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venerdì 24 giugno 2011

Nirvana Saktam - Sei strofe sulla salvezza di Adi Shankaracharya




Adi Shankaracharya, l’incarnazione di Shiva, e le “Sei strofe sulla salvezza”

Adi Shankaracharya (788 – 820 d.C.) è quel grande sapiente, saggio e santo che ristabilì in India la dottrina Advaita (Non Duale) che per un periodo era stata negletta a causa della propagazione del buddismo, del jainismo e di altri culti. Adi significa “originario” Shankara è uno degli epiteti di Shiva ed Acharya sta per “maestro”. I suoi commentari originali sulle Upanishad, sulla Bhagavad Gita e sui Brahmasutra riportarono in luce le profonde implicazioni spirituali dell’Advaita che stava stagnando anche in seguito ad una pratica religiosa ortodossa e superficiale (in auge a quel tempo), sostenuta dalla casta sacerdotale brahmina. Egli, nella sua pur breve esistenza, reintegrò il vero significato del Vedanta rendendolo inoltre comprensibile alle masse e confutando le formali dottrine buddiste (mahayana, etc.) che pian piano uscirono dalla consuetudine religiosa dell’intera India. Egli fondò inoltre quei “maths” (istituti spirituali) posti alle cinque direzioni, di cui i capi spirituali portano il suo nome. Al nord a Badrinath, nel sud a Kanchi, nell’est a Puri, nell’ovest a Dwarka ed al centro a Sringeri. In ognuno di questi monasteri c’è un maestro che deriva la sua autorità da uno dei principali discepoli di Adi Shankaracharya.

Shankara, dicevamo, è uno degli appellativi di Shiva. Shiva dal punto di vista tradizionale viene considerato l’aspetto della Trinità preposto alla distruzione. Ma tale distruzione comprende anche l’ego, o l’ignoranza, ovvero quell’identità separata che impedisce all’uomo di riconoscersi Uno con l’Assoluto. Perciò Shankara sta a significare “favorevole, propizio” . Egli è l’Assoluto stesso, l’amore indicibile che sorge dal principio “Io” privo da ogni identificazione, la pura consapevolezza di Sé (in sanscrito Atman). Shiva viene anche definito: “Satyam-Shivam-Sundaram” cioè Vero, Auspicioso e Incantevole.

Molte le storie che potrei raccontare su Shiva e su Shankaracharya, ma non mi pare questo il momento e perciò mi limito alle poche immagini evocate e passo alla traduzione del canto che, secondo me, più rappresenta l’insegnamento del grande Acharya, esso si chiama Nirvanasatkam, ovvero:



Sei strofe sulla salvezza



Io non sono né la mente cosciente né quella inconscia,

non l’intelletto né l’ego,

né le orecchie o la lingua, né i sensi dell’olfatto, vista o tatto,

e nemmeno l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua o la terra.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.



Io non sono il prana o le cinque arie vitali,

né i sette componenti del corpo, né le cinque guaine o corpi.

Non la parola, né le mani od i piedi, non l’ano né l’organo sessuale.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!



Neppure sono avversione od attaccamento, avarizia o illusione.

Non arroganza né il sentimento di gelosia, nulla di tutto ciò.

Né rettitudine, ricchezza o piacere sono miei.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!



Io non sono la virtù né il vizio, né godimento o dolore.

Non sono la preghiera né il luogo sacro, non sono le scritture né i sacrifici.

Io non sono il cibo, né chi lo mangia, né l’atto di mangiarlo.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.



Non la morte, né il dubbio, né il senso di classe,

nemmeno il padre, la madre o questa nascita mi appartengono.

Io non sono fratello o amico, neppure maestro o discepolo, veramente.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.



Io sono senza pensiero, senza forma, io sono onnipervadente,

sono ovunque, eppure sono oltre in tutti i sensi.

Io non sono né il distacco né la salvezza, nulla che possa misurarsi.

Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!

……..

Om Namah Shivaya. Possa Shiva illuminare la mente di chi legge!

Paolo D’Arpini



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Poesia dedicata alla Madre Universale


Mother, I wanted to betray you

and I looked for another.

But everywhere I looked around, You were there

You were anyone I would come close to.

How intense your seduction is

that I can’t find who you are not!



Paolo D'Arpini

domenica 6 febbraio 2011

La spedizione di Giuseppe Tucci del 1933 a Lahul, Spiti e Tibet occidentale e i naga



Nel giugno-ottobre 1933 Tucci e il capitano Eugenio Ghersi riuscirono a finire l'esplorazione della regione di Lahul, Spiti, che facevano parte del British Raj e ora sono due distretti dello stato indiano dell'Himachal Pradesh, ed entrarono nel Tibet occidentale. Qui parte degli abitanti è induista e parte buddhista e i due visitarono e fotografarono molti importanti monasteri, come quello famoso di Tabo.
La carovana si avviò lungo la strada che corre lungo la sponda sinistra del fiume Bias, uno dei cinque fiumi che danno il nome al Panjab, che sale fino al passo del Rohtang.

A metà strada verso il passo trovarono la tana di un serpente sacro, un naga, che tutti i viandanti onoravano versando latte in un incavo quadrato scavato nella roccia. Il serpente era un banale esserino grigiastro, che se ne stava affacciato sulla porta della tana in attesa del ghiotto pasto.

http://giuseppetucci.garzilli.com/2011/02/05/la-spedizione-tucci-del-1933-a-lahul-spiti-e-tibet-occidentale-e-i-naga