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lunedì 30 aprile 2012

La sovversione cristiana e quel che si è salvato dell'antica cultura europea



Ante Scriptum di Joe Fallisi: "...credo abbia molta ragione, il bravo Fabio Calabrese. Instauratosi, per il tramite di Costantino e Teodosio detti i "grandi", un regno ecumenico (cioè su tutta l'ecumene romana e poi oltre) che riuscì a durare duemila anni, di cui (almeno) mille costellati di torture, pulizia etnica (nei confronti dei pagani e degli eretici) e stragismo abominevoli, tutto il corso storico e politico, la vita intellettuale e spirituale, la cultura ecc. dovette adattarsi, modellarsi ed esprimersi sulla base e all'interno della matrice tirannica giudeocristiana. Indubbiamente le caratteristiche precipue di tale religione, insieme sentimentale e assassina, e con capacità davvero uniche di "recuperare", inglobare e riplasmare, con tutti i mezzi, tutto, furono quelle che permisero tale risultato durevole e il suo effettivo trionfo. A quale prezzo, chiunque abbia a cuore verità, giustizia e libertà, sa bene - cfr. Sulle nostre radici (da incubo), http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/95297. L'umanità dovette attendere il 1789, la Grande Rivoluzione (con i suoi gravi, anche gravissimi, limiti e crimini la più importante ed emancipatrice), perché il vampiro vaticano fosse costretto a dieta. Certo ancora oggi questa mega-associazione a delinquere "spirituale", sfruttatrice e manipolatrice del naturale bisogno di "Trascendenza" dell'uomo, ha un potere enorme, ma i segni evidenti del suo declino irreversibile ci sono, FINALMENTE, tutti. "Destinanta a fallire" non è tanto "l'impresa di Calabrese", quanto la predetta mafia di mentitori e magnamagna. Che anzi si può dire, in effetti, è già fallita"


Fuori dal cristianesimo

Questa volta affronteremo il discorso dei rapporti con la religione divenuta dominante nel cosiddetto Occidente da una prospettiva un po' insolita. E' vero che, farsi dall'età medievale, la cultura europea si è costruita attorno al cristianesimo, ma questo è avvenuto un po' allo stesso modo di come un'ostrica costruisce una perla attorno a un corpo estraneo penetrato in essa, allo scopo di minimizzare il danno. L'Europa, potremmo dire, ha costruito la sua cultura attorno al cristianesimo per limitare l'infezione che esso ha rappresentato e rappresenta, per non cadere in un fondamentalismo simile a quello che la “sorella minore” del cristianesimo, la terza in ordine di tempo delle religioni abramitiche, ha imposto ai popoli arabi, nordafricani e mediorientali.

Che nella cultura europea esista da lunga pezza una componente fortemente anticristiana, è da tempo cosa nota: senza risalire all'antichità, al Contro i cristiani di Celso, occorre quanto meno rifarsi al grande Niccolò Machiavelli che, senza mezzi termini ha accusato il cristianesimo di aver effeminato il mondo e averlo dato in preda ai malvagi perché ha reso gli uomini più pronti a sopportare le ingiurie per guadagnarsi il paradiso, che a vendicarle, e contemporaneamente l'ammirazione professata dal Segretario Fiorentino per le religioni antiche che rafforzavano la coesione delle comunità umane invece di disgregarla come la religione del Discorso della Montagna invece fa.

Una linea di pensiero che pensatori e storici della filosofia non si sono troppo preoccupati di indagare, è quella di quegli autori che in età cinque-seicentesca hanno affermato contemporaneamente l'idea di sovranità dello stato superiorem non recognoscens e una forte critica al cristianesimo, riecheggiando forse inconsapevolmente sia il ghibellinismo medievale sia Machiavelli; ad esempio Jean Bodin che, oltre a essere un teorizzatore dello stato assoluto, afferma con due secoli di anticipo rispetto agli illuministi il concetto di religione naturale contrapposto a quello di “religione rivelata” proprio del cristianesimo e delle fedi abramitiche (ed è forse il primo a mettere sullo stesso piano cristianesimo, ebraismo e islam). La stessa linea di pensiero è espressa più tardi da Thomas Hobbes che vi aggiunge un magistrale tocco di ironia: i cristiani sono in realtà degli atei, perché il loro Dio è una sostanza immateriale, una contraddizione logica, qualcosa che non può esistere.

Machiavelli, Bodin, Hobbes, ma in età illuministica lo stesso orientamento di fondo, il rilevare la contraddizione, il conflitto fra valori civici e valori presunti trascendenti, è raccolto da Jean Jacques Rousseau: “Il cristianesimo separa l'uomo dal cittadino”.

Il romanticismo meriterebbe poi un discorso a parte. Nella tradizione manualistica per gli allievi delle scuole superiori, troppo spesso e con troppa disinvoltura lo si presenta semplicemente come anti-illuminismo, come ritorno ai valori religiosi e cristiani, ma le cose sono certamente più complesse, basti pensare a madame De Stael che individua nell'antichità l'età dell'equilibro, della salute, dell'armonia, della bellezza, e nella “modernità” l'era della lacerazione, del conflitto, del malessere esistenziale, “modernità” che inizia appunto con il cristianesimo. Basterà aggiungere a questi concetti l'idea del recupero della “grande salute” con uno sforzo volontaristico, non rassegnarsi al vulnus cristiano, e avremo la filosofia di Nietzsche.

Del marxismo, del positivismo, della psicanalisi non meriterebbe proprio di parlare. In questi casi abbiamo una critica “alla religione” come se tutte le religioni fossero uguali e sullo stesso piano e/o come se quello cristiano-abramitico fosse l'unico modello di religione possibile (in realtà è semplicemente l'unico che Marx e Freud, entrambi ebrei profondamente imbevuti di mentalità biblica, sono in grado di concepire). Non parliamo poi del fatto che molto spesso si scopre che questa critica “alla religione” è molto spesso null'altro che una critica all'istituzione ecclesiastica, che salva o addirittura esalta il cristianesimo come dottrina, “Cristo, il primo socialista”; sicuramente non è questa la direzione che ci può interessare; intellettualmente un cul de sac. Il marxismo stesso, poi, in ultima analisi non è che una forma estrema di cristianesimo laicizzato con “l'aldilà” in cui “i proletari” avranno la loro ricompensa posto non nel trascendente, ma al termine del processo storico. Non è certamente un caso che Friedrich Nietzsche, il grande e implacabile critico del cristianesimo, abbia riservato al marxismo lo stesso disprezzo.

Tutte queste cose le sappiamo già, sono o dovrebbero essere sedimentate da un pezzo nella nostra cultura e nella nostra Weltanschauung, ma c'è un fatto al quale forse non si è prestata la giusta attenzione: spesso, più spesso di quanto non si pensi, quando ci imbattiamo in un pensatore “cristiano” o “cattolico” particolarmente intelligente e profondo, ci accorgiamo che il suo cristianesimo non è per nulla ortodosso, e che gli sarebbe bastato un piccolo passo in più, uno sforzo intellettuale ulteriore, o magari solo un po' di maggiore sincerità per uscire del tutto fuori dal cristianesimo.

Io non ho sicuramente la pretesa che questo elenco sia esaustivo, ma proveremo ad esaminare quattro intellettuali cattolici molto diversi per tempo e luogo: due grandi della nostra letteratura, uno scrittore inglese reputato uno dei più grandi autori del XX secolo, uno scrittore e giornalista militante fra i più “impegnati” e interessanti del “cattolicesimo politico” contemporaneo. Fatte salve le enormi differenze che esistono fra l'uno e l'altro di questi personaggi, parleremo di Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, John R. R. Tolkien, Maurizio Blondet.
Su Dante Alighieri, sulla presenza o meno di un indirizzo esoterico nel pensiero mirabilmente espresso nella Divina Commedia, i critici si accapigliano da secoli. A mio parere, nella sua opera vi sono indizi consistenti di un esoterismo di tipo pagano e celtico-druidico celati (ma nemmeno tanto) “Sotto il velame delli versi strani”.

Dante Alighieri ha un aspetto “celtico” che i critici della letteratura si sono sforzati di ignorare. A volte sospetto che se fosse vissuto nella nostra epoca, sarebbe stato considerato una figura di primo piano del “Celtic Revival” Tanto per cominciare, se si prende in mano la Divina Commedia senza paraocchi, ci si rende facilmente conto di una cosa: Dante conosceva molto bene i poemi del Ciclo Bretone e ne era probabilmente un lettore appassionato; sicuramente questi ultimi sono stati una fonte d'ispirazione non di secondo piano della Commedia.

Credo che tutti ricorderanno uno degli episodi più toccanti del poema dantesco, quello di Paolo e Francesca. Come è piuttosto noto, in esso la molla che determina l'innamoramento (o meglio, la confessione del reciproco sentimento) dei due, è la lettura della storia d'amore di Lancillotto e Ginevra. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”. “Galeotto” ossia Galhaut, è lo scudiero che fa da complice alla relazione adulterina fra la regina e il cavaliere.

Di più, l'intero episodio è modellato sulla narrazione della vicenda arturiana: Paolo Malatesta aveva rappresentato il (molto meno avvenente) cugino Gianciotto nel matrimonio per procura con Francesca da Rimini, con un chiaro parallelismo con la vicenda di Lancillotto inviato da Artù a prelevare Ginevra dalla casa paterna. In entrambe le narrazioni si evidenzia il conflitto fra l'amore e i sentimenti di fedeltà e di onore, anche se Gianciotto Malatesta non è certo Artù.

Forse meno noto è un altro episodio della Divina Commedia nel quale Dante rievoca la tragica conclusione della vicenda arturiana, lo scontro finale tra Artù e Mordred, il figlio incestuoso che questi ha avuto dalla sorella Morgana. In questo scontro, come è noto, Artù uccide Mordred e ne viene a sua volta ferito mortalmente. In esso, Dante raccoglie una tradizione secondo la quale Excalibur si sarebbe infissa nel corpo di Mordred in maniera tanto devastante, vi avrebbe aperto uno squarcio così ampio che un raggio di luce l'avrebbe attraversato sì che la stessa ombra del figlio ribelle ne sarebbe stata trafitta.

Questo episodio, come molti altri della Divina Commedia si presta a una lettura simbolica su cui si sono esercitati i non molti critici che hanno prestato attenzione a questo particolare aspetto di Dante: la luce che trafigge l'ombra significherebbe la regalità legittima, la regalità sacrale che annienta la sua tragica caricatura, il bruto potere dittatoriale basato unicamente sulla forza.
E qui salta subito all'occhio il paragone con Tolkien. Come è arcinoto, negli anni '70 Il Signore degli Anelli ebbe un successo enorme tra gli hippies californiani, fino al punto da essere considerato una vera e propria “bibbia” del movimento hippy. La distruzione dell'anello del potere, dell'anello di Sauron, era vista come il simbolo della distruzione “del potere” in quanto tale, di ogni autorità, Il Signore degli Anelli era letto insomma in chiave anarchica.

Nessuna interpretazione del capolavoro tolkieniano potrebbe in realtà essere più scorretta, più falsa di questa, che va considerata un fraintendimento voluto. Chiunque lo legga senza avere in testa interpretazioni precostituite, ben si rende conto che contro il bruto potere tirannico di Sauron si eleva la concezione del potere legittimo, del potere sacrale incarnato dall'autorità regale di Aragorn e da quella magico-sacerdotale (druidica, verrebbe da dire) di Gandalf.

Dante e Tolkien mostrano entrambi di credere alla regalità sacrale, un'autorità regia che è “sacra” di per sé, senza aver ricevuto la sua sacralità da altri, che è “pontificale” nel preciso senso di costituire un ponte fra l'umano e il divino, e questo basta da solo a rendere quanto meno sospetto il cristianesimo di entrambi.
Già la scelta politica di Dante (che finì per pagarla con l'esilio) è tale da farcelo sentire vicino. Dante era “guelfo” per il semplice fatto che dal 1266 (quando il poeta aveva un anno) con la calata in Italia di Carlo d'Angiò, i guelfi avevano acquistato dappertutto una netta preminenza, ma i guelfi fiorentini si erano divisi in “bianchi” e “neri”, e mentre i “neri” rimanevano guelfi a tutto tondo, nella “parte bianca” fiorentina avevano finito per ripresentarsi le istanze del ghibellinismo, la difesa dell'autonomia comunale dall'ingerenza del papato e la simpatia per l'almeno temporaneamente eclissata causa imperiale. Dante era ovviamente un “bianco”, e forse più vicino ai ghibellini di altri, tant'è che ghibellino è stato spesso considerato da interpreti posteriori, a cominciare da Giosuè Carducci che lo chiamò “ghibellin fuggiasco”. Quando i fuorusciti bianchi e ghibellini si unirono nel tentativo di rientrare in Firenze, tentativo culminato nella sconfitta della battaglia di Lastra, invitarono Dante a partecipare all'impresa, ma egli ricusò, considerando giustamente l'impresa troppo azzardata.
(C'è un fatto che io ho sempre trovato molto curioso riguardo a questo episodio: in molti studi critici e commenti alla Divina Commedia quest'evento viene ricordato come la battaglia DELLA Lastra, si tratta invece della battaglia DI Lastra, Lastra a Signa che oggi venendo da nord coincide con l'ultimo casello autostradale prima di Firenze; questo fatto mi fa pensare che molti critici hanno pontificato sul nostro sommo poeta senza essersi mai degnati di visitare la Toscana e i luoghi danteschi).

E come dimenticare il vigoroso, intenso ritratto che Dante ha dedicato a Farinata degli Uberti, il leader dei ghibellini fiorentini? Di certo in tutta la Commedia Dante non ha omaggiato di nulla di simile un qualsiasi capofazione guelfo.
Un capitolo a parte è rappresentato dal discorso sui cavalieri Templari. Senza dubbio, le motivazioni che portarono il papa e il re di Francia a sopprimere nella maniera brutale che sappiamo l'ordine dei Templari, furono di tipo economico e politico, perché i “Poveri cavalieri di Cristo” erano diventati troppo ricchi e troppo potenti, ma a livello profondo i monaci guerrieri costituivano una figura di combattente sacrale che la Chiesa aveva dovuto evocare durante le crociate, ma che rimaneva estranea al cristianesimo, ed è questo il motivo per il quale i Templari continuano dopo secoli ad affascinare coloro che cercano una spiritualità alternativa al cristianesimo “ufficiale”.

Dante si schiera nettamente dalla parte dei Templari; ha scritto nel Purgatorio:
“Veggio lo novo Pilato [Filippo il Bello re di Francia e persecutore dei Templari come Pilato lo fu di Cristo] sì crudele che ciò [lo schiaffo di Anagni e l'oltraggio a papa Bonifacio VIII] nol sazia, ma sanza decreto porta nel Tempio le cupide vele”.
Dandoci l'immagine delle vele simili a quelle di un vascello di corsari saraceni che entrano nel Tempio, nelle capitanerie templari per rapinare e saccheggiare.
Questo, lo sappiamo, è solo il punto d'attacco di un discorso molto ampio e complesso (che a Dante non doveva essere estraneo) perché i Templari avevano le loro posizioni di forza soprattutto in Francia e nelle Isole Britanniche (le regioni europee a più forte impronta celtica, guarda caso), e se in Francia furono brutalmente sopraffatti, nelle Isole Britanniche continuarono ad agire indisturbati semplicemente cambiando denominazione, e uno dei luoghi templari per eccellenza, la cappella di Rosslyn in Scozia è indicata da una radicata tradizione come probabile nascondiglio del mistico oggetto noto come Santo Graal.

E' verosimile che Dante fosse all'oscuro di tutto ciò? A conti fatti, non molto. La presenza in Dante di un esoterismo o meno, è stata in passato oggetto di dibattiti roventi. Di sicuro si può dire che il movimento letterario del Dolce Stil Novo cui Dante apparteneva, era collegato al movimento semi-esoterico dei Fedeli d'Amore (per i quali l'amore carnale era visto come strumento per elevarsi verso l'Amore divino, una concezione che echeggia molte cose, da Platone al tantrismo), e sicuramente il suo approccio al cristianesimo era molto poco ortodosso; si può sospettare anzi che non fosse affatto un cristiano, che si limitasse a mostrarsi tale per quel tanto che serviva a evitare uno sgradevole interessamento delle autorità ecclesiastiche.
Un verso in particolare della Divina Commedia avuto il potere di sconcertare i commentatori più accorti:

“Et ella giudica et persegue Fortuna suo regno come il loro gli altri dei”.
Ci rimanda a una sorta di politeismo nel quale “Dio” (ma può essere davvero il Dio cristiano?) non è l'unica divinità, ma piuttosto il leader di un pantheon complesso e articolato. Non è l'unico indizio di politeismo che si trova nella Commedia. In un altro passo, Dante fa risalire la litigiosità e la bellicosità dei fiorentini all'influenza di Marte cui la città era dedicata nell'antichità, e ruderi di una statua del dio della guerra sarebbero stati ancora visibili al tempo del poeta.
Non è tutto. Qualche anno fa, nel corso di un'edizione del Triskell, il festival celtico triestino, mi capitò di avere un interessante colloquio, non ricordo con chi, ma di certo uno degli studiosi del fenomeno celtico in tutti i suoi aspetti, anche i più inconsueti, che onorano (non si può usare un altro termine) della loro presenza il festival, che mi fece notare come la traduzione più corrente del motto skianz, nerz, karantez, che accompagna il simbolo del triskell, la triplice spirale che simboleggia la religione celtica, e individua il significato dei tre principi cosmici, della triade rappresentata dal simbolo del triskell, ossia “forza, coraggio, amore”, sia verosimilmente sbagliata, e al posto di “coraggio” si dovrebbe tradurre “sapienza”.

Mi vennero subito in mente le parole che Dante nella Commedia ha immaginato incise sull'architrave della porta della città di Dite: “Fecemi la Divina Potestate, la Suprema Sapienza, il Primo Amore”.

Tre principi cosmici piuttosto che tre persone come nella trinità cristiana; gli stessi simboleggiati nel triskell.
Ma chi era in realtà Dante Alighieri? Sembrerebbe un druido sopravvissuto o riemerso dopo un lungo buio di secoli.

La maggior parte di coloro che hanno avuto la (s)ventura di studiare Alessandro Manzoni sui banchi di scuola, i Promessi sposi e gli Inni sacri, la maggior parte di noi, si è fatta l'idea che egli abbia rappresentato il massimo della bigotteria cattolica, la personificazione del devoto baciapile. Le cose, però, non stanno affatto in questo modo, e il primo indizio che ci permette di scoprirlo è il fatto che I promessi sposi è un testo che si trova all'Indice, quel famoso elenco di libri la cui lettura era un tempo proibita e oggi ancora sconsigliata dalla Chiesa ai buoni fedeli.

Tanto per capirci, le opere di Karl Marx non sono mai state messe all'Indice. Cosa c'è dunque nel romanzo di Manzoni che alle autorità ecclesiastiche è apparso per la fede cristiana più pericoloso delle affermazioni dell'uomo che ha più radicalmente negato qualsiasi trascendenza e affermato che “La religione è l'oppio dei popoli”?
Per rispondere a questa domanda, occorre tenere conto da un lato delle complicità sotterranee che sono esistite anche prima del Concilio Vaticano II tra marxismo e cristianesimo, dall'altro capire un po' più approfonditamente questa figura chiave della cultura romantico-risorgimentale.

Ricordiamo per prima cosa il contesto familiare in cui fu educato Alessandro Manzoni: era nipote di uno degli illuministi italiani più detestati dalla Chiesa, Cesare Beccaria. Beccaria, che era un giurista, fu autore del trattato Dei delitti e delle pene in cui denunciava la mostruosità dei sistemi giudiziari del suo tempo, la sproporzione fra crimini e pene, il frequente ricorso alla tortura che spingeva spesso gli innocenti a confessare colpe inesistenti per paura o per sottrarsi alla sofferenza. In sistemi di questo genere che è quasi assurdo definire “giuridici”, la Chiesa cattolica, soprattutto a partire dal Concilio di Trento, ma anche in precedenza, aveva grandissima parte, aveva fatto ricorso in grande stile alla tortura, al rogo, ad atrocità di ogni genere allo scopo di reprimere gli “eretici”. Lo Stato della Chiesa fu fino alla sua scomparsa nel 1870 uno dei più retrivi d'Europa, con una legislazione che prevedeva l'uso della pena di morte anche per piccoli reati, e fino alla sua soppressione fu uno degli ultimi in Europa a mantenere quella “simpatica” eredità della rivoluzione francese che era la ghigliottina.

Nell'appendice poi espunta dei Promessi sposi, La storia della Colonna Infame, Manzoni ha chiaramente dimostrato di non essersi molto discostato dalle idee illuministiche del nonno neppure dopo la conversione.
Riguardo alla sua famosa conversione, sarebbe il caso di avere le idee più chiare di quanto non avvenga di solito: Manzoni fu convertito dalla moglie, Enrichetta Blondel, che non era cattolica ma aderiva a una variante considerata eretica di cristianesimo, il giansenismo.

La storia di questo movimento religioso è una di quelle cose su cui sarebbe utile essere meglio informati ma che “stranamente” sembra che la nostra “cultura ufficiale” non abbia nessuna voglia di approfondire. Esso prende il nome dal suo fondatore, Cornelius Jansen, vissuto nel XVII secolo, che fu vescovo della città belga di Ypres. Si tratta di una regione dove i cattolici vengono a stretto contatto con i protestanti. Ne abbiamo parlato più volte: il protestantesimo non ha la religiosità tutta esteriore, basata sulla pomposità dei riti del cattolicesimo, né la sua complessa ed efficiente organizzazione gerarchica che ne fa una potente macchina di potere, ciò non toglie però che vi si trovino un'ossessione biblica, un fondamentalismo che ben difficilmente si trovano nel mondo cattolico, ed è ben difficile o impossibile decidere quale delle due varianti del cristianesimo sia la più deleteria.

Ciò non toglie però che le obiezioni dei protestanti contro il cattolicesimo con cui Jansen doveva confrontarsi, fossero perfettamente fondate; egli cercò allora di dare vita a una religione più autentica, basata maggiormente sull'interiorità e il sentimento e adottando un maggior rigore morale. Si aspettò la morte del suo fondatore per dichiarare il giansenismo formalmente eretico, ma fin da subito esso dovette subire gli attacchi dei gesuiti, nonostante che in sua difesa si schierasse un intellettuale del calibro di Blaise Pascal con le Lettere provinciali. Evidentemente, la religiosità che il cattolicesimo riconosce come propria non è, non può essere quella di Cornelius Jansen, ma quella che Molière ha così efficacemente ritratto nel Tartufo.

Peggio ancora, Manzoni era sempre, oltre che un sospetto giansenista, parte del movimento risorgimentale. C'è un passo tagliato della tragedia Adelchi in cui egli esorta il papa a rinunciare alla sovranità temporale per il bene dell'unità italiana, un passo che sorprende per la sua ingenuità: Manzoni non aveva capito fino in fondo quel che invece era chiarissimo a Machiavelli, che il cattolicesimo è soprattutto potere.

I promessi sposi è un romanzo che ha molti motivi per spiacere alle autorità ecclesiastiche: un personaggio di primo piano è don Abbondio, un ecclesiastico che vi fa una figura miseranda, colto in tutta la sua miseria e meschinità di uomo pavido e debole, ma soprattutto con il personaggio della monaca di Monza tratta un problema che per la Chiesa è estremamente spinoso, quello delle monacature e delle “vocazioni” forzate, dell'enorme quantità di vite rovinate dall'istituzione ecclesiastica nel corso dei secoli. Notiamo che, da quando i cambiamenti della società hanno permesso di non dover più avviare i figli cadetti al sacerdozio o al monachesimo per mantenere intatto il patrimonio familiare, “le vocazioni” sono vertiginosamente crollate.

Una delle ragioni per le quali I promessi sposi è stato messo, ed è tuttora, all'Indice (che – ricordiamolo – esiste ancora oggi, anche se non più nella forma dei libri “proibiti” ma semplicemente “sconsigliati”), è probabilmente anche il fatto che esso sia stato scelto dallo stato italiano unitario e promosso a libro di testo non tanto per i suoi meriti letterari ma come modello “standard” di lingua italiana. In altre parole, la Chiesa cattolica ha continuato a lungo a vivere come un'usurpazione il fatto che gli Italiani con il risorgimento si fossero ripresi ciò che era loro, ciò che era stato loro sottratto per secoli e i “successori di Pietro” avevano avuto una parte determinante nel defraudarli.

In ogni caso, Alessandro Manzoni è forse l'esempio più lampante del fatto che un intellettuale cattolico, se è davvero una persona intelligente e in buona fede, consciamente o inconsciamente, non può vivere il cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo altro che come una soffocante camicia di forza mentale.
In questo contesto è impossibile non fare riferimento a John R. R. Tolkien; l'autore inglese è forse l'esempio più evidente del totale contrasto fra le dichiarazioni ostentate di cristianesimo e di cattoliticità e la mentalità profonda che emerge dall'analisi della sua opera, che è di tutt'altro segno e dove una componente pagana emerge con tutta chiarezza, ma all'autore del Signore degli anelli ho dedicato un'ampia analisi nello scritto "Miti e simboli del paganesimo e del cristianesimo" al quale vi rimando, tuttavia qui sarà il caso di riportare almeno una breve sintesi.

Tolkien apparteneva alla minoranza cattolica inglese, che è una minoranza estremamente ristretta. Quando avviene di appartenere a un gruppo di questo tipo, ci spiegano i sociologi, più esso è minoritario, più è forte il senso di appartenenza ad esso dei suoi componenti, ed è una sorta di status ascritto che ha poco a che vedere con la visione del mondo che una persona si forma attraverso le esperienze nel corso della sua esistenza. Per questo motivo, non dovremmo stupirci troppo del fatto che le dichiarazioni di cristianesimo di Tolkien siano continuamente contraddette dalla Weltanschauung che emerge dalla sua opera letteraria; da essa se ne può desumere innanzi tutto una morale che non è certo quella cristiana, che non impone davvero di porgere l'altra guancia ai nemici, ma di fronteggiarli con le armi in pugno.

Non certo cristiana ma pagana e specificamente celtica è la concezione della regalità sacrale incarnata nel Signore degli anelli dalla figura di Aragorn. Il cristianesimo per sua natura non ammette altro potere non dico sacrale, ma nemmeno autonomo nella sfera civile che non dipenda dall'investitura da parte della Chiesa, e tutti sappiamo come questa pretesa durante l'età medievale abbia creato un conflitto permanente, una sorta di grande guerra civile europea a bassa intensità fra guelfi e ghibellini.

Il cristianesimo e la Chiesa cattolica pretendono di essere “nel mondo, ma non del mondo”. Se questa pretesa non fosse altro che una vanteria priva di fondamento, se davvero l'ideale avesse un peso maggiore dei calcoli politici, noi ci aspetteremmo che la Chiesa cattolica facesse quadrato attorno a qualcuno, soprattutto se “dei suoi”, che viene attaccato per la colpa di cercare onestamente la verità e tentare di farla conoscere... infatti!

Infatti il giornalista Maurizio Blondet allora collaboratore dell' “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, che all'indomani dell'attentato dell'11 settembre 2001 fece uno splendido lavoro investigativo sull'attentato delle Twin Towers mettendo in evidenza tutte le contraddizioni e i punti oscuri della versione ufficiale dei fatti, che rendono estremamente improbabile che essa sia la verità, e danno invece ben più credibilità all'ipotesi che l'attentato sia stato organizzato dagli stessi servizi segreti americani per provocare un'ondata emotiva di utile sdegno patriottico, e condensò i risultati della sua ricerca nel libro Auto-attentato in USA, ebbe come premio, per il lavoro fatto, il licenziamento, la perdita dell'impiego.

Per un cattolico, essere troppo sincero è pericoloso, ma è probabile che già prima di allora Maurizio Blondet fosse un cattolico alquanto atipico. Nel libro pubblicato nel 2000 Gli “adelphi” della dissoluzione, Blondet riporta un'intervista che ebbe modo di fare al filosofo Massimo Cacciari nella quale l'accusa al cristianesimo di essere la causa remota della dissoluzione dell'ethos tradizionale della cultura europea, di avere la responsabilità diretta di tutti i fenomeni patologici della modernità, è riportata con una chiarezza solare che ci aspetteremmo da un Nietzsche o da un Evola, non certo da esponenti dell'intellettualità cattolica. Mi sono richiamato tante volte a questo brano, che a mio parere è fondamentale per capire la crisi di valori dell'epoca che stiamo vivendo, che adesso ho quasi pudore a riportarlo per l'ennesima volta: “Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos" (...). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (...). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L'ethos antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l'uomo (...). La secolarizzazione totale che viviamo [è] figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo”.

Nel corso dell'intervista, Blondet non esprime alcun moto di dissenso o di perplessità circa queste asserzioni, anzi, sembra condividerle pienamente, come si desume anche dal fatto che le ha riportate nel suo libro; il che, lo si ammetterà, per un cattolico intransigente, collaboratore di un giornale portavoce della CEI, è perlomeno strano.

Essendo, da quel che i suoi scritti lasciano intendere, un uomo di grande acume e profonda onestà intellettuale, Maurizio Blondet ha dimostrato più di altri di vivere il cristianesimo come una vera e propria camicia di forza intellettuale, con la consapevolezza che il conflitto fra la fede che si crede di dover professare e ciò che dicono la ragione e la sensibilità morale, può raggiungere livelli laceranti.
In uno scritto che mi dispiace di dover citare a memoria, del 2010, apparso sul suo sito “Effedieffe”, Blondet esprimeva delle profonde perplessità circa l'Antico Testamento, soprattutto là dove un Dio ben lontano dal mostrarsi “padre di tutte le genti” appare l'istigatore del più feroce sciovinismo etnico ebraico e, più che giustificare o invitare, ordina al “popolo eletto” la guerra, la violenza, lo sterminio delle altre popolazioni, la dimostrazione di un livello etico estremamente basso, preistorico, che lo stesso Blondet definisce “Un residuo dell'Età del Ferro”.
Considerazioni validissime e penetranti, alle quali si potrebbe aggiungere solo che occorre davvero chiedersi quanta cecità, quanta incapacità di vedere quello che si ha sotto gli occhi, ci voglia per ritenere “ispirato da Dio” un libro che propaganda ed esalta simili mostruosità.

A dire il vero, però, io ho l'impressione che sia proprio questo aspetto violento e preistorico della bibbia a spiegare la persistente fascinazione che essa continua ad avere negli Stati Uniti: gli yankee sono “un popolo” (un'accozzaglia multietnica) che, mentre ha conosciuto un imponente sviluppo tecnologico, mentalmente e culturalmente, dal livello della cultura europea da cui la maggior parte di loro proviene (o proveniva in passato, perché oggi i bianchi di origine europea stanno diventando una minoranza negli States) è regredito a una condizione da trogloditi.
Tuttavia lo scritto di Blondet che evidenzia forse meglio il distacco dell'autore dal giudeo-cristianesimo, dalla mentalità abramitica (che a me pare indiscutibile, sebbene lui stesso si ostini a non riconoscerlo), è probabilmente un altro, uno scritto del 2007 che egli presenta come una semiseria “divagazione domenicale”, proprio perché invece è una tematica di una serietà scottante.

L'articolo del 18.12.2007 parte prendendo spunto da un reportage sull'Iran del giornalista Bernard Guetta cui l'autore affianca la sua personale conoscenza di donne iraniane, che:«hanno un'aria meno islamica possibile e persino i veli, leggerissimi e sciolti, sembrano portati più che altro per sedurre. ... Chiunque sia stato in Iran conosce quelle seduzioni, quegli sguardi, quei veli civettuoli e così contrari a quelli che si vedono in Arabia, o anche sulle marocchine integraliste di Milano.
(...).
Ma colpiscono i lineamenti di quelle avvenenze iraniane: sono indubitabilmente, palesemente indo-europei. In altri tempi, si sarebbe detto di razza ariana, come infatti sono i persiani (...).
basta percorrere le strade e le case dell'India, l'eleganza delle figlie e delle mogli dei maharaja, la pelle bianca, la sinuosa figura e l'alta statura e talora gli occhi neroblù, per sentirsi fra «gente nostra»... è la sensazione che ebbero i greci delle falangi di Alessandro nell'Afghanistan allora buddhista - ancor oggi, certi poliziotti pashtun hanno profili barbuti da Pericle e da bronzi di Riace, cui manca solo l'elmo ellenico - e appena si affacciarono in India.

La lingua in qualche modo somigliava, si stupirono gli jonici.
Ma ancor più della lingua, doveva colpire qualcosa di essenziale: un certo rilievo orgoglioso del corpo, del corpo umano. Questo è forse, profondamente, ciò che fa di un arya un arya: l'eloquenza del corpo.

In India, la comunione si rivela nell'arte del Gandhara. La scultura alla greca fu subito, con intima simpatia, adottata in India. Ci restano quei Buddha giovinetti, dal corpo appena velato da panneggi di mussola trasparente, evocazione di atleti greci dalla grazia adolescente, amorosamente scolpiti da Skopas e da Fidia. Le giovinette nel fiore della pubertà, le korai ben panneggiate, mai nude, ma dal piccolo seno rilevato e rivelato dell'arte arcaica ellenica (...).

Anche oggi il sari indiano copre le gambe, ma rileva il seno, e mostra nude le braccia - le bianche braccia - e la curva del ventre. E il bramino giovane e casto va con il petto nudo senza imbarazzo, come un giovane ateniese del tempo di Fidia. Lieve, l'orgoglio ariano del corpo - regale e divino, atletico e adolescente - resta nell'induismo più puritano.

L'Islam ha coperto tutti i corpi, anche quelli ariani, anche quelli africani.
Dico la verità (e gli amici musulmani mi perdonino questa piccola malignità), fanno benissimo a coprire le loro donne, caviglie e volto, in informi abiti che non rivelano nulla. Le donne arabe e beduine, semite, ci guadagnano a non mostrarsi. Ma le donne iraniane ci guadagnano eroticamente a mostrarsi, e lo sanno benissimo: indomabile, l'orgoglio ariano del corpo vince le velature musulmane, la fa leggere e trasparenti, seduttive. Stiamo parlando della Persia, la più antica delle culture ariane (...).

Non a caso l'Islam vieta la raffigurazione del corpo umano, ne teme l'eros implicito, l'ombra di «divinità» immanente che rivela quando è perfetto”.
Il corpo come divinità immanente, come esteriorizzazione dell'anima, come rivelazione dell'innata, istintiva superiorità dell'uomo indoeuropeo, l'esistenza delle diverse “razze dell'anima”, precisamente quel che c'è bisogno di comprendere per confutare definitivamente l'universalismo giudeo-cristiano e islamico, e tutti i deleteri miti egualitari, democratici e marxisti che dal cristianesimo sono derivati.

Ne abbiano raggiunto la piena consapevolezza o meno, l'esame del pensiero di questi autori “cristiani”: Dante, Manzoni, Tolkien, tre scrittori, con tutte le differenze del caso, fra i più eminenti della letteratura mondiale, a cui ci sentiamo di accostare anche il nostro Blondet, dimostra con chiarezza una cosa, che i miti cristiani sono idoli vuoti e, come insegnava il grande Friedrich Nietzsche, basta percuoterli col martello di un intelletto vivace per avvertire il suono falso che ne emana.

Fabio Calabrese

(Fonte: http://www.ereticamente.net/)

domenica 19 febbraio 2012

India - Retroscena polizieschi e fantapolitici dell'incidente con il peschereccio indiano mitragliato...

L'India dorme.. ma non per molto...



"DATEGLI UNA LEZIONE !", E SANTAGATA SCATTO' SULL' ATTENTI.....

Il Governo 'italo-A.M.euricano' di Mario Monti e Giorgio Napolitano si è cacciato, per il suo avventurismo atlantico, in uno spaventoso ginepraio, al termine del quale, se vorrà sopravvivere, GLI RESTA COME UNICA SOLUZIONE LA DIMISSIONE DEL MINISTRO DEGLI ESTERI, Giulio Terzi di Sant' Agata, non nuovo a clamorosi fallimenti strategici (vedi: incoronazione di Gianfranco Finis Re d'Italia...a Tel Aviv, nell'anno di Nostro Signore Gesu' Cristo Risorto, 2003).

Terzi ne fu mallevadore e, insieme, grazie all' ultra-sionista Sora Frattina della Farnesina, il comunista 'puro' de IL MANIFESTO diventato Ministro degli Esteri per nomina del noto BerlusGano di Arcore, anche PERCETTORE IN CARRIERA DIPLOMATICA, di quell'evento, poichè venne nominato CAMERIERE A WASHINGTON, del governo americano occupante dell' Italia. Onde, nel governo del Nazista-atlantista di GIORGIO NAPOLITANO, since 'Operazione Barbarossa' del 1941, MINISTRO DEGLI ESTERI EGLI STESSO, E DEGNISSIMO EREDE DELL' ANTI-ITALIANISSIMA SORA FRATTINA.

Tutta questa brillante carriera di DOMESTICO, sia pure di alto rango (MAJOR DOMI), ora rischia di affondare nell' Oceano Indiano: dove due innocdntissimi 'marò', obbedendo ai SUOI ORDINI, hanno inopinatamente sparato ed ammazzato DUE POVERI PESCATORI DEL KERALA, lo stato dell' India Sud-Occidentale nelle cui acque navigava il mercantile italiano "ERICA LEXIE".

BEN LONTANE, ANZI LONTANISSIME, DA QUELLE INFESTATE DAI COSIDDETTI 'PIRATI SOMALI', EMULI DI SIR FRANCIS DRAKE, CHE INVESTONO ALLA CITY I PROVENTI DELLA LORO 'CORSA'....

Così RISULTEREBBE INSPIEGABILE LA SPARATORIA CONTRO UN INNOCUO, COMPLETAMENTE, PESCHERECCIO, SE A NAPOLIBERA NON FOSSE GIA' NOTO L' ANTECEDENTE....

IL GIORNO CHE IL GOVERNATORE AMERICANO DI VILLA TAVERNA SULL'ITALIA OCCUPATA, E CONTRO GLI ITALIANI, CONVOCO' LA SPIA 'MAURIZIO CAPARRA' PER DETTARE IL PROGRAMMA AI COLLABO' ITALIANI, POI RESO NOTO SUL 'CORRIERE DELLA SETTA', TERZI DI SANTAGATA ASPETTAVA PAZIENTE IL SUO TURNO IN ANTICAMERA, DI RICEVERE GLI ORDINI A SUA VOLTA.

"DOVETE DARE UNA LEZIONE ALL'INDIA !" DISSE DAVID THORNE, DI 'RAZZA PURA' COME QUELLA DI ROSENBERG E RUDOLPH HESS...

"E PERCHE' MAI?", CHIEDE' TERZI DI SANTAGATA, CHE MAI RAGIONA CON LA PROPRIA TESTA, NE' CONOSCE ALCUN FATTO PERCHE' TUTTO GLI VIENE COMANDANTO SUL MOMENTO....

"PERCHE' L'INDIA, UNA NOSTRA CREATURA, RIFIUTA LE SANZIONI CONTRO L' IRAN....FACENDO BLOCCO CONTINENTALE CON IRAN STESSO, RUSSIA, CINA, IN DIFESA DELLA SIRIA CRISTIANISSIMA, DOVE INVECE NOI VOGLIAMO L' EMIRATO DI AL QAIDA, NOSTRO ALLEATO ATAVICO.... PERFINO RATZINGER E' D' ACCORDO, A SACRIFICARE MILIONI DI POVERI CRISTIANI IN NOME DELL' ATLANTISMO CHE LO RICICLO', ED A CUI DEVE IL POSTO DOVE SIEDE.... ORA STA A VEDERE CHE SICCOME IN SIRIA ED IRAN ESISTONO ALCUNE MIGLIAIA DI ZOROASTRIANI, IN PIENA LIBERTA' DI RELIGIONE, NOI NON POSSIAMO ATTIVARE I BIN-LADISTI, COME IN AFGHANISTAN GIA' 30 ANNI FA, PERCHE' L'INDIA E' CONTRARIA ALL'INTERVENTO!"

"Sua Mestà HA COMPLETAMENTE RAGIONE", SBATTE' I TACCHI E SI MISE SULL'ATTENTI il 'Ministro degli Esteri', come viene chiamato, GIULIO TERZI DI SANTAGATA, l'incoronatore FALLITO di Tel Aviv, per ordine del capatàz Paolo Mieli, di Finis&Bocchino a Re d'Italia. Un eunuco e un culattino.... alla testa di Roma Nostra, pensate che illusi. Infatti.....

"Come faccio ad infilzarti se tu non ti stai fermo ! " gridava Tecoppa-spadaccino, l' eroe delle farse meneghine, ai suoi bersagli....

E così GIULIO TERZI DI SANTAGATA....ai cui ordini I POVERI MARO' DELLA ENRICA LEXIE, ADDETTI A FARE DA SCORTA IN ACQUE SOMALE, si sono ritrovati, dopo la sparatoria contro poveri inermi CHE NON HANNO MINIMAMENTE REAGITO, perchè privi di armi, nelle galere indiane, E SENZA ALCUN INDIZIO CHE LE AUTORITA' TERRITORIALI, IL KERALA E' FAMOSO PER IL SUO NAZIONALISMO ANTI-INGLESE ED ANTI-AMERICANO, VOGLIANO RILASCIARLI IN BREVE TEMPO....


Ecco cosa succede AI TRADITORI CHE VOGLIONO FARSI ASCARI DEI NEMICI DELL' ITALIA, DI CUI SERVONO STRISCIANDO GLI INTERESSI IMPERIALI, CONTRO L' ITALIA STESSA, E CONTRO GLI ITALIANI: CHE ORA, SE TERZI NON SI DIMETTE IMMEDIATAMENTE, SARA' L'INTERO GOVERNO AD ESSER MESSO IN DISCUSSIONE NELLE SEDI DIPLOMATICHE INTERNAZIONALI, OVE IL CASO E' GIA' ESPLOSO !!!

INOPINATA AGGRESSIONE IN ACQUE NAZIONALI INDIANE CONTRO UN PESCHERECCIO INERME,
CON IDENTICO FRAGORE, ANZI PIU' FORTE, DI QUELLO MERKEL-WULFF, che del Governo A.M.-G.O.T. Anglo-Neapolitano sono i portaordini, per conto di Washington /IV REICH, di Wall-Street/Francoforte.

L'India ha GIA' DECISO DI SOTTOPORRE LA PRATICA ALLE NAZIONI UNITE, IN SEDE PLENARIA....

Gianni Caroli - NapoLibera

martedì 1 novembre 2011

Cina Pakistan India... tutti contro tutti

"Vecchie ombre cinesi, ciò che appare e ciò che si pensa..." (Saul Arpino)


L'India ed il Pakistan dai tempi della "partition", studiata appositamente dagli inglesi prima di lasciare il "dominion", al fine di instillare antagonismo nell'ex colonia (dividi e impera), sono in costante lotta fra loro. Un buon metodo per mantenere l'instabilità e far sì che lo zampino imperiale potesse sempre indirizzare e dirigere occultamente. La cosa è andata avanti anche con l'ausilio del grande fratello amerikano che in estremo oriente occupa basi e paesi...

Ma dalla "partition" alcune cose sono cambiate, intanto il Bengala orientale si è separato dal Pakistan ed ha fatto amicizia con l'India, la Cina ha prima rivaleggiato con l'India per questioni di confine e di egemonia regionale (vedi anche la vicenda tibetana e recentemente del Nepal) e dopo esseri riavvicinata (dopo una guerra lampo per fortuna rientrata) addirittura prospettando l'ipotesi di una fusione "Cindia".. per realizzare una grande superpotenza orientale.. Sembra nel frattempo che lo scacchiera sia nuovamente cambiato, la Cina si sta avvicinando al Pakistan a scapito dell'India... Notizie recenti danno già per scontato che il governo pakistano si sia alquanto allontanato dall'ex alleato yankee (vedere anche le ultime vicinde incursionistiche compiute dalle teste di cuoio USA in territorio pakistano) e perciò, sempre in funzione anti-indiana (che nel fratetmpo si è riavvicinata agli USA) il Pakistan si appresta a stringere un patto satanico con l'Impero Celeste Rosso. Mentre nei giorni scorsi ha fatto circolare la notizia di un lancio missilistico capace di portare ogive nucleari per 700 kilometri (per avvertire sia l'India che gli USA della sua potenza) adesso viene ventilata la posibilità che la Cina possa istallare in Pakistan una serie di postazioni e basi militari...

Secondo il più popolare sito d'informazione asiatico, Asia Times, Pechino starebbe valutando la possibilità di istallare proprie basi militari nelle Aree Tribali del Pakistan per contrastare il terrorismo separatista uiguro. Dopo gli attentati in Xinjang del 30 e 31 luglio scorsi, le autorità cinesi hanno apertamente accusato il Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim), basato nel Waziristan pachistano e guidato dallo uiguro filo-talebano Abdul Shakur (successore di Abdul Haq, ucciso nella stessa regione dai droni Usa lo scorso febbraio).

In agosto e settembre i contatti tra Islamabad e Pechino sono stati molto fitti, e sono culminati il 28 settembre con la visita in Pakistan del vicepremier cinese Li Keqiang e dal ministro cinese della Sicurezza Meng Jianzhu. Si sarebbe discusso, secondo Asia Times, dell'eventuale uso cinese di basi militari pachistane nelle Aree Tribali e nella regione settentrionale di Gilgit-Baltistan.

Un primo passo, che non verrebbe reso pubblico, propedeutico alla futura apertura di vere e proprie istallazioni militari cinesi: sia basi terrestri nel nord-ovest, sia una base navale nel porto pachistano di Gwadar, costruito dai cinesi stessi.

Secondo i vertici militari indiani - già allarmati dalle sempre più massicce esercitazioni militari congiunte sino-pachistane - i militari dell'Esercito di Liberazione Popolare sarebbero già presenti nell'estremo nord pachistano, mischiati tra le migliaia di operai e ingegneri cinesi impegnati a costruire strade, ferrovie, reti telefoniche e a svolgere ricerche minerarie.

Sospetti a parte, come sopra menzionato, è un fatto che il Pakistan abbia iniziato a corteggiare apertamente la Cina, in funzione anti-Usa e anti-indiana, fin dal blitz americano di Abbottabad dello scorso maggio. Un flirt che a Washington non è certamente sfuggito, e che potrebbe spiegare il crescente nervosismo americano nei confronti di Islamabad.

Paolo D'Arpini e Giuseppe Magliacane

lunedì 19 settembre 2011

Verso un'agricoltura sostenibile - La Bayer ritira finalmente i pesticidi in Classe I





Grande risultato per i gruppi ambientalisti / Milioni di avvelenamenti da pesticidi / "La Bayer non ha mantenuto la promessa" La Bayer CropScience ha annunciato che ritirerà dal mercato i suoi pesticidi più letali. Entro la fine del 2012 verrà sospesa la produzione di tutti i prodotti registrati in Classe I dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Philipp Mimkes, della Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer, così commenta: "E' un grosso successo per le organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo, che hanno combattuto per decenni contro queste sostanze mortali, ma non dobbiamo dimenticare che la Bayer non ha mantenuto la promessa fatta di ritirare tutti i prodotti in Classe I entro il 2000. Se l'avesse fatto, si sarebbero risparmiate molte vite umane ed è vergognoso che la Bayer abbia deciso di sospendere le vendite di queste bombe chimiche a scoppio ritardato, solo perché i margini di profitto sono molto diminuiti". Kavitha Kuruganti, Convocatrice Nazionale dell'Alleanza per una Agricoltura Sostenibile e Olistica (ASHA), un network di oltre 400 organizzazioni in India, aggiunge: "Apprezziamo questa scelta della Bayer, anche se fatta con grave ritardo. Abbiamo ampie prove, fornite dalla pratica, che dimostrano come i pesticidi non siano necessari nella nostra agricoltura.

La gestione dei raccolti senza pesticidi è una pratica che si sta diffondendo rapidamente in diverse parti dell'India e i dati dimostrano che i guadagni degli agricoltori migliorano quando eliminano i pesticidi dalle loro pratiche agricole". La Bayer è il leader mondiale dei pesticidi, molti dei quali sono responsabili di inquinamenti e avvelenamenti in tutto il mondo. L'OMS stima che il numero delle persone avvelenate ogni anno vada dai 3 ai 25 milioni e che almeno 40.000 muoiano accidentalmente a causa dei pesticidi.

Molto più alto è il numero stimato dei casi che non vengono denunciati. I pesticidi della Bayer contribuiscono enormemente alle migliaia di morti e ai milioni di avvelenamenti da pesticidi che avvengono ogni anno. La Bayer aveva promesso già nel suo Rapporto Annuale del 1995, di "sostituire i prodotti in Classe 1 dell'OMS, con altri a minore tossicità". Ciononostante la Compagnia non ha ancora mantenuto la sua promessa e la Bayer continua ancora oggi a vendere prodotti che contengono ingredienti in Classe 1a (estremamente pericolosi) e 1b (molto pericolosi) dell'OMS, tra cui Thiodicarb, Fenamiphos, Aldicarb e Ethoprophos. La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer (CBG) chiede anche un bando immediato dell'erbicida glufosinato e la sospensione di tutte le approvazioni a coltivazioni resistenti al glufosinato. Uno studio di valutazione della Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare afferma che il glufosinato è molto rischioso per i mammiferi.

La sostanza è classificata come riprotossica (ossia dannosa alla riproduzione) e esperimenti di laboratorio hanno causato nei topi nascite premature, morti intrauterine e aborti. Il Parlamento Europeo ha votato in favore del bando ai pesticidi classificati come cancerogeni, mutageni e dannosi alla riproduzione. I permessi di utilizzo di 22 sostanze, tra cui il glufosinato, non saranno rinnovati.

"CBGnetwork" - info@CBGnetwork.org

.............

(Fonte Ecologia Peacelink)

venerdì 9 settembre 2011

Continua il viaggio di Lidia nel pianeta immigrazione - India

Frammenti d'infinito - Dipinto di Franco Farina

Seguito del viaggio nell’Immigrazione….

Kuki è un nome di fantasia che questo straordinario ragazzo indiano si è
attribuito per facilitare chi lo chiama, ma il suo vero nome è Dipak. La
generosità e la solarità che lo caratterizzano, gli hanno consentito di poter
contare su un numero veramente grande di amici, italiani e non, che ancora oggi
lo cercano volentieri.

Quando Dipak lasciò l’India molti anni fa, purtroppo dovette farlo senza
essere riuscito a procurarsi un visto per l’estero. Come molti sanno, lasciare
l’India non è affatto semplice per gli indiani! In quelle condizioni le
alternative per espatriare non erano poi molte! Decise così di tentare una
traversata a piedi. Riuscì a raggiungere la ex Jugoslavia camminando per circa
3 mesi ininterrottamente, raggiungendo una delle città del nord Italia. Era
ridotto pelle e ossa, magro da morire e con una fame incredibile, sporco dalla
testa ai piedi, ma con la speranza nel cuore di riuscire ad entrare in Italia,
il Paese del benessere, della pace e della speranza in un futuro migliore!
Così, appena arrivato, tramite alcuni amici indiani conosciuti per caso, Kuki
si spostò verso la Sabina, nel Lazio, e lì ebbe la fortuna di incontrare un
giovane imprenditore edile che lo prese con sé e lo regolamentò anche con i
documenti, in vista del decreto per i flussi migratori che sarebbe uscito dopo
pochi mesi.

Vorrei ricordare che l’attuale legislazione prevede che un datore di lavoro
faccia una richiesta per un lavoratore che si trova all’estero completamente al
buio, non conoscendolo e non sapendo neppure se il futuro lavoratore sarebbe
idoneo o meno al lavoro che dovrà svolgere! Nel caso dei domestici, ad esempio,
senza un tirocinio o un piccolo corso formativo, è veramente impossibile
svolgere quel lavoro, in quanto la nostra cultura domestica rispetto a quella
indiana è veramente lontana anni luce! Senza contare, infine, che lo straniero
arriverebbe nel nostro Paese dopo più di due anni dalla richiesta e senza
conoscere una sola parola di italiano! Questo eccessivo ritardo, nel caso dei
badanti è un grosso problema poiché il lavoratore, secondo l'attuale meccanismo
legislativo, potrebbe arrivare in Italia quando il paziente è già morto, ed è
già accaduto in molti casi!

Ma torniamo a Dipak.
Il lavoro quindi c’era, ma per avere il permesso di soggiorno fu costretto ad
attendere altri 2 anni, periodo in cui, risparmiando e sacrificando qualsiasi
cosa, riuscì a mettere da parte un gruzzolo sufficiente a far venire la sua
famiglia in Italia: una moglie e due bambini. Mi ricordo che aveva preso in
affitto una piccola casetta che imbiancò da cima a fondo! Fu proprio in quell’
occasione che lo conobbi. Era veramente felice di poter finalmente
riabbracciare i propri cari che non rivedeva da anni! Mi ricordo che il
bambino, che era piccolissimo quando Dipak partì dall’India, quando lo vide all’
aeroporto di Fiumicino non voleva neppure abbracciarlo perché lo riteneva uno
sconosciuto e ci vollero un po’ di giorni per abituarsi a questo padre!
La moglie di Kuki, infermiera in India, naturalmente quando arrivò non parlava
una sola parola di italiano, tuttavia grazie ai numerosi amici di Dipak, si
riuscì a trovarle una sistemazione vicino casa come badante il pomeriggio
presso un’anziana signora, così da permetterle la mattina di accudire i propri
bambini. Per circa un anno ci trovammo spesso insieme a casa mia, (che in quel
periodo era diventata una specie di scuola anche per i ragazzi mie vicini,
cercando di insegnar loro a parlare italiano, pur non conoscendo io stessa una
sola parola della loro difficilissima lingua!). Poi Dipak un giorno mi disse
che un caro amico gli aveva trovato un ottimo lavoro presso un’impresa edile
vicino Brescia, con uno stipendio decisamente migliore rispetto a quello
attuale. Così partì con la sua famiglia e quella fu proprio una separazione
molto dolorosa per tutti noi, a cominciare da me! L’ultima sera però
organizzammo una grande cena indiana con tutti i ragazzi, e Dipak cucinò alcuni
piatti tipici del suo Paese, molto piccanti a dire il vero, ma buonissimi!
E fu così che si sistemò veramente bene nella nuova città dove andò a vivere
con la sua famiglia! Lui in ditta e sua moglie come badante, riuscirono a
comprarsi una piccola casetta richiedendo un mutuo, acquistarono perfino un’
automobile usata! Occorre dire che l’essere riusciti a guidare una macchina in
Italia, per i ragazzi indiani è la cosa più difficile del mondo!

La patente indiana in Italia non è riconosciuta e per avere quella italiana occorre saper leggere bene l’italiano o anche l’inglese per sostenere l’esame, cosa che
nessuno di loro è in grado di fare! Ma Dipak riuscì anche in questo! Ancora
oggi mi capita di sentirli al telefono, soprattutto la bambina mi aggiorna
sulla loro vita, con un accento italiano che è proprio quello del nord, ma la
loro cultura tuttavia rimane sempre quella indiana nonostante la loro ottima
integrazione nel nostro Paese! Per fare un esempio, le donne da sole non
viaggiano mai, devono essere accompagnate da un uomo, o i capelli lunghi
raccolti in treccia che le donne non tagliano mai, e tante altre cose che
comunque ti fanno dire che forse non saranno mai italiani al 100%, pur vivendo
nel nostro Paese.

Conobbi questa famigliola tramite uno dei ragazzi che abitavano sotto casa
mia, Sonu, un giovane ragazzo indiano bellissimo, occhi profondi ed espressione
da furbetto, che arrivò nel nostro Paese nascosto nell’intercapedine di un
camion dove rimase per 3 giorni senza mangiare né bere! Ma questa è un’altra
storia……

…..continua

Lidia

mercoledì 7 settembre 2011

Vita da emigrante.. in Italia - Esperienze vere vissute

Nell'immagine: "La danza degli spiriti" - Dipinto di Franco Farina


Grazie Paolo per la tua splendida accoglienza verso tutti e tutto! Mi sembrava
bello informare un po' di gente (che ce l'ha a morte con gli immigrati) della
mia esperienza personale di vita con questi meravigliosi ragazzi indiani che ho
avuto la fortuna di conoscere e che mi considerano come la loro mamma (e
infatti così mi chiamano!). Quindi non idee intellettuali, ma realtà
quotidiana, VITA! Ognuno di loro ha una storia incredibile che apre una
finestra anche sulla loro condizione in India che i media e i giornali non
conoscono o fingono di ignorare! Mi sembrava bello raccontarle queste storie.
Tutto ciò che leggerai è realmente accaduto, purtroppo ho dovuto abbreviare perchè altrimenti sarebbe diventato un libro. Un abbraccio Lidia



Cari Amici e lettori, vi racconto una storia accaduta qualche anno fa che mi
ha permesso di avere un contatto ravvicinato con la cultura di quel grande
Paese che è l’India, senza peraltro esservi ancora mai stata!

Dopo esser fuggita da Roma, mi trovai in giro per la Sabina in cerca di una
casa in affitto. Me ne capitò una in un piccolo paesino immerso nell’immenso
verde degli ulivi e ci restai per circa due anni. Sotto di me, abitavano un
gruppo di ragazzi indiani, provenienti soprattutto dal nord dell’India, molti
dal Punjab, venuti chissà come per cercare fortuna o anche un qualsiasi lavoro
che consentisse la sopravvivenza delle loro famiglie rimaste a casa. Avevano
delle enormi difficoltà ad esprimersi in italiano, e quasi tutti per vivere
raccoglievano olive o aiutavano nei lavori agricoli che qualcuno offriva loro,
il tutto naturalmente a prezzi super stracciati!
Non mi ero mai interessata del problema dell’immigrazione, e tramite questa
esperienza ebbi modo di ascoltare molte delle loro storie, racconti che ancora
oggi mi sono rimasti impressi nel cuore e che mi hanno aperto veramente gli
occhi su questo fenomeno che prima vedevo e valutavo esclusivamente attraverso
il filtro dei media (molto diverso dalla realtà!!!)

Tra i ragazzi c’era Bali, un indiano residente in Italia da circa 15 anni,
invalido ad una gamba e ad una mano a causa di un gravissimo incidente in cui
rimase in coma per circa un anno, avvenuto presso un’Azienda italiana dove all’
epoca lavorava. Gli assegnarono la pensione di invalidità permanente. Una
pensione di 240 euro al mese con la quale è molto difficile vivere nel nostro
Paese se non si hanno altri introiti! Ma i ragazzi indiani sono abituati alla
povertà e pertanto riescono a farsela bastare. Purtroppo, per una serie di
disguidi, dovuti soprattutto al fatto che il ragazzo non leggeva l’italiano e
pertanto non era stato in grado di capire qualche lettera proveniente dall’
INPS, il nostro Stato gli tolse la pensione di invalidità e con questa il
permesso di soggiorno. Me lo ricorderò sempre, quando in una gelida sera d’
inverno, bussò alla mia porta per mostrarmi questa lettera dell’INPS, tutta
sgualcita e sporca per quante volte l’aveva mostrata in giro cercando invano un
aiuto! Aveva le lacrime agli occhi mentre mi spiegava, con il poco italiano che
conosceva, che non riusciva a capire il motivo di questa revoca! Il motivo ce
lo disse un avvocato di mia conoscenza, si era trattato di un disguido delle
poste che non avevano permesso al povero Bali di ricevere una convocazione per
una visita medica, un errore del nostro Stato che costò a Bali 2 anni senza
ricevere un minimo aiuto economico, due anni in cui per vivere fu costretto ad
accettare la carità dei suoi compaesani già poverissimi, subendo l’umiliazione
di non sapere perfino dove andare a dormire, perché nessuno era in grado di
ospitarlo! Bali è una persona dotata di una grandissima dignità, seppi soltanto
molto tempo dopo da altri quanto aveva sofferto e così presi ad aiutarlo.
Conoscendo Bali conobbi una caratteristica fondamentale di questo popolo: la
dignità. L’indiano, anche se muore di fame, non tende la mano, non si umilia!
Si comporta sempre come se i suoi problemi economici non esistessero affatto!
Sono persone che camminano sempre guardando avanti e mai in basso! Poi conobbi
Bobby.

Bobby è un ragazzo indiano magrissimo, occhi nerissimi e profondi, capelli
corvini e lucidi. Un ragazzo che purtroppo aveva la sfortuna di pensare un po’
troppo con il suo cervello e che vedeva la realtà circostante con troppa
nitidezza! Purtroppo beveva! Era caduto nella rete dell’alcool non certo per
sua scelta, ma diciamo per un caso! Forse non tutti sanno che il lavoro degli
agricoltori in molte zone del nostro Bel Paese qualche volta è pagato con un
litro di vino e mezza pagnotta. E questo nel migliore dei casi!... perché in
altre circostanze vengono pagati con cibo scaduto o con olio vecchio! Bobby si
trovava in Italia già da molti anni, ma non era ancora riuscito a sistemarsi
come sperava. Come tutti i suoi amici, era partito dall’India pagando un
viaggio che gli era costato un enorme debito da estinguere in lunghi anni di
durissimo lavoro agricolo!

Il “padrone” di Bobby (così chiamava il suo “datore di lavoro”), molto spesso
lo pagava con il vino che produceva, così Bobby, che prima di venire in Italia
non aveva mai bevuto neppure una goccia, prese a bere fino a diventare un
alcolizzato!

Non dimenticherò mai ciò che accadde in una freddissima notte di
Natale. Venne su un ragazzo a dirmi che Bobby stava male, molto male! Scesi
subito a vedere, entrai in una specie di garage dove vivevano circa 12 ragazzi,
in un freddo impossibile, senza coperte e senza neppure giacconi con cui
coprirsi. Vicino al muro c’era una brandina con un materassino tutto rotto, di
quelli sottilissimi di gomma piuma, e sopra c’era Bobby che giaceva sdraiato
con gli occhi chiusi, capelli sporchissimi, magro da far paura, con una
bottiglia vuota sotto il letto. Avvicinandomi a Bobby dovetti subito
indietreggiare!... una zaffata fortissima di alcool mi colpì provocandomi
disgusto. Chiesi ai suoi amici come stava.

Mi risposero che da circa un mese non mangiava quasi più nulla e che stava per morire. Ma nessuno lo diceva con tono triste. Anzi, erano tutti molto tranquilli. L’unica persona che aveva il cuore gonfio di lacrime ero io che volevo fare qualcosa per aiutarlo a non morire! Proposi a tutti di portarlo in ospedale, ma nessuno fu d’accordo.

Dicevano che Bobby era destinato a morire e che pertanto nessuno poteva fare
più nulla per lui, perché tutto questo era un fatto normale, un ciclo naturale
della vita! Compresi allora l’enorme differenza che c’è tra la nostra visione
della morte e quella di questo popolo. Loro non si preoccupano se qualcuno
viene a mancare. Semplicemente la morte fa parte del gioco della vita!

Naturalmente portai Bobby in ospedale! Lì trovai un bravissimo dottore che mi
aiutò a farlo entrare in una comunità per il recupero di alcolisti e
tossicodipendenti. In seguito andai a trovarlo molte volte. Bobby stava bene,
si era inserito in questa struttura molto accogliente, non beveva più. Era
ingrassato, aveva imparato quasi bene l’italiano ed anche a fare delle
meravigliose statuette con le radici degli ulivi. Poi un giorno mi dissero che
Bobby se n’era andato. Non lo vidi più e non ne seppi più nulla… ma spero
veramente che abbia trovato quello che cercava…..

Con Bobby ho compreso il senso della vita e della morte per questo popolo, che
al contrario di noi ritiene che il passaggio in questo mondo sia veramente
molto breve, e che pertanto in qualsiasi momento può accadere di andar via!
Loro ritengono che sia assolutamente inutile prendersela o disperarsi!.... Per
me è stata una grande lezione di vita!.....

Anche la storia di Kuki è bellissima, poiché è l’unico tra tutti i ragazzi
indiani che oggi può dire di essersi inserito veramente alla grande nel nostro
Paese…. Ma siccome mi sono prolungata un po’ troppo la sua storia, e forse quella di qualche altro ragazzo, ve la racconterò un’altra volta…..

Lidia

martedì 1 marzo 2011

Spiritualità laica, I Ching e gli stati di mutamento...




“Il senso di separazione tra noi e il resto del mondo...? E' una sensazione frequente e non dipende da niente, è così, come una nube che passa ed oscura il sole, mentre a volte, pur non succedendo niente di particolare, ci sentiamo fare parte del tutto....” (Caterina Regazzi)

Che ci sia un'attinenza indiscutibile fra l'emissione energetica e la materia è un fatto conosciuto da chiunque, prima ancora delle scoperte della fisica quantica. Basti vedere l'azione dell'energia solare e della sua captazione utile ai processi vitali sulla Terra… Energia e materia sono strettamente interconnesse ed a un certo livello indistinguibili l'una dall'altra. Ed alla base del loro apparire in specifiche forme e modi c'è la mutazione costante e continua, una sorta di saliscendi che fra l'una e l'altra polarità che consente l'esistenza dell'universo conosciuto.

Secondo I Ching, o Libro Dei Mutamenti, la creazione avviene costantemente attraverso l'incontro di Cielo e Terra, ovvero Energia e Materia, Coscienza e Forma, ma questa descrizione non è sola prerogativa dell'I Ching, anche altre religioni e filosofie (ed anche la moderna scienza) indicano il movimento, la vibrazione o trasformazione, come fattore primo che crea il mondo. L’energia cinetica sprigionata attraverso il cambiamento sopraggiunto nel “quid” originario statico si è propagata in uno svolgimento, apparentemente infinito, che utilizza i canali conduttori dello spazio e del tempo. Che lo si chiami Verbo, Om, Spirito o Tao ha poca importanza...

Dal punto di vista dell'esperienza empirica, basata sull'osservazione in un continuum spazio temporale ed anche secondo la teoria della creazione graduale dell’universo si immagina un “inizio” chiamato Big Bang (il grande botto) o “Atto Creativo” in cui la concentrazione energetica statica giunge ad una fase critica di incontenibilità e ne consegue un collasso (corrispondente all’inizio dello spazio tempo) che coincide con la proiezione manifestativa in cui l’energia assume forma, gradualmente, divenendo materia. La gradualità e continuità della creazione viene misurata attraverso un “aspetto” che sempre accompagna, potremmo anche dire registra, il processo creativo. Questo aspetto è immanente e trascendente ed è la “coscienza”, la quale è parte integrante, una sorta di sapore o qualità intrinseca, dello svolgimento energetico in corso.

Possiamo quindi tranquillamente affermare che “coscienza, energia e materia” sono la stessa cosa, come il tempo e lo spazio che appaiono e coesistono complementariamente. Senza la durata nel tempo e l’espansione nello spazio nulla potrebbe manifestarsi e senza la coscienza e l’energia nessuna forma od entità avrebbe significato od esistenza. Per questa ragione è impossibile scindere la manifestazione dalla consapevolezza che la sancisce.

Ogni elemento, essendo la trasformazione nell’infinita possibilità dei movimenti energetici nello spazio tempo, conserva una specifica memoria (od intelligenza) che è necessaria alla coesione della sua sostanza (o stato di mutazione energetica se vogliamo usare una terminologia metafisica). Questo procedimento di psicosomatizzazione dell’esistente viene impresso contemporaneamente in una sorta di “negativo” che corrisponde alla formula rispetto al procedimento sperimentale in corso (possiamo definirla anche “memoria”, “ombra” o “antitesi”). Ma non è solo descrizione in negativo è anche substrato, è forza costituente che permette al tutto manifesto di mantenere una forma ed un nome, insomma gli fa assumere una specifica identità.

Ed è per questa ragione che nell'I Ching si individuano delle specifiche forme archetipali, i trigrammi e gli esagrammi, utili al riconoscimento delle aggregazioni energetiche in corso. Insomma possiamo dire che gli eventi si ripetono, pur in in una scala evolutiva, in una sorta di gradiente continuo ma riconducibile ad un processo già conosciuto. Da qui anche il concetto di “psicostoria”, che non è altro che la memoria progettuale costituente i fenomeni, la quale resta impressa nei risultati stessi della fenomenologia attiva: i processi vitali. Perciò la storia non è quella scritta sui libri, quella dei libri è solo una documentazione ingannevole, parziale e soggettiva che descrive gli aspetti percepiti da alcuni testimoni, od ascoltatori dei testimoni. La storia come noi la conosciamo è una traballante pseudo-verità, una descrizione quasi immaginaria, raccontata e corroborata (a fini speculativi) dall'opinione dei suoi redattori. Quella che chiamiamo storia è al meglio la descrizione di un immaginifico realistico condiviso (più o meno) da molti (comunque un numero limitato di persone).

Ma la verità non può essere parziale, come non può essere sminuzzata l’integrità della nostra esistenza corporea. Nel senso che non possiamo dire “questo organo o questa appendice non mi appartiene od è inutile, i capelli le unghie ed i peli non sono importanti perché crescono e vengono eliminati senza eccessivo danno…” o simili facezie. Infatti anche se usiamo quasi sempre la destra per il nostro agire abbiamo bisogno anche della sinistra, se diventiamo calvi lo consideriamo un difetto, se le unghie si spezzano anche le dita ne soffrono, etc. Insomma la verità storica dovrebbe corrispondere ad un’interezza e questa interezza viene data solo da quella memoria sottile che resta impressa nelle forme in continua mutazione fenomenica.

Questo “ricordo”, che a livello vitale viene definito DNA, a livello psichico io lo chiamo “psicostoria”, ovvero la capacità di lettura della memorizzazione automatica, della registrazione contabile non percettibile, presente nell’insieme degli eventi. E non esiste separazione alcuna in qualsivoglia processo vitale, che si manifesti con il nostro diretto coinvolgimento oppure con uno indiretto, insomma ogni elemento, fisico o psichico, viene influenzato dalla mutazione in corso. Ciò logicamente succede anche per gli eventi sulla faccia del pianeta: una bomba atomica in Siberia influisce sulle condizioni ambientali dell’Antartide….

Per cui se vogliamo conoscere la storia, quella vera, è necessario introdursi nel magazzino della funzione mnemonica vitale, che è presente comunque in chiave olografica in ognuno di noi.

In India questo magazzino si chiama Akasha, Jung lo chiamò Inconscio collettivo, gli esoteristi lo chiamano Aura della Terra.

Come fare ad attingere a questo archivio misterioso e sempre presente?

La risposta sta nella domanda stessa… Come fa l’acqua a conoscere l’acqua? Come fa il fuoco a conoscere il fuoco? Come fai a conoscere te stesso?

Essendolo…! Unicamente essendolo… Non come un osservatore che guarda bensì come sostanza costituente dell’andamento energetico in corso. Spogliandosi quindi della separazione che ci impedisce di percepire l’insieme di cui siamo parte integrante. Infatti coloro che sono dotati di preveggenza o medianità possono percepire questa “memoria” totale del grande magma dell’esistenza solo sciogliendosi in quella “coscienza”. Ovvero rinunziando alla piccola identità separativa dell’ego che porta ad identificarci con la singola molecola del processo vitale ed a descrivere l’esistente nello stretto ambito del percettibile, limitato alla presenza circoscritta. Il che è spesso quel che avviene non solo nella nostra mente ma anche nei suoi sottoprodotti: la storia ufficiale, la filosofia o religione e la scienza.


Paolo D’Arpini
http://www.circolovegetarianocalcata.it/veggente-hou/

martedì 7 dicembre 2010

Giuseppe Turrisi: "Il fotovoltaico è diventato una truffa ed un impatto pesante per l'ambiente"

"Sole o sola..?" (Saul Arpino)Dopo aver progettato impianti da 20kWp a oltre 10MWp faccio queste riflessioni...

In un contesto globale e sempre più globalizzante, il potere qualunque esso sia tende a dividere e a fare in modo che i problemi vengano visti settorialmente al fine di non fare capire le interazioni del problema e le vere cause, per fare un esempio se il sistema economico mondiale e poi nazionale stressa le persone non va a risolvere questo problema come primo motore (causa prima) ma ti manda dal medico che ti da l'aspirina... ora se vediamo il micro problema (mal di testa- aspirina) nessuno può obbiettare che sia una grande soluzione ma il problema che causa il mal di testa rimane.... (cosa centra tutto questo con il fotovoltaico!?.. vediamo).

Il fotovoltaico se lo vediamo come tecnologia in se sicuramente sarà meglio di altre (motori endotermici) e peggio di altre (stirling a concentrazione, fotovoltaico a concentrazione, eolico non concentrato) ... il rendimento sotto il profilo puramente energetico poi si profila intorno al 12-13% (solo il generatore fotovoltaico). Quando abbiamo già tecnologie che stanno molto oltre.
Purtroppo per l'introduzione di cui sopra se si vede la pura tecnologia (policristallino, monocristallino, film sottile, ecc) sotto il profilo meramente tecnico e scientifico appare la soluzione migliore per produrre energia elettrica, ora premesso che la MIGLIORE ENERGIA PULITA E' QUELLA CHE NON SI CONSUMA E QUINDI CH NON SI GENERA NE SI TRASPORTA (decrescita), possiamo dire che tutto il sistema fotovoltaico per quanto complesso e potente non entra in frequenza se non ci sono alternatori di tipo tradizionale ossia rotativi (motori endotermici e turbine idrauliche) poiché il tipo di corrente alternata che genera l'inverter (macchina accopiata al gneratore fotovoltaico) non è di tipo sinusoidale bensì un finto sinusoidali fatto di piccoli gradini (proveniente da SCR o simili), questo significa che è un tipo di generazione che avrà sempre (SOTTOLINEO SEMPRE) bisogno di un altro generatore di tipo tradizionale altrimenti non avrebbe la forza (per dirlo in maniera semplice) di entrare in rete tutto questo solo per cominciare.

Se vediamo il rendimento della tecnologia in se per se con il paraocchi che mettono ai cavalli l'illusione che si ha è che sia una tecnologia pulita se invece ci togliamo i paraocchi e cominciamo a vedere oltre ossia l'aspetto economico finanziario scopriamo che il cosi detto PAYBACKTIME salta facilmente per tutta una serie di motivi, vediamone alcuni..... Si dimenticano (quelli che devono sostenere questo tipo di vendita tecnologica ed ormai hanno investito miliardi per cui non possono sconfessarsi) che all'interno di quel prezzo (costo energetico) di produzione ci va ANCHE considerato il trasporto (Cina, America, india ecc) dai costruttori pochissimi a livello mondiale fino all'utilizzatore usando mezzi di trasporto tradizionale ossia camion, navi che utilizzano petrolio (altro che ecologia), si dimenticano lo smaltimento i più onesti dicono "MA TANTO E SOLO SILICIO" (sabbia) si è vero ma per ritornare ad essere silicio (DEVE ESSERE RI-TRATTATO) ri-dividendo i componenti metallo che fonde a 800/1000 °C (altra energia) silicio, cavi, diodi, PVC, NON SOLO, lo smaltimento deve essere progettato pianificato industrializzato, i materiali devono essere trasportati (camino gasolio) dal campo fotovoltaico all'ipotetica fabbrica di trattamento (quale?) e poi ri-trasportato (camion - gasolio) nelle discariche specializzate (quali?).

Non solo il fotovoltaico funziona solo di giorno e nei contratti la rete nazionale diventa come una specie di serbatoio per riprendersi la energia in eccesso per ri-consumarla eventualmente di notte, per chi sa appena due righe di elettrotecnica sa benissimo che la energia alternata NON SI PUÒ CONSERVARE (si può conservare solo quella continua) quindi il concetto di serbatoio e puramente virtuale (ossia economico solo e sempre denaro) infatti in rete non si conserva un bel niente, se di notte ri-preleviamo energia E’ SOLO QUELLA FATTA DA ALTERNOTORI ROTATIVI che nel migliore dei casi (20/30%) sono eolici o idraulici il restante è sempre O A GASOLIO O A CARBONE O A GAS O NUCLEARE.

Il fotovoltaico (20 anni fa) poteva avere un senso solo se a piccoli impianti e molto distribuito, invece come al solito si è puntato solo ai grandi impianti (grandi affari) che hanno eroso (e stanno erodendo i terreni) con il risultato che già molti grossi impianti in Puglia Sicilia e Calabria non sono neanche connessi (scollegati) in rete poiché la rete nazionale non è fatta per ricevere energia ma per distribuirla, (la rete per ricevere e distribuire è fatta quasi a sezione costante, invece la rete attuale riduce la sezione dei cavi dalle centrali fino all'utilizzatore finale).

Inoltre vi invito a fare delle ricerche su chi sono i proprietari dei produttori (non dei pannelli) ma delle celle e potrete scoprire per esempio che sono in pochi (pochissimi) e che tolte le scatole cinesi di azionariato vairo ci sono grossi produttori di petrolio e che casualmente sono concentrati o in Germania (il primo azionista dell BCE) o in America (FED)..... a pensar male non spesso non si baglia (Giulio Andreotti).....

Già basterebbe tutto questo per sostenere che il fotovoltaico potrebbe essere una truffa, ma aggiungo:

Ci sono seri sospetti sulle vendite dei progetti per chi è stato nel giro degli impianti grossi giravano e girano società (srl con 10.000€ dicasi diecimila di capitale sociale) che stranamente erano disposti a comprare impianti di MW sulla carta (ossia progetti con lo STMD APPROVATO) da 70.000 a 100.000€ (dicasi centomila euro) per MegaWatt, solo i bambini non capiscono che dietro ci potrebbe essere qualcosa che non torna (riciclaggio di denaro?????)

Ma continuiamo l’elettrone che produce il pannello PV e l’elettrone che mi fornisce la rete (ente fornitore) fisicamente è lo stesso ma commercialmente parlando se lo compro pago 0,16 cent se lo vendo 0.09 cent come mai lo stesso elettrone ha due valori diversi???. Non solo il mio elettrone tecnicamente dovrebbe avere un valore superiore poiché (sulla carta) prodotto in maniera ecologica rispetto a quello fatto con la centrale a carbone e/o endotermica invece sotto il profilo commerciale vale di meno, allora dove è il problema?

Semplice se la gestione energia la si vuole vedere solo sotto il profilo di rendimento energetico appare che il fotovoltaico è migliore (non è vero come già ampiamente dimostrato) se invece ci mettiamo l’aspetto economico commerciale vediamo e capiamo che tutto ciò è solo un movimento di denaro a favore solo delle banche, dei grossi produttori, degli enti fornitori, ecc.

Ma continuiamo e vediamo gli aspetti economico-finanziari (e questo è il lato migliore) se veramente il costo puro della tecnologia era competitivo non avrebbe avuto senso l’aiuto Statale di 0.43cent/W (ogni anno sempre meno) per 20 anni sarebbe bastata la semplice vendita che invece come abbiamo visto prima e solo a favore solo dei “grandi produttori”.

Lo stesso Stato (proprio per la non chiarezza e trasparenza delle cose) attraverso l’AEEG ha cambiato più volte il modo di aiuto e di pagamento dei vari contratti (basti dire che lo scambio sul posto passo dai 20kWp ai 200kW) proprio perché lo steso stato (per la parte dell’aiuto) non ha i soldi per pagare.

Non solo se ci mettiamo la moneta debito vediamo cosa succede, per ogni Wp lo Stato paga 0.43cent

Perché ci siano 0.43 cent in Italia lo Stato (NOI) dobbiamo riconoscere a Bankitalia SPA il 2% all’anno ossia 0.0086cent diviso per 56 milioni di italiani e tutto questo per 20 anni. Facciamo due conti, per ogni MW fatto prodotto (da privati per privati) la collettività paga 8600 euro ogni anno per 20 anni (solo di interessi per fare girare quel denaro), se la moneta fosse di stato tutto era diverso....

La macchina economica di questo business ormai non si può fermare quindi anche se è superata (e non conviene) di fatto chi ha investito deve prima recuperare il capitale (e le banche gli interessi) e poi comincerà ad ammettere che la tecnologia non solo è superata ma che in effetti non era poi tutto questo guadagno anzi per la collettività un perdita, naturalmente le banche e i grossi produttori e proprietari che determinano le notizie sui media al momento non possono che spingere questa tecnologia.

Per fare un esempio perché, nonostante ci siano già le auto elettriche, ad idrogeno ad aria compressa ancora si insiste con i motori tradizionali?.

In ultimo vorrei fare un parallelo (se avete compreso cosa ho detto nelle prime righe) che forse pochi comprenderanno e cioè: il fotovoltaico sta alla produzione di energia elettrica come la moneta complementare (sconto) sta all’euro. La moneta complementare senza l’euro non può circolare e gli fa da stampella, lo stesso dicasi per il fotovoltaico la produzione di energia elettrica fatta con gruppi statici senza la generazione elettrica con macchine rotanti ossia gli alternatori (cosa diversa è per piccolissimi impianti cosi detti “no griid conected” (ad isola).

Potrei andare aventi per ore aggiungo solo una nota quando si parla di prodotti a kilometri zero, e di decrescita o di ecologia (solo per citarne alcune ) dietro c’è sempre (se non si è sprovveduti) il problema monetario ed economico. Uno dei primi prodotti a km 0 (zero) deve essere proprio l’energia.

Per tutto quello che ho sopra esposto (tutto il resto è solo movimento di denaro per generare interessi bancari) ecco perché un ecologista, uno della decrescita, un di quelli a km 0 non può che non essere un anti-signoraggista, diversamente si perde solo tempo (l'aspirina contro il cancro).

Qualsiasi accentramento è sempre contro l'uomo e la sua dignità (grandi banche, grandi magazzini, grandi produttori, grandi fabbriche, grandi impianti ecc) tutto ciò che è grande alla fine sciaccia la dignità umana non solo se si rompe fa il botto grande...) il futuro e nel piccolo, nel diffuso, nell’artigiano, nel locale, ecc....... ma tutto ciò dipende dalla moneta anche questa di proprietà popolare e soprattutto LOCALE.
Giuseppe Turrisi - giuseppeturrisi@yahoo.it

Altri articoli di Giuseppe Turrisi:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=giuseppe+turrisi

venerdì 15 ottobre 2010

Amma Mata Amritanandamayi, che abbraccia chi l'ama e che ama chi l'abbraccia

"Inserisco qui questa memoria per controllare la sua reale indicizzazione sui motori di ricerca... visto che é in corso una sorta di "oscuramento" mediatico sull'argomento (questione di denari...)" (Saul Arpino)



Amrit é la bevanda degli dei che dona l’immortalità, con l’aggiunta del suffisso ananda, che significa beatitudine, diventa Amritananda, che è un nome religioso. I nomi religiosi solitamente vengono impartiti a coloro che si consacrano alla ricerca spirituale, insomma che si fanno monaci, da un Guru o da un capo di monastero autorizzato a dare “sannyas” ovvero a ordinare un monaco od una monaca che prende il voto di “rinuncia” ed indossa l’abito ocra del Sannyasi.



Attualmente tra quelli conosciuti che rispondano a questo nome ci sono due persone particolarmente preminenti. Uno é il maestro tantrico Sri Amritananda Natha Saraswathi che comunque dovrebbe avere ricevuto una regolare ordinazione a svolgere le sue funzioni, infatti il termine Saraswathi denota uno specifico ordine monastico nella linea di Shankaracharia.



L’altro, anzi l’altra, é una signora quasi sessantenne denominata Mata Amritanandamayi, conosciuta però in tutto il mondo come “the hugging mother”, in italiano schietto “la madre abbracciona”. Questa signora é nata e viveva, o forse ancora vive quando non é impegnata nei suoi viaggi planetari, sulla costa del Kerala, in un piccolo villaggio di pescatori chiamato Parayakadavu, nel distretto di Kollam.



Su questa santona abbracciona sono state scritte parecchie storie controverse, cito una sola fonte quella di Bronte Baxter (brontebaxter.wordpress.com ) in cui si dicono parecchie brutte cose sul suo conto… ma non voglio fare il maldicente, soprattutto non voglio basarmi su un “sentito dire”.



Ma una cosa mi ha molto meravigliato stasera, mentre sorseggiavo il mio cappuccino bollente in un baretto di Treia, spaparanzato su un divano davanti alla finestra più bella del mondo, e con in mano il prestigioso Corriere della Sera.. ecco che ti leggo.. Su mezza pagina di giornale con tanto di foto a colori con lei che abbraccia l’ennesimo aspirante (e sottostante pubblicità commerciale poiché si vede che l’argomento tira..).



“Amma Amritanandamayi incontra diecimila devoti a Sesto San Giovanni”… E giù informazioni particolareggiate di come ella trasmetta la beatitudine attraverso il suo abbraccio amoroso.. di come i pretendenti alla beatitudine stiano buoni buoni in fila aspettando pazientemente il loro turno, di come abbia già abbracciato nel mondo almeno trenta milioni di persone…. (sorbole…!)



E qui non ho potuto fare a meno di mettermi sonoramente a ridere.. magari anche dando l’impressione agli avventori presenti di essere un po’ fuori di testa.



“Ma come ci sono al mondo 30.000.000 di gonzi che credono alle favole…?”



Si vede che la gente non ha più nulla in cui credere o sperare nella vita se debbono ricorrere a questi mezzucci per sentirsi un po’ amati… il mondo é diventato troppo virtualizzato, non basta stare su Facebook e fare “amicizia” con migliaia di persone sconosciute.. uno alla fine desidera di avere un contatto fisico, di ricevere un gesto d’amore, magari finto, magari aspettando il turno come dal dentista, magari per 4 secondi.. ma almeno un “contatto fisico e reale”… e così 10.000 (diecimila) devoti italiani sono andati a Sesto San Giovanni a farsi abbracciare…. Quanto sia loro costato non si sa..



Ma quello che più mi ha meravigliato é che la notizia “inverosimile e fantasiosa”

delle prodezze abbracciatorie di tale “amma” apparisse sulle pagine del serioso Corriere della Sera… non ci si può fidare nemmeno più del Corriere… ormai con i media siamo agli sgoccioli… siamo arrivati ad “Anno Zero…”



E cosa ne pensano gli amici laici?



E va bene… qualcuno potrebbe anche dire.. “Cosa ne sa questo Paolo D’Arpini degli abbracci beatifici di Amritanandamayi?” Ed allora ecco che sono costretto a spiattellarvi uno stralcio del resoconto della mia visita all’abbracciona, avvenuta nel lontano 1985/6, quando era da poco iniziata la sua carriera..





Amritananda abita qui? “Forse cercavi Mata Amritanandamayi… ?”



Stavolta le indicazioni che mi sono state date son chiare e dettagliate, con tanto di piantina, disegno della laguna, alberi e barche sul mare: “Ecco qui abita Amritananda, la santa madre che tutti ama e tutti abbraccia..”. Così disse mio fratello Alessandro, salutandomi mentre mi accingevo alla partenza per l’India.



E così partii con mio figlio, a cui facevo da padre e da madre, il mio ultimo nato Felix, che aveva appena un anno e mezzo, e me lo stavo portando appresso a conoscere una “madre spirituale” (almeno questa era l’intenzione), forse quella Madre Amritananda del Kerala. Il Kerala è al sud dell’India sulla costa dell’Oceano Indiano. Eravamo pronti a partire dal terminal dell’aeroporto di Fiumicino, Felix ed io, non sapendo chi fosse il più emozionato e meravigliato di questo lungo viaggio verso il mare… l’oceano dell’amore che speravamo di trovare in India…



Qualche genitore maschio che legge ha mai provato a viaggiare da solo con un bambino di un anno e mezzo che ancora si fa i bisogni addosso ed a malapena cammina? Questa era la mia situazione, che mi ero scelto per riscattare la mia funzione di padre e madre precedentemente alquanto trascurata, per ritrovare una dignità attraverso la dedizione ed il sacrificio. Potrei scrivere un libro solo sui ricordi di quel lungo viaggio e sulle vicissitudini e prove patite, lo farò un’altra volta…



Dopo un mese “natalizio” di permanenza riposante a Ganeshpuri, in Maharashtra, decisi di andare a cercare questa santa madre di cui avevo sentito parlare e lasciai quel luogo ospitale per recarmi da questa Amritanandamayi in Kerala.



Per giungere nella sua dimora-ashram (a quel tempo ancora in costruzione) bisognava passare una palude in barca e raggiungere la costa, abitata da soli pescatori.



L’impressione ricevuta appena arrivato fu quella di essere entrato in una sorta di “teatrino”. Nell’ashram c’era una balconata sulla quale il pubblico era ammesso e dabbasso, su un palco, si esibiva Amritanandamayi in canti e danze estatiche. Le persone residenti nella comunità erano transfughi di vari altri ashram, ex Hare Krishna, ex cristiani, ex di qua e di là…. Non mi trovavo bene per nulla in questa congenie di abbandonatori monoteisti, però tenevo duro, aspettavo almeno il contatto diretto con l’Amrita (nettare) dell’Ananda (gioia).



Dopo alcuni giorni di penitenza in mezzo a quegli strani devoti, tutti occidentali (salvo i membri dello staff che governava) ed alquanto sciroccati, pensate che uno addirittura mi rimproverò perché disse che lo “facevo eccitare” distogliendolo dalla sua austerità poiché lasciavo girare per l’ashram l’unico bimbo residente, Felix, seminudo…. (roba da chiodi in fronte….). Un’altra volta mi persi sulla battigia dell’oceano e nessuno dei pescatori sapeva (o voleva) indicarmi il posto della comunità (e chissà cosa volevano significare con quella presunta ignoranza …?).



Infine avvenne l’incontro pubblico e ravvicinato con la madre, in una capanna allestita per l’occasione, tutti i devoti infervorati ed agitati, e la madre che faceva appropinquare uno alla volta i suoi ammiratori e li abbracciava singolarmente.



Sapete che sono della Scimmia, vero?! Malgrado la situazione alquanto complessa, e sotto controllo di un paio di guardie del corpo che stavano ai lati della madre, non potei trattenermi dal verificarne la “santità” e allorquando venne il mio turno dell’abbraccio, lasciai che ella abbracciasse prima mio figlio Felix e poi a mia volta la abbracciai e la strinsi come si stringe una donna (avete capito bene!)….



Immediatamente percepii il suo disagio e sentii il suo corpo femminile tremare imbarazzato, immediatamente fui allontanato dai suoi custodi.. ma ero “soddisfatto” per la buona riuscita della prova, l’indomani stesso me ne partii senza rimpianti….



Paolo D’Arpini