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giovedì 24 maggio 2012

Verona Romana - "Qualcosa su Verona me la fate dire?"

Teatro Romano di Verona, ai piedi del Colle di San Pietro

Qualcosa su Verona me la fate dire?

Si dice "il primo amore non si scorda mai" ed è vero. La prima città che ho sentito mia, che ho intimamente amata ed in cui, malgrado tutto, mi son sentito accolto, è stata Verona. Qualcuno potrà obiettare "ma come, non sei nato a Roma? Non hai amato Roma?".. E no, non l'ho amata, l'ho sempre sentita un luogo ed una comunità estranea, almeno sino al 1974, anno in cui -da poco tornato dal mio primo viaggio in India- sentii che qualsiasi luogo potesse essere la mia casa.. Fu allora che riconobbi Roma. Ma ciò avvenne solo perchè non facevo altro che meditare tutto il giorno e girovagare a piedi nei luoghi più magici della città eterna.

Con Verona è stata un'altra cosa, fu un abbraccio emozionale, quando la scelsi come mia dimora, ero adolescente, scappavo da Roma e volevo vivere in un modo libero e umano. Ed a Verona, trovai quel che cercavo, luoghi a misura d'uomo, amicizie, amori... Certo venivo sempre etichettato come "terrone".. ma dagli amici con un sorriso e dai nemici con "timore". Tant'è che in tutti gli anni in cui vissi a Verona, in cui vi impiantai le basi di un vivere libero e fuori dagli schemi, continuai a parlare con un leggero accento romanesco, così per sfizio, per "vezzo" come dicevo allora.

Ovviamente la parte di Verona che maggiormente amai ed in cui soggiornai più piacevolmente fu proprio la parte antica, quella che portava ancora la memoria di Roma. Il "Circolo Ex", la mia prima associazione, ed una delle primissime in Italia, in cui si celebrava la vita, la cultura, l'arte e la trasgressione in tutti i sensi, aveva sede in Piazzetta San Marco in Foro, quello cioè che era stato il Foro Romano.

Beh, qui però mi fermo non voglio raccontare troppo per non perdere di vista l'argomento dell'articolo che segue.

Paolo D'Arpini


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Il piano di fondazione di Verona Romana


Umberto Grancelli ne Il Piano di fondazione di Verona romana svela il volto dimenticato e sconosciuto di una città magica, espressa dalle proprie misure sacre, dagli antichi riti, dagli allineamenti astronomici, ma, soprattutto, lasciando che le pietre stesse ci parlino, oltre le scontate geometrie legate al cardo e al decumano, sebbene la forma reticolare colpisca al primo sguardo e le strade principali seguano gli assi cartesiani dove l’organismo cittadino ordinario troverà la sua forma palese.

Spingendosi più in profondità, una geometria occulta ci è allora lentamente svelata, concepita per restare immutata nei secoli, così che nessuno ha potuto scalfirla, tenendosi sottotraccia e mantenendo l’equilibrio dell’eterna tensione del cerchio e del quadrato. La parte “razionale”, lineare e allineata della Verona romana, è quella sviluppatasi dentro l’ansa protettiva dell’Adige, così che la città conosciuta e quella sconosciuta convivono: una dentro l’ansa, disposta a reticolo e l’altra, quella sacra, che è connessa alle forze delle origini e trova la sua sede sul colle di S. Pietro, dov’è il “palatium” del potere, il luogo della forza spirituale, dove il cielo comunica con la terra.

Attraverso punti riconducibili ad un disegno mandalico, ripresi successivamente anche da templi cristiani, Verona, come ogni altra “Città antica”, ci appare composta non solo di assi reticolati, ma anche di cerchi e di allineamenti tuttora rintracciabili e fissati sul “cammino” annuale del sole. Lentamente, ci è svelata una città incantata, in cui è vivo l’eco dell’incontro fra la sapienza dell’oriente e quella dell’occidente. Si tratta sempre della città come luogo fondato su principi eterni e trascendenti, frutto di conoscenze immemorabili, per lo più a noi sconosciute, secondo l’incessante alternarsi della luce e del buio, del solare e del sotterraneo.

Il colle di San Pietro con i suoi pozzi e le sue cavità, con il teatro ai suoi piedi, è la montagna sacra cui tutta la città si volge; forse è qui che si tracciò il pomerio, come nella fondazione di Roma (segnato da un fulmine inviato dalla divinità più alta), con l’aratro mosso da due buoi, uno di manto bianco e l’altro nero; un aratro a versoio, che in qualche museo dell’Etruria è ancora possibile vedere, con l’ala di bronzo che permetteva alla zolla mossa di essere capovolta, in maniera che il sotto diventasse il sopra e viceversa.

Liturgie rituali e tradizionali erano indispensabili per creare la città antica, secondo gesti compiuti non solo per delimitare, ma anche per orientarne la fondazione nel senso del cammino annuale del sole e verso le stelle o le costellazioni, che da sempre, peraltro, hanno determinato gli atti umani fondamentali. Non esiste cattedrale che non abbia il suo zodiaco e non fanno eccezione le principali chiese di Verona, la Basilica di San Zeno e il Duomo, che conservano pareti istoriate con queste dodici figure. Le stesse cattedrali sono la continuazione medioevale di questo sapere arcano, come Fulcanelli ha ricostruito nel suo Mistero delle Cattedrali.

Vivere, morire e rinascere; la morte è effettivamente un passaggio, un cambiamento di stato. Analogicamente, anche ogni città ha una sua individualità, è una creatura, un organismo che nasce e muta in un costante divenire. Il colle di S. Pietro era l’acropoli veronese, dove più alto sorgeva il tempio dedicato al dio Giano, che chiudeva e apriva ogni ciclo; due facce opposte di una divinità indivisibile che incarna il mistero dell’uomo come unità viva e creatrice, composta di aspetti contrastanti e complementari, che si influenzano vicendevolmente.

Non a caso Ops Consiva è la paredra di Saturno, ma anche consorte di Giano, ed è una divinità femminile preposta alla fertilità, alle acque sorgive e feconde, ai granai e alla conservazione del farro, base alimentare dei romani, grano particolare selezionatosi nel Lazio e legato anch’esso ai misteri del pane, alla morte e alla resurrezione. Già gli egizi solevano ricoprire il dio dei morti Osiride di cariossidi e farle germinare, perché il grano deve trasformarsi fino a morire e, infine, germinare nelle viscere delle madre terra, perché solo cosi potrà diventare nutrimento gli uomini. Ancora il pane era legato intimamente ai Misteri Eleusini come il vino era legato ai Misteri di Dioniso, e nella messa cattolica ritroviamo questi medesimi alimenti, per quanto ulteriormente trasfigurati in “carne” e “sangue” del Cristo.

Il colle di San Pietro è l’inizio e la fine di un viaggio eternamente ciclico, di morte e di rinascita, dove i volti di Giano posti sulla soglia osservano in opposte direzioni la partenza e l’arrivo. Questa divinità italica, come l’apostolo Pietro, è munita di chiavi per aprire o chiudere la porta della salvezza. Umberto Grancelli ci ha aperto le porte e accompagnato verso un altro orizzonte della conoscenza, ma anche verso la speranza che una parte di noi stessi, seppur piccola, troverà la liberazione eterna.

Luigi Pellini



Paolo D'Arpini quindicenne in cima al Colle di San Pietro a Verona (Vedi anche: http://saul-arpino.blogspot.it/)


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Commento ricevuto:

Il mio editore veronese -Giovanni Perez, nato a Napoli ma a Verona dalla nascita, edizioni "Vita Nova"- pubblicò nel 2006 "Il piano di fondazione di Verona romana" di Umberto Grancelli, pagg. 196 e nel 2009 "Verona.Origini storiche e astronomiche" di Adriano Gaspani, pagg.184.

Sempre interessato alla mia citta natale! Ove si è dimenticato il 18 maggio il 70° anniversario della morte di Angelo Dall'Oca Bianca, col quale mio padre ebbe amicizia (possiedo un vasto epistolario) dal 1922.
Ricordo di aver partecipato ai funerali del Pittore, accompagnando mio padre: avevo meno di 4 anni!

Ma ogni volta che sono a Verona visito la sua tomba, al centro dell'omonimo villaggio per i poveri da lui fatto costruire dal 1936, oltre quella di Umberto Boccioni, adiacente a quella dei miei nonni, e non lontana da quella della Madre di Dall'Oca.

Antonio Pantano

domenica 8 aprile 2012

"Conquiste sociali e diritti dei lavoratori durante il ventennio" - Saggio di Filippo Giannini

L'autore del saggio: arch. Filippo Giannini di Roma


Ante Scriptum

Cari amici, non voglio tediarvi ricordando mio padre, ma è necessario non per altro per introdurre un nuovo articolo che, per la verità completamente nuovo non è. Dunque mio padre, Virgilio, oltre ad essere dotato di determinate caratteristiche come una acutissima intelligenza e una non comune cultura, era di una modestia che rasentava la stupidità. Ma quello che lo caratterizzava in particolare era la sua onestà che andava oltre ogni umana immaginazione. Mio padre ci lasciò circa quarant’anni fa. Qualche lettore si chiederà: ma che centra il padre di Giannini? Un attimo di pazienza e giungo al PERCHE’. Dunque per quanto scritto si evince che il Ragionier Giannini visse gli anni del pre fascismo e il fascismo per intero. Una prima precisazione: mio padre non era, nel corso del Ventennio, mai stato fascista, il suo unico dovere era il lavoro, quindi posso dire che era un a-fascista. Veniamo al punto: caduto il fascismo e subentrata la democrazia, poté notare la differenza di buon governo tra il pre-fascismo e la novella democrazia e confrontando questi periodi con quello del male assoluto (così indicato da l’infame N° 1), ebbene divenne fascista e votò sempre per il MSI.

Mio padre si spense negli anni settanta, quando la classe politica allora al potere non aveva raggiunto il grado di disonestà che oggi la caratterizza. Per quanto ho scritto non posso immaginare mio padre vivo ai tempi di questa repubblica nata dalla resistenza.

Non passa giorno che non si verifichi un furto, una ruberia, una truffa, corruttela di ogni genere da parte dei furbetti vermetti che siedono al parlamento o al senato, cose che al tempo del male assoluto sarebbero state semplicemente impensabili. Proprio questi giorni mi è venuto in mente un fatto poco noto e che ritengo opportuno ricordare. Al Liceo classico di Roma, il Torquato Tasso, erano iscritti due figli di Benito Mussolini: Vitorio e Bruno. È da osservare che quel Liceo in quel periodo era caratterizzato da grande serietà e difficoltà nello studio e gli studenti che superavano l’esame di diploma erano considerati dei piccoli geni. Ebbene accadde che quando Benito Mussolini seppe che alcuni professori riservavano un occhio di riguardo ai propri figli, forse in rispetto del loro cognome, scrisse al preside una lettera con la quale pretendeva che ad essi fosse riservato lo stesso trattamento di severità in uso per qualsiasi altro studente.

Quanto sopra scritto mi ha ispirato l’articolo che segue, iniziando con un grido, alto e forte: ALTRO CHE ARTICOLO 18!

Filippo Giannini



ITALIA REPUBBLICA SOCIALIZZAZIONE CORPORATIVISMO, SOCIALIZZAZIONE. LA MARCIA DEL FASCISMO VERSO LO STATO NAZIONALE DEL LAVORO.

SOCIALIZZAZIONE E STATO CORPORATIVO I passaggi fondamentali per giungere al Manifesto di Verona


di Filippo Giannini


"La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana, romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell'economia, ma respinge la livellazione di tutti e di tutto, livellazione inesistente nella natura umana e impossibile nella storia" (Mussolini - 14 ottobre 1944)

Il teorico e storico della dottrina cattolica, Don Ennio Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e all'insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da Mussolini nell'ultimo decennio della sua vita "fu quello di far entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore da collaboratore dell'impresa a partecipante alla gestione e alla proprietà e quindi ai risultati economici della produzione”. E aggiunge: "Durante la RSI ... fu emanato un decreto che prevedeva la socializzazione delle imprese. E' stato questo, sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al futuro. E' un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest'ultimo messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi ravvediamo qualcosa di profetico”.

L'idea di un "socialismo effettuabile" sorse in Mussolini già nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, "organismo" velleitario e ciarliero e la sviluppò nell'immediato primo dopoguerra.

Nel 1919, Mussolini parlando, agli operai della "Dalmine" che avevano occupato le fabbriche e innalzato le bandiere tricolori anziché quelle rosse e continuato a lavorare sotto la guida dei tecnici, fra l'altro dichiarava che "il lavoro doveva essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione”.

In questo dopoguerra è stato scritto e detto che l'idea di Mussolini della Socializzazione "fu solo un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici". E' una delle tante menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto terrorizzato di dover affrontare un serio confronto con il Governo che lo ha preceduto.

Tutta l'attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiare finalità sociali all'avanguardia non solo in Italia ma, addirittura, nel mondo.

Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi ne godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent'anni di Governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai Governi di questo dopoguerra, risulterebbe stridente.

Citerò solo alcune di quelle leggi o decreti, quelle, cioè che ritengo più rappresentative, ricordando che prima del fascismo nello specifico campo legislativo c'era il vuoto più assoluto:

Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 - 26/4/1923);

Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923);

Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 - 30/12/1923);

Maternità e infanzia (R.D. 2277 - 10/12/1925);

Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927);

Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 - 14/6/1928);

Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 - 26/7/1929);

INAIL (R.D.264 - 23/3/1933);

Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 - 10/1/1935);

INPS (R.D.18274/10/1935);

Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 - 29/5/1937);

ECA (R.D. 847 - 3/6/1937);

Assegni familiari (R.D. 1048 - 17/6/1937);

Casse rurali e artigiane (R.D.1706 - 26/8/1937);

INAM (R.D. 318 - 11/1/1943);

Da tutto ciò si evince il motivo per cui i governi che seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne e varare quelle leggi antidemocratiche e lesive al libero pensiero, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale" e "Legge Mancino".

Su questo argomento torneremo in un prossimo futuro e rientriamo prontamente in tema ricordando l'enunciazione mussoliniana “andare verso il popolo", trasformata poi nel più sociale "stare con il popolo".



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I principi essenziali dell'ordinamento corporativo sono espressi e ordinati nella "Carta dei Lavoro" che vide la luce il 21 aprile 1927.

"La Carta del Lavoro" trasportava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati.

In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su "Il Giornale d'Italia", fra l'altro si legge: "La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del cosiddetto Stato Liberale e l'incubo dello Stato Sovietico. Il secondo conflitto mondiale infranse l'esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell'isolamento internazionale provocate dalle sanzioni e dall'autarchia".

Il Diritto Corporativo tende a porre l'Uomo al centro della Società postulando dei principii di cui ne cito alcuni ritenendoli i più caratterizzanti e avvalendomi dello studio del Dott. Sebastiano Barolini:



1) ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa;

2) partecipazione dei lavoratori agli utili dell'impresa;

3) partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;

4) intervento dello Stato attraverso suoi funzionari immessi nei Consigli di Amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori

5) diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;

6) diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all'appiattimento collettivista ed alle concentrazioni capitaliste;

7) edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l'assistenza gratuita alla maternità e all'infanzia, le colonie marine e montane per bambini poveri, l'assistenza agli anziani, i dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via dicendo;

8) eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che se un cittadino non può farsi giustizia da se, altrettanto deve valere per i conflitti sociali ed evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;

9) abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;

10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.

Questi enunciati, che risalgono ai primi anni '30, non sono che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente nel "Manifesto di Verona". (1)

Come logica successione di questo processo che, come abbiamo visto, partì nel lontano 1914 e giunse ad approdare alle "Leggi sulla Socializzazione" nella Repubblica Sociale Italiana.

Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 Settembre 1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione), Mussolini fra l'altro dichiarava che "la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale" e il 29 settembre ancor più esplicitamente: "(la Repubblica Sociale Italiana avrebbe avuto) un carattere nettamente socialista stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l'autogoverno degli operai".

La Socializzazione era uno strumento per una più ampia trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista: socializzare l'economia per socializzare lo Stato.

Questo pensiero può risultare più chiaro leggendo uno stralcio della Relazione che accompagnò il Decreto Tarchi, Ministro dell'Economia: "(...) la civiltà tende ad un nuovo ciclo, e quel nuovo ciclo nel quale l'uomo riassumerà il ruolo di protagonista della propria storia e del proprio destino in funzione della sua personalità estrinsecantesi in attività concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo l'affermazione programmatica che riconosce il lavoro come soggetto dell'economia (...)".

Ecco allora prender forma la dottrina della società come era intravista da Saint Simon, da Owen, da Mazzini, concezioni vilipese dal Bolscevismo ma ben focalizzate dal "socialismo effettuabile" di Mussolini e riportate nel "Manifesto di Verona" e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13 gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell'11 febbraio seguente.

La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica Sociale, il 13 gennaio, all'annuncio dei provvedimenti sulla Socializzazione, determinò il giorno dopo la caduta dell'indice generale da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando il 13 febbraio furono emanati i decreti di Socializzazione, l'indice generale scese a 567 punti, poi però, ad iniziare da marzo riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944 il ragguardevole livello di 1745 punti (2).

Certamente il Paese che sopportava oltre quattro anni di disastrosa guerra e diversi mesi di lotta intestina, ben difficilmente poteva attuare in tempi rapidi un così ambizioso progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che, come disse Mussolini a Milano "qualunque cosa accada, è destinato a germogliare”. Giustamente l'avvocato Manlio Sargenti ha recentemente rilevato: "Purtroppo questo progetto non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono considerati gli epigoni dell'idea del Fascismo e della Repubblica Sociale".

Prima di chiudere il lavoro e concludere, ritengo importante citare gli articoli che sono di base della nostra lotta politico-sociale, articoli che, ovviamente a oltre ottanta anni dalla loro promulgazione, possono essere ritoccati lì dove è necessario ma il cui spirito deve rimanere inalterato.

Art. 9) base della Repubblica Sociale Italiana e suo soggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione dell'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori (...).
Gli articoli non menzionati sono certamente meritevoli di essere ricordati, ma motivi di spazio mi inducono a citare quelli essenziali che da soli caratterizzano lo spirito di base del "Manifesto di Verona"; e sempre per tirannia di spazio sono costretto a rinunciare ad un dovuto commento anche degli articoli menzionati.

L'attuazione della "Legge sulla Socializzazione" trovò enormi difficoltà causate sia dagli industriali, per ovvi motivi; dai tedeschi timorosi che la resistenza passiva da parte degli industriali avrebbe potuto danneggiare la produzione bellica; da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori, timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.

Questa situazione di stallo persistette sino a quando Concetto Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito "la nostra più importante mente giornalistica”, creò un caso clamoroso. Un suo articolo, pubblicato su "La Stampa" (di cui era direttore) del 21 giugno 1944, dal titolo: "Se ci sei batti un colpo", diede una sferzata al Capo della RSI e lo costrinse a mettere in atto quelle Leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto, erano già approvate in sede legislativa ma rimaste inoperanti.

Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò il Decreto del giugno '44 e l'entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente.

A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese, Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per gradi; iniziando dalle imprese editoriali.

La situazione stava precipitando, ma nelle imprese socializzate si riscontrò un notevole incremento della produzione. A dicembre 1944, Nicola Bombacci programmò una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e, tra queste, visitò la Mondadori traendone sorpresa ed emozione. A seguito di ciò inviò una lettera a Mussolini nella quale, fra l'altro scrisse: "Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di Gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione dato che gli utili dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni”.

La guerra ormai volgeva alla fine e, come ha scritto Amicucci ne "I 600 giorni di Mussolini": "Mussolini voleva che gli angloamericani e i monarchici trovassero il nord d'Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la RSI".

Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile alla Socializzazione delle imprese con almeno 100 dipendenti e un milione di capitale.

Per ripagare il grande contributo avuto dai grandi industriali, i comunisti che controllavano appieno il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile 1945, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato "l'olocausto nero", ripeto, come primo atto ufficiale fu l'abolizione della "Legge sulla Socializzazione". E l’operazione fu condotta proprio dal padre di Enrico Berlinguer. Non lo sapevate? D’altra parte fu legittima difesa, in quanto i Berlinguer erano ricchissimi proprietari terrieri.

Così era iniziata la grande beffa a danno dei lavoratori.



Quanti di voi conoscevano quanto riportato?




1) Questi principi rivoluzionari che avrebbero posto in discussione i "diritti acquisiti" costrinsero tanti "potenti della terra", a coalizzarsi per ostacolare il processo mussoliniano prima imponendo le Sanzioni, obbligandoci poi alla guerra, quindi "inventandosi" il "25 luglio", l'8 settembre ed infine i massacri del secondo dopoguerra allo scopo che di quelle idee non rimanesse più traccia. Paradossale è che di questo diabolico progetto la grossa finanza si avvalse proprio di quella classe che ne sarebbe stata lesa: la classe dei meno abbienti. E l'inganno continua!

2) Solo per conoscenza storica il 6 giugno, alla notizia dello sbarco angloamericano in Francia, si verificò il crollo della Borsa del 30% chiudendo, però, l'anno borsistico il 2 agosto 1944, al buon livello di 1219 Punti.

mercoledì 13 aprile 2011

Pace nonviolenza difesa della biosfera e dei diritti umani



Bioregionalismo ed umanesimo - Pace nonviolenza difesa della biosfera e dei diritti umani


Martedì 12 aprile a Viterbo si é svolto presso il "Centro di ricerca per la pace" un incontro di riflessione sul tema "Con la nonviolenza per difendere la biosfera e i diritti umani di tutti gli esseri umani".

L'incontro si é svolto in due parti.

Nella prima parte sono stati analizzati conflitti violenti a vari livelli, e si sono individuate forme nonviolente di intervento adeguate.

Nella seconda parte sono state analizzate alcune emergenze ambientali, e si sono individuate anche in questi casi forme nonviolente di intervento adeguate.

Nel corso dell'incontro é stato diffuso materiale informativo, di riflessione e di sensibilizzazione, ed é stato confermato l'impegno dei partecipanti contro la guerra, contro il razzismo, contro il maschilismo, contro i poteri criminali, contro la devastazione ambientale.

Un appello i partecipanti rivolgono a tutti i cittadini ad opporsi alla guerra e alle stragi, al razzismo ed alle persecuzioni.

Un appello i partecipanti rivolgono anche a tutti i cittadini a votare sì ai referendum per difendere il diritto umano all'acqua e per fermare la criminale follia nucleare.

Peppe Sini - Centro per la Pace di Viterbo



Intanto continua il digiuno nonviolento, collettivo a staffetta,
promosso dal Movimento Nonviolento.


Vogliamo liberare il mondo dalla guerra, vogliamo liberare il mondo dal nucleare. Iniziamo da noi stessi, e lo facciamo digiunando.

Sono 100 le amiche e gli amici della nonviolenza che hanno finora aderito al digiuno "per opporsi alla guerra e al nucleare", che prosegue dal 27 marzo scorso, e che hanno già annunciato la loro adesione almeno fino a lunedì 18 aprile. Ma altri ancora si stanno aggiungendo, e si proseguirà oltre. Si digiuna in ogni parte d'Italia, da Trieste a Bari, da Cagliari a Verona, da Venezia a Roma.

La nonviolenza è contagiosa; abbiamo iniziato con un digiuno di 48 ore, che sta proseguendo da 18 giorni.

Condividiamo il digiuno e la sofferenza che stanno vivendo i profughi dal nord Africa e le vittime di Fukushima. Rimanere senza cibo è un modo per vivere la compassione. Rimanere in silenzio è un modo per evidenziare quanta violenza c'è nella parole di menzogna (la prima vittima della guerra è la verità): "operazione umanitaria" per nascondere che è una guerra; "nucleare sicuro e pulito" per nascondere i rischi e i costi dell'energia atomica.

La guerra fra gli uomini (in Libia e in Afganistan) e con la natura (a Fukushima e a Cernobyl) è un crimine contro l'umanità.
La nonviolenza fra gli uomini e con la natura è la via di salvezza per l'umanità.
Il digiuno è una delle strade per la nonviolenza.

Chi desidera aderire al digiuno lo può comunicare a:
azionenonviolenta@sis.it

(indicare nome, cognome, città, giorno o giorni di digiuno)


Mao Valpiana

_____________________
Movimento Nonviolento
via Spagna, 8
37123 Verona

Tel. 045 8009803
Fax 045 8009212
sito: www.nonviolenti.org


War is over (John Lennon)

venerdì 25 febbraio 2011

"Bioregionalismo urbano ed ecologia profonda nelle comunità umane"



"...me pasaría la vida viajando y pediría a la buena gente que encontrara en el camino de prestarme algo de su vida para probar a veces lo que significa sentirse en casa.." (Sbirba Aivlis)

Essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano (sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato a Verona per oltre metà della mia vita), ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione di un piccolo borgo abbandonato, Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo...), posso affermare che massimamente il mio procedere "bioregionale" si è svolto in un ambito sociale "cittadino". Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un "organismo" di civiltà umana.

Da poco più di sei mesi mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale.... Infatti Roma è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata meno di mille... Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l'ambiente e gli animali senza dover rinunciare ai vantaggi della "civitas", essendo noi umani esseri altamente socializzanti....

La parola "Bioregionalismo" come pure il termine "Ecologia profonda" sono neologismi coniati verso la fine degli anni '70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all'avvento dell'industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il "bioregionalismo" (che equivale all'ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall'esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura - spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l'intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l'uno all'altro.

In una ottica bioregionale - dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale - occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da "civitas" ma dobbiamo considerare anche l'altra definizione "urbs", questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una "civitas". Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l'ambito di una "comunità ideale" non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità "originaria" hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti "elementi effettivi" della stessa collettività.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l'un l'altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l'intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d'interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occore portare elementi di riequilibio all'insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all'interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l'approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all'autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell'interscambio fra produzione e consumo, affinché l'approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.

Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema e di un ulteriore dialogo integrativo.. Lascio ai lettori la parola!


Paolo D'Arpini, referente della Rete Bioregionale Italiana
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