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mercoledì 11 gennaio 2012

Profumo d'Italia? Solo con rifiuti opzione zero... altrimenti è fetore.... - Recensione del libro "Profumo d'Italia" di Fulvio Di Dio

Profumo d'Italia? Solo con rifiuti opzione zero... altrimenti è fetore.... - Recensione del libro "Profumo d'Italia" di Fulvio Di Dio

“Rifiuti: opzione zero”. Questo il dogma sottinteso nel libro "Profumo d'Italia" di Fulvio Di Dio, il quale ha indicato i modi per uscire fuori dall'emergenza continua, studiando le problematiche legate alla gestione dei rifiuti, con un’attenzione particolare ai pericoli derivanti dall’incenerimento ed alle alternative di non combustione più sicure e più sostenibili....

Fulvio Di Dio è membro della Rete Bioregionale Italiana e lavora presso l'assessorato Ambiente della Regione Lazio, quindi è persona titolata per svolgere il compito che si è prefisso, di indicare nuove strade ecologiche per lo smaltimento dei rifiuti. Ma il suo è un "invito" e per rendere concretamente attuative le sue proposte è necessario che le Istituzioni si muovano nella direzione indicata....

E qui dobbiamo ritornare sul tema di come far entrare nelle maglie della consuetudine culturale l’idea che “non esiste altro posto che questa Terra in cui possiamo vivere e di conseguenza è meglio mantenerla pulita” A volte esperimenti encomiabili sono stati avviati, come ad esempio “il gioco dei tappi”, proposto nella scuole elementari della capitale dall'ass. Memmento Naturae, ma se queste iniziative restano sporadiche vengono poi a mancare i risultati sostanziali...

Pertanto, se le Istituzioni stesse non promuovono le soluzioni indicate, è comunque importante iniziare con la pratica ecologica individuale.... e prendendo lo spunto dai consigli contenuti nel libro di Fulvio Di Dio, possiamo partire dall’ecologia delle piccole cose, nella casa e nell'ufficio. Cominciando da queste si possono sempre trovare successive forme di sensibilità ambientale e di educazione civica.
Ad esempio quanti scarti alimentari produciamo? Forse quegli scarti possono essere diminuiti se badiamo di più all’essenziale, in tutte le nostre piccole abitudini di ogni giorno, e magari prontamente riutilizzati in natura come compost o cibo per animali oppure anche per produrre semplice biogas.

A Roma, con Malagrotta traboccante, c’è il rischio di dover risolvere il problema dei rifiuti urbani (in perenne emergenza) con il sistema “terminator” che porterà inevitabilmente alla creazione di una serie di nuove discariche ed inceneritori attorno alle città. Le province storiche diverranno una pattumiera gigante o terra bruciata, si tratta solo di scegliere se si vuole l’inceneritore o la discarica oppure l’impianto di produzione elettrica... (eufemismo per definire le strutture industriali a biomasse)

E se vogliamo che la vita continui nel Lazio asfissiato dai fumi e dalle puzze non possiamo pensare di risolvere in tal modo il problema dei RSU. L’incenerimento, già lo sappiamo, è fonte di inquinamento pesantissimo ed inoltre è diseducativo dal punto di vista della salvaguardia delle risorse.

Non si può continuare a tamponare aumentando sempre più la piaga dell’inquinamento e da qualche parte occorre partire per fermarsi e lanciare un segnale positivo. Partiamo da noi stessi…. Per evitare il disastro tamponato ed imbellettato da nuovi impianti inquinanti occorre partire dalla consapevole e personale azione di ognuno di noi. Faccio esempi pratici: rinunciare alle bustine di plastica e girare con una borsa, rifiutare imballi superflui, reperire il proprio cibo direttamente dai produttori locali, interrompere l’uso smodato di elettrodomestici, lavorare con le mani, stare meno davanti al televisore e di più nei boschi….

La battaglia contro la produzione rifiuti e sprechi energetici deve partire dall'impegno di ognuno, dalla consapevole e personale azione di ognuno di noi. Non posso far a meno di affermare che se non iniziamo da noi stessi il processo non decolla…

Paolo D'Arpini
Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana
e Portavoce European Consumers Tuscia
europeanconsumers.tuscia@gmail.com

......................

Di questo tema se ne parlerà durante l'Incontro Collettivo Ecologista, previsto ad Aprilia (Latina) dal 22 al 24 giugno 2012, durante il quale verrà anche presentato il libro Profumo d'Italia (Editori Internazionali Riuniti) di Fulvio Di Dio. Per info sulla pubblicazione: fulvio.didio@libero.it,

sabato 3 dicembre 2011

“Profumo d’Italia. Il Paese della continua emergenza rifiuti”: approfondimento con l’autore, Fulvio Di Dio

Talpa che scava nel mucchio dei rifiuti d'Italia - Foto di Gustavo Piccinini 

 Di ambiente e natura se ne parla davvero tanto in questo periodo, ma in molti casi mai con cognizione di causa: ecco allora un approfondimento con Fulvio Di Dio, legale ambientale, scrittore e gran conoscitore delle problematiche che stanno lentamente (nemmeno troppo) distruggendo il pianeta. Partendo dalla sua ultima opera, “Profumo d’Italia. Il Paese della continua emergenza rifiuti”, approfondiremo numerosi temi legati a questo mondo e questa società che non fa altro che speculare e sfruttare una risorsa, come l’ambiente, che dovrebbe essere rispettata e “usata” scientemente. Ma chi è Fulvio Di Dio? Ecco una breve scheda di presentazione. Fulvio Di Dio, esperto legale ambientale, da diversi anni pubblica numerosi articoli sulle più prestigiose riviste del settore (come Rivista Giuridica dell’Ambiente; Diritto e Giurisprudenza Agraria, Alimentare e dell’Ambiente; Ambiente & Sviluppo), principalmente in materia di diritto delle aree naturali protette, diritto degli animali e diritto delle acque. È stato uno degli autori del volume a cura di Lorenza Paoloni, Politiche di forestazione ed emissioni climalteranti (Edizioni Tellus, 2009), con il contributo dal titolo Il manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare. Per Editori Internazionali Riuniti ha pubblicato Acqua sporca e Profumo d’Italia (2011). - Partiamo parlando del suo ultimo libro, il problema rifiuti è al centro dell’attenzione, sia per la situazione insostenibile che si crea periodicamente a Napoli, sia perchè l’ambiente è, giustamente, sempre più un argomento impotante per l’equilibrio della società. Lei come pensa si possa tentare di risolvere questo problema? Scrivendo “Profumo d’Italia. Il Paese della continua emergenza rifiuti” (Ed. Internaz. Riuniti, Roma, 2011), è come se mi fossi trovato di fronte un muro di radicata, storica, complessità. Il temadella gestione dei rifiuti presenta, infatti, molteplici aspetti che interessano contestualmente, anche se da angolazioni e ottiche diverse, una pluralità di soggetti: i titolari delle aziende che devono rispettare le regole normative; i funzionari della pubblica amministrazione preposti al rilascio dei regimi autorizzatori e alle attività di monitoraggio; gli organi di polizia statali e locali, che devono eseguire i controlli in azienda e su strada, per verificare il corretto rispetto delle normative di settore. 

Ma che filosofia esprimono i nostri politici e i nostri imprenditori, rispetto la gestione dei rifiuti? Come ho dimostrato nel testo, si tratta, il più delle volte, di una gestione che tiene prioritariamente a produrre utili come una qualsiasi S.p.A., ritenendolo spesso motivo di orgoglio manageriale. E così, in molte parti d’Italia, a valle di ogni discarica tradizionale, nella quale sono versati i rifiuti urbani e industriali, la soluzione quasi obbligata è, ad esempio, l’inceneritore. È proprio così? Conviene davvero bruciare, oppure sono gli incentivi all’energia prodotta dai questi “mostri” (che solo in Italia vengono chiamati “termovalorizzatori”) a spingere in quella direzione? E si produce davvero energia bruciando rifiuti? E quale energia? 

Purtroppo, l’incenerimento “a prescindere” è non solo una grave infrazione di molte leggi europee e perfino nazionali, ma perfino un errore costoso in termine di sprechi energetici, denaro e inquinamento; e un comportamento pericoloso quanto a salute. Il tema della raccolta, del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti implica quindi scelte di fondo che, in oltre un decennio di legislazione, nazionale e regionale, nessuna classe politica statale o regionale ha inteso fare. Come uscire da questa impasse? Nel libro inizio il mio percorso con la nozione di rifiuto, un concetto tipicamente umano. In natura, infatti, nulla si butta via, anzi tutto può e deve essere riciclato. Ogni elemento passa continuamente da una tappa a un’altra del suo ciclo naturale, senza raggiungere mai una condizione di inutilità, come quella che noi attribuiamo ai rifiuti. In natura (dove nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma), i rifiuti prodotti da certi organismi vengono sfruttati da altri organismi, in un ciclo di riutilizzo continuo. Quello che per una specie è rifiuto, perché ormai inutilizzabile, per un’altra specie diventa utile, prezioso e fondamentale per la propria vita. In questo “meccanismo naturale” ogni essere vivente fa parte di un sistema complesso di relazioni e di scambi con altri esseri viventi di altre specie. Nasce quindi la necessità di una diversa concezione degli scarti che segua, per quanto possibile, la logica adottata dai sistemi naturali. La strategia “Rifiuti Zero” sembra andare proprio in questa direzione, in quanto incoraggia la ri-progettazione della vita ciclica delle risorse, in modo tale da ri-utilizzare tutti i prodotti: lo scopo principe, evidentemente, è quello di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti da inviare in discarica. Inoltre, il confronto tra i due modi di smaltire, il riutilizzo-riciclaggio e l’incenerimento (a valle delle discariche) è contenuto in un recente studio “Qualche proposta per controllare gli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti nella gestione dei materiali postutilizzo senza inceneritori“, di M. Bologna, una ricercatrice indipendente. Prevede di sostituire al forno quattro diversi impianti di trattamento meccanicobiologico (Tmb), che selezionano i rifiuti a freddo, riducendo dell’80/90% quelli da incenerire, per trattare secondo diverse tecniche e modalità la frazione organica, i rifiuti secchi, le plastiche, l’immondizia risultante dallo spazzamento delle strade. In tutti i casi si tratta di sistemi esistenti in commercio, non da inventare, disponibili perfino in Italia! Prevede inoltre di mettere in funzione un centro studi dei “materiali residui non riciclabili”, per riprogettare la produzione delle merci “al fine di raggiungere in tempi brevi l’obiettivo non utopico del riciclo totale”. Ridurre dell’80/90% i rifiuti significa rendere inutili gli impianti che, solo in Italia, si chiamano “termovalorizzatori”, che per funzionare a regime e rendere profitti hanno bisogno di bruciare masse consistenti, integrando anche i rifiuti con metano, per aumentare la temperatura, se il Cdr (combustibile da rifiuti) non ha sufficiente potere calorifico. 

Nel libro, evidenzio anche il fatto che i cinquanta o giù di lì termovalorizzatori operanti in Italia sono troppo spesso connessi nelle stesse imprese che gestiscono le discariche e la raccolta urbana, da non rendere sospetta la propensione alla raccolta differenziata che talvolta città e paesi mostrano, pur fingendo grande attivismo con gli inutili “cassonetti” disseminati senza regole lungo le strade. - Il binomio malavita – rifiuti è sulla bocca di tutti. Cosa si deve fare per colpire queste organizzazioni malavitose, affinchè non speculino più sull’ambiente? Diciamo che questa cosa è risaputa, ma sembra che nessuno faccia nulla di concreto, a mio parere, per risolvere la situazione. Come sappiamo, la presenza delle organizzazioni criminali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue. I delitti “strutturali” di queste organizzazioni sono oggi quelli, silenziosi, della penetrazione nell’economia e nel mercato. La mafia si inserisce in qualsiasi traffico, lecito o illecito, purché sia redditizio e consenta di investire il denaro guadagnato illegalmente. Quest’opera di inserimento nel mercato ha trovato in alcuni settori economici di rilevante ricaduta ambientale, come il ciclo dei rifiuti, un terreno molto fertile. Come dice Roberto Saviano, “se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell’Everest, alto 8.850 metri”. Di fronte a disastri di proporzioni così immani, la mafie hanno saputo approfittare della carenza nel nostro ordinamento di efficaci norme incriminatrici, della eccessiva mitezza di alcune sanzioni penali in materia di tutela dell’ambiente e delle difficoltà di controllo da parte di regioni ed enti locali. D’altro canto, come cerco di illustrare nel libro, la stragrande maggioranza della classe politica italiana, di tutti gli schieramenti, ha dimostrato in tutti questi anni di non possedere adeguata mconoscenza e responsabile coscienza di quanto strategica e decisiva sia la politica dei rifiuti: sul piano della salute e della sostenibilità ambientale, della produzione e del consumo in modo sano, sobrio e pulito. Come sappiamo, la drammaticità della questione dei rifiuti non è limitata all’area napoletana e campana: è nazionale. 

Puntare prioritariamente sull’incenerimento e sulle discariche, da parte di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni, significa rimanere fermi al vecchio disastroso modo di produrre; significa aumentare l’inquinamento e peggiorare le condizioni climatiche ed ambientali; significa precludersi la strada verso l’innovazione tecnologica e lo sviluppo delle vere energie rinnovabili e pulite. Significa distruzione e malattie. Sul piano pratico e operativo, e quindi necessariamente giuridico, il problema andrebbe affrontato creando seri meccanismi di “tracciabilità” dei rifiuti stessi per conoscerne tutto: l’origine, la trasformazione e la destinazione finale. Occorre anche evitare espressioni ambigue nelle definizioni normative relative ai rifiuti ed eliminare le sacche di corruzione nei settori dell’amministrazione pubblica impegnati nei controlli. Si pensi che, sul piano legislativo siamo ancora fermi alla previsione del delitto di “attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti”, ex art. 53 del decreto Ronchi (attuale art. 260 del D.lgs. n. 152/2006), introdotto nel 2001, che consente di disporre in qualche modo degli strumenti legali per poter contrastare il fenomeno dell’inquinamento, in quanto detto reato, essendo punito con una pena fino a sei anni, consente attualmente le intercettazioni telefoniche. È facile comprendere come queste ultime si siano rivelate indispensabili per risalire l’intera filiera criminale, mettere con le spalle al muro i veri capi delle holding, insomma: colpire la testa e non solo le braccia. 

Uno dei pericoli è che con il disegno di legge sulle intercettazioni che, a fasi alterne, riemerge nell’agenda parlamentare, sarebbe nuovamente impossibile effettuare intercettazioni telefoniche per questo reato, se commesso da organizzazioni non mafiose, poiché la massima pena detentiva non supera i 10 anni. Ma il contatto con il “cliente” avviene, nella stragrande maggioranza dei casi, con la mediazione di imprese “pulite”, che poi gireranno i rifiuti alle organizzazioni criminali. Senza intercettazioni si complicherebbero le indagini sulla fase iniziale, ovviamente la più importante per seguire tutto il percorso dello smaltimento illegale! Nel libro suggerisco anche qualche soluzione tecnico legale. Una normativa più specifica su questo tema sarebbe, infatti, ancora più utile, se si prevedesse, tra l’altro, l’introduzione nel codice penale di un Titolo VI-bis relativo ai delitti contro l’ambiente e contenente, tra gli altri, anche una nuova figura di delitto associativo. Secondo P. Grasso, attuale procuratore nazionale antimafia, l’attuale fenomeno della criminalità ambientale, sempre più criminalità d’impresa e di profitto, consiglia l’introduzione di una fattispecie di associazione a delinquere modulata sulla base di una tale specifica finalità. Da porre in raccordo con l’attuale disposizione di cui all’art. 260 (Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti) del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, tipizzando però gli specifici ruoli dei compartecipi del gruppo criminale e anche prevedendo un’aggravante per il caso di partecipazione associativa del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, al quale siano demandati compiti in materia ambientale. Inoltre, i collegamenti tra la criminalità ambientale e sodalizi di tipo mafioso giustificano l’introduzione di un’aggravante a effetto speciale. 

Sul piano legislativo, dunque, si devono fare ancora notevoli passi avanti. Si è anche persa l’occasione del recepimento delle direttive europee 2008/99 e 2009/123 in materia di ambiente, per una seria e rigorosa azione di contrasto al dilagare dei gravissimi fenomeni di criminalità ambientale che imperversano in Italia. A questo riguardo, lo schema di decreto legislativo (D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121), con cui il Parlamento ha cercato di recepire le direttive, se da un lato compie un notevole passo avanti con l’introduzione nel nostro ordinamento della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, dall’altro lascia colpevolmente immutati: tempi di prescizione dei crimini ambientali; sanzioni di tipo contravvenzionale; impossibilità di usare le rogatorie internazionali e gli strumenti legislativi tipici per contrastare la criminalità organizzata. E che cos’è questo, se non un chiaro tradimento dello spirito delle citate direttive, ossia quello dichiarato di assicurare adeguata tutela penale dell’ambiente, individuando quindi una lunga serie di reati ambientali da punire con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive? - Il futuro “ambientale” italiano come lo vede? Bisognerebbe “muoversi” per tutelarlo e rispettarlo, invece di rovinarlo e specularci solamente sopra. 

Con questo libro e prim’ancora con Acqua sporca. Il gorgo nero delle privatizzazioni (Ed. Riuniti, Roma, 2011), sono partito proprio dalle silenziose guerre che si combattono attorno alle sorgenti e al controllo dei nostri acquedotti, ossia dalle tubature oggi gestite soprattutto da multinazionali francesi (Suez e Veolia in primis). Sono così arrivato alla conclusione che i servizi idrici rappresentano un vero e proprio cavallo di Troia delle privatizzazioni in Italia e nel mondo. Questo perché, insieme a quello dell’acqua, anche altri settori strategici risultano appetibili per gli investimenti del grande capitale finanziario: e il grande capitale finanziario, si sa, decide le sue strategie di investimento in base ai suoi interessi. Mi sono quindi chiesto: chi gestisce la nostra la vita? Chi gestisce l’acqua quando si nasce, i rifiuti che produciamo quando vogliamo far morire le cose? La monnezza, che soprattutto in Italia è un bel business? Sono sempre gli stessi gruppi di potere, le stesse multi-utility, per le quali, volenti o nolenti, siamo clienti, da quando emettiamo il primo vagito a quando lasciamo questo posto nel mondo. Si tratta degli stessi gruppi di potere che, colpiti al cuore dalla vittoria al referendum 12 e 13 giugno per la ripubblicizzazione dei servizi idrici e dei servizi pubblici locali, si stanno in fretta e furia ri-organizzando. E proprio in questo ambito, infatti, come in quello dell’acqua e degli altri servizi di pubblica utilità, si stanno ridefinendo ambiguamente i confini tra pubblico e privato, tra Stato e mercato. Come espresso nel libro Profumo d’Italia, ci troviamo in un paese dove, non solo i servizi pubblici locali, ma proprio la “pubblica amministrazione” e la res publica vengono quotidianamente “privatizzate” e occupate da gruppi di potere che le usano, a propria discrezione, per consolidare potere, ricchezze e, in una (pseudo) democrazia, la propria base elettorale. Come il collegamento perverso tra la P4 e il Sistri (il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) sta a dimostrare. Fino ad arrivare all’ultima manovra finanziaria, con cui il Governo Berlusconi IV, ponendo la fiducia, svuota di contenuti l’esito del voto referendario del 12 e 13 giugno e mette a punto una norma (D.Lgs. 138/2011 “Ulteriori misure per la stabilizzazione finanziaria e lo sviluppo”), che prevede la messa a gara dei servizi pubblici locali (ad eccezione dell’acqua), e quindi anche della gestione del ciclo dei rifiuti. Il precedente governo si è fatto dunque beffe, in modo palesemente incostituzionale, della volontà sovrana chiara, espressa solo pochi mesi fa rispetto al primo (e più votato) quesito referendario, che era contro il decreto Ronchi-Fitto. 

Non è un’esagerazione allora considerare il problema della gestione dei rifiuti come un punto di vista privilegiato, per osservare le relazioni tra la qualità delle istituzioni (locali e nazionali) e della società civile, nonché dei diritti di cui godono i cittadini. A Berlino, per fare un esempio, per gestire tutto il ciclo dei rifiuti urbani, è stata fatta la scelta di un’azienda totalmente pubblica. Che funziona. Ossia a Berlino non si punta ad avere alcun profitto ma solo a portare il bilancio in pareggio: il cittadino non si trova così costretto a finanziare gli utili del privato. Anche i cittadini italiani si erano chiaramente orientati in tal senso, affinché i trasporti pubblici ed i rifiuti, non meno dell’acqua, dovessero essere governati in modo ecologico, sociale e sostenibile, nell’interesse comune e non in quello dei soliti poteri finanziari. Sembra di trovarci come in un bollettino di guerra, che vede ogni giorno nuovi crimini contro l’ambiente e stravolgimenti della nostra Carta costituzionale. 

Io dico che dobbiamo “armarci” di idee e proposte, contro questa corsa al saccheggio, dove il confine tra le parti politiche si attenua fino a sparire. Contro questo assalto alla diligenza, senza precedenti, a cui stiamo assistendo. I 27 milioni di cittadini hanno voluto dare una indicazione chiara per una gestione dei beni sottratta alle dissipazioni del pubblico e ai profitti dei privati: sarebbe grave se il “decreto stabilità” servisse per archiviare uno dei pochi momenti in cui politica e cittadini si sono davvero riconciliati. Che ne pensa il nuovo governo Monti? (Fulvio Di Dio) Ringrazio personalmente l’autore per il tempo concesso a greenreporter.it, per la disponibilità e per la precisione e accuratezza delle risposte. Che dire…al prossimo libro! 

 Green Reporter - Di Davide Macor



martedì 25 ottobre 2011

Assaggio da "Profumo d'Italia..." ....vivendo in un mondo di rifiuti - di Fulvio Di Dio




VIVERE IN UN MONDO DI RIFIUTI

"Il progresso celebra vittorie di Pirro sulla natura"
(F. Kraus)

"Niente può farsi dal niente". Già Lucrezio, affrontando il nodo fondamentale della fisica epicurea, affermava, con grande arte descrittiva, l'eternità della materia primordiale che è il seme di tutte le cose (semina rerum). Il suo occhio sapeva cogliere le ricchezze di un mondo in cui predomina la vita, la gioia dello splendore della luce, la potenza creatrice della materia.
Lucrezio seppe così prefigurare intuizioni che solo molti secoli appresso sarebbero state sistematizzate in legge: "nulla si crea, nulla si distrugge".
L'equilibrio che regola i cicli degli elementi fondamentali della biosfera ha sempre rispettato tale regola, riciclando continuamente i residui dei processi naturali, fino a trarne materia vivente. La natura non conosce, quindi, la nozione di rifiuti, ma solo quella di materia che si trasforma.

Breve storia del rapporto uomo-rifiuti

I primi insediamenti umani non sconvolsero questa logica; è esemplare il caso della civiltà delle terramare, nelle quali i residui delle comunità servivano per risanare gli ambienti paludosi su cui erano costruite le palafitte.1
La concentrazione di grandi collettività in ambiti limitati fu il fenomeno da cui storicamente scaturirono i primi problemi di inquinamento da accumulo di rifiuti.
Fu così che si costruirono, nel 400-500 avanti Cristo, gli acquedotti per l'approvvigionamento idrico di Roma, dato che l'acqua del Tevere non era più potabile.2

Nel Medioevo il problema divenne rilevante, al punto da richiedere che il re di Francia Carlo VII emanasse una apposita disposizione con cui proibiva ai bottinai, addetti allo svuotamento dei pozzi neri, di versare direttamente nella Senna i prodotti della loro raccolta.
Il livello di guardia ambientale venne comunque superato solo a partire dalla rivoluzione industriale, che pose le basi per uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali, regolato esclusivamente dalla legge del massimo profitto.3
La tradizionale salvaguardia degli equilibri ecologici, intrinseca al modo di vita della civiltà agricola, viene sostituita da logiche di rapina nei contronti dell'uomo e della natura.
Ed è nelle grandi concentrazioni urbane e industriali che il problema dello smaltimento dei sottoprodotti si fa assillante: ecco nascere il termine rifiuti.

I rifiuti, in quanto prodotti di scarto che derivano dall'attività dell'uomo (produzione, trasporto, distribuzione e consumo di merci), sono una funzione diretta della sua cultura e del suo stile di vita.
Si potrebbe dire che l'uomo applichi, ai propri rifiuti, le nozioni di rimozione e occultamento, quasi insenso psicoanalitico.
Se le società umane hanno sempre prodotto rifiuti, e storicamente gli stessi sono diventati un problema solo a seguito dello sviluppo della società industriale e consumista, diversi sono stati nelle varie epoche il volume complessivo e le caratteristiche chimico fisiche dei rifiuti prodotti, come diversa è stata la cultura e la tecnologia con cui si è affrontato il problema.

Il concetto di rifiuto nella sua interezza

I rifiuti costituiscono l'ultimo atto della vita di un bene di consumo. Ma tale ultimo atto maschera, in termini quantitativi e qualitativi, la reale produzione di rifiuti che un singolo bene di consumo genera dalla culla alla tomba.
Ad esempio, si valuta che il 75% dei materiali, impiegati nei processi industriali per la produzione del bene di consumo, non risulti nei prodotti finali.4
Ossia, dietro ogni prodotto immesso nel mercato, ci sono enormi quantità di rifiuti generati dai processi industriali necessari per arrivare a tale prodotto, a partire dalle attività estrattive per passare alla produzione nergetica, al processo di lavorazione e trasporto.
Si è calcolato, ad esempio, che il peso reale di uno spazzolino da denti quando, al termine del suo ciclo di vita, viene gettato via e diventa rifiuto, ammonta a 1,5 Kg; quello di un telefono cellulare a 75 Kg; quello di un personal computer a 1.500 Kg.
La logica vorrebbe che, se una strategia di prevenzione nella produzione dei rifiuti debba esserci, tale strategia andrebbe applicata al 75% dei materiali impiegati nel processo di produzione, piuttosto che a quel che resta al termine del ciclo di vita del bene di consumo.

Acqua e rifiuti

Adesso vogliamo concentrare l'attenzione su una coppia di termini e di concetti di elevata carica semantica, l'acqua e i rifiuti.
L'acqua come elemento indispensabile alla vita, i rifiuti come tutto ciò che è privo di valore in quanto ha esaurito la sua utilità.
La vita e l'inerte, l'indispensabile e l'inutile, pieno e vuoto … con tutte le implicazioni psicologiche, culturali, sociali, economiche, ecologiche, politiche e istituzionali che, nel corso dei secoli, hanno suggerito agli esseri umani le soluzioni per venire a capo del problema dell'accesso all'acqua e di quello, parallelo, dell'eliminazione dei rifiuti prodotti dall'attività umana.
In Italia, come vedremo, la gestione dei rifiuti (e dell'acqua) è stata per tradizione materia tipica dell'Ente locale, che - direttamente o mediante le aziende municipalizzate – ha garantito ai cittadini questi servizi.
Controllare l'ambiente fisico cittadino, sempre più equivalente all'ambiente sociale tout court, regolare le sue risorse e tutelare la loro qualità: sono problemi che attengono primariamente alla sfera politica, ancor prima che a quella tecnica, economica o amministrativa.
Se pensiamo alla città medievale, lo scontro-competizione tra potere pubblico e poteri privati, tra coniuratio comunale e nobiltà feudale, è tra i più accesi in tema di rifornimento idrico. La fontana pubblica si contrappone simbolicamente (ma non solo) al pozzo privato.
Dalla città medievale siamo arrivati a questo paradosso: la degradazione di una risorsa indispensabile come l'acqua comporta la sua trasformazione da bene libero a bene economico.5
Dopo questa svolta epocale, la qualifica di bene libero si restringe alla sola aria. È valido ancora oggi questo discorso?
Inceneritori, miasmi di discariche, industrie che scaricano i loro fumi, di fatto, non sono anche questi le cause di una sorta di "privatizzazione" dei beni comuni?
Cosa comporta la gestione del ciclo dei rifiuti in mano a privati e multinazionali?

Il problema dell'ecomafia in Italia: dalla politica dei rifiuti al rifiuto della politica

L'Italia non ha perso la sua eccentricità rispetto agli altri principali paesi europei. Qui da noi, infatti, lo Stato è tutt'altro che una realtà consolidata in maniera consistente, omogenea e definitiva.
Di conseguenza, anche l'effettivo godimento dei diritti soffre di una diffusione tutt'altro che uniforme sul territorio.
Se ci pensiamo bene, la relativa brevità dell'esperienza unitaria non solo è all'origine del ventennio autoritario del fascismo (6).
Essa si fa sentire in una pluralità di forme: dal divario economico alla qualità diseguale delle istituzioni locali, dalla scarsa legittimità delle istituzioni al fossato di diffidenza che separa il “palazzo” dalla “piazza” (7).
Di tale quadro di complessiva fragilità dello Stato costituisce una precisa spia la diffusione, virulenza e persistenza della mafia e delle organizzazioni affini, che con consuetudine pericolosamente riduttiva vengono designate con la categoria della “criminalità organizzata”.
In realtà si tratta di fenomeni ben più profondi (8).

La capacità delle mafie di contrapporsi allo Stato, ponendosi direttamente in competizione con esso su una pluralità di piani (9), è dimostrata dal fatto che sottrae il controllo del territorio alle istituzioni pubbliche, non solo mediante la capacità di imporre il monopolio della violenza, ma anche attraverso il controllo sia della distribuzione dell'acqua sia di rimozione e smaltimento dei rifiuti.
Ossia, nella particolarità del caso italiano trova piena conferma il nesso stretto tra processi di sviluppo politico e controllo dell'acqua e dei rifiuti.
Ad esempio, e per quel che qui interessa, vedremo come le cosiddette “ecomafie” controllino il traffico dei rifiuti tossici industriali.
In un contesto segnato da produzione di molti rifiuti pericolosi da parte delle industrie, le mafie riescono infatti a offrire a imprese senza scrupoli un servizio prezioso, a prezzi relativamente contenuti, proprio perché godono di un totale controllo del territorio, ossia dispongono di terreni in cui accumulare rifiuti estremamente pericolosi, contando sul silenzio e l'acquiescenza di una popolazione intimidita.

...

NOTE

L'attitudine dell'uomo a gettare i residui delle proprie attività di vita fuori dallo spazio domestico, al massimo ricoprendoli, animalescamente, con un pò di terra, è atavica e al limite dell'istintuale: l'archeologia ne ha trovato traccia già dalle culture cavernicole a quelle palafitticole e terramare.

2 W. Ganapini, La risorsa rifiuti. Tutela ambientale e nuova cultura dello sviluppo, Bompiani, Sonzogno, 1983.

3 L'ordinamento sociale ed economico conseguente alla rivoluzione industriale rende tali comportamenti non più metabolizzabili, nel loro impatto ambientale, dalle funzioni saprofite, tanto è l'ammontare dei rifiuti, tanta la loro complessità compositiva: tutto ciò raggiunge l'acme con la fase nota come consumismo, al punto che Giorgio Nebbia instaurò la relazione di identità tra società dei consumi e società dei rifiuti.

4 V. R. Cartocci, V. Vanelli, Acqua, rifiuti e capitale sociale in Italia. Una geografia della qualità dei servizi pubblici locali e del senso civico, Istituto Carlo Cattaneo, Bologna, 2008.

5 Abbiamo già discusso (F. Di Dio, Acqua Sporca. Il gorgo nero delle privatizzazioni, Editori Riuniti, Roma, 2011), appurandone gli effetti e le conseguenze, se sia l'operatore pubblico o l'impresa privata il soggetto più adatto a fornire un bene di così universale consumo.

6 S. Rokkan, Stato, nazione e democrazia in Europa, Il Mulino, Bologna, 2002.

7 Vengono in mente gli editoriali di Pasolini sul Corriere della sera dei primi anni settanta, poi raccolti nel volume Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975.

8 L'estrema difficoltà delle istituzioni dello Stato nel contrastarli è dovuta al fatto che tale sfida non sembra essere in alcun modo limitata all'infrazione delle norme di diritto penale.

9 Uno degli aspetti caratteristici di questa contrapposizione su più livelli è la difficoltà di tracciare un confine tra gli ambiti dello Stato e quelli della mafia. Tale confine infatti è assai tenue, e non tanto per le ricorrenti collusioni tra apparati dello Stato e cosche. Una prova dell'elusività di tale confine è costituito dalla discussa introduzione nel codice penale del realto di “concorso esterno in associazione mafiosa”, previsto per perseguire le forme più ambigue e sfuggenti di vicinanza alla mafia, al di fuori di una conclamata appartenenza a una “famiglia”.


* Brani tratti da Fulvio Di Dio, “Profumo d’Italia. Il Paese della continua emergenza rifiuti”, Editori Internazionali Riuniti, Roma, ottobre 2011.

lunedì 24 ottobre 2011

Profumo d'Italia - Fulvio Di Dio... ed il suo allucinante viaggio in mezzo ai rifiuti....




Ciao Paolo, ti leggo sempre con affetto e così posso constatare che sei sempre in ottima forma. Ti vorrei inviare copia del mio ultimo libro, sulla (cattiva) gestione dei rifiuti in Italia, che penso possa interessarti.
Mi dai il tuo indirizzo Darpinesco preciso?
Grazie e a presto, Fulvio Di Dio

QUARTA DI COPERTINA

Il nostro è uno stivale maleodorante: zeppo di rifiuti criminosamente
interrati nelle cave e di discariche a cielo aperto, per colpa delle
speculazioni, degli affari sporchi della camorra e non solo.
Un problema che non coinvolge solo la Campania, ma che, anzi, si dipana
su tutto il territorio nazionale e già può essere annoverato tra i tanti
scandali della gestione pubblica.

In un viaggio allucinante tra inceneritori e cumuli che avvelenano le falde freatiche, Fulvio Di Dio, dopo averci raccontato gli interessi volutamente nascosti della privatizzazione dell'acqua, indaga sul business d'oro dei
rifiuti in Italia, svelando crimini e colpevoli con la consueta
attenzione e il rigore scientifico che lo contraddistinguono.

(Editori Riuniti, via Appennini 53 00198, Roma)

................

Sempre di Fulvio di Dio ricordo il suo precedente libro: Acqua Sporca:
http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2011/04/lacqua-sporca-di-fulvio-di-dio-libro.html

"Profumo d'Italia" - Fulvio Di Dio ed il suo viaggio tra i rifiuti...




Ciao Paolo, ti leggo sempre con affetto e così posso constatare che sei sempre in ottima forma. Ti vorrei inviare copia del mio ultimo libro, sulla (cattiva) gestione dei rifiuti in Italia, che penso possa interessarti.
Mi dai il tuo indirizzo darpinesco preciso?

Grazie e a presto,
Fulvio Di Dio



QUARTA DI COPERTINA
Il nostro è uno stivale maleodorante: zeppo di rifiuti criminosamente
interrati nelle cave e di discariche a cielo aperto, per colpa delle
speculazioni, degli affari sporchi della camorra e non solo.
Un problema che non coinvolge solo la Campania, ma che, anzi, si dipana
su tutto il territorio nazionale e già può essere annoverato tra i tanti
scandali della gestione pubblica.

In un viaggio allucinante tra inceneritori e cumuli che avvelenano le falde freatiche, Fulvio Di Dio, dopo averci raccontato gli interessi volutamente nascosti della privatizzazione dell'acqua, indaga sul business d'oro dei
rifiuti in Italia, svelando crimini e colpevoli con la consueta
attenzione e il rigore scientifico che lo contraddistinguono.

(Editori Riuniti, via Appennini 53 00198, Roma)


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Sempre di Fulvio Di Dio ricordo il suo precedente libro: Acqua Sporca:
http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2011/04/lacqua-sporca-di-fulvio-di-dio-libro.html

venerdì 12 novembre 2010

Spilamberto: “La Notte senza Tempo del Circolo Vegetariano VV.TT. in trasferta...” - Manifestazione clou de Il Sole Invitto 2010/2011



Scrive Fulvio di Dio: “Uscire di casa è già un lungo passo per riconquistare la terra. E sono d'accordo con lui, soprattutto se l'uscire di casa avviene nel momento in cui maggiormente la pigrizia ci coglie. Ogni anno il 31 dicembre facciamo una passeggiata notturna godendo del ritorno alla natura in qualsiasi condizione atmosferica. Quest'anno per la prima volta l'excursus spazio/temporale della “Notte senza Tempo” si svolge non più a Calcata ma a Spilamberto, dove salirò per l'occasione. Questo evento sarà il magico momento clou dell'edizione di quest'anno de Il Sole Invitto, che inizia l'8 dicembre a Treia, di cui ho pubblicato il programma qui: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2010/10/09/treia-8-dicembre-2010-inizio-celebrazioni-de-%e2%80%9cil-sole-invitto-2010%e2%80%9d-presentazione-del-libro-%e2%80%9cla-figlia-del-sarto%e2%80%9d-di-lucilla-pavoni/

Ma intanto leggete gli intenti per questo capodanno fuori dal tempo e fuori da ogni logica...


31 dicembre 2010 a Spilamberto: “La Notte senza Tempo del Circolo Vegetariano VV.TT. in trasferta...” - Manifestazione clou de Il Sole Invitto 2010/2011

“Uscire di casa è già un lungo passo per riconquistare la terra” (Fulvio di Dio)

Tradizionale passeggiata notturna di fine anno in qualsiasi condizione atmosferica.
h. 19 – Appuntamento a Spilamberto in una casa accogliente per la preparazione collettiva della cena conviviale con le vivande vegetariane da ognuno portate. Scrittura dei pensierini: quelli relativi alle propensioni negative che si vogliono emendare e quelli di buona volontà e di buon auspicio per il nuovo anno veniente.
h. 22 – Partenza nella notte buia, vagando lungo il fiume Panaro.
h. 00 – Senza appuntamento davanti al fuoco acceso e cerimonia di buon augurio per il nuovo anno. Al ritorno si terrà un canto di mantra per la purificazione della mente e una meditazione finale.

La manifestazione é gratuita, salvo un'offerta volontaria per le spese organizzative, per partecipare é necessario comunicare la propria presenza:
circolo.vegetariano@libero.it - Tel. 333.6023090


Alcune indicazioni sul significato dell'evento:

“Lo spirito non può essere scisso dalla materia, sono espressione l’una dell’altro. Il naturale afflato che si manifesta di fronte alla meraviglia di sé e del mondo...” (Saul Arpino)

Perché organizzo questa "Notte senza Tempo", invitando alcuni amici, pazzi forse come me, a condividere il freddo, la pioggia, il vento, la neve... o qualsiasi situazione ambientale la natura ci voglia offrire... compresa la possibilità di camminare sotto i raggi di una fulgida luna...? Quest'anno il 31 dicembre 2010 però non ci sarà la luna (é ormai all'ultimissimo spicchio) ed in più per la prima volta mi troverò a trascorrere questo momento magico non più sulle sponde del tortuoso Treja, come é avvenuto per lunghi anni in passato, ma lungo i greti ghiaiosi del fiume Panaro.

Il programma comunque é lo stesso... e sarà sempre sempre lo stesso finché le mie gambe mi reggeranno in piedi: affrontare la notte buia coraggiosamente in qualsiasi condizione atmosferica.

E’ vero, la notte del 31 dicembre è fredda e sovente mi è capitato di sentirmi come un baccalà in mezzo alla valle gelida a passeggiare assieme a quattro disperati. “Ma chi me lo fa fare…?” mi son chiesto innumerevoli volte. L’unica “ragione” che trovo è che la mattina presto (diciamo verso le 1 o 2) quando tutto è finito posso dirmi -riflettendo fra me e me: “Anche stavolta è fatta… ancora una volta sono riuscito ad imbrogliare me stesso…”.

Non pensate che io stia scrivendo questa presentazione perché desidero che voi siate presenti all'evento, per una qualsiasi ragione…, non c’è motivo che veniate, come non c’è motivo per me organizzare questo rito un po' bislacco ed assurdo della Notte senza Tempo. Ormai è andata così e così andrà finché avrò un po’ di “sale” in zucca per capire che anche l’assurdo è una componente della vita. Se dovesse per me esserci nella mia esistenza solo “ragionata e comoda intelligenza” vorrebbe dire che son prossimo alla morte.. o già morto.

Perciò chi decide di venire lo faccia a proprio rischio e pericolo, per stare da solo con se stesso, nella condizione in cui si trova... e che la vita gli pone davanti, senza specularci sopra.

“La conoscenza di ciò che appare nella coscienza non è vera conoscenza. Conoscenza di Sé significa essere quella coscienza in cui tutto appare” (Saul Arpino)

Paolo D'Arpini