giovedì 1 dicembre 2011

Biospiritualità, come espressione di spiritualità naturale (o laica), nelle diverse fedi religiose e nel matrismo primitivo e moderno

"I tre incantesimi" Dipinto di Franco Farina

“La nostra anima nel profondo non ha mai smesso di dirsi "pagana"; basta solo ascoltarla con attenzione per capirlo. Il nuovo paganesimo non è affatto un concetto stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza: una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è estraneo ad essa”. (Alfonso Piscitelli)


La spiritualità della natura, o biospiritualità, è uno degli aspetti portanti della nuova consapevolezza ecologista profonda e bioregionale. Ma occore dire che la sacralità del creato è un aspetto riconosciuto anche in varie fedi religiose, persino nella fede cristiana, soprattutto nel misticismo (sia in quello primitivo che in quello francescano) in cui prevale la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale. In questo modo viene riconosciuta la bellezza del creato e la grandezza del Creatore.

Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur talvolta condannati come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai, oppure riconosciuti e facenti parte della tradizione come avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con i suoi aspetti magici, avendo sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando che erano persino vegetariani….

Il rispetto e l’adorazione della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo, tra l’altro questo sentimento panteista è alla base dell’exursus evolutivo della specie.

Ciò mi fa ricordare di una storiella, che amo spesso raccontare, sull’origine della specie umana. Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale. L’analisi del patrimonio genetico femminile presente nelle ossa lo dimostra inequivocabilmente… Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmie” (tali erano i maschi a quel tempo) dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo. E così avvenne conseguentemente nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia, la pazienza, la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc. Pregi che hanno portato la specie verso la condizione “intelligente” che conosciamo (o conosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta involutiva).

Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della spiritualità in senso religioso metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia) molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando, sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi ai credo monoteisti ed alla nuova fede del consumismo materialista. Ma quello che era stato scacciato dalla porta ora rientra dalla finestra, infatti la scienza sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.

All’inizio della civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e neolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste maschili e femminili, successivamente con i monoteismi patriarcali fu il maschile che divenne preponderante. Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario. Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica, questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione(maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente, che viene completato dall’aspetto femminile “Savitri” che è la capacità irradiativa dell’energia solare. E noi sappiamo che fra il fuoco e la capacità di ardere sua propria non vi è alcuna differenza.

Ma il filone biospirituale sta riacquistando forza anche nella moderna teologia cattolica, soprattutto attraverso la spinta di Teilhard De Chardin e Thomas Berry, quest'ultimo - considerato quasi un eretico dal vaticano- si è spinto ad affermare che la "passione del Cristo" in questa era è rappresentata da Madre Terra violentata ed offesa da uno sfruttamento denza limiti.

Comunque questi argomenti verranno meglio esaminati durante la manifestazione "Vita senza Tempo" che si svolge a Treia (Macerata), presso la sede del Circolo vegetariano VV.TT., dal 8 al 10 dicembre 2011. Siete invitati a partecipare.. (il programma è nella locandina).

Paolo D’Arpini




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Canto pagano di chi viaggia verso il Sé.

Ascoltatemi spiriti del Vento, essenze immortali che abitate nelle pieghe nascoste dell’aria, delle rocce, delle acque. Oso invocarvi e presentarmi dinanzi a voi per compiere il mio passaggio a cui mi preparo nel cielo di una notte d’estate, investito dal caldo mormorio dei grilli, inumidito dalla rugiada che bagna il muschio, stremato nel desiderio di correre verso un destino che mi avvolgerà come un non visto mantello….. da vincitore o da vinto io non so. Vorrò però essere ricordato come un uomo che ha provato a parlare con voi e da ciò apprendere la poca o molta saggezza che si può richiedere a un sorso d’acqua gelida, al fuoco notturno degli amici, al pianto solitario di un bimbo che accende la pianura di suoni che non le appartengono, ma che grata accetta, come il passo silenzioso del viandante che la rende sacra con l’amore del suo andare. (Simone Sutra)

mercoledì 30 novembre 2011

Torino: "Tibet, il padiglione per un paese che non c'è"



Ante scriptum di Gianni Donaudi: "...speriamo che tutto questo interesse per il Tibet( da parte di neo e post- ECCE BOMBI, radical-chic, impiegatucole & profie alla ricerca dell' "ILLUMINAZIONE", (ma basta comperare delle batterie in un negozio di elettricità!!!), non nasconda una campagna interventista dell'Accidente ameri/Kano per scatenare una guerra contro la Cina. Con questo non ho simpatia alcuna x i dirigenti cinesi. Ma guerre proprio NO!!!!!


Venezia-Torino: fine novembre 2011 - La Biennale termina a Venezia, ma prosegue a Torino e nel padiglione Italia che il suo curatore Vittorio Sgarbi ha voluto come "finissage" della kermesse veneziana con una selezione accurata di idee interessanti. Come quella relativa al Tibet. Lo avevamo definito il padiglione per un paese che non c'è, e Ruggero Maggi che lo ha ideato coinvolgendo diversi artisti, ha fatto proprio lo slogan.

Ora Padiglione Tibet sarà presentato all'interno di Padiglione Italia a Torino. Padiglione Tibet ha presentato il connubio tra Arte Sacra Tibetana ed Arte Contemporanea Occidentale. Durante i tre mesi della rassegna si sono alternate performances di teatro e di danza contemporanea ad interventi di monaci tibetani.
"Un Paese oppresso, la cui stessa cultura, la propria lingua rischiano di essere perdute per sempre. Un paese schiacciato da un altro popolo vicino, anch'esso ricco di fascino e mistero va narrato per il tentativo in atto di annichilirlo sia fisicamente che culturalmente (oltre che psicologicamente)" spiega Ruggero Maggi che descrive l'operazione come un sogno, una chimera che se non potrà, almeno per ora, trovare una collocazione ufficiale nelle carte geografiche per la semplice ragione che il Tibet non può essere riconosciuto come Paese sovrano, l'ha almeno trovata all'interno della Biennale stessa.

"Tutto ciò naturalmente a livello ufficiale" afferma "Ma io credo che il sistema arte debba opporsi a tutto questo, usando i mezzi e le possibilità che la sua stessa struttura le offre, rompendo gli schemi ed il muro di silenzio che da troppo tempo sta rendendo vano ogni tentativo di aiuto al popolo tibetano. Mi piace definire questo progetto come un evento parallelo alla Biennale stessa in quanto entrambe le iniziative (scusate per questo abbinamento alla Davide e Golia!) viaggiano appunto su binari paralleli, senza mai potersi incontrare, naturalmente finché il Tibet non venga riconosciuto ufficialmente come nazione".

Durante la Biennale Veneziana sono state presentate installazioni multimediali site-specific dedicate al Tibet ed una grande rassegna di opere realizzate direttamente sulla KHATA, la tipica sciarpa che in Tibet i monaci usano come forma di saluto.
"Non mi illudo: so benissimo che questo mio progetto sarà solo una piccola goccia" aveva detto Maggi alla vigilia, ma si era detto ottimista. E ha fatto bene. La sua speranza che il padiglione potesse contribuire a qualcosa in termini di informazione, è stata ben riposta. "Volevo far traboccare il vaso colmo di indifferenza che, per ragioni inesplicabili, si è creato intorno alla tragedia di questo meraviglioso paese dalle metafisiche vette. Ogni padiglione nazionale è per sua stessa natura un grande contenitore d'arte.....mentre Padiglione Tibet è già Arte nella sua concezione".

Gli artisti che allo Spazio Art&fortE LAB c/o Palazzo Cà Zanardi in Cannaregio a Venezia, hanno concorso all'idea di Maggi sono stati: Dario Ballantini, Piergiorgio Baroldi, Donatella Baruzzi, Luisa Bergamini, Rosaspina B. Canosburi, Nirvana Bussadori, Capiluppi Silvia, Angela Maria Capozzi , Tamding Choephel , F. Romana Corradini, Marzia Corteggiani, G. Luca Cupisti, Teo De Palma, Anna Maria Di Ciommo, Laura Di Fazio, Marcello Diotallevi, Luigi Filograno, Roberto Franzoni, Fernando Garbellotto, Ferruccio Gard, Annamaria Gelmi, Luciano G. Gerini, Isa Gorini, Franca Lanni - Renata Petti, Bruno Larini, Pino Lia - Celina Spelta, Oronzo Liuzzi, Ruggero Maggi, Fabrizio Martinelli, Gianni Marussi - Alessandra Finzi, Renato Mertens, Simona Morani, Paolo Nutarelli, Clara Paci, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Tiziana Priori, Antonella P. Giurleo, Dorjee Sangpo, Sergio Sansevrino, Roberto Scala, Gianni Sedda, Roberto Testori, topylabrys, Micaela Tornaghi, Monika Wolf.

Li ritroveremo tutti a Torino al Padiglione Italia torinese dove il progetto multimediale di arte visiva a cura di Ruggero Maggi vedrà esposte anche le opere realizzate da artisti contemporanei direttamente sulle khata, le tipiche sciarpe che in tibet i monaci usano come forma di saluto. "La dignità di un popolo può essere evidenziata anche attraverso un progetto artistico. Ogni padiglione nazionale è per sua stessa natura un grande contenitore d'arte.....mentre padiglione Tibet è già arte nella sua concezione", commenta soddisfatto Maggi.

Progetto curato da Ruggero Maggi

martedì 29 novembre 2011

Autonomia politica e monetaria - "Denaro ... quanto poco vale senza gold standard" - Parola di Richard W. Rahn

so' amarene amare per i banchieri...


I principali governi del mondo sono in procinto di abbattere il valore del denaro detenuto dai loro cittadini. Segno di una crisi economica e monetaria che è giunta al suo apice... Alcuni economisti affermano che l'unico modo per sanare la malattia che ha stravolto l'autonomia degli stati e gli scambi commerciali è il ritorno alla sovranità monetaria gestita direttamente attraverso l'emissione di cartamoneta garantita dai vari Ministeri del Tesoro nazionali, e contemporaneo ripudio definitivo della sudditanza alle banche private che oggi emettono moneta senza controvalore alcuno.
Anche io ritengo che questo sia un giusto percorso... forse però troppo in anticipo con i tempi.. ed allora quanto espresso qui di seguito dall'analista americano Richard W. Rahn potrebbe essere un punto di transito verso la sovranità monetaria nazionale. Nella proposta di ritorno alla convertibilità della moneta in oro non credo ci sia alcunché di nuovo. Ma quel che conta è il recupero della vera sovranità politica degli stati che dovrebbero attuare una sana politica economica. Il tema è stato più volte dibattuto. Ora, secondo me, siamo in presenza di una sorta di malattia genetica che è stata innescata da un virus da laboratorio e nessuno sa bene cosa fare. Tra la’tro la classe dirigente borghese – non solo in Italia – non brilla di luce propria: professori e direttori di industria o di banca lo si diventa (spesso) per meriti non di ricerche e serietà professionale, ancor di meno etica (che non è proprio prevista in alcun concorso!). In più, lo studio che fornisce una oggettiva visione (http://paolodarpini.blogspot.com/2011/11/giogo-senza-speranza-strozzinaggio.html) – ribadisco OGGETTIVA – rappresenta un punto di partenza per dire: ma se la ricchezza è diretta da poche entità, come mai succede tutto questo? Forse (è una teoria) perché ci si vuole “sgrullare” di dosso un po’ d’acqua? Forse che si vuole ricomprare a 10 quello che si è venduto a cento?
Non voglio andare oltre nelle evocazioni fantapoliticoeconomiche e passo al "mediocre" (nel senso di mediano) intervento di Rahn...

Paolo D'Arpini


Il 16 novembre u.s. il Cato Institute ha ospitato, come ogni anno, la sua Monetary Conference. Tra i relatori, alcuni funzionari di vertice della Federal Reserve e accademici esperti in campo monetario, think tanks e istituzioni finanziarie. C’è stata una convergenza unanime sul fatto che il sistema monetario mondiale è in grave pericolo, cosa che è ovvia a chiunque si tenga aggiornato. È più facile osservare il problema che trovare una soluzione.

Gli economisti definiscono la moneta come dotata delle seguenti caratteristiche:
Un’unità di conto, che significa che per mezzo di essa possiamo definire il valore dei beni e dei servizi;
Un mezzo di scambio, che significa che gli altri accetteranno i tuoi soldi (per esempio U.S.D.) in cambio di merci e servizi;
Un deposito di valore, che significa che la moneta mantiene il proprio valore intrinseco.

Dal 1914, inizio del sistema della Fed, il dollaro americano è risultato un pessimo deposito di valore.

Oggi un dollaro vale appena un ventiduesimo di quanto valeva nel 1913 e solo meno di un quarto del valore che aveva ancora nel 1971, quando gli Stati Uniti recisero ufficialmente l’ultimo legame del dollaro all’oro. Nonostante ciò, in tutto il mondo si continua ad acquistare la valuta americana, in quanto appare meno soggetta all’inflazione rispetto alla maggior parte delle altre valute più importanti. Al momento il dollaro sta perdendo valore a un tasso di circa il 4% all’anno.

L’inflazione si verifica quando la banca centrale – la Fed negli Stati Uniti o la Banca Centrale Europea in Europa – emette moneta a un ritmo più elevato di quello con cui aumenta la fornitura di beni e servizi. I cambiamenti nella velocità con cui le persone spendono il denaro (che gli economisti indicano come cambiamenti nella velocità del denaro) influenzano anche l’inflazione nel breve termine. Se le persone conservassero il denaro anziché spenderlo, l’inflazione scenderebbe e viceversa.

La Banca Centrale può controllare la quantità di moneta ma non le variazioni di velocità. Negli Stati Uniti, la velocità ha subito un forte abbassamento perché i regolatori hanno elevato i parametri per la concessione di prestiti, quindi, in molti casi, le banche non possono più concedere neanche quei prestiti che, a loro giudizio, sarebbero opportuni. Inoltre, i regolatori hanno aumentato la quantità di riserve che le banche sono tenute a mantenere. Il risultato è che, anche se la Fed ha aumentato rapidamente la quantità di moneta, molta di questa è trattenuta nelle banche piuttosto che destinata a nuovi investimenti o consumi. Ciò nonostante, l’aumento di emissione di moneta è stato superiore rispetto a quello di nuovi beni e servizi; di qui l’attuale inflazione.

Alle democrazie è connaturato un difetto intrinseco: è abbastanza normale che i regimi democratici cerchino di usare la politica per trasferire la ricchezza da alcuni soggetti ad altri. Questo porta a livelli controproducenti di spesa pubblica. Nel contempo, alle persone non piace pagare le tasse. Dunque, i politici tendono a spendere più di quanto frutti la riscossione delle imposte e questo eccesso di spesa è finanziato dalla vendita di titoli di Stato. In un regime di gold standard classico, le vendite di titoli di stato da parte del governo era limitata dalle riserve di cui disponeva lo stato, oltre che dalla quantità di oro che, a giudizio degli acquirenti di obbligazioni, le autorità pubbliche avrebbero potuto comprare con il gettito fiscale previsto se ciò si fosse reso necessario.

Oggi, quasi tutto il denaro emesso dagli stati è "moneta per decreto" (fiat money), ossia non esiste alcun bene reale esplicitamente a garanzia della moneta, come l’oro, se non la quantità di beni e servizi reali che il governo può obbligare i cittadini a pagare attraverso il fisco o altri mezzi. Il problema della "moneta per decreto" è che non c’è limite alla sua emissione da parte dello stato. Di conseguenza, la storia dimostra che le "monete per decreto" alla fine si svalutano attraverso un eccesso di emissione e il loro valore nominale aumenta vertiginosamente.

Tre anni fa, la svalutazione della valuta in Zimbabwe raggiunse un punto in cui lo stato stampava banconote del valore di ben 100.000 miliardi di dollari che, in effetti, non avevano quasi alcun valore. A quel punto gli abitanti dello Zimbabwe hanno cercato di convertire il più rapidamente possibile i loro soldi in dollari americani o in altre valute forti e il sistema finanziario dello Zimbabwe è crollato.
Sembra che le classi politiche in Europa, negli Stati Uniti e persino in Cina non siano disposte a riportare la spesa pubblica al livello che può essere sostenuto dalle loro economie.

Così, aumenterà la pressione sulle banche centrali per coprire sempre più debito stampando moneta, operazione definita con l’ingannevole eufemismo "alleggerimento quantitativo" (quantitative easing). Quando una banca centrale emette più denaro per comprare buoni del Tesoro, che si tratti di titoli greci o italiani, nel caso europeo, o titoli statunitensi, non viene generata alcuna nuova ricchezza. tutto quello che si ottiene è ridurre il valore monetario reale della ricchezza esistente (di fatto si tratta di un’imposta patrimoniale occulta). A un certo punto ne deriveranno livelli di inflazione politicamente insostenibili o la stagnazione economica. Questo costringerà a una massiccia contrazione monetaria oppure al ritorno al gold standard o a qualche altra copertura reale per il denaro.

Gli Stati Uniti possiedono più di 8.000 tonnellate d’oro, con un valore corrente pari a quasi un 500 miliardi di dollari, che sarebbe sufficiente per passare ad una forma di regime aureo. Il gold standard non è un rimedio per tutti i mali, ma è di gran lunga migliore di un indisciplinato sistema di "fiat standard".
La vera soluzione al dilemma monetario è che i governi cedano il monopolio dell’emissione di moneta e consentano una libera concorrenza che stabilisca chi produce il miglior denaro. Se menti innovative come quelle di Thomas Edison e Steve Jobs fossero state libere di generare ricchezza reale ("denaro vero"), credo che molti dei nostri problemi monetari sarebbero diventati cimeli del passato.

Richard W. Rahn

(Senior fellow del Cato Institute e presidente dell’Institute for Global Economic Growth)


Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Washington Times del 22 novembre 2011. Tratto dal sito dell’IBL (Istituto Bruno Leoni di Torino)

lunedì 28 novembre 2011

Se incontri il Buddha per strada uccidilo... o per lo meno sputagli in faccia....

Curiosità di monaci buddhisti a Sri Lanka


Il Buddha era seduto sotto un albero a parlare ai suoi discepoli.

Arrivò un uomo e gli sputò in faccia. Egli si asciugò, e chiese all’uomo, “E poi? Cosa vuoi dire dopo?” L’uomo era un po’ perplesso perché non si aspettava che, dopo aver sputato sul volto di qualcuno, gli si chiedesse: “E poi?” Non era mai successo in suo passato. Aveva insultato persone e loro si erano arrabbiati, avevano reagito.

Ma Buddha non è come gli altri, non si è arrabbiato, né in alcun modo offeso. Ma ha detto semplicemente: “E poi?”

Non c’è stata alcuna reazione da parte sua. I discepoli del Buddha si arrabbiarono, reagirono. Il suo discepolo più vicino, Ananda, disse, “Questo è troppo, e non lo possiamo tollerare. Deve essere punito per questo.

In caso contrario tutti potranno iniziare a fare cose come questa. Buddha disse: “Tu taci. Non mi ha offeso, ma sei tu ad offendermi. Lui è nuovo, un estraneo. Deve aver sentito dalla gente qualcosa di me, che questo uomo è un ateo, un uomo pericoloso che sta gettando la gente fuori dal loro sentiero, un rivoluzionario, un corruttore. E in lui potrebbe essersi formata una qualche idea, un concetto di me. Egli non ha sputato su di me, lui ha sputato sulla sua nozione. Ha sputato sulla sua idea di me, perché lui non mi conosce affatto, così come può sputare su di me?“ Se ci pensi profondamente”

Buddha disse “ha sputato sulla propria mente. Io non sono che parte di lui, e posso vedere che questo povero uomo deve avere qualcos’altro da dire perché questo è un modo di dire qualcosa. Sputare è un modo di dire qualcosa. Ci sono momenti in cui senti che il linguaggio è impotente: nell’amore profondo, nella rabbia intensa, nell’odio, in preghiera. Ci sono momenti intensi in cui il linguaggio è impotente. Poi si deve fare qualcosa. Quando si è arrabbiati, profondamente arrabbiati, si colpisce la persona, ti sputano addosso, lui sta dicendo qualcosa. Lo posso capire. Deve avere qualcosa di più da dire, è per questo che sto chiedendo, “E poi?”.

L’uomo era ancora più perplesso! E Buddha disse ai suoi discepoli: “Sono più offeso da voi perché voi mi conoscete, e avete vissuto per anni con me e ancora reagite.

”Perplesso e confuso, l’uomo tornò a casa. Non riuscì a dormire per tutta la notte. Quando vedi un Buddha, è difficile, impossibile dormire nello stesso modo in cui dormivi prima. Più e più volte era ossessionato da questa esperienza. Non riusciva a spiegare a se stesso, quello che era successo. Egli era tutto tremante e sudato. Non aveva mai incontrato un uomo così, lui aveva mandato in frantumi la sua mente e il suo intero modello, tutto il suo passato.La mattina dopo era di nuovo lì. Si gettò ai piedi di Buddha.

Buddha gli chiese ancora: “E poi? Anche questo è un modo per dire qualcosa che non si può dire con il linguaggio. Quando arrivi e tocchi i miei piedi, stai dicendo qualcosa che non si può dire, perchè tutte le parole diventano un po’strette.”

Poi aggiunse: ”Guarda, Ananda, questo uomo è di nuovo qui, sta dicendo qualcosa.
Questo uomo è un uomo di profonde emozioni”.

L’uomo guardò il Buddha e disse: “Perdonami per quello che ho fatto ieri”.

Buddha disse: “Perdonarti? Ma io non sono lo stesso uomo a cui hai sputato ieri. Il Gange continua a scorrere ma non è mai il Gange di prima. Ogni uomo è un fiume. L’uomo che sputa non è più qui. Non vedo proprio nessuno come lui, ed io non sono la stessa cosa… tanto è successo in queste 24 ore! Il fiume ha scorso così tanto. Quindi non posso perdonarti perché non ho nessun rancore contro di te.

“E anche tu sei nuovo. Vedo che non sei lo stesso uomo che è venuto ieri, perché quell’uomo era arrabbiato e lui ora, si sta chinando ai miei piedi, tocca i miei piedi. Come può essere lo stesso uomo? Tu non sei lo stesso uomo, quindi cerchiamo di non pensarci più. Queste due persone, l’uomo che ha sputato e l’uomo su cui sputare, entrambi non ci sono più. Vieni più vicino. Parliamo di qualcos’altro“.


Original Page: http://www.stampalibera.com/?p=35924

domenica 27 novembre 2011

Giogo senza speranza - Strozzinaggio bancario e svendita dei beni dello stato

Alegher.... Dal mare (napoletano) ai Monti (piemontesi)


Strozzinaggio - Alla televisione e sui giornali continuano a parlare di sacrifici per la crescita, giustizia sociale e salvezza dell'Europa... in verità il popolo appecoronato soffre e paga in tutto e per tutto ciò che chiedono gli strozzini...

Ad esempio Attilio Befera amministratore ...delegato (dai vampiri) agenzia delle entrate equitalia percepisce 456.733 Euro di stipendio annuo, come dire: "pagato per rapinare". I media oramai non danno più informazioni ma opinioni mettendo in risalto quello che gli interessa con tecniche insegnate all'università! L'unico spazio che sembra ancora abbastanza libero è il web. Per quanto ancora?" -

E continua:

Industrie strategiche italiane in svendita, come avessero appeso fuori dalla porta il cartello “Saldi di fine stagione”.

Finmeccanica con le inchieste in corso, scrive MF, capitalizza meno di 1,8 miliardi. Enel e’ sotto i 30 miliardi, Eni ne vale meno di 60. Insomma, per un big straniero liquido e con un po’ di audacia, portarsi a casa il fior fiore delle aziende di Stato potrebbe essere un gioco da ragazzi. L’ultimo baluardo rimasto, dopo la cancellazione delle norme anti-scalata introdotte dopo il crack Lehman dal governo Berlusconi, e’ la golden share. Anche l’ultima muraglia, però, potrebbe presto cadere. L’Ue ha deciso di deferire alla Corte di giustizia l’Italia per i diritti speciali riservati al Tesoro nelle aziende strategiche. Ma non lo fara’ subito. Bruxelles ha deciso di dare ancora un mese di tempo a Roma per cambiare le norme, poi scattera’ la procedura d’infrazione. La questione e’ delicata e l’argomento sara’ affrontato oggi da Mario Monti e dal commissario al mercato interno, il francese Michel Barnier. Il premier italiano ha affermato che andra’ incontro alle richieste dell’Ue. Fino a oggi il governo italiano ha sempre resistito al pressing europeo. red/lab

Dopo aver lasciato lo stato “in mutande” gli ex di Goldman Sachs guardano al colosso energetico. Ora che un dirigente della Goldman Sachs guida la Banca d’Italia e un consulente della Goldman Sachs si prepara a guidare il governo delle sinistre vogliamo che lorsignori lo sappiano: li teniamo d’occhio. Siamo noi, il popolo italiano, i loro datori di lavoro: se li vedremo obbedire di nuovo a Goldman Sachs lo denunceremo con tutti i mezzi. Perché le loro passate azioni non ci lasciano tranquilli. Queste azioni sono già state raccontate, ma vale la pena di metterle in luce più chiara.

Tutto comincia nel settembre 1992, quando il finanziere americo-ungaro-israeliano George Soros lancia un attacco speculativo contro la lira. Carlo Azeglio Ciampi è capo di Bankitalia. La sola cosa che dovrebbe fare sarebbe una telefonata alla Banca Centrale tedesca (Bundesbank), la più potente d’Europa e chiedere: mi sostenete? Ossia: siete disposti a spendere centinaia di milioni di dollari per acquistare lire, sostenendo il corso della nostra moneta? Se quelli rispondevano di no, ogni difesa era inutile, perché impossibile, dato che Soros usava l’effetto-leva dei derivati: per ogni dollaro che puntava, era come ne puntasse cento. Bankitalia, a quel punto, doveva fare solo una cosa: lasciare fluttuare la lira ai venti della speculazione. Invece Ciampi “difende” la lira da solo: dilapidando 48 miliardi di dollari in valuta estera e prosciugando le riserve valutarie di Bankitalia.
E come previsto la manovra non riesce. La lira si svaluta del 30%. Ciò significa che da quel momento, gli stranieri che vogliono acquistare le industrie di stato e parastato italiane, potranno pagarle il 30% in meno. La preparazione alle svendite era già avvenuta. Il panfilo “Britannia” della regina d’Inghilterra era apparso davanti a Civitavecchia (2 giugno 1992), per dettare le condizioni delle privatizzazioni. Il “Britannia” era carico di finanzieri della City, delegati dei Warburg, dei Baring, dei Barclays: costoro convocano sul Britannia (ossia su suolo inglese) esponenti di spicco dell’Iri, dell’Eni, dell’Agip, della Comit, di Assicurazioni Generali e, come si sa, Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, dipendente pubblico italiano. Draghi scende prima che il “Britannia” prenda il largo diventando suolo inglese ma ha il tempo di fare un discorsetto in cui approva l’urgenza di privatizzare per sottrarre le industrie di Stato alla politica. Fatto sta che, sceso Draghi, i finanzieri di Londra si dividono, come al mercatino dell’usato, i gioielli dell’economia italiana. E si profilano altri sconti.

Difatti, di lì a poco, sale al governo Giuliano Amato: anche lui un coccolino dei “poteri forti” finanziari internazionali. Basta a indicarlo il fatto che Amato, braccio destro di Bettino Craxi, viene miracolosamente esentato dalla bufera di Tangentopoli. In quel frangente, guarda caso, l’agenzia Moody’s – di punto in bianco, e senza che sia accaduto nulla di nuovo – “declassa” l’Italia, mettendola fra i paesi a rischio d’insolvenza.

Risultato: lo Stato deve pagare interessi più alti sui Buoni del Tesoro, se vuole che qualcuno glieli compri. Lo Stato si dissangua; e poiché subito Soros lancia la speculazione sulla lira, tutto peggiora. È una manovra concertata fra Moody’s, Soros e i suoi banchieri di riferimento (Rotschild)? Io penso di sì. Ricordo un fatto degno di nota: fra i più accaniti speculatori contro la lira nella fase iniziale dell’attacco di Soros, si segnalano Goldman Sachs e Warburg. Quei Warburg che poi “consigliano” al governo italiano di rivolgersi a Goldman Sachs per gestire le privatizzazioni.

E così l’alta finanza internazionale si sceglie i gioielli di stato, con calma, soppesandoli come la massaia che compra i peperoni al mercato. Perché costano poco: le privatizzazioni 93-94 renderanno allo stato solo 26 mila miliardi; Ciampi da solo, nella sua inutile “difesa della lira”, ha speso il doppio (denaro pubblico, di noi contribuenti). Tutti ci commuoviamo quando il nonno d’Italia ci esorta ad aver fiducia nella Patria. Chissà se ha sventolato il tricolore anche nella riunione del Bilderberg del 22-25 aprile 1993, che si riunì in Grecia e aveva il tema Italia all’ordine del giorno. Non lo sappiamo perché la riunione, come sempre, fu a porte chiuse. Certe fonti danno presente Ciampi a quella riunione, ma non ne siamo sicuri, e non possiamo esserlo, data la segretezza che le circonda. Erano presenti, si dice, anche Gianni Agnelli coi suoi fidi: Mario Monti, Antonio Meccanico, Tommaso Padoa Schioppa, Renato Ruggero. Patrioti anche loro. Ma di quale patria?

Il fatto è che, dopo quella riunione del Bilderberg, Ciampi fa una mossa delle sue: “internazionalizza” il debito pubblico italiano, fino a quel momento prevalentemente interno. È una scelta grave e non necessaria. All’epoca gli italiani, coi loro risparmi, comprano volentieri i Bot. Per lo Stato, è un vantaggio enorme: perché s’indebita coi suoi cittadini (a cui può chiedere “sacrifici”, ossia di pazientare a farsi pagare gli interessi) e nella sua moneta, la lira, che può stampare a volontà. Invece, Ciampi offre i Bot sui mercati finanziari esteri. Dove gli interessi dovrà pagarli in dollari, ossia in una valuta su cui non ha il controllo e che non può stampare quando vuole. Di fatto, mette il debito italiano nelle mani della grande finanza – le solite Goldman Sachs, Warburg, Barclays – e alla mercè delle “valutazioni” delle agenzie cosiddette “indipendenti” come Moody’s. La mossa di Ciampi riduce l’Italia nella situazione di un paese del terzo mondo; e senza alcuna necessità.

Ecco la storia passata. Per questo dico: teniamoli d’occhio, i lorsignori che tornano al comando dell’Italia Questi vogliono ancora svendere qualcosa. Che cosa? Alcune fonti ci dicono: l’Enel, ma soprattutto l’Eni. S’intende, i due nostri relativi colossi sono già stati privatizzati. Ma, soprattutto l’Eni, non fa ancora del tutto gli interessi anglo-americani che nel settore dell’energia mirano ad accaparrarsi la disponibilità diretta delle fonti petrolifere, e mettere sotto controllo unico gli attori secondari nel gran mercato del greggio e del gas.

L’hanno provato a fare con il petrolio russo: crollo organizzato del rublo, deficit alle stelle, un Boris Eltsin ben felice di vendere le vecchie imprese sovietiche a qualunque prezzo. Fu così che i Rotschild prestarono a un piccolo avventuriero russo, Khodorkovski, i soldi per comprare a prezzi da usato la Yukos. Ora che Vladimir Putin si è ripreso la Yukos e fa una “propria” politica nazionale energetica con la sua Gazprom, gli anglo-americani cercano in tutti i modi di isolare la Russia. La presenza di aziende relativamente autonome come l’Eni ostacola questo processo di soffocamento.

Occhio a lorsignori. Italiani di destra e di sinistra, di centro e di sotto e di sopra: teniamoli d’occhio noi, perché non c’è nessun altro che faccia gli interessi italiani.

Paolo D'Arpini

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Commento ricevuto:

Se il popolo è coglione cosa ci vuoi fare vuol dire che sarà un popolo coglione sovrano!!! caro Paolo non hai idea della rabbia che abbiamo ma questo sono "anche" gli italiani!!! e magari fosse solo ENI ENEL FINMECCANICA arriveranno a disporre del culo nostro a loro piacimento!!! Con rabbia.
G. Turrisi





Fonte: Economia - Allarme scalate sui gioielli di Stato (MF)

sabato 26 novembre 2011

Morale ed etica del piangere addosso a un cavallo.. di Nietzsche



"Morale" ed "etica" rimandando a termini (latini e greci) che indicano i costumi, differenti da popolo a popolo e transeunti; insieme, la sovrastruttura ideologica – esattamente nel senso marxiano – che su di essi viene codificata. Di qui la critica, fin troppo semplice, che di questi concetti è stata fatta (per esempio da Nietzsche).

Essi, in realtà, sono inadeguati o del tutto parziali a giudicare il senso della questione.

E, en passant, ribadisco come la dichiarazione stessa di appartenenza al genere Homo sapiens e degli eventuali tabù correlati sia TUTTA CULTURALE, cioè accidentale, empirica, non sostanziale(1). Potremmo rifarci a comunità umane le cui usanze e leggi hanno ritenuto inammissibile l’abuso e la reificazione, da parte dell'uomo, degli animali non umani (così come, più in generale, della natura).

Ciò non "dimostrerebbe" ancora nulla dal punto di vista filosofico, perché ad esse si potrebbero contrapporre quelle di tante altre nel corso della storia (oltre a tutto la maggioranza). Paradossalmente, è la psicologia applicata alla "giustizia", concetto cardine, a tutte le latitudini, di ogni etica, che a mio parere meglio consente di intravedere la soluzione. Qui è forse utile una breve digressione storica sull'idea stessa di "giusto" e "ingiusto". L'esigenza di ristabilire l'equilibrio infranto la ritroviamo fin dalla più remota antichità e l'antichità della giustizia ebbe generalmente una concezione naturalistica.

Dai pitagorici, che consideravano il numero come simbolo dell'armonia cosmica e le azioni umane come riflesso di questa sulla terra e nel numero elevato al quadrato vedevano l'espressione teorica più pura della giustizia (equità e parità: distribuzione e retribuzione "pari per pari"); a Platone che la riteneva, piuttosto che un concetto astratto, un'entità reale, un'ipostasi, la virtù capace, all'interno e fuori dell'individuo, di produrre l'armonica concordanza fra le tre parti (razionale, irascibile, concupiscibile) dell'anima, così come fra le tre classi sociali che nella sua visione ad esse corrispondono; ad Aristotele che si riferiva (per primo) alle idee di uguaglianza e di "giusto mezzo", per cui la virtù consiste nell'armonia e nell'equidistanza che "media" tra l'eccesso e il difetto(2); agli stoici che ritenevano i rapporti umani regolati da una vera e propria "legge naturale", che come Provvidenza guida e governa il mondo; ai romani che questa stessa legge chiamarono "diritto delle genti".

E' solo con il torvo avvento del cristianesimo che si affaccia e impone una concezione "spiritualistica" della giustizia, in base alla quale il suo fondamento non è più la legge naturale, ma la "volontà di Dio", secondo i suoi imperscrutabili disegni.

"Giusto" è ciò che Dio vuole, secondo S. Agostino, giusto è l'uniformarsi a quella volontà senza volto. La "norma" diviene il comandamento di Dio e l'ossequio ad esso il primo, anzi l'unico, dovere. Interpretato e amministrato, come ben sappiamo, dalla nera pretaglia. Ma torniamo alla psicologia.

Chiediamoci cosa muova l'animo e il comportamento di chiunque (di un pigmeo, di un hawaiano, di un boscimane, di un finnico, di noi stessi) alla vista o anche alla semplice considerazione di un'ingiustizia palese; oppure, più specificamente e più in generale, quale sia il motivo vero del nostro prendere partito per la "rivoluzione", per la distruzione e il superamento di quest'ordine sociale.

Perché diavolo, ab ovo, ci appare intollerabile lo sfruttamento di fabbrica, quell'automatico, materialissimo prelievo-"furto" del plusvalore su cui tutta la baracca fantasmagorica del capitale si regge e prospera fino al delirio, fino alla pura astrazione? Non ci sembra forse, innanzi tutto e irrevocabilmente, "ingiusto"?…

Al proposito, nelle nostre reazioni dirette, non conta un bel nulla il pensiero che si tratti di una forma sociale storicamente "superiore"! (sai quanto ce ne può sbattere se il sangue lo succhia un vecchio padrone o un modernissimo "operatore" in camice bianco!... quello che conta è che in un batter d'occhio ti ritrovi carcassa, vuoto a perdere)... E così è PER TUTTO. Anzi, si può dire che le azioni che noi stessi sentiamo come più degne riguardano SEMPRE la lotta contro qualcosa che ci appare iniquo, ancor di più se esse vanno oltre il misero recinto del nostro ego (quello di Stirner, in fondo, è solo un equivoco idiosincratico).

E in tale categoria, rientra perfettamente, a ben vedere, anche tutto ciò che riteniamo falso e laido.

Nietzsche pensava che la molla del "socialista", dell'"anarchico", eredi ed esecutori testamentari, ai suoi occhi, del nichilismo cristiano, fosse il risentimento e l'invidia mortale – nei confronti dei forti, dei ben formati, dei baciati dagli dei. Molto di quel che storicamente gli è seguito parrebbe confermarlo. E tuttavia la necessità di questa rivolta, se egli avesse potuto astrarsi dalla sua stessa condizione sociale (quella di un aristocratico crepuscolare), se fosse uscito all'aperto, nel grande mondo cangiante, penso che anche ai suoi occhi sarebbe apparsa sotto altra luce... Figurarsi!... l'occhio di Nietzsche, il più cristallino, implacabile, sincero, GIUSTO!...

Per quanto mi riguarda, l'ultima sua immagine, quella più veritiera è la, nella piazza di una Torino stupefatta, abbracciato in pianto convulso a un cavallo...

Joe Fallisi



NOTE

(1) A semplice mo' di esempio. Per il cittadino texano un bimbo di una città qualunque della baraccopoli planetaria non "vale" pressocché nulla – se non, eventualmente, come potenziale lavoratore semi-schiavo o futuro consumatore o persino come deposito d’organi – in confronto a un pargolo (della classe medio-alta) di Houston. I due appartengono a "specie" diverse (sempre più nei fatti) e ciò che li apparenta nell'ideologia è puro costrutto mobile culturale.

(2) Per Aristotele la giustizia (da lui distinta in g. distributiva e g. commutativa) è la virtù etica per eccellenza, fra tutte la più elevata e che tutte comprende e coordina. Essa è solo "riferita ad altro", tende cioè a realizzare non tanto il bene del singolo che la esercita, quanto piuttosto il bene di tutti e di ciascuno, e richiede, per essere tale, l'intenzione deliberata e consapevole della volontà. Distinguendosi in ciò dalla mera legalità e dalla consuetudine.

venerdì 25 novembre 2011

Enel, Eni, Finmeccanica… i gioielli dati via alle banche UE come “Saldi di fine stagione” – E Monti Mario, detto il bancario, se la ride

Mostro bancario all'opera...

"Cornelia perde i suoi gioielli... Fine della libertà di pensiero e d'azione" (Saul Arpino)

Industrie strategiche italiane in svendita, come avessero appeso fuori dalla porta il cartello “Saldi di fine stagione”.

Finmeccanica con le inchieste in corso, scrive MF, capitalizza meno di 1,8 miliardi. Enel e’ sotto i 30 miliardi, Eni ne vale meno di 60. Insomma, per un big straniero liquido e con un po’ di audacia, portarsi a casa il fior fiore delle aziende di Stato potrebbe essere un gioco da ragazzi. L’ultimo baluardo rimasto, dopo la cancellazione delle norme anti-scalata introdotte dopo il crack Lehman dal governo Berlusconi, e’ la golden share. Anche l’ultima muraglia, pero’, potrebbe presto cadere. L’Ue ha deciso di deferire alla Corte di giustizia l’Italia per i diritti speciali riservati al Tesoro nelle aziende strategiche. Ma non lo fara’ subito. Bruxelles ha deciso di dare ancora un mese di tempo a Roma per cambiare le norme, poi scattera’ la procedura d’infrazione. La questione e’ delicata e l’argomento sara’ affrontato oggi da Mario Monti e dal commissario al mercato interno, il francese Michel Barnier. Il premier italiano ha affermato che andra’ incontro alle richieste dell’Ue. Fino a oggi il governo italiano ha sempre resistito al pressing europeo. red/lab

Dopo aver lasciato lo stato “in mutande” gli ex di Goldman Sachs guardano al colosso energetico
Ora che un dirigente della Goldman Sachs guida la Banca d’Italia e un consulente della Goldman Sachs si prepara a guidare il governo delle sinistre vogliamo che lorsignori lo sappiano: li teniamo d’occhio. Siamo noi, il popolo italiano, i loro datori di lavoro: se li vedremo obbedire di nuovo a Goldman Sachs lo denunceremo con tutti i mezzi.

Perché le loro passate azioni non ci lasciano tranquilli. Queste azioni sono già state raccontate, ma vale la pena di metterle in luce più chiara.

Tutto comincia nel settembre 1992, quando il finanziere americo-ungaro-israeliano George Soros lancia un attacco speculativo contro la lira. Carlo Azeglio Ciampi è capo di Bankitalia. La sola cosa che dovrebbe fare sarebbe una telefonata alla Banca Centrale tedesca (Bundesbank), la più potente d’Europa e chiedere: mi sostenete? Ossia: siete disposti a spendere centinaia di milioni di dollari per acquistare lire, sostenendo il corso della nostra moneta? Se quelli rispondevano di no, ogni difesa era inutile, perché impossibile, dato che Soros usava l’effetto-leva dei derivati: per ogni dollaro che puntava, era come ne puntasse cento. Bankitalia, a quel punto, doveva fare solo una cosa: lasciare fluttuare la lira ai venti della speculazione. Invece Ciampi “difende” la lira da solo: dilapidando 48 miliardi di dollari in valuta estera e prosciugando le riserve valutarie di Bankitalia.
E come previsto la manovra non riesce. La lira si svaluta del 30%. Ciò significa che da quel momento, gli stranieri che vogliono acquistare le industrie di stato e parastato italiane, potranno pagarle il 30% in meno. La preparazione alle svendite era già avvenuta. Il panfilo “Britannia” della regina d’Inghilterra era apparso davanti a Civitavecchia (2 giugno 1992), per dettare le condizioni delle privatizzazioni. Il “Britannia” era carico di finanzieri della City, delegati dei Warburg, dei Baring, dei Barclays: costoro convocano sul Britannia (ossia su suolo inglese) esponenti di spicco dell’Iri, dell’Eni, dell’Agip, della Comit, di Assicurazioni Generali e, come si sa, Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, dipendente pubblico italiano. Draghi scende prima che il “Britannia” prenda il largo diventando suolo inglese ma ha il tempo di fare un discorsetto in cui approva l’urgenza di privatizzare per sottrarre le industrie di Stato alla politica. Fatto sta che, sceso Draghi, i finanzieri di Londra si dividono, come al mercatino dell’usato, i gioielli dell’economia italiana. E si profilano altri sconti.

Difatti, di lì a poco, sale al governo Giuliano Amato: anche lui un coccolino dei “poteri forti” finanziari internazionali. Basta a indicarlo il fatto che Amato, braccio destro di Bettino Craxi, viene miracolosamente esentato dalla bufera di Tangentopoli. In quel frangente, guarda caso, l’agenzia Moody’s – di punto in bianco, e senza che sia accaduto nulla di nuovo – “declassa” l’Italia, mettendola fra i paesi a rischio d’insolvenza.

Risultato: lo Stato deve pagare interessi più alti sui Buoni del Tesoro, se vuole che qualcuno glieli compri. Lo Stato si dissangua; e poiché subito Soros lancia la speculazione sulla lira, tutto peggiora. È una manovra concertata fra Moody’s, Soros e i suoi banchieri di riferimento (Rotschild)? Io penso di sì. Ricordo un fatto degno di nota: fra i più accaniti speculatori contro la lira nella fase iniziale dell’attacco di Soros, si segnalano Goldman Sachs e Warburg. Quei Warburg che poi “consigliano” al governo italiano di rivolgersi a Goldman Sachs per gestire le privatizzazioni.

E così l’alta finanza internazionale si sceglie i gioielli di stato, con calma, soppesandoli come la massaia che compra i peperoni al mercato. Perché costano poco: le privatizzazioni 93-94 renderanno allo stato solo 26 mila miliardi; Ciampi da solo, nella sua inutile “difesa della lira”, ha speso il doppio (denaro pubblico, di noi contribuenti). Tutti ci commuoviamo quando il nonno d’Italia ci esorta ad aver fiducia nella Patria. Chissà se ha sventolato il tricolore anche nella riunione del Bilderberg del 22-25 aprile 1993, che si riunì in Grecia e aveva il tema Italia all’ordine del giorno. Non lo sappiamo perché la riunione, come sempre, fu a porte chiuse. Certe fonti danno presente Ciampi a quella riunione, ma non ne siamo sicuri, e non possiamo esserlo, data la segretezza che le circonda. Erano presenti, si dice, anche Gianni Agnelli coi suoi fidi: Mario Monti, Antonio Meccanico, Tommaso Padoa Schioppa, Renato Ruggero. Patrioti anche loro. Ma di quale patria?

Il fatto è che, dopo quella riunione del Bilderberg, Ciampi fa una mossa delle sue: “internazionalizza” il debito pubblico italiano, fino a quel momento prevalentemente interno. È una scelta grave e non necessaria. All’epoca gli italiani, coi loro risparmi, comprano volentieri i Bot. Per lo Stato, è un vantaggio enorme: perché s’indebita coi suoi cittadini (a cui può chiedere “sacrifici”, ossia di pazientare a farsi pagare gli interessi) e nella sua moneta, la lira, che può stampare a volontà. Invece, Ciampi offre i Bot sui mercati finanziari esteri. Dove gli interessi dovrà pagarli in dollari, ossia in una valuta su cui non ha il controllo e che non può stampare quando vuole. Di fatto, mette il debito italiano nelle mani della grande finanza – le solite Goldman Sachs, Warburg, Barclays – e alla mercè delle “valutazioni” delle agenzie cosiddette “indipendenti” come Moody’s. La mossa di Ciampi riduce l’Italia nella situazione di un paese del terzo mondo; e senza alcuna necessità.

Ecco la storia passata. Per questo dico: teniamoli d’occhio, i lorsignori che tornano al comando dell’Italia Questi vogliono ancora svendere qualcosa. Che cosa? Alcune fonti ci dicono: l’Enel, ma soprattutto l’Eni. S’intende, i due nostri relativi colossi sono già stati privatizzati. Ma, soprattutto l’Eni, non fa ancora del tutto gli interessi anglo-americani che nel settore dell’energia mirano ad accaparrarsi la disponibilità diretta delle fonti petrolifere, e mettere sotto controllo unico gli attori secondari nel gran mercato del greggio e del gas.

L’hanno provato a fare con il petrolio russo: crollo organizzato del rublo, deficit alle stelle, un Boris Eltsin ben felice di vendere le vecchie imprese sovietiche a qualunque prezzo. Fu così che i Rotschild prestarono a un piccolo avventuriero russo, Khodorkovski, i soldi per comprare a prezzi da usato la Yukos. Ora che Vladimir Putin si è ripreso la Yukos e fa una “propria” politica nazionale energetica con la sua Gazprom, gli anglo-americani cercano in tutti i modi di isolare la Russia. La presenza di aziende relativamente autonome come l’Eni ostacola questo processo di soffocamento.

Occhio a lorsignori. Italiani di destra e di sinistra, di centro e di sotto e di sopra: teniamoli d’occhio noi, perché non c’è nessun altro che faccia gli interessi italiani.

Fonte: Economia: allarme scalate sui gioielli di Stato (MF)