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lunedì 23 luglio 2012

L'opera di Francesco Di Maddaloni riconosciuta a London ed ignorata a Roma



Caro Paolo D'Arpini,

devi sapere che il Dt Francesco Di Maddaloni è andato a frequentare la London School of Business & Finance e conseguire un Master in Business Adminstration in Inghilterra perché ha ritenuto che in Italia non avrebbe avuto la stessa possibilità di farsi valere a causa del mancato riconoscimento, nel nostro Paese, del merito di chi non è raccomandato.


Ed in effetti, dall'Inghilterra, l'opera di chi vale ha la possibilità di avere risonanza anche in Italia e sicuramente la stessa cosa non sarebbe accaduta se Di Maddaloni fosse rimasto in Italia!

Il Dt Francesco Di Maddaloni, infatti, ha recentemente presentato alla LondonMet L&T Conference 2012 (http://www.londonmet.ac.uk/celt/lt-conference-2012/lt-conference-2012_home.cfm) il lavoro accademico con il quale ha conseguito il suo MBA in Project Management presso la London School of Business & Finance (veda il link http://www.eur.roma.it/documentiNews/dissertationMaddaloni.pdf).


Ha poi reso disponibile la traduzione in lingua italiana della sua presentazione e ai link che seguono è possibile leggere alcuni degli articoli già comparsi in Italia in merito alla ricerca condotta sulla Metro C di Roma.

Metro C: un simbolo internazionale di ottimismo delirante
http://romasostenibile.com/?p=329

Roma Metro C, Mega-progetto e "Ottimismo Delirante"
http://www.eur.roma.it/il-quartiere/news/articolo/roma-metro-c-mega-progetto-e-ottimismo-delirante.html?no_cache=1

Roma: il progetto per “Metro C”, un pozzo senza fondo!http://www.lindipendenza.com/roma-metro-c/

Ora il Di Maddaloni sta approfondendo lo studio del pensiero di Bent Flyvbjerg (http://es.wikipedia.org/wiki/Bent_Flyvbjerg), l'autore che più lo ha ispirato nel suo lavoro di tesi, e proprio prendendo spunto dagli scritti di quell'autore e con il supporto di Steve Priddy (http://www.linkedin.com/pub/steve-priddy/20/412/103) sta avviando un progetto di ricerca che spera lo conduca ad intraprendere un dottorato.

Che ne dici di divulgare l'opera del Di Maddaloni?

Ciao,
Paolo Ercolani

mercoledì 28 marzo 2012

Destino d'Europa - Il senso della sintesi e la speculazione separativa...



Il senso della sintesi e la speculazione separativa - Simbologie, destini avversi e scontri fra la cultura aristocratica romana e quella "affermativa" giudaico-cristiana

.......

I due valori opposti "buono" e "cattivo" - "buono" e "malvagio" hanno combattuto sulla terra una lotta terribile e millenaria: e per quanto sia certo ormai che il secondo valore ha da lungo tempo superato il primo. non mancano certo luoghi in cui la lotta continua ancora e il suo esito non è certo. Potremmo addirittura dire che nel frattempo essa è stata portata sempre più in alto, facendosi sempre più profonda, più spirituale; tanto che oggi forse non esiste segno più chiaro della "natura superiore", della natura più spirituale, che essere scissi in codesto senso, ed essere ancora un campo di battaglia per quei contrasti.

Il simbolo di questa lotta, scolpito in una scrittura che è sopravvissuta, chiara e leggibile, a tutta la storia della umanità, è : ROMA contro GIUDEA, GIUDEA contro ROMA.

Sino ad oggi non si è dato avvenimento più grande di questa lotta, di questa impostazione del problema, di questo contrasto mortalmente ostile. Roma vide nell'Ebreo (e conseguentemente nel cristiano) qualcosa come la contronatura stessa, come un MONSTRUM ai suoi antipodi; a Roma, l'Ebreo era ritenuto "reo convinto di odio verso tutto il genere umano": a buon diritto, in quanto si ha un diritto di riconnettere la salvezza e il futuro del genere umano al dominio dei valori aristocratici, dei valori romani. E gli Ebrei, invece, quali erano i loro sentimenti verso Roma?

Lo si indovina da mille segni; ma basta soltanto anche ripensare attentamente all'apocalisse giovannea, a questa che è la più squallida tra tutte le invettive scritte, che lo spirito di vendetta abbia sulla coscienza (Non si sottovaluti, infatti la profonda logica dell'istinto cristiano che proprio su questo libro dell'odio scrisse il nome del discepolo dell'amore, quello stesso cui attribuì quel vangelo dell'amore estatico: in ciò c'è una parte di verità, per quanta falsificazione letteraria sia stata necessaria a questo scopo). I romani rappresentavano, infatti, i forti e gli aristocratici, come sulla terra non sono mai esistiti di più forti e più nobili, né tanto meno sono stati mai sognati: ogni loro vestigio, ogni loro iscrizione è una gioia, posto che si indovini che cosa scriva, in essi.

Gli Ebrei, invece, erano quel popolo del risentimento par excellence, cui era innata una ineguagliabile genialità popolare- morale: basta paragonare infatti gli Ebrei ai popoli in possesso di qualità affini, ai Cinesi o anche ai Tedeschi, per capire che cosa è di primo e che cosa è di quarto grado. Chi di essi ha temporaneamente vinto, Roma o Giudea?

Ma non è possibile alcun dubbio: pensiamo davanti a chi, proprio a Roma, ci si inchina oggi, come davanti alla summa di ogni valore supremo -e non solo a Roma, ma su quasi metà della terra, ovunque l'uomo sia stato reso mansueto o voglia diventarlo- dinanzi cioè a tre Ebrei, come ben si sa, e ad una Ebrea (dinanzi a Gesù di Nazareth, a Pietro il pescatore, a Paolo il tessitore di tappeti,e alla madre del già citato Gesù, detta Maria). Questo è molto interessante: senza ombra di dubbio Roma è stata sconfitta.

In ogni modo il Rinascimento rappresentò il risveglio grandiosamente inquietante dell'ideale classico, della maniera aristocratica di giudicare tutte le cose: allo stesso modo di chi si è risvegliato da una morte apparente, Roma stessa si mosse sotto il peso della nuova Roma giudaizzata costruita su quella antica, che aveva l'aspetto di una Sinagoga ecumenica e che veniva chiamata "Chiesa"; ma immediatamente Giudea tornò a trionfare, grazie a quel movimento di ressentiment essenzialmente plebeo (tedesco e inglese), cui si dà il nome di Riforma,con in più tutte le sue conseguenze, la restaurazione della Chiesa-la Restaurazione anche della vecchia quiete cimiteriale della Roma classica.

Con la Rivoluzione francese, Giudea tornò ancora a sconfiggere l'ideale classico, in un senso ancora più decisivo e profondo: l'ultima aristocrazia politica ancora presente in Europa,quella del XVII e XVIII secolo francesi, crollò sotto gli istinti popolari del ressentiment- e mai sulla terra si vide giubilo maggiore e più rumoroso entusiasmo! E' vero però che proprio al suo culmine accadde la cosa più mostruosa e inattesa: lo stesso ideale antico apparve in carne ed ossa e con splendore mai visto agli occhi e alle coscienze dell'umanità-e ancora una volta risuonò, più semplice, più forte e più penetrante che mai, di fronte alla antica fallace formula del "privilegio dei più", propria del ressentiment, di fronte alla volontà di deteriorare, abbassare, livellare, di far scadere e scomparire l'uomo, la formula opposta, terribile e fascinosa, del privilegio dei pochi!

Come ultima indicazione dell'"altra strada", apparve Napoleone, l'uomo più singolare e tardivamente apparso che mai sia esistito e con lui l'incarnazione del problema dell'"ideale aristocratico in sé"- si faccia bene attenzione a che tipo di problema sia mai questo: Napoleone, questa sintesi di non-uomo e di super-uomo....


Questo pezzo sublime è di Friedrich Wilhelm Nietzsche, il più grande genio europeo da non so quando... è tratto dalla Genealogia della Morale...
Eric Maulbertsch

Fonte: Destino D'Europa)

lunedì 12 settembre 2011

Roma, settembre 2011 - Verità sulla morte di Luigi Marinelli




"Sul Corriere della Sera, il 10 settembre 2011, è uscito questo articolo :
"Picchia la madre e muore La famiglia accusa la polizia
La denuncia Il fratello: gli sono state rotte 12 costole, lo ha dimostrato l'autopsia Aveva lesioni al fegato

ROMA - Una lite tra madre e figlio esce dalle mura domestiche per concludersi con un morto. Era lunedì scorso ma solo ora, con i risultati dell' autopsia in mano, i familiari denunciano. Sostengono che Luigi Marinelli, 49 anni, malato di schizofrenia, invalido civile (con pensione d' infermità), un passato da tossicodipendente, è stato pestato «dalla polizia come Cucchi e Aldrovandi». Dice il fratello Vittorio: «Quel giorno Luigi era su di giri. Per la prima volta ha alzato le mani su nostra madre, è vero. Ma dico che contro di lui gli agenti hanno usato metodi violenti». Chiamati a spegnere la lite fra una madre di ottant' anni e un figlio di quasi cinquanta (litigio per soldi: lui aveva speso diecimila euro in tre settimane e ne chiedeva altrettanti, lei rifiutava), quattro poliziotti del commissariato di zona rischiano ora una denuncia per omicidio colposo. Vittorio Marinelli, avvocato civilista, uno dei fratelli della vittima, quel lunedì c' era. Arrivato a discussione già iniziata. Quando sua madre aveva telefonato al 113 per evitare il peggio e gli agenti erano in salotto. «Due volanti. In casa c' erano tre poliziotti parlavano con mio fratello tranquillamente. Cercavano di farlo ragionare. Ho apprezzato. Gli dicevano: "Ma come, noi guadagniamo 1.300 euro al mese e tu ne butti via diecimila in pochi giorni?" Ma poi, quando Luigi ha detto di voler uscire di casa, con in mano l' assegno che a quel punto mia madre gli aveva firmato, loro lo hanno bloccato. Sono arrivati i rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Lo hanno ammanettato con la forza spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico: "Toglietegli le manette", gli abbiamo detto, ma non si trovavano le chiavi e il tempo passava. Mio fratello stava soffocando». La procura ha aperto un fascicolo, ma sarà la consulenza medica a stabilire le eventuali responsabilità. Intanto l' esito dell' autopsia, secondo il legale di famiglia, Antonio Paparo, parla di dodici costole toraciche rotte. Grossolano tentativo di rianimazione? Possibile, filtra dalla procura. «Chiedevano: "Come si fa?, come facciamo?"», racconta Marinelli. In attesa dei risultati della perizia madre e fratello dell'uomo sono stati già ascoltati dal pm Luca Tescaroli. Ma il legale Paparo dice che il verbale dell' autopsia è già di per se sufficiente: «È stato picchiato e qui c' è il referto. Lesioni al fegato e un' emorragia interna. Marinelli è stato pestato»."

Ci sono delle imprecisioni, in questo articolo, ma, rispetto ai primi articoli, che parlavano di un tossico che aveva aggredito la madre per poche decine di euro e di una morte in ospedale, è già un passo avanti.

LUIGI FEDERICO, INFATTI, E’ DECEDUTO DURANTE LE OPERAZIONI DI IMMOBILIZZAZIONE E L’APPOSIZIONE DELLE MANETTE EFFETTUATO DAGLI AGENTI DELLA PUBBLICA SICUREZZA INTERVENUTI SUL POSTO e non MENTRE UN’AMBULANZA LO STAVA TRASPORTANDO AL SANT’EUGENIO.

Gli agenti si sono comportati in modo umano e amicale con il povero Luigi per l’intero periodo durante il quale si sono trovati all’interno della sua abitazione IN ATTESA CHE ARRIVASSE LA GUARDIA MEDICA PER UN EVENTUALE TSO.

Luigi Federico Marinelli, invero, era schizofrenico, e non tossicodipendente, pur essendolo stato in passato, in quanto assumeva stupefacenti, in particolare hascisc, e cocaina non in modo tale da essere dipendente. Non era neanche pericoloso.

NON E', INFATTI, VERO, CHE ABBIA PICCHIATO LA MADRE. E', invece, vero, che l'ha spintonata.

Allo stesso tempo, occorre precisare che Luigi aveva ottenuto un risarcimento danni da un'assicurazione per 20.000 euro e che, in 20 giorni, offrendo a destra e manca, in quanto affetto da prodigalità, aveva sperperato 10.000 euro.

Per questo, aveva chiesto alla madre, salvo poi cambiare idea, di custodirgli i 10.000 euro rimasti salvo poi cambiare idea.

Una volta ottenuto l'assegno, è andato alla porta di casa e ha preteso di uscire per recarsi a un appuntamento con la fidanza senonché, giustamente, stante lo stato comunque di ipercitazione, gli agenti gli hanno impedito di uscire, dapprima con le buone e solo dopo che Luigi si è inalberato, immobilizzandolo in tre, trattenendolo al suolo, in modo energico e con delle tecniche di immobilizzazione che sono sembrate subito essere eccessive.

A questo punto, un quarto poliziotto ha apposto le manette alla schiena di Luigi il quale si è subito arrestato, forse proprio perché è morto in quel momento divenendo subito nero in volto.

A nulla è servita l'implorazione agli agenti di chi ha assistito all'evento: “levategli le manette, non lo vedete che sta male?” ricevendo, questi, per tutta risposta, l’affermazione che sapevano come si fa o cose del genere.

Dopo pochi minuti, che in quel caso sono un'eternità, mentre, gli agenti si sono resi conto della gravità della situazione e hanno tentato di levargli le manette, inutilmente perché non trovavano le chiavi dimodoché sono stati costretti a chiedere di intervenire ai colleghi di sotto, che aspettavano davanti al citofono.

Saliti al terzo piano, non riuscivano a entrare in quanto la porta era bloccata da chiavistelli.

Solo una volta entrati, un agente aveva la chiave delle manette appesa con un laccio al collo ed è riuscito ad aprire le manette.

A quel punto, la respirazione bocca a bocca è stata praticata dal fratello mentre un agente tentava il massaggio cardiaco ma inutilmente in quanto, come detto, il povero Luigi è morto, forse proprio al momento dell’immobilizzazione, speriamo per un infarto.

SOLO ALLORA, DOPO OLTRE UN’ORA , E’ ARRIVATA LA GUARDIA MEDICA.

Forse, quella tecnica di immobilizzazione non andava fatta e, soprattutto, non andavano apposte le manette. Luigi era schiacciato addosso alla porta e non disteso a terra. Non aveva i denti, dato che portava la dentiera, e la lingua potrebbe averlo soffocato, con il che si spiegherebbe il colore nero al volto subito percepito. Le contrazioni non si sono percepite perché era immobilizzato.

Luigi era una persona simpatica, attorniata perennemente da una corte di miracoli, formata da ragazzi con analoghi problemi mentali, che, però, non avevano mai fatto male a nessuno, tranne a noi parenti che dovevamo sopportarli.

Erano conosciuti da tutto il quartiere, dove passavano il tempo a bere birre peroni e a fumare MS.

Chiediamo di conoscere la verità su quali sono le cause della morte.

Vittorio Marinelli

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Che la verità, sui fatti denunciati, prevalga.. è il mio auspicio sincero!
Paolo D'Arpini

venerdì 15 luglio 2011

ADP: "Azioni in difesa dei viaggiatori sui mezzi pubblici di Roma"

Nella foto soprastante: Manifestazione di protesta dei pedoni a Roma

Il CdA ATAC ha approvato il Piano Industriale di risanamento entro il 2015 ed ha MESSO LE MANI NELLE TASCHE DEI POCHI (E POVERI) UTENTI DEL TP ROMANO
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Nel febbraio 2011, l’AD, Maurizio Basile, presentò al CdA dell’Atac il Piano Industriale (150 pagine) con l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2013. Il 14 luglio 2011 il CdA ATAC approva il Piano Industriale per risanare l'azienda entro il 2015 e, subito, sbaglia strada: mette le mani nelle tasche di quel 18,2% di persone della mobilità cittadina che già utilizza il TPL - Trasporto Pubblico Locale (Atac+Cotral+Metro+Trenitalia+Taxi).

“In questa Roma dalla notevole incidentalità stradale, nella quale da cinque anni è stata dichiarata l’Emergenza da Traffico (DPCM 4.8.2006) ed il Sindaco nominato Commissario a tale Emergenza (OPCM 24.9.2006) – ha dichiarato il Presidente dell’Associazione Diritti dei Pedoni–ADP, Vito Nicola De Russis – il CdA ATAC aveva l’obbligo di assumere dei provvedimenti su legalità, frequenza, puntualità, pulizia ed informazione al fine di trasferire delle consistenti quote di mobilità dalla privata al TPL. La convenienza dell’uso del TPL sul mezzo privato deve essere evidente e rilevante. Il CdA ATAC, clamorosamente, sbaglia strada mettendo le mani nelle tasche di chi già sostiene il TPL: AUMENTA del 50% il costo della corsa”.
Tale aumento, forse, porterà qualche euro in più nelle casse dell’ATAC, ma fa rimanere nei sogni la realizzazione, a Roma, del “servizio di trasporto pubblico” ovvero del rispetto dei diritti e della dignità di tutti coloro che utilizzano il mezzo pubblico. Il CdA consolida tutti gli elementi alla base dell’emergenza; “provoca” la coscienza dei suoi utenti; riduce la sua credibilità ed alimenta la sfiducia e la distanza tra utenti ed amministratori della cosa pubblica. Si vuole continuare a gestire i mezzi pubblici di trasporto ignorando gli indicatori di servizio e, quindi , ignorando le azioni necessarie per modificarli in meglio.

“L’Aumento del costo biglietto ATAC, unito all’aumento del tempo di validità del biglietto – sostiene il presidente dell’ADP – conferma, inequivocabilmente, l’utilizzo del provvedimento di Emergenza per il solo problema della realizzazione del PUP (Piano urbano parcheggi). Per il CdA Atac tutto il resto va bene. L’ADP suona la campana perchè, in campo internazionale, il biglietto sul traffico disumano romano pesa molto negativamente.”

Resta immutata la frequenza massima di 60’ stabilita per il 98% delle linee ATAC. (All.) Resta immutata, dal 2000, il TPL su “ferro” che doveva svilupparsi con 35 opere (12 di Metro; 10 di Tram; 13 di Ferrovia) e solo su 3 ci sono i “lavori in corso” (ma, con 3.640,9 milioni di euro a fronte di un costo che, attualmente, supera i 4.300 milioni di euro ci saranno difficoltà a realizzarle. Fonte: Isfort)
Le “Fermate degli autobus” sono oltre 8.000: oltre l’80% di queste sono perennemente occupate “a rotazione” (in assenza di volontà istituzionale al rispetto della legalità); pochissime fermate hanno la striscia gialla a zig-zag che precede e segue l’area dello stallo; oltre il 90 % sono prive di pensiline; si è “imposto” l’assenza dei cartellini degli orari dei passaggi. Le “corsie riservate” al TPL non esistono.

Ci sono, invece, circa 110 km. (su 2.250 km. di rete) di corsie a pelle di leopardo che, normalmente, vengono utilizzate illegalmente da mezzi privati (in assenza di volontà istituzionale al rispetto della legalità).

Uff. Stampa ADP
Cell. 3393484370

mercoledì 9 marzo 2011

Roma, 15 maggio 2011: "9^ FESTA NAZIONALE DEI VEGETARIANI 2011"



Carissimi, la prossima Festa Nazionale dei Vegetariani, che giunge quest’anno alla sua 9^ edizione, è prevista per domenica 15 maggio p.v. dalle ore 9,00 alle ore 22,00, come sempre a Roma, in piazza Re di Roma ed avrà come tema “7 MILIARDI DI VEGETARIANI, PER NECESSITA' O PER AMORE”.

Come ogni anno l'Organizzazione si prefigge di dare massima visibilità alle Associazioni aderenti aventi medesime affinità nell’ambito della cultura universalista, del vegetarismo, dell’animalismo, nell’impegno nella protezione degli animali, dell’ambiente, nella lotta ad ogni forma di violenza.

L'evento sarà caratterizzato da un ricco programma che andrà snodandosi durante tutto l’arco della giornata e che vedrà protagonisti artisti di alto livello che si esibiranno in varie discipline: esercizi Yoga e Tai Chi, arti marziali, tecniche di medicina naturale, canti, danze, recitazione di poesie in tema, conferenze ed altro.

Anche se la manifestazione ha prevalentemente carattere "culturale" è consentita la vendita di libri, gadget, dispense, magliette ecc. al solo scopo di finanziare specifici progetti che siano affini allo spirito della manifestazione. Il tema del progetto, per il quale si intende raccogliere fondi, dovrà essere indicato su un foglio in ogni singolo stand.

Alle attività a carattere culturale è riservato l'80% della superficie complessiva autorizzata dal Comune e che viene messa a disposizione degli standisti. Il restante 20% dovrà essere così suddiviso:

10% a carattere esclusivamente commerciale (vendita prodotti vari attinenti lo spirito della manifestazione). Gli standisti rientranti in questa categoria dovranno essere muniti di specifica autorizzazione alla vendita ed essere muniti di registratore di cassa;

10% adibito a ristorazione collettiva a carattere di degustazione gratuita o ad offerta libera.

Verrà data priorità in ordine di arrivo delle domande.

IMPORTANTE: l'AVA si farà carico di presentare la DIA (Dichiarazione Inizio Attività) a carattere "collettivo", in modo da sgravare ogni singolo partecipante dall'impegno di presentare singolarmente al Comune questa documentazione obbligatoria, purché i singoli standisti facciano pervenire la loro domanda di partecipazione entro e non oltre il 31 marzo 2011 all'indirizzo e-mail: vegetarianiroma@fastwebnet.it.

Per informazioni e contatti: Franco Libero Manco tel. 09.7022863 – cell. 333-9633050
DOMANDA DI PARTECIPAZIONE

Nome Associazione o Ragione Sociale……………………………………………………………….
Indirizzo …………………………………………..………………..………..CAP….………….…...
Città………………………………………………………….……..Prov………….…………………
Cod. Fiscale …………………………………….……o P. IVA……………….……………..………
N° registrazione (per Ass. ONLUS)………………………………………………………………….
Tel.…………………………………………...………Cell...……………………….…………………
E-mail.................................................……………………....................................................................
□ Attività a carattere culturale
□ Attività a carattere Commerciale con Partita IVA
□ Attività di ristorazione

Metri quadri (indicativi) occupati dal gazebo o dai tavoli che si intende allestire:……………………

Il firmatario si assume la responsabilità della veridicità dei dati sopra riportati

Roma, ____________________

Firma del responsabile richiedente


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ALTRE INFORMAZIONI

Per sostenere le spese organizzative, stampa pubblicitaria, assicurazione, elettricità, intervento AMA per pulizia piazza ecc., sulla base dei metri quadri occupati e della natura dello stand espositivo è previsto un contributo per la partecipazione di:

€ 10,00 / 20,00 per le Associazioni Onlus e a carattere culturale;
€ 30,00 / 50,00 per attività commerciali.

SVOLGIMENTO DELLA MANIFESTAZIONE:

- Inizio montaggio stand ore: 8.00.
- I posti saranno decisi in base all'ordine di arrivo dei partecipanti.
- Gli stand dovranno essere pronti per le ore 10.00.
- Le postazioni degli standisti non potranno essere collocate ad una distanza inferiore a 20 mt dall’uscita della Metropolitana.
- Alla chiusura della manifestazione è necessario lasciare puliti gli spazi occupati.


PROGRAMMA DELLA MANIFESTAZIONE:

Il programma definitivo della manifestazione e la locandina saranno distribuite una decina di giorni prima dell'evento.

Siete pregati di dare la massima diffusione e di cercare di coinvolgere altre persone che hanno i requisiti per partecipare: artisti, associazioni, standisti con prodotti compatibili, singoli ecc.

Franco Libero Manco

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Alla manifestazione aderisce il Circolo Vegetariano VV.TT.

venerdì 25 febbraio 2011

"Bioregionalismo urbano ed ecologia profonda nelle comunità umane"



"...me pasaría la vida viajando y pediría a la buena gente que encontrara en el camino de prestarme algo de su vida para probar a veces lo que significa sentirse en casa.." (Sbirba Aivlis)

Essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano (sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato a Verona per oltre metà della mia vita), ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione di un piccolo borgo abbandonato, Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo...), posso affermare che massimamente il mio procedere "bioregionale" si è svolto in un ambito sociale "cittadino". Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un "organismo" di civiltà umana.

Da poco più di sei mesi mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale.... Infatti Roma è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata meno di mille... Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l'ambiente e gli animali senza dover rinunciare ai vantaggi della "civitas", essendo noi umani esseri altamente socializzanti....

La parola "Bioregionalismo" come pure il termine "Ecologia profonda" sono neologismi coniati verso la fine degli anni '70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all'avvento dell'industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il "bioregionalismo" (che equivale all'ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall'esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura - spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l'intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l'uno all'altro.

In una ottica bioregionale - dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale - occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da "civitas" ma dobbiamo considerare anche l'altra definizione "urbs", questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una "civitas". Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l'ambito di una "comunità ideale" non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità "originaria" hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti "elementi effettivi" della stessa collettività.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l'un l'altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l'intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d'interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occore portare elementi di riequilibio all'insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all'interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l'approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all'autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell'interscambio fra produzione e consumo, affinché l'approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.

Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema e di un ulteriore dialogo integrativo.. Lascio ai lettori la parola!


Paolo D'Arpini, referente della Rete Bioregionale Italiana
circolo.vegetariano@libero.it - Tel. 0733/216293

http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/

http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=rete+bioregionale+italiana

lunedì 24 gennaio 2011

Treia nel 2011 - Attività ludiche e collaborazioni culturali, in attesa della primavera...



Progetti ecologici, culturali e spirituali per una primavera treiese...

Da quando mi sono trasferito nella provincia di Macerata, grazie alla mia compagna Caterina Regazzi, sto cercando di riproporre le attività culturali che hanno contraddistinto il mio modo di vita in tutti questi anni, precedentemente trascorsi a Roma ed a Calcata. Sono lieto di aver incontrato qui persone che ho trovato subito in sintonia con me, come ad esempio il pittore Domenico Fratini, gentilissimo e poetico nelle sue espressioni, la scrittrice Lucilla Pavoni, generosa nuova contadina, e numerose altre persone... Oggi voglio parlarvi di una di esse si tratta del signor Nazareno Crispiani, che vive a Treia da tanti anni ma è nativo di Macerata, la città in cui è sepolto mio padre Aldo...

Il fotografo artistico e storico Nazareno Crispiani, del Foto Club Il Mulino, è una sorgente di iniziative culturali... Già l'8 dicembre 2010 ha partecipato all'evento da noi organizzato nella Sala Consigliare del Comune per presentare la Figlia del Sarto (vedi foto), subito dopo, durante il periodo natalizio, ha integrato la manifestazione per celebrare le Marche nel mondo con la proiezione di immagini idonee.

In seguito ci siamo incontrati per parlare di progetti futuri e lui mi ha comunicato alcune iniziative che ho trovato molto interessanti. Si tratta di un corso di fotografia artistica, rivolto a tutti gli appassionati del mestiere, che si terrà a Treia nella sede dell'ex cinema Italia durante il periodo primaverile. Oltre agli argomenti di interesse generale agli allievi verrà offerta la possibilità di confrontarsi con professionisti di specifici settori della fotografia, anche con allestimenti di sale cinematografiche ed uscite estemporanee all'aperto e nell'ambiente.

E' questo aspetto dell'interesse per la natura e le sue forme che mi ha spinto a proporre a Nazareno una collaborazione tecnica per il prossimo evento che stiamo organizzando qui a Treia, previsto il 7 ed 8 maggio 2011, sul tema delle “Cure naturali, alimentazione bioregionale, agricoltura biologica e spiritualità della natura”. Infatti la sua raccolta di materiale fotografico comprende anche numerose erbe ed alberi, situazioni rurali, paesaggi, etc. Perciò durante l'incontro, che si svolgerà con il patrocinio e la partecipazione dell'Accademia Georgica e del Comune di Treia, proietteremo sue diapositive in continuo ed in corrispondenza degli argomenti trattati.

Infatti Nazareno Crispiani ha il pallino della natura, ricordo la sua produzione di mini-presepi realizzati con elementi naturali e oggetti riciclati, ed ora apprendo di un suo concorso sul “Paesaggio in cui vivi”, destinato agli alunni della scuole primarie e secondarie e ad amatori adulti, a partecipazione gratuita. Si tratta di un concorso per incentivare nei giovani il rispetto e la consapevolezza dell'habitat in cui si vive, la premiazione avverrà prima della chiusura dell'anno scolastico, con il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche, del santuario francescano e del comune di Treia (info. 335.8384643).

Paolo D'Arpini – Presidente del Circolo Vegetariano VV.TT.
Via Mazzini, 27 - Treia (Macerata) – Tel. 0733/216293

…..........

Nella foto di gruppo si possono riconoscere: Domenico Fratini, Nazareno Crispiani, Lucilla Pavoni, Paolo D'Arpini, Luigi Santalucia, Corrado Speranza, Andrea Mozzoni, Elisabetta Raponi, Luana Moretti, tutti intervenuti all'evento dell'8 dicembre 2010, in apertura dei Festeggiamenti per il Sole Invitto.

sabato 18 dicembre 2010

Bioregionalismo ed Umanità - La notte di Luigi Daga e quella di un ignoto barbone romeno.. il freddo secca i migliori!


Senza spazio né tempo... in memoria!

….alcune note un po' tristi, un uomo politico che ho conosciuto e rispettato in passato il 16 dicembre u.s. se ne é andato... si tratta di Luigi Daga. Un esponente del vecchio PCI, poi confluito nel PDS, che fu consigliere regionale ed anche assessore nel Lazio. Successivamente fu compagno e portavoce di Achille Occhetto, il fondatore del PDS esautorato dal “deputato di Gallipoli” (sapete chi è vero?).

Ma Luigi Daga, lasciando Tarquinia la città di cui fu anche “primo” cittadino, è semplicemente “andato avanti” nella regione dove tutti lo raggiungeremo. In quel luogo di giudizio lui non avrà nulla da rimproverarsi, poiché lui sino all'ultimo è stato coerente con le sue idee e con se stesso. Ad esempio quando era diventato assessore regionale per il rinnovo delle istituzioni, sotto Badaloni, allorché si accorse che non poteva minimamente operare quel cambiamento auspicabile e che tutte le sue proposte venivano bocciate (dalla segreteria politica del “baffetto” che manovrava il timone sotto coperta), non esitò a dimettersi (come per altro aveva fatto degnissimamente il suo compagno Achille Occhetto). Le sue dimissioni da assessore regionale fecero scalpore perché già si stava affermando in politica l'uso malsano che chi accaparra una poltrona ci si incolla sopra, costi quel che costi.. (vedi i fatti recenti in parlamento).

E quali erano le innovazioni che Luigi Daga proponeva alla Regione Lazio? Tanto per cominciare il decentramento amministrativo, sotto forma anche di riaggiustamento delle competenze e delle delimitazioni territoriali. Daga fu il primo uomo politico ad appoggiare apertamente le idee bioregionali del far combaciare le aree omogenee e le matrici culturali con gli ambiti delle province storiche. Apertamente, contro tutti, caldeggiò la riaggregazione della Tuscia storica unificando i suoi territori smembrati durante il fascismo e suddivisi tra la Provincia di Roma e quella di Viterbo (senza dimenticare Orvieto e la Maremma). Il suo sogno era di veder la Tuscia risorgere e riacquistare integrità territoriale e culturale oltre che economica... e la stessa cosa auspicava per la Sabina e per gli altri territori che erano stati penalizzati per favorire la crescita smisurata di Roma. Insomma le sue idee avrebbero condotto il Lazio verso un vero federalismo bioregionale, compensando Roma con lo status amministrativo di Città Regione / Capitale.

Ricordo tra l'altro che a suo tempo fu uno dei promotori della variazione della legge che condannava il borgo di Calcata all'abbattimento e contribuì, assieme a Primo Mastrantoni, altro benefattore di Calcata, a formulare una nuova Legge Regionale che prevedeva il recupero dell'abitato storico e concedeva il “diritto” ai suoi riabitanti di esserne cittadini a tutti gli effetti. Anche questa del “riabitare” pienamente i luoghi è uno degli indirizzi bioregionali, che non riconoscono l'etnia come primaria (il contrario del federalismo bossista) bensì considerano la piena adesione al luogo ed alla comunità, indipendentemente dall'origine etnica.

La sua battaglia emendatrice della politica, trascorsa l'esperienza in Regione, continuò, nei limiti del possibile, nella sua Tarquinia ove combatté sino all'ultimo contro lo sperpero e la corruzione e contro la mancanza di trasparenza e l'amoralità politica.

Mi duole che siano spesso i migliori a lasciare questo mondo... ma allo stesso tempo son lieto che “andando avanti” (e qui intendo in ogni senso) uomini come Luigi Daga abbiano fornito un esempio e stabilito con la loro condotta le pietre miliari di una nuova società.

Voglio accomunare al ricordo di Luigi Daga anche l'ignoto barbone che non ha potuto trovare umana accoglienza a Viterbo, morendovi nottetempo nel gelo. Per significare come la classe politica ed amministrativa della Tuscia abbia ancora molto da apprendere in fatto di “coscienza etica”.....

Paolo D'Arpini, portavoce della Rete Bioregionale Italiana



Notte

Nella campagna alle porte di Viterbo
nel suo rifugio di cartone e compensato
iernotte hanno trovato i carabinieri
morto di freddo un uomo
immigrato dalla Romania, mio coetaneo.

Non e' una notizia
non e' niente
e' solo l'orrore
quotidiano.

L'orrore quotidiano
di un paese razzista che sperpera
miliardi di euro per comprare
cacciabombardieri
ad armamento anche nucleare
e lascia morire di freddo i poveri cristi.

Beppe Sini

giovedì 11 novembre 2010

Annetta, nonna perfetta nella memoria di Caterina Regazzi, nipote altrettanto perfetta..




Ho iniziato a scrivere questa memoria un po' di tempo fa, seguendo l'idea di Antonella e quindi è indirizzata a lei, ma spero che anche altri ci si possano “ritrovare”, almeno in parte, nello spirito...... (Caterina Regazzi)

Cara Antonella, mia nonna ricorre spesso nei miei pensieri in questi mesi: l'ultima volta che siamo stati a Treia con Paolo siamo andati a fare una visita al locale cimitero e. dopo essere stati dai miei genitori ai quali l'ho presentato come il mio fidanzato, siamo stati anche dai miei nonni materni, Anna e Vittorio.
Lui è morto molto giovane, 31 o 32 anni al massimo, lasciando vedova mia nonna, 36 anni (6 anni più di lui) altrimenti nominata "Annetta", con una figlia, mia madre, di appena due mesi. Già da questo inizio, cara Antonella, ti puoi immaginare che la vita di mia nonna non è stata semplice. Dopo il parto, poi, aveva avuto le febbri puerperali e quindi aveva dovuto "abbandonare" mia madre nelle mani di una balia, amorevole si, tanto che mia madre (Gina), quando mia nonna è andata per riprendersela, a circa un anno (?) non ne voleva sapere di andarsene da lì, ma pur sempre una balia.

Io, come molti figli "ingrati", ho sempre incolpato mia madre di scarsa affettuosità nei miei confronti, ma negli ultimi anni l'avevo un po' "perdonata" pensando all'infanzia che deve aver passato, senza padre e con una madre giovane vedova, infanzia di cui lei comunque non si è mai lamentata, anzi, lei ha sempre adorato sua madre, mia nonna e se raccontava qualche episodio della sua infanzia erano esclusivamente ricordi felici.

Mia nonna era nata nel 1898, a detta di Paolo, anno del Cane, e quindi da lei avrò pur preso qualcosa essendo io nata la stagione del Cane (Bilancia), mentre mia madre era del 1932, lei Scimmia, e Paolo è un altro Scimmiotto (1944).

Erano 9 tra fratelli e sorelle. Io non li ricordo tutti neanche nel nome. Alcuni erano morti da piccoli, alcuni altri sono emigrati in Argentina e di questi se ne erano perse le tracce, i rimanenti erano, oltre mia nonna, due fratelli più piccoli (Antonio - Antò- e Giuseppe - Peppe) e una sorella più grande, Maria (Mari'). Questi li ricordo tutti bene. So che lei, essendo rimasta in casa più a lungo dell'altra sorella (mia nonna si era sposata a 35 anni) aveva fatto un po' da "servetta" ai fratelli curandoli amorevolmente fino a quando non si erano sposati, tutti e tre in tarda età (specialmente mia nonna) e quando in estate mi trasferivo a Treia per tre mesi con lei, sulla credenza c'erano sempre e specialmente il martedì, giorno di mercato, il ciambellone e il vermouth, per accogliere degnamente i fratelli e i nipoti in visita, dato che, mentre noi stavamo in paese, nella casa che ora accoglie Paolo, gli altri facevano i contadini e vivevano nelle campagne circostanti.
Era una gran festa per mia nonna ricevere i suoi fratelli, si volevano veramente una gran bene ed era commovente vederli abbracciarsi, baciarsi e ridere insieme. Mia nonna aveva una pancia molto voluminosa e quando rideva questa pancia sembrava si animasse, ballava con lei....................

Dopo la morte di mio nonno e il "recupero" della figlia mia nonna si dovette rimboccare le maniche ed trovò un lavoro da "governante" presso un uomo che aveva fatto i soldi emigrando in Argentina. Non so in seguito a quale incidente o malattia aveva perso una gamba (aveva la gamba di legno, anzi , ne aveva due, una per i giorni normali ed una per i giorni di festa) ed era tornato in Italia, ad Appignano, un paesino vicino a Treia ma ancora più piccolo (e meno bello). Aveva bisogno di chi lo accudisse , mia nonna aveva bisogno di lavorare e così lei si trasferì con la piccola "Ginetta" in quel paesino, famoso per la produzione di cocci e coccetti, terrecotte anche di piccolissime dimensioni con cui ho sempre giocato anche io da bambina e per le fabbriche di mobili.

Lui si chiamava Giacomo Andreani, detto "Andrià":era un uomo burbero, ma generoso e mia madre era una bimbetta che sapeva farsi voler bene (come tutte le Scimmie); lui la teneva sulle ginocchia e forse le raccontava le storie della sua gioventù. Quando morì lasciò a mia nonna del denaro con cui lei acquistò la casa di Treia, dove si trasferì e dove mia madre visse la sua giovinezza.

La casa era su due piani abitabili, venne acquistata in blocco dalle due sorelle Annetta e Marì, indivisa (la divisione fu fatta successivamente alla loro morte dai figli, cose di eredità) un piano lo abitò mia nonna e il piano superiore sua sorella. Ma ecco che ricominciavano i problemi economici per la piccola famiglia, allora mia nonna si trasformò in "pensionante", cioè affittava le stanze ai "forestieri" fino anche a cedere il suo letto a gente che veniva da fuori per lavoro, tra cui preti e professori. Lei si arrangiava a volte a dormire su una grande e dura cassapanca, che ora, dopo essere stata restaurata e lucidata, fa bella mostra di sé nel mio soggiorno a Spilamberto. Prima era passata da Bologna, dalla casa dove vivevo con il padre di Viola, e quando mi sono separata e me ne sono andata è stato l'unico mobile che ho voluto portare via con me.

Mia madre ricordava quello come un bel periodo della sua vita, in mezzo a gente da cui imparò ad amare la lettura e , nella sua semplicità, una certa cultura.
E mia nonna cucinava e cucinava............. E cucinando cucinando ha trasferito la sua attività da Treia a Roma, seguendo mia madre che nel frattempo si era sposata con mio padre. Chissà se ha sofferto nel lasciare il suo paese e i suoi fratelli! Forse la consolava il pensiero che, comunque, era previsto e così è stato finchè è vissuta, che la bella stagione lei la passava comunque a Treia con me, che dopo due anni sono venuta al mondo.

A proposito di cucina le sue specialità, che sono poi le specialità della sua zona di origine erano: vincisgrassi, una sorta di lasagne con un sugo di carne particolare, come è il sugo di carne alla marchigiana, cioè con carne di manzo e odori (cipolla e poco altro) a pezzi e non tritati come nel ragù alla bolognese (la specialità dell'altra mia nonna, ma questa è un'altra storia, meno conosciuta da me e meno variegata), gnocchi di patate, con il solito sugo di carne (questi li faceva altrettanto buoni, se non addirittura migliori, mia zia Augusta, una cugina di mia madre, figlia di quella zia Marì), ravioli di ricotta, tagliatelle (entrambi col solito sugo), tagliolini in brodo........

Quanto mi piaceva vederle fabbricare con perizia e precisione quei manicaretti!
Per i ravioli faceva la sfoglia rigorosamente a mano sul tagliere col mattarello, poi la tagliava a quadri, metteva al centro di ognuno un mucchietto di ripieno fatto con ricotta di pecora, parmigiano, uova, sale e un po', se non ricordo male, di noce moscata. Ogni riquadro veniva ripiegato in due a forma di rettangolo e per chiudere meglio i bordi veniva usato un ditale, premuto in quattro punti con la precisione di una macchinetta. La festa continuava per me che ero addetta alla ripulitura con le dita della ciotola in cui era stato il ripieno... che dopo il mio intervento riluceva come appena uscita da una lavastoviglie.

I tagliolini erano l'apoteosi della precisione: dopo aver fatto la sfoglia ed averla fatta un po' asciugare, veniva arrotolata stretta e un po' schiacciata e poi, tenuta ferma con la mano sinistra, con la destra armata di un coltello con la giusta affilatura veniva "affettata" come un salame con un ritmo cadenzato e regolare che produceva un rumore che ancora mi risuona, dopo più di 40 anni, nelle orecchie:
"zum! zum! zum! ......" ed ogni 10 - 15 tagli, la sfoglia affettata veniva aperta a formare dei nidi che poi venivano lasciati sul tagliere ad asciugare. La misura del taglio veniva data dalle dita della mano sinistra sfiorate ogni volta da quel coltello affilato ed io tutte le volte mi domandavo, tra me e me: "Ma come fa a non tagliarsi mai?

A quel tempo mia madre lavorava, era un'infermiera (lei ci teneva a sottolineare che era un'infermiera professionale con diploma di caposala), ma aveva lavorato in ospedale per pochi anni, a Roma, poi, dopo la mia nascita, aveva deciso di lasciare l'ospedale per un lavoro più tranquillo, più vicino a casa, senza i turni massacranti e “sfasanti” che ancora oggi gli infermieri che io sappia devono fare. Mia nonna era un grosso aiuto per lei. Mia madre non sapeva cuocere neanche un uovo al tegamino, mia nonna non la voleva in cucina e le diceva: “Tu hai studiato, pensa a fare bene il tuo lavoro, a far da mangiare imparerai quando non ci sarò più!”.

E così è stato: mia nonna se n'è andata in fretta, senza darci tanto da fare in un inverno in cui una brutta forma di influenza ne portò via tanti, quando io avevo 10 anni e mia madre 37. Mia madre ha cucinato per qualche mese fettine di carne, pasta al burro e minestrina di dado, dopo di che, forse per disperazione sua, mia e di mio padre, ha cominciato a comprare libri di cucina ed uno in particolare: “La cucina dalla A alla Z” di Carnacina e, tra tutte le ricette disponibili sceglieva quelle della cucina romanesca. Pur non essendo romana evidentemente voleva fare parte di quella terra che l'aveva così amorevolmente accolta e così giù con code alla vaccinara, penne all'arrabbiata, bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, coratella coi carciofi.... aveva una sapienza nell'aggiungere la giusta dose di sale e di aromi, dare quel tocco che seguire pedissequamente una ricetta non può dare, come se anche in lei geneticamente ci fosse una predisposizione naturale a dare ai cibi la giusta amalgama di sapore. Essendo cresciuta con questi sapori, come potrei mai disprezzare la carne ed avercela con chi, senz'altro più di me, la consuma?

Caro Paolo, avrei altre cose da dire su mia nonna, cose belle e meno belle, ma preferisco ricordare queste, per quelle negative magari ne parliamo o riparliamo quando ci vediamo........... oppure me le dimentico.

Caterina Regazzi

martedì 13 luglio 2010

Il vino come nettare degli Dei… nella storia e nella tradizione esoterica mediterranea

La storia della vite e del suo nettare, il vino, si perde nei tempi lontani, anche se oggi, nei tempi moderni, possiamo quasi scientificamente individuarne il luogo di origine della vite coltivata, che la sua comparsa in Europa con l’avvento del ferro. La storia della vite sembra sia strettamente collegata al diluvio universale citato nella Bibbia, difatti dopo questo evento, in cui l’arca di Noè si arenò sul monte Ararat, vicino alla Georgia, si tramanda che proprio su questa montagna Noè piantò la vite. Diventò così il primo “viticoltore” apparso nel mondo dal
Libro della Genesi. Per chi non crede,può sembrare assurdo ma…. Noè all’inizio fu un agricoltore, lavorò la terra e vigne. Un giorno bevve il vino prodotto da lui e si ubriacò.

Da questo fatto si fa partire l’inizio della viticoltura, sia come evento archeologico che religioso. Sappiamo quindi con certezza in base a molti reperti archeologici trovati nell’area, che la vite è stata coltivata in Mesopotamia, in Medio Oriente e successivamente nel Mediterraneo, dove sono sorte grandi civiltà ideatrici di scrittura mitologica e cultura. In pratica si sarebbe diffusa, la vite una droga inconscia nel modo seguente: Mesopotamia, Turchia, e poi Creta Cipro e Grecia,Magna Grecia, Corsica ed infine Francia Meridionale.

Il Mediterraneo orientale è quindi l’origine della viticultura. Il merito della sua selezione e diffusione spetta ai popoli mediterranei che da un lato selezionarono la vite selvatica, e dall’altro la impiegarono in modi diversi, a seconda del clima e del terreno, usando la vite coltivata, giunta dall’Oriente nei loro paesi, per merito delle comunicazioni allora accessibili ma principalmente per mari e per fiumi.

Un fattore discutibile è il fatto che a detta di informazioni raggiungibili tramite internet, il popolo principale che ha contribuito alla diffusione della vite, è certamente quello ebraico.

Nella Bibbia infatti la vite ed il vino vengono citati innumerevoli volte. Quando gli Ebrei furono costretti ad emigrare in Caldea e Mesopotamia, portarono con loro dei tralci di vite da piantare e contribuirono così alla diffusione della viticoltura in Mesopotamia. Nella tradizione Ebraica l’albero della vita è rappresentato dalla vite. Dalla Palestina alla costa entrarono in scena i Fenici, popolo rappresentato da navigatori e commercianti che introdussero tra le loro
merci da vendere nei porti del Mediterraneo, i vini dell’Armenia, di Siria e della Palestina come pure piantine di vite.

Può sembrare curioso, ma il luogo dove la viticoltura greca si sviluppò maggiormente, non fu il suolo della patria, ma la Magna Grecia, cioè L’Italia, chiamata dai Greci “terra del vino” (Enotria). Alla patria di Omero dobbiamo quindi la cultura del vino. Sibari, con il suo porto,era il principale mercato, si narra che per facilitare il carico delle navi, fossero dei veri e propri enodotti costruiti con tubi di argilla, entro i quali il vino defluiva dalle colline circostanti direttamente all’imbarco evitando così il passaggio del porto.
Per quanto ci si possa credere, già allora c’era in casa chi se ne intendeva un po’: gli Etruschi, popolo la cui origine e la lingua è avvolta ancora nell’incertezza. La loro viticoltura si diffuse nell’Etruria Centrale, contrapposta a quella asiatica e greca, coltivano la vite ad alberata secondo un uso nordico, che non pensava di far scendere e staccare la vite dall’albero, potandosela e tenendola a sé stante. Sul suolo italiano assistiamo così, quasi per destino a tre diversi avvenimenti: I primi insediamenti greci nella Magna Grecia, (Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia ) intorno al 700 a.C. fondazione di Roma 753 a.C. e la formazione delle prime comunità etrusche sempre intorno al 700 a.C. Tra questi la vinse Roma , che attraverso storie parallele di continui intrecci tra la viticoltura greca ed etrusca, le assorbì entrambe, prendendo il meglio dell’una e dell’altra mutandone così le rispettive culture vitivinicole.

Fondamentale per l’epoca fu la mitologia, che influenzò gli uomini, la vite ed il vino. Ceera un Dio che presiedeva la viticoltura e l’enologia, c’erano Fufluns in Etruria, Saturno in Sabina, Dionisio in Grecia e Bacco in Italia. Inoltre la bevanda ricavata dall’uva con la sua fermentazione misteriosa, aveva un carattere sacro. Gli inizi per Roma non furono rosei, Plinio ci narra che Romolo, fondatore di Roma, e più tardi il successore Numa Pompilio,faticarono non poco, e con scarsi risultati per diffondere la viticoltura: Quest’ultimo
introdusse la Legge Postunia per proibire di adoperare nei sacrifici agli Dei il vino di vigne non potate. Questo ci fa pensare, che la produzione di vino buono fosse scarsa, e l’uso limitato a occasioni particolari, ed a classi elevate. Di certo nei primi anni della nascita di Roma, il vino fu importato principalmente dal’Etruria dalla Magna Grecia e dalla Grecia.

La scarsa produzione locale, portò le autorità romane a proibire il vino agli schiavi, alle donne, permettendolo solo ai maggiori di 21 anni,e considerando il fatto che all’epoca l’età media era molto bassa, 30, 35 anni, il vino veniva concesso solo agli uomini maturi.

Bisogna però fare una precisazione: parlare di vino al tempo dei Romani può sembrare semplice, dato il millennio di vita del predominio di Roma. E’ indubbio che non sempre gli antichi Romani amarono il loro vino: all’inizio del secolo dell’impero i vini laziali furono scarsamente apprezzati, ad esclusione di Albalonga, Albano e pochi altri come Velletri, Setino di Sezze, il Sabino di Tivoli e dintorni, il Veietano di Veio. Ma la regione che i Romani privilegiarono per il vino fu sempre la Campania, di cui Orazio il poeta ricorda: il Cucubo, il Falerno, il Caleno di cui il più celebre il Falerno. Dopo tanto parlare del vino ci sembra naturale pensare ai Romani che come noi, bevono vini bianchi secchi o frizzanti, vini rossi conservati più o meno lungamente nelle botti. Ed invece no. Anche se il nostro diritto civile si rifà ancor oggi al nostro diritto romano, c’è una cosa che non abbiamo in comune, con i Romani: questa è il magiare e soprattutto il bere. Il vino che bevevano i Romani era allungato con l’acqua oppure conciato. Infatti non era mai bevuto puro, e non era liquido fluido come oggi, bensì era concentrato e simile ad un mosto cotto. Questo perché con la tecnica dei tempi, era impossibile conservare il vino per un periodo abbastanza lungo, senza impedire che il bacterio lo trasformasse in aceto.

Per questo i vini erano prodotti con elevato residuo zuccherino per renderli longevi, venivano bolliti per ridurli, divenivano sciropposi, e si allungavano con acqua, per cui era possibile trasportarli in siti lontani. L’acqua utilizzata era tiepida, meglio se di mare, il vino veniva inoltre resinato o condito con il miele, sale, erbe aromatiche come rosmarino, timo, mirto, ruta, zafferano o spezie come pepe, cannella chiodi di garofano. Ben graditi erano i petali di rose, o essenze di rose. I vini venivano distinti in : debole,molle,aspro, alcolico, pesante, morbido, dolce, pieno e volgare.

Per la conservazione del vino si adoperavano le anfore o recipienti in terracotta che venivano sigillati con argilla, gesso, pece, stracci imbevuti della stessa, in vista di un invecchiamento lungo, che avveniva in cantini ampie, ben areate e fresche. I nostri avi non usavano far invecchiare i vini in botti di legno. Plinio ci narra di un popolo strano nei pressi delle Alpi, che usava conservare il vino in recipienti fatti di doghe di legno; altro non si parlava che dei Galli il cui nome sarà poi utilizzato per indicare il termine gallici i tannini apportati al vino dalla maturazione delle botti. Per finire, il vino veniva anche condito con il garum, un miscuglio di pesce ed erbe aromatiche.

Rita De Angelis