Parliamo dei guai di casa nostra. Ultimi – in ordine di tempo –
quelli di una divisione in zone dell’Italia che risulta
semplicemente ridicola, con coloriture regionali che sembrano
distribuite a casaccio dai pennarelli di un bambino daltonico.
Come
mai? Semplice, perché si sono mescolati ben 21 cosiddetti “criteri”,
appartenenti a due campi totalmente diversi e distinti: quello della
diffusione del virus e quello dello stato delle strutture sanitarie.
Ed é bastato che qualche ufficio sanitario regionale abbia trasmesso
dei dati in ritardo (cosa frequente in momenti come questi) o non li
abbia trasmesso affatto, per lasciare vuote una o piú delle 21
“caselle”, con il risultato di falsare completamente il risultato
complessivo. Senza contare i casi-limite, come quello della Calabria,
dove il commissario governativo alla sanitá ha candidamente
confessato di non sapere che fra i suoi cómpiti rientrava anche
quello di occuparsi del Covid.
Tornando
a bomba, come funziona il meccanismo della strampalata graduatoria?
Regione per regione, i 21 numeretti (rappresentativi di 21diversi
scenari) vengono rapportati tra loro con complessi calcoli
matematici, fino a ricavare un algoritmo,
cioé una risultante numerica che dovrebbe – uso il condizionale –
esprimere una corretta valutazione complessiva [e naturalmente chiedo
scusa per il linguaggio tecnicamente inadeguato].
Obiezione:
ammesso che le operazioni che producono l’algoritmo siano corrette
(e i casi di algoritmi “non stabili”, cioé sballati, sono
infiniti), l’algoritmo utilizzato dagli “esperti” di Giuseppi
mi sembra “non stabile” nelle sue premesse. É del tutto evidente
che una cosa sono le valutazioni d’ordine medico (la diffusione del
virus, l’indice di contagiositá, l’indice di mortalitá,
eccetera), ed una cosa totalmente diversa sono i dati di carattere
amministrativo (presídi ospedalieri, numero di addetti, posti-letto,
terapie intensive, eccetera). Mettendo tutto nello stesso calderone
non puó che ricavarsi una colossale confusione, quando non anche –
come nel caso di cui ci stiamo occupando – risultati finali
totalmente sbagliati.
Se
la regione X – poniamo il caso – ha pochissimi positivi, la
disponibilitá di pochi posti-letto e di pochi posti in terapia
intensiva non avrá molta importanza. Viceversa, se la regione Y ha
molti posti-letto ma anche un numero altissimo di ricoverati, la sua
situazione potrebbe addirittura diventare drammatica.
In
altre parole, i due piani sono totalmente diversi. Va da sé che
soltanto un’alta diffusione dei contagi puó giustificare la
limitazione delle libertá personali dei singoli cittadini o, a
maggior ragione, la rottamazione di interi comparti di attivitá
economiche.
L’altro
piano – quello delle strutture sanitarie – va affrontato in
termini diversi: non chiudendo bar e ristoranti, ma aprendo o
riaprendo ospedali, moltiplicando i posti-letto, assumendo in pianta
stabile medici e infermieri. Si puó fare: Bertolaso a Milano ha
creato dal nulla un mega-ospedale Covid in pochi giorni. Ma Bertolaso
é riuscito a trovare i soldi, e i nostri governanti dicono di non
riuscire a fare altrettanto. Eppure non sarebbe difficilissimo:
basterebbe risparmiare sui monopattini, sui banchi a rotelle, sui
bonus-vacanza, su mance e mancette varie.
Ancóra
qualche altra considerazione, buttata giú cosí, con il comune
buonsenso “del buon padre di famiglia”. Che senso ha chiudere
intere regioni in “zone rosse”, quando la aree effettivamente a
rischio sono solamente quelle di alcune grandi cittá? Perché
chiudere – per esempio – tutta la Lombardia, con danni
incalcolabili all’intera economia nazionale, quando si potrebbe
istituire solo una minore zona rossa per Milano e relativo
hinterland, magari intervenendo lá con maggiori mezzi e maggiore
incisivitá? E lo stesso discorso si potrebbe fare per Napoli, per
Roma, per Torino.
Altra
considerazione, sempre “fuori sacco”: che senso ha – come si
chiede anche un virologo di chiarissima fama – questa campagna
massiccia di tamponi, quasi che si dia la caccia ad asintomatici e
paucisintomatici, che sono il 95% dei “positivi” e che – dicono
gli esperti – non sono praticamente in grado di contagiare nessuno?
Perché, invece, non ci si dedica ai soggetti a rischio, agli anziani
soli, che magari non sono in grado di affrontare una coda di 12 ore
ai drive-in?
Si
ha quasi l’impressione che si voglia terrorizzare la popolazione
con numeri altisonanti, quasi a voler giustificare misure economiche
che stanno distruggendo la nostra economia. Ma la mia é solamente
un’impressione.
Michele Rallo - ralmiche@gmail.com