all'attacco contro di lei. 


Dato che rimarrà in carica 4 anni, è anche un'ipoteca sulle mene guerresche della Clinton. 


Ma a proposito di questo mostro di cinismo e arroganza, anche lei parla di "reset con la Russia". Le mosse di Pechino nel Mare Cinese Meridionale (e quelle nordcoreane più a Nord) stanno sortendo effetti dirompenti. Questo "pivot to Asia" (e, diciamo così, re-pivot nel cortile di casa sudamericano) deve entrare nel vivo e pur con tutto il suo livore antirusso anche la Clinton mi sa che se ne sta rendendo conto. 


Perché sbattere la testa contro un nemico che si è dimostrato molto più coriaceo di quanto si pensasse? E parlo non solo della Russia, ma anche della Siria, perché se un Paese regge 5 anni di sanguinosa guerra contro una gang criminale di una trentina di potenze, tra cui alcune delle maggiori del mondo, vuol dire che son cazzi. 


La Siria è un nuovo Vietnam, a tutti gli effetti. Non riesco proprio a capacitarmi che la sinistra cosiddetta "radicale" non lo abbia capito. La cosa
veramente mi sconcerta.


Ma parlo anche del Donbass che ha eroicamente fatto vedere i sorci verdi agli ucronazisti, che adesso vengono abbandonati al loro destino, almeno stando alle dichiarazioni di Obama e di Junker. Perché infatti continuare a sbattere il muso mentre l'altra metà del mondo ne approfitta?


L'Europa è importante, il MO anche, l'Africa pure, ma anche l'Oriente asiatico e il Sudamerica lo sono e lo stanno diventando sempre di più. 


Ma qui si inizia a vedere in concreto quello che gli studiosi chiamano "sovradimensionamento strategico degli imperi".


Shatsu amaru per l'impero USA. Speriamo che non voglia crepare con tutti i Filistei.

Piotr

venerdì 18 marzo 2016

Siria. Il ritiro russo non è una ritirata....



Dopo l’annuncio di alcuni giorni fa del ritiro delle truppe di terra dalla Siria, il Presidente Putin è tornato sulla situazione che da 5 anni affligge il popolo siriano. Il disimpegno delle truppe della Federazione dalla guerra non sarà una ritirata dalla lotta contro il terrorismo e l’ISIS. Dalle azioni del suo governo si evince che l’impegno della Russia sin dall’annuncio del ritiro è di portare tutti gli attori del fronte siriano al tavolo delle trattative, come sta accadendo in questi giorni a Ginevra.

Alla Russia, infatti, interessa che la tregua stabilita lo scorso febbraio venga rispettata, ma il rischio che il conflitto riviva una nuova excalation resta molto alta, soprattutto da parte di forze alleate della NATO, come Turchia e Arabia Saudita, che rivendicano la propria influenza sulla regione.

A riguardo Putin avverte: “Gli USA sanno molto bene che in Siria abbiamo a disposizione gli S-400, non permetteremo che qualcuno violi lo spazio aereo siriano, chi lo farà rischia di essere annientato”. Il presidente ha poi spiegato la situazione dal punto di vista russo: “l’operazione in Siria è costata 460 milioni di dollari, ma è stata necessaria per non pagarne di più il costo in futuro. In Siria abbiamo lasciato tre postazioni militari e siamo pronti a colpire in caso di pericolo per le truppe russe e per il governo siriano” ha dichiarato senza mezzi termini.

Ma l’operazione in Siria ha anche sancito definitivamente il ruolo di potenza internazionale della Russia, capace di ridurre il raggio di azione dei terroristi e di ottenere una tregua preziosa dal punto di vista sia diplomatico che umanitario.

Vladimir Putin si è soffermato anche sulle condizioni dell’apparato militare. Secondo il presidente russo il rafforzamento dell’esercito è fondamentale per la sovranità della Russia stessa e l’operazione siriana è stata un’opportunità per l’esercito russo di cimentarsi in un contesto reale, piuttosto che attraverso le esercitazioni.

Insomma un chiaro avvertimento all’Occidente e ai suoi alleati sul fronte damasceno, ma anche un messaggio ai protagonisti del consesso internazionale che Mosca non ha intenzione di mollare su nessuna delle questioni che attualmente la vedono coinvolta.

La Russia vuole chiudere dopo ben cinque anni il conflitto siriano e dare un chiaro segnale contro il terrorismo, dopo 6 mesi di missione anti-ISIS. Tuttavia siamo certi che anche questioni come quella ucraina porteranno a una nuova svolta, una volta che il piano di pace per Damasco avrà imboccato la strada giusta. “Quello che interessa alla Russia è la pace” ha ribadito ancora una volta Putin, ma ne siamo certi, Mosca non la perseguirà a discapito della propria indipendenza né rinunciando alle proprie zone di influenza, come pretenderebbe qualcuno degli attori in gioco.

Mirco Coppola


(Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/siria-putin-abbatteremo-chi-non-rispetta-spazio-aereo-siriano/)

giovedì 17 marzo 2016

Ferdinando Imposimato: "Appello per un mare pulito... e senza trivelle"



Cari amici, domenica 17 aprile 2016 votiamo tutti "SI" all'abrogazione della legge sulle trivelle le quali distruggono le nostre coste e la nostra salute . 

E' un momento importantissimo. Non possiamo stare a casa. Difendiamo i nostri mari , le nostre spiagge e la nostra fauna dai predatori selvaggi. Le estrazioni di petrolio e di gas distruggono le coste più belle del mondo e non danno alcun beneficio al Paese ma disastri ambientali irreversibili. 

Siamo solidali con i sindaci di Sicilia, Marche, Toscana, Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria , Liguria, Lazio, Molise, Veneto, Emilia Romagna, Friuli-Venezia-Giulia, Sardegna. I prefetti non possono vietare ai consigli comunali di fare propaganda contro le trivelle. Lo impone l'art 9 della Costituzione "La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". E l'art 32 "la Repubblica tutela la salute, fondamentale diritto dell'individuo e interesse della Collettività". E l'accordo di Parigi per la riduzione dell'effetto serra. 

Le trivelle non danno lavoro. La ricchezza dell'Italia è il turismo, la pesca, la produzione alimentare di qualità, la biodiversità , il patrimonio ambientale . Leggete i giornali che informano i cittadini. Non i giornali asserviti al Governo che tacciono sulle trivelle e sui danni. No alla TV silente e al servizio dei petrolieri.

In Croazia, contrariamente alle false notizie date da qualcuno, le trivellazioni non si fanno più , le compagnie petrolifere Austriache hanno rinunciato per le proteste ambientaliste. Tutto il petrolio e il gas Italiano se estratto basterebbe a soli 6 mesi di indipendenza energetica. l'Italia ha bisogno di alternative. Le somme che le compagnie petrolifere versano allo Stato corrispondono a circa 300 milioni di euro,  meno del costo del referendum. La pesca ha un gettito 20 volte superiore. Non c'è una sola buona ragione per trivellare i mari! Al contrario bisogna difenderli dall'inquinamento!

E' possibile che in Italia si verifichi un disastro come quello dell’estate 2010 nel Golfo del Messico, quando una piattaforma esplose liberando nell’oceano 780 milioni di litri di greggio, un disastro ambientale è possibile anche in caso di cattivo funzionamento di impianto oltre che per un attentato terroristico.

No al muro di silenzio e omertà di chi vuole distruggere il futuro.

Ferdinando Imposimato


mercoledì 16 marzo 2016

“Gertrude Bell. L’Occidente in Oriente” - Recensione




Il 14 marzo 2016, alla Sapienza, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità ha organizzato un convegno su Gertrude Bell -  “Gertrude Bell. L’Occidente in Oriente”   http://www.antichita.uniroma1.it/node/7805

Detto in sintesi, la Bell era una coltissima e intelligente archeologa che durante la I Guerra Mondiale servì nell’Ufficio Arabo, assieme a Lawrence, ovvero nei Servizi Segreti britannici. Detto in termini volgari, era una spia.
La Bell, come Lawrence, è una figura chiave per capire il Medioriente Moderno, particolarmente per via dei suoi intrallazzi con i Saud e con Feisal, principe Hashemita, al quale avevano promesso la guida di una grande confederazione araba, i cui territori erano invece già stati spartiti tra Inghilterra e Francia con gli accordi Sykes-Picot.

Insomma, ce n’era per parlare di cosa sta succedendo adesso. Invece l’impressione è stata che la consegna fosse quella di non parlare di attualità.

La stessa persona che ha introdotto il convegno, una docente del Dipartimento, faceva trasparire il suo nervosismo e disappunto per quel che sta avvenendo, ma poi si autoreprimeva sentenziando a) che non si sarebbe parlato di attualità, b) che non ci sarebbe stato dibattito e, anzi, se rimaneva tempo si sarebbe allungata la pausa caffè. Pazzesco.

Le quattro relatrici donne, purtroppo mi hanno deluso. A parte che tre leggevano mettendo a dura prova lo stato di veglia, tutte, tranne l’ultima, si mantenevano fedeli alla consegna e sfarfalleggiavano sull’esser donna, viaggiatrice instancabile assieme alle amiche sue e poliglotta e geniale archeologa della Bell, nonché fondatrice del Museo di Baghdad. Che poi questo sia stato deliberatamente e premeditatamente depredato dagli Unni statunitensi, non si è mai detto. Il dato politico sottolineato era la sua avversione per le suffragette. Un po’ poco per una signora chiamata da Churchill a fare il bello e il cattivo tempo in Medioriente, ad esempio alla Conferenza del Cairo del 1921 (di questo evento si è sottolineato solo che la Bell era l’unica donna e che Churchill chiamava i convocati “I 40 ladroni” - cinico, spudorato, ma vero).

Non me ne vogliano le amiche  e compagne donne, ma la cosa è andata così.

L’ultima relatrice, che parlava (o avrebbe dovuto) sul rapporto tra la Bell e Feisal, pur leggendo anch’essa, aveva anche cose interessanti da dire. E non sorprende, dato che la Bell si trovò ad inventarsi il Regno d’Iraq per sistemare il principe Feisal, un po’ innervosito dal rischiare di avere fatto la Rivolta Araba per nulla. Purtroppo la relatrice ha sprecato parte del tempo a sua disposizione per parlarci della famiglia di provenienza della Bell, delle sue fortune economiche e della perdita della madre. Il tutto per poter dire che forse la Bell coi suoi viaggi e la sua indipendenza personale (ma dipendenza professionale dall’Intelligence britannica) voleva sopperire alla prematura perdita della madre. Cosicché le cose importanti sono state dette in fretta e furia.

Notevole una relatrice che presa da simpatia per questa straordinaria donna l’ha promossa da spia a “diplomatica”.

Ben più interessante la relazione di un allievo (maschio) della professoressa Scarcia Amoretti (che dal canto suo non è certo una donna che sfarfalleggia ma dice invece cose molto importanti, intelligenti e fuori dal coro, cosa che testimonia che lo sfarfalleggiamento non è una caratteristica di genere ma culturale-politica). Parlava delle nuove forme di orientalismo (dopo le famose tesi di Edward Said). Interessante ma con un eloquio un po’ prolisso che ha finito per mangiare il tempo dell’ultima relatrice (anche grazie all’incapacità disciplinare della moderatrice).

L’intervento di gran lunga più interessante e centrato è stato quello del professor Paolo Matthiae, scopritore del sito di Ebla, veterano degli scavi in Siria, Libano e Palestina.

Senza autocensurarsi Matthiae ha fatto chiaramente capire la sua avversione per l’aggressione alla Siria e per la politica sionista. Il tutto commentato con una interessante spiegazione delle politiche di scavo (cosa ti fanno scavare e cosa no, cosa devi trovare e cosa no).

Sarebbe molto interessante organizzare un convegno facendo parlare i professori Matthiae e Scarcia Amoretti.

Piero 

martedì 15 marzo 2016

STOP VIVISECTION SOLLECITA LA COMMISSIONE EUROPEA AL CONFRONTO



Per la prima volta nella storia, Bruxelles ammette che il “modello animale” usato nella ricerca medica e tossicologica può essere messo in discussione. Secondo i promotori dell’Iniziativa dei cittadini europei Stop Vivisection  è una svolta storica, un’occasione capitale da non perdere.
Silvia Premoli
Liberazione Animale
 per LEAL
scripta.press@gmail.com
mob 328 0440 635


Comunicato: 

La Commissione Europea ha inviato a tutte le organizzazioni interessate al tema della sperimentazione animale - tra cui Stop Vivisection - un questionario elaborato da Eurl Ecvam (Laboratorio di riferimento/Centro europeo per la convalida dei metodi alternativi) sulla conoscenza e reperibilità delle metodologie alternative nei paesi dell’UE. 

Il Questionario di Eurl Ecvam - incentrato sul principio delle 3R che invita a ridurre, (reduce) perfezionare (refine) e sostituire (replace) l’uso di animali nella ricerca - non mette in discussione la validità scientifica della sperimentazione animale. Viceversa, secondo i firmatari dell’Iniziativa Stop Vivisection (1.173.131 cittadini di 28 paesi UE) è tempo che le istituzioni europee vogliano finalmente affrontare gli aspetti scientifici della questione. Una conferenza pubblica “per discutere della validità dei modelli animali” avrà luogo entro la fine dell’anno, secondo quanto dichiarato in una lettera che la Commissione Europea ha indirizzato ai promotori di Stop Vivisection il 17 dicembre 2015 (http://www.stopvivisection.eu/it/content/institutionalinitiatives#overl). 

Sarà un’occasione di capitale importanza per conoscere e valutare le argomentazioni scientifiche sia a favore sia contro la sperimentazione animale, e per promuovere una ricerca medica e tossicologica all’altezza del XXI secolo. In attesa di ulteriori dettagli su questa importante conferenza, ecco le nostre osservazioni sul questionario dell’Ecvam, quali illustrate in una lettera al vicepresidente della Commissione Europea Jyrki Katainen: Al Vice-Presidente della Commissione Europea Jyrki Katainen La ringraziamo per il Questionario che ha fatto pervenire agli organizzatori dell’ICE Stop Vivisection a nome del Laboratorio di riferimento dell’UE/Centro europeo per la convalida dei metodi alternativi (EURL ECVAM). Consideriamo anche noi importante identificare tutte le fonti di conoscenza utili per ridurre, perfezionare o sostituire (principio delle 3R) l’utilizzo di animali a scopo scientifico, per STOP VIVISECTION/ COMUNICATO STAMPA 1 capire fino a che punto tale conoscenza sia diffusa e come si potrebbe rimediare a eventuali lacune.

Tuttavia, a nostro avviso, il Questionario soffre di uno squilibrio di fondo perché non consente di mettere in luce le contraddizioni insite nel principio delle 3R. Nessuna domanda, infatti, sollecita i partecipanti a riflettere su alcune questioni cruciali, e cioè: - Come fare perché nella pratica vengano effettivamente adottati tutti i metodi che non fanno ricorso agli animali che risultano convalidati da EURL ECVAM e approvati dall’OCSE. Non ha molto senso sviluppare alternative in assenza di meccanismi legali o altre misure che portino al loro concreto utilizzo. A titolo d’esempio segnaliamo l’esistenza del test dell’attivazione monocitaria (MAT) in sostituzione del test dei pirogeni sul coniglio: per quale motivo in Europa si usano ancora 170.000 conigli all’anno dal momento che esiste questa metodologia alternativa di provata efficacia? - 

Come evitare che i termini “alternativo” e “sostitutivo” vengano considerati sinonimi dalla stragrande maggioranza del pubblico. Sfugge, infatti, ai più che circa l’80% delle “alternative” convalidate dall’EURL ECVAM dal 1992 ad oggi utilizzano tuttora animali o cellule animali, e che solo il 20% sono effettivamente “animal free”. EURL ECVAM deve essere a tutti gli effetti trasparente e rendere questi fatti accessibili al pubblico sul suo sito web. Quello attuale non è user-friendly. - Come far sì che il processo di convalida utilizzato da EURL ECVAM regga il passo con il progresso scientifico. Se ci vogliono in media 7 anni per convalidare un nuovo metodo sostitutivo, inevitabilmente esso risulterà datato - se non addirittura sorpassato - al momento della sua convalida. 

Perché non viene dato spazio, nel Questionario, alla discussione su altri paradigmi di convalida, a cominciare dal peso dell’evidenza (Weight-of-evidence)? - Come rendere chiari due concetti sui quali il pubblico, e talvolta persino gli addetti ai lavori, si confondono: “sostituzione assoluta” e “sostituzione relativa”. Russell e Burch (1959) distinguevano tra sostituzione relativa (per esempio l’uccisione umanitaria di un animale vertebrato per ottenerne cellule, tessuti oppure organi per studi in vitro), e sostituzione assoluta dov’era escluso l’uso di animali (per esempio, colture di cellule e tessuti umani). - Inoltre, in nessun punto del Questionario viene messa in discussione la validità del “modello animale”. 

E’ un’omissione tanto più sorprendente se si considera quanto sia progredito il sapere scientifico dal 1959 (anno in cui fu pubblicato il testo di Russell e Burch sul principio delle 3R) ad oggi. Le attuali conoscenze scientifiche, da quelle sul genoma umano alla biologia evolutiva e alla teoria della complessità, concorrono a spiegare per quale motivo un sistema evoluto complesso non può predire gli effetti di un farmaco o di una malattia in un altro sistema evoluto complesso. Per quale motivo il Questionario non invita i partecipanti a soffermarsi e commentare questo problema cruciale? Dopo tutto, il considerando n. 39 della Direttiva 2010/63/Ue afferma chiaramente: “E’ altresì di fondamentale importanza garantire, per ragioni sia morali che scientifiche, che ogni utilizzo di un animale sia attentamente valutato considerando la validità, l’utilità e la pertinenza scientifica o educativa del risultato che si prevede di ottenere da tale utilizzo. Basandoci su quanto sopra scritto, riteniamo che il Questionario rappresenti un’altra occasione perduta per ampliare il campo delle conoscenze e approfondire quanto potrebbe essere fatto per colmare le lacune esistenti.

Dr. Andre Menache (andre.menache@gmail.com) e Prof Gianni Tamino a nome dell’Iniziativa dei cittadini europei Stop Vivisection


lunedì 14 marzo 2016

USA. Tira un brutto vento... (di guerra)



Attualmente circolano con antipatica insistenza sui mass media di regime numerose voci e discussioni riguardo ipotetiche nuove guerre, che assomigliano peraltro tutte e ovunque patetiche dichiarazioni sull'aria fritta. Il tempo passa, e nelle dinamiche dell'epoca siamo passati da un presuntuoso tentativo di impero mondiale ad un pianeta nuovamente bipolare, sicché gli Usa, vertice decisionale del capitalismo occidentale, sono sempre meno in gradi di agire internazionalmente a modo loro. 

In Siria si sono definitivamente impantanati in un vicolo cieco senza uscita, dell'Iran neanche si parla più, riguardo la Libia si farnetica continuamente senza
organizzazione né piano né prospettive. Man mano che declina la capacità di intervento espansionista all'estero vengono progressivamente meno i profitti dell'economia di guerra, e le contraddizioni da affrontare si scaricano sempre di più all'interno dei confini. 


Ciò comporta che la destra americana sa di avere ormai esaurito i tempi d'oro, e di trovarsi di fronte ad un groviglio di gatte da pelare progressivamente sempre più problematiche e difficilmente risolvibili, dal momento che anche i cittadini americani
sono oltre un dato limite individui umani che si stufano quando vengono sistematicamente derubati e truffati. Pertanto tentano pubblicitariamente di distogliere l'attenzione mediatica prospettando guerre fattibili sempre di più solo sulla carta, tanto "governare è far credere", come accortamente osservava Machiavelli. 


Lo scopo di queste campagne di guerra, meramente propagandistiche, è strumentale
ricerca di consenso. Ma il cittadino medio percepisce sempre di più che il nemico è in casa nostra, perché non si chiama Libia né Siria bensì crisi economica indotta da classe politica corrotta, fraudolenta e traditrice. 


Il fatto che Obama possa permettersi di criticare pubblicamente come inutile, anzi fallimentare, l'infame guerra di Libia del 2011, assieme alla crescita di consensi per il candidato Bernie Sanders, un senatore che votò contro gli interventi militari e contro il Patriot Act, sono indici di lenta ma evidente emersione della parte critica dell'opinione pubblica Usa, che per forza di cose è destinata a crescere, di fronte ad una crisi capitalista che erode da troppo tempo la condizione della classe media. 

E nel frattempo, i mass media mainstream sono sempre più in affanno nel tentativo di
coprire le sterminate colpe della banda criminale Bush-Cheney-Rumsfeld-McCain-Clinton riguardo la creazione U$A di eserciti terroristici stranieri come Al Quaeda e I$I$. 


La guerra del Vietnam finì quando i membri del Congresso si resero conto di non
essere più in condizione di riuscire ad imporre tasse al popolo per coprire le spese di guerra. 
E' abbastanza verosimile che gli Stati Uniti stiano ora entrando in una fase interna molto simile a quella di allora. Va anche aggiunto che la delirante citazione di presunti "piani A, B, C, D....." di intervento in Libia o altrove è una pratica del tutto ridicola per la sua palese illogicità. 

In guerra i piani non si annunciano in pubblico, si eseguono a sorpresa. Quella cui siamo di fronte non è che pubblicità di quart'ordine, da piazzisti di saponette in crisi per gli invenduti non richiesti da nessuno. In breve, i politici di regime cercano di prendere per il culo la gente, distraendola e spaventandola fin che il gioco riesca, mentre si grattano la testa chiedendosi " e ora che cavolo facciamo?".

Vincenzo Zamboni