lunedì 18 novembre 2019

Israele lo vuole... - Dopo la NATO arriva la MESA



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Secondo molti analisti e studiosi militari internazionali, ma anche in molti quotidiani arabi, in questi ultimi mesi, sta prendendo corpo un obbiettivo da molto tempo perseguito dagli USA, e cioè la costruzione di una NATO Araba sotto la guida dell’Arabia Saudita.
Molte riunioni avvenute in quest’anno, risapute, ma i cui contenuti non sono stati resi pubblici, hanno visto la partecipazione di funzionari d’ alto livello di Stati Uniti, degli Stati del Golfo e della Giordania, queste riunioni fanno capire che si sta preparando il decollo della cosiddetta “Alleanza strategica per il Medio Oriente” (MESA). 

Si tratta di una nuova entità militare progettata per un’ egemonia e dominio occidentale nella regione, il cui scopo sarebbe quello di osteggiare e contrastare il crescente ruolo dell’Iran nella regione stessa. C’è poi un aspetto meno appariscente, più nascosto: questo organismo, tacitamente rafforzerebbe la “sicurezza” di Israele.

Questa idea di una coalizione “NATO araba”, che sarebbe composta da sei stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain, Oman e Qatar più la Giordania), fu uno dei risultati del vertice arabo-islamico ospitato da Riyad nel Maggio 2017, a cui presenziarono annunciandone la proposta, gli USA; anche se, nel gioco delle parti il Regno saudita si definisce promotore.

Il piano consiste nell’unire i Regni del Golfo con la Giordania, in questa nuova alleanza militare, fondata su basi sunnite e quindi discriminante e frammentante nei confronti degli altri paesi mediorientali. Vorrebbero coinvolgere in quest’alleanza anche l’Egitto, ma in questo paese la situazione è molto complessa e di conseguenza la coalizione ritiene di soprassedere.
Già lo scorso anno è stato rilevato che Israele ha avuto un ruolo di supporto essenziale in questa Alleanza in costruzione, attraverso la fornitura di intelligence e altre forme indirette di assistenza militare; ma oggi, dopo il riconoscimento unilaterale di Trump dell'intera Gerusalemme come sua capitale e la recente approvazione della legislazione israeliana che dichiara Israele uno "
stato-nazione ebraico", è ovvio che non può essere messa in prima fila, ma il suo ruolo resta rilevante pur se dietro le quinte. Le sue relazioni con i Regni del Golfo, sono in gran parte migliorate, in primo luogo stante l’interesse, condiviso con gli USA, nell’opporsi al progetto nucleare iraniano. Tuttavia, per i Regni del Golfo, il conflitto con i palestinesi è un ostacolo arduo da superare, pena la perdita completa della facciata politica verso la popolazione palestinese. Comunque il tema dell’instaurazione di legami diplomatici con Israele non è un tema sconosciuto, seppure in sordina e senza troppo clamore.
Negli ambienti della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato USA, trapela che l’obiettivo, su spinta di Trump, è quello di ufficializzare questo cosiddetto "accordo del secolo" entro la fine dell'anno. Ma il processo di strutturazione di MESA ha subito un grosso ostacolo dopo lo scontro tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, anche se altre fonti occidentali ritengono che potrebbe non rappresentare un problema insormontabile.

Quest’Alleanza è già coinvolta in varie forme e interessi nei conflitti siriani e yemeniti, oltre alla necessità di garantirsi la sicurezza del trasporto marittimo nel Mar Rosso, in particolare nello Stretto di Hormuz, vitale geostrategicamente per essi e fonte di conflittualità che tenderà ad incrementarsi. Il primo passo dovrebbe essere quello di costruire per i suoi membri, uno scudo di difesa antimissile appoggiato dagli USA principalmente contro l'Iran, proprio come la NATO sta facendo contro la Russia, utilizzando sia i paesi dell’Europa centrale sia i paesi baltici.

E’ evidente che questa scelta è vissuta come una provocazione dall'Iran, che vede in questo un atto ostile alla sua esistenza e indipendenza, oltre che una sfida al suo ruolo politico nell’area.
L’Arabia Saudita il 18 aprile aveva ospitato un incontro con la partecipazione di esponenti di alto livello di Arabia Saudita, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar e Giordania. Secondo l'agenzia di stampa saudita WAS, l'incontro avrebbe segnato "
un passaggio importante per il lancio dell'Alleanza, che mira a rafforzare la sicurezza e la stabilità della regione e del mondo".

Sulaiman al-Oqaily, importante analista politico saudita, ha poi dichiarato che: “si deve costruire una strategia tra le nazioni arabe che formano l'Alleanza, oltre a un chiaro obiettivo strategico affinché tale sforzo abbia successo”. In primo luogo, al-Oqaily ha sottolineato, “che ci deve essere un blocco arabo omogeneo e ha convenuto che la "NATO araba" avrebbe protetto il mondo arabo da ogni tipo di minaccia e sfida alla sicurezza. I motivi e gli obiettivi dei suoi membri devono essere gli stessi", aggiungendo che: “ il settarismo con cui l'Iran affronta il Medio Oriente è più pericoloso di Israele…L'Iran sta sfruttando la sua cultura e i suoi legami religiosi con il mondo arabo per espandersi nella regione e distruggerlo".
E’ dal 2017 che gli USA lavorano alla creazione di una nuova organizzazione militare con i paesi sunniti del Medio Oriente, per contrastare il ruolo regionale dell'Iran.
Secondo gli intenti statunitensi, gli Stati membri della MESA devono, oltre a una cooperazione più stretta sulle difese antimissili, aumentare l'addestramento militare e le strategie d’intervento nelle crisi regionali, rafforzando, nel contempo, i legami politici ed economici; naturalmente sotto guida
USA.
 
All’interno della campagna mediatica e di pressione condotta dagli USA, sulla necessità di una MESA araba, il comandante del comando centrale delle forze aeree statunitensi, il tenente generale J. Guastella, ha specificatamente indicato l'Iran come una minaccia alla stabilità nella
regione del Golfo, durante il 2° simposio sull'aeronautica di Manama lo scorso anno.
J. Guastella ha poi affermato che“…L'Iran continua a causare rischi ad altre nazioni e ad agire come agente destabilizzante in questa regione. Ha lo scopo di interrompere l'equilibrio di potere esistente nell’area e mettere a rischio il benessere dei cittadini locali… ", inoltre ha ribadito che:
le esercitazioni militari iraniane mirano al blocco dello stretto di Hormuz, il potenziale di errori di calcolo delle intenzioni militari ha conseguenze strategiche. Le loro azioni sono dirette a minacciare tutte le nostre economie… Osservare in profondità simili scenari, può rivelarsi utile per sostenere la necessità di una NATO araba…”, ha aggiunto.

A sua volta, il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha affermato, riferendosi all’auspicata nuova alleanza MESA: "L’Alleanza sarebbe un baluardo contro le aggressioni dell’estremismo iraniano e porterebbe stabilità.
Più perplesso sulla fattibilità concreta del progetto statunitense si dichiara invece Qassem Qaseer, noto analista politico libanese, pur confermando che gli USA stanno lavorando da tempo con alcuni stati arabi per formare un tale organismo, ritiene però che: " ci sono problemi legati alle differenti agende politiche e approcci diversi dei vari paesi implicati. L’obiettivo è quello di fare una pressione minacciosa sull'Iran con tale iniziativa, ma ciò può essere attuato solamente quando la NATO araba sia divenuta una realtà ", ha affermato Qaseer.

Secondo l’agenzia Media Line nell'ultimo anno, alti funzionari americani, tra cui il consigliere del presidente Trump, J. Kushner e il negoziatore internazionale J. Greenblatt, hanno condotto un fitto lavoro di diplomazia tra le capitali del Medio Oriente. Diversi analisti che hanno parlato con Media Line hanno confermato che le visite avevano lo scopo di gettare le basi per MESA.

Il Magg. Generale Hamad bin Abdullah al-Khalifah, comandante della Royal Bahraini Air Force ha dichiarato che "è un'idea americana, che è stata approvata dai paesi del Golfo Arabo, ma non ha ancora preso una forma definita. Mi aspetto che una tale NATO araba abbia successo, ma siamo ancora all'inizio", ha spiegato l’alto ufficiale del Bahrein.  Anche il Ministro degli Esteri del Bahrein aveva dichiarato all'IISS Manama Dialogue che l'idea di una NATO araba sarebbe diventata realtà entro il 2019.

Nell’attuale situazione ci sono, però, molti aspetti militari, e non solo, da risolvere per una NATO araba del genere. Il più complicato è legato ai problemi d’interoperabilità; i sette paesi gestiscono diversi tipi di piattaforme militari. Ad esempio, l'Arabia Saudita gestisce l'F-15SA americano e l'Eurofighter Typhoon europeo mentre gli Emirati Arabi Uniti gestiscono gli F-16 e il Mirage francese, e così via per gli altri. Ma esistono anche problematiche legate agli accordi tra paesi, Rick Groesch, vicepresidente della Lockheed Martin per il Medio Oriente, rispondendo a una domanda sulla condivisione dei dati tra varie piattaforme militari, ha dichiarato: “Quando un paese acquista apparecchiature statunitensi, ci sono alcune cose firmate nel l’accordo. In altre parole, un paese non può mettere un'arma non statunitense su un sistema di armi statunitense senza l'approvazione del governo USA ". Basti pensare allo scompiglio scatenato con USA e comando NATO, dalla decisione della Turchia, membro NATO, di acquistare dalla Russia gli S-400 del sistema missilistico della difesa aerea mobile.

La condivisione dei dati non è l'unico ostacolo per una NATO araba. Le relazioni tra il Qatar e altri paesi del Golfo, a seguito del blocco contro di esso, rimane attualmente irrisolta. L'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno interrotto tutte le relazioni con il Qatar a giugno 2017, con una forma di blocco terrestre, marittimo e aereo.

Il già citato tenente generale J. Guastella, comandante del Comando centrale delle Forze Aeree statunitensi, ha serenamente affermato quanto segue: "…È utile guardare a ciò che la NATO
è stata in grado di fare e ai successi di questa Alleanza in Europa e nel mondo, che ha garantito stabilità per decenni…Alcuni di questi insegnamenti potrebbero essere applicati qui? Potrebbe una simile alleanza di nazioni affini del Golfo, unirsi in un sistema che offre la stessa stabilità che è stata garantita in Europa e nel mondo? Penso che la risposta sia sì, e penso che il passo per raggiungerlo dovrebbe essere considerato seriamente e concretamente da tutte le nazioni coinvolte qui".

Provare per credere verrebbe da dire, magari chiedendo ai popoli afgano, palestinese, somalo, iracheno, grenadino, jugoslavo, libico, siriano, del Donbass, yemenita…cosa ne pensano della “stabilità e benessere“ portatogli da USA e NATO…

Enrico Vigna


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Una nuova grande famiglia per il bene e la stabilità dei popoli…

Nel frattempo, a conferma di cui sopra
Gli Stati Uniti chiedono alla NATO di pagare di più per proteggere l'Arabia Saudita dall'Iran
Il segretario alla Difesa USA Mark Esper parla con i giornalisti da una base aerea in Arabia Saudita, il 22 ottobre 2019.

Il segretario alla Difesa USA Mark Esper ha affermato che solleciterà gli alleati della NATO a dare un contributo maggiore alla difesa dell'Arabia Saudita e della regione del Golfo, perché sia così possibile contrastare in modo efficace le minacce provenienti dall’IRAN.
Il piano fa parte di un più ampio sforzo degli Stati Uniti per convincere gli alleati della NATO ad assumersi maggiori responsabilità per la sicurezza del Golfo. Ciò include le richieste degli Stati Uniti ai vari paesi NATO di inviare navi, aerei e sistemi di difesa aerea nella regione.
Gli Stati Uniti hanno già deciso di inviare tre batterie di missili Patriot, dozzine di aerei da combattimento e altri aerei in Arabia Saudita. Ha dichiarato che i sauditi “ contribuiranno a coprire” alcuni dei costi statunitensi per l'aiuto aggiuntivo, che comprende già circa 3.000 militari statunitensi.
Mark Esper ha detto ai giornalisti che viaggiavano con lui, di aver già avuto alcune conversazioni con le controparti di Francia, Gran Bretagna e Germania.

Gli Stati Uniti hanno inviato loro truppe con circa 14.000 soldati nella regione da maggio ad oggi, moltiplicando gli sforzi per difendere il regno saudita, dopo gli attacchi dei ribelli yemeniti con i droni alle strutture petrolifere in Settembre, affermando, senza fornire alcuna prova, che fossero di provenienza iraniana. Tutto questo in contraddizione con l'obiettivo dichiarato dal presidente Trump di levare truppe statunitensi dal Medio Oriente e fermare la partecipazione americana a "guerre senza fine".

L'attacco del 14 settembre alle strutture petrolifere saudite, così come quelli precedenti su oleodotti nel regno e su navi nel Golfo, sono state probabilmente una conseguenza della decisione di Trump, di ritirare unilateralmente gli USA dall'accordo nucleare firmato a suo tempo con l’Iran, ed imporre sanzioni pesanti contro il greggio dell'Iran e per la vendita e le esportazioni del petrolio.
Finora gli alleati europei sono rimasti cauti nel rispondere a queste richieste di partecipazione a uno sforzo di sicurezza marittima maggiore.
I leader sauditi hanno ospitato una riunione dei capi della difesa dei Paesi del Golfo e richiesto esplicitamente all’Europa in queste settimane di utilizzare una risoluzione lì esplicitata per richiedere appoggio.

Gli Stati Uniti invece hanno intensificato l’invio non solo di truppe, ma anche aerei da combattimento, missili per la difesa aerea, in una base aerea saudita che fu un centro militare fondamentale della presenza aerea statunitense in Medio Oriente negli anni '90, ma fu poi abbandonata dopo aver rovesciato L’Iraq di Saddam Hussein nel 2003.
Anche il generale K. McKenzie, il massimo comandante militare degli Stati Uniti per il Medio Oriente, era presente alle riunioni di Esper con il Principe Sultan.

A cura di Enrico Vigna, CIVG - 13 novembre 2019


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sabato 16 novembre 2019

....è tempo di Biospiritualità e di Biopolitica….

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Nel discorso dell’ecologia profonda  e del bioregionalismo va incluso anche quello della Biopolitica per trasmettere un messaggio che la Politica deve essere inserita sempre in Bios cioè nella Vita, che è un qualcosa che non appartiene solo all’uomo. E poi l’Economia Partecipativa, poiché l’economia deve tornare ad essere a misura delle cose reali e non dei mercati subliminali di borse e speculatori e noi dobbiamo tornare a ridiventare fruitori attivi (ecco il senso di Partecipazione) di questo mezzo di scambio che è nostro.

Il bioregionalismo è una forma attuativa dell’ecologia profonda. Nel senso che l’ecologia profonda analizza il funzionamento delle componenti vitali e geomorfologiche ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali in cui tali componenti si manifestano.

Per fare un esempio concreto: il funzionamento generale dell’organismo vivente viene compreso attraverso il riconoscimento e lo studio delle sue funzioni vitali e dei modi in cui tali funzioni si manifestano ed il bioregionalismo individua gli organi specifici che provvedono a tale funzionamento e le correlazioni fra l’organismo e l’insieme degli organi che lo compongono, descrivendone le caratteristiche e la loro compartecipazione al funzionamento globale. Per cui non c’è assolutamente alcuna differenza fra ecologia profonda e bioregionalismo, sono solo due modi, due approfondimenti, per comprendere e descrivere l’evento vita.

Abbiamo inserito come terzo elemento componente “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo. Ovvero la capacità osservativa e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. Anche questo processo di auto-conoscenza, ovviamente, è parte integrante del processo individuativo svolto nell’ecologia profonda e nel bioregionalismo. A volte questa intelligenza intrinseca nella vita è anche detta “Biospiritualità” – E cosa si intende per biospiritualità? Biospiritualità è l’espressione, l’odore sottile, il messaggio intrinseco, che traspira dalla materia tutta. Il sentimento di costante presenza indivisa.. la consapevolezza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni sua forma e componente, partendo dal “soggetto” percepiente. La conoscenza “suprema” significa essere consapevoli che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”…

Altro aspetto importante del discorso è quello della Solidarietà al Tutto (anziché Umana) per far trasparire una visione meno antropocentrica e più rivolta al rispetto dell’Uno e Molteplice che ci circonda ed in cui siamo. Il termine più appropriato per noi sarebbe Cooperazione Attiva, quindi cooperare alla maniera del fare o dell’agire cioè del concludere e arrivare a soluzioni e propositività negli intenti, orientati sempre verso l’alto, cioè lo Spirito.

Paolo D'Arpini


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Bolivia. Colpo di stato imperiale? Tutta colpa del Litio....

Bolivia: squadristi della "libertà"

...Il colpo di Stato in Bolivia parte da lontano, con una prima fase nel 2008 e quella attuale attivata nel 2016, in occasione del referendum per un terzo mandato di Evo Morales. Ha subito un’accelerazione quest’anno, alla vista del vento contrario al revanscismo neoliberale e fascistoide di Duque in Colombia, Pinera in Cile, Bolsonaro in Brasile, Hernàndez in Honduras: la sollevazione di un intero popolo in Cile, la vittoria del peronismo di sinistra con Cristina Kirchner e Alberto Fernàndez, le proteste di massa in Honduras e Haiti, la vittoria di Obrador in Messico, la resistenza vittoriosa di Maduro in Venezuela e Ortega in Nicaragua.

La preda del capitalismo del terzo millennio: litio

E, sul piano strettamente economico, la messa in opera, con due società tedesche e una svizzera, dell’immensa ricchezza mineraria della Bolivia, paese che, insieme all’Argentina, vanta i più vasti giacimenti di litio nel mondo, il minerale necessario alla terza rivoluzione industriale, quella degli smartphone, dei tablet, delle vetture elettriche, eccetera. 


Hai visto mai che Morales avrebbe nazionalizzato quel popò di roba, indispensabile alla ripresa del profitto capitalista nel nome di Greta e con la supervisione delle piattaforme di Silicon Valley. Indispensabile anche alla prevalenza su Cina e Russia, come al controllo sugli esseri umani tutti? Molti, negli States, ricordano, con brividi lungo la schiena, la “Guerra del gas”  e poi quella dell’acqua in Bolivia, quando un intero popolo si ribellò alla svendita dei suoi beni maggiori alle multinazionali Usa e, guidato da Evo e dal partito Movimento al Socialismo (MAS), si liberò dell’ultimo dei suoi caudilli, Sanchez De Lozada. Costui, dopo aver massacrato 70 cittadini, se ne dovette fuggire. Dove? Indovinate un po’. Lo sostituì il suo vice, Carlos Mesa, poi sepolto, nel 2006, da una valanga di voti per Morales, a dispetto della sedizione dei separatisti fascisti di Santa Cruz, emersi in quell’occasione. Avevo intervistato Evo poche settimane prima. Potete vederlo nel mio “L’Asse del bene”.


Fulvio Grimaldi

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venerdì 15 novembre 2019

Il caos sistemico e la guerra d'Europa


Il macello che è iniziato nel 1914 - è veramente finito? Qualcosa è cambiato? L'UE sopravviverà? E se non sopravviverà, cosa succederà?
George Friedman, discorso alla conferenza del Chicago Council of Global Affairs, intitolata «Europa: destinata alla guerra?» (marzo 2015)
E io Tiresia ho presofferto tutto
Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto;
lo che sedei presso Tebe sotto le mura
E camminai fra i morti che più stanno in basso

T. S. Eliot, “La Terra Desolata”

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...qui si parla di fascismo, di guerra in Europa e di una decisione che dovrà essere presa a Bruxelles il mese venturo. Una decisione che ci riguarda molto da vicino e che il mainstrem cercherà di dipingere come un altro passo verso l'unione dell'Europa, ma potrebbe essere un altro, e più grave, passo fatale.

Giampaolo Galli è vice direttore dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani presso Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, è docente di Economia Politica, si è laureato alla Bocconi e ha preso il PhD in Economia al MIT. Ha fatto il ricercatore presso il FMI ed è stato responsabile della Direzione Internazionale del Servizio Studi della Banca d’Italia, occupandosi di relazioni monetarie internazionali. E' stato anche Capo Economista di Confindustria e poi suo Direttore Generale, consulente della Commissione Affari Monetari e Finanziari del Parlamento Europeo e ha insegnato alla Bocconi, alla Sapienza, alla Luiss e infine alla Cattolica di Milano.

Come si capisce da questo curriculum, il professor Galli non è né un “sovranista,” né un “complottista” e nemmeno un “odiatore”. Men che meno potrebbe essere un “euroscettico” (quante pseudo-categorie imbecilli ha inventato il mainstream per non discutere, tagliar corto e censurare, pseudo-categorie che servono solo a creare un clima di isteria collettiva e di questo - cioè di una sinistra liberal ormai preda di un'isteria collettiva – dovremo tornare a parlare).

Infatti il professor Galli non è niente di tutto ciò, non è affetto da quelle orrende e tremende tare. Anzi, è un convintissimo europeista. In un suo libro dell'anno scorso ha affermato che «uscire dall’euro significa caos economico e finanziario, fallimenti a catena, sofferenze sociali senza precedenti, austerità estrema, disoccupazione di massa e distruzione del risparmio».

Ma a quanto pare il suo entusiasmo europeista in questi giorni è messo a dura prova.
Lo vedremo alla fine (e vi prego di pazientare perché quel che dice - e in una sede politica ufficiale - è veramente molto allarmante; e il professore non è un catastrofista).
Prima però vale la pena di ricordare che non passa giorno che qualcuno non si scocci della UE, per non dire dell'Euro. E lo fa vedere in varie forme, con varie modalità e vari intendimenti.

Molti Nobel per l'Economia hanno denunciato la “follia dell'Euro”. A parte i noti Stiglitz o Krugman, vale la pena citare l'articolo di Milton Friedman (sì, proprio lui, proprio il vate del neo-liberismo!) intitolato “The euro: monetary unity to political disunity”. (https://economia.icaew.com/opinion/global-review-2015/the-euro-monetary-unity-to-political-disunity). Siamo nel 1997, alla vigilia dell'introduzione della moneta unica. Ecco cosa diceva il nostro Nobel (traduzione mia):
«La spinta per l'Euro era motivata dalla politica, non dall'economia. Lo scopo era quello di tenere così strette tra loro la Germania e la Francia da rendere impossibile una futura guerra europea e per preparare il terreno a degli Stati Uniti d'Europa federali. Ma io credo che l'adozione dell'Euro potrebbe avere l'effetto opposto. Potrebbe esacerbare le tensioni politiche convertendo shock divergenti, che potrebbero essere prontamente assorbiti con aggiustamenti nei cambi, in questioni politiche divisive. L'unità politica può preparare la strada all'unità monetaria. L'unità monetaria imposta sotto condizioni non favorevoli si dimostrerà essere una barriera al raggiungimento dell'unità politica.”

Quindici anni più tardi, il suo quasi omonimo George Friedman, fondatore e presidente dei think-tank Geopolitical Futures e Stratfor (consiglio di leggere di tanto in tanto i loro rapporti), che secondo il New York Times è una “autorità in materia di intelligence tattica e strategica globale”, così diceva in una conferenza al Chicago Council of Global Affairs, intitolato, pensate un po': «Europa: destinata alla guerra?» (https://www.thechicagocouncil.org/event/europe-destined-conflict):
«L’Europa subirà la stessa sorte di tutti gli altri Paesi: avranno le loro guerre. Non ci saranno centinaia di milioni di morti, ma l’idea di una esclusività europea, a mio avviso, la porterà a delle guerre. Ci saranno dei conflitti in Europa. Ce ne sono già stati, in Jugoslavia ed ora in Ucraina.» «[Nell'epoca coloniale] l'Europa ha conquistato il mondo, ma non ha mai conquistato se stessa!»

Vi consiglio vivamente di ascoltare con attenzione il suo intervento, tenendo a mente che George Friedman sta parlando pro domo sua, cioè riporta  il punto di vista di uno statunitense che è innanzitutto focalizzato sui dilemmi a stelle e strisce e le cui idee, problemi e soluzioni sono forgiati negli Stati Uniti. Esattamente come Milton Friedman, come Paul Krugman, come Joseph Stiglitz. E' in quest'ottica che dobbiamo recepire anche le cose giuste che dicono.

Passiamo ora a fatti più recenti.
Giorni fa il presidente della Banca Centrale ungherese, Gyorgy Matolcsy, ha dichiarato che l'Euro è una trappola:
È giunto il momento di svegliarsi da questo sogno dannoso e infruttuoso. Un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri - per ragioni diverse - e non una miniera d’oro.”.
Così Matolcsy, anche se l'Ungheria ha ancora il suo bel fiorino.
Così i mugugni in doppiopetto.

Poi però c'è anche la reazione dei sans doppiopett, come la sconvolgente manifestazione della destra radicale polacca, iper-nazionalista, xenofoba, antisemita, antirussa, anti aborto, anti LGBT, anticomunista e, last but not least, anti-UE, per l'appunto.
Guardate qui e impressionatevihttps://youtu.be/o_E5Tgv4LuE
Decine di migliaia di manifestanti (150.000 per gli organizzatori, 50.000 per la polizia), con tanto di delegazione dei nostri nazifascisti d.o.c. di Forza Nuova, gridavano slogan come “No all'Unione Europea!”, “Dio, onore e patria!”. “L'Europa sta morendo!”, “Polonia, bianca e cattolica!”.

Avete guardato il video? Vi siete impressionati? Io sì!
Io mi sono impressionato perché ho già visto tutto questo! L'ho già visto negli anni Venti e Trenta del Novecento, col terreno locale preparato dalla sinistra con la sua lotta al comunismo, col suo collaborazionismo bellico e col suo opportunismo; col terreno internazionale preparato dalla rapinosa finanza anglosassone, come aveva capito benissimo il deluso e arrabbiato Lord Keynes; col terreno globale preparato dall'ultima crisi sistemica che ha preceduto quella odierna. E infine con politici odiosi e privi di scrupoli, pronti a raccogliere quanto era stato seminato.

La lotta di classe dall'alto in mancanza di una risposta che qualcuno dirà “di sinistra” ma io preferisco chiamare “emancipativa” o “socialista”, o meglio ancora “comunista” tout court, in mancanza di questa risposta la lotta di classe dall'alto genera mostri di destra. Genera i miti dell'età dell'oro, dello stato primordiale (anche ecologicamente primordiale), della purezza (anche della razza), dell'ordine di una volta, dei valori di una volta (ma più spesso disvalori, valori stravolti), genera la richiesta pressante che lo Stato faccia gli interessi del  “popolo”, della Nazione e non più quelli di una élite cosmopolita, che la smetta di togliere ricchezza in basso per regalarla in alto là dove, ovviamente, ci stanno i “banchieri ebrei” e tutto il pacchetto del “complotto demoplutogiudaico”, Protocolli dei Savi di Sion inclusi. O sì, che ho già visto tutto questo! Sono i miti wagneriani!

Guardatela bene: questa polacca è un'ultra-destra esattamente simile a quella che prese il potere a Kiev nel 2014 organizzata, armata e finanziata dagli USA sotto la supervisione di Victoria Fuck the EU Nuland.

Hanno sentimenti fotocopia. Facce fotocopia. Forse per ora ai nazi polacchi manca l'estro sloganistico dei “campioni della libertà” ucraini, del tipo “Liberiamoci dal giogo ebraico-moscovita!”.

E poi contraddizioni. L'anno scorso in questa ricorrenza polacca (l'indipendenza) la destra estrema e il governo sfilarono assieme. Quest'anno no. Opportunità politica. Così alcuni settori del corteo se la sono potuta prendere liberamente anche con gli USA e Israele. Ma evidentemente sono solo modeste contraddizioni in seno ai giochi geopolitici, se l'oligarca ebreo ucraino-cipriota-israeliano Igor Kolomoisky è potuto essere il primo e maggior finanziatore del Battaglione Azov che si fregia di svastiche e di simboli nazisti. O se Moammad bin Salmān Āl Saʿūd, difensore della Fede e dei Luoghi Santi, chiama “fratello maggiore” il primo ministro indiano Narendra Modi, il fascistoide nazionalista indù che rivendicò il famigerato pogrom antimusulmano nel Gujarat del 2002 (qui raccontato da Arundhati Roy: https://www.internazionale.it/opinione/arundhati-roy/2002/10/10/la-notte-dellindia).

Questa ultra-destra polacca non rovescerà il governo di Varsavia, lo contesterà se del caso qui e là, lo incalzerà, ma non lo rovescerà perché il governo di Varsavia è già del tutto infeudato agli USA, perché il governo sta già dalla sua parte. Non farà come le bande fasciste e razziste del milionario cristiano fondamentalista Luis Fernando Camacho che in Bolivia coi militari hanno deposto un presidente eletto con più del 47% dei voti (incontestabili: http://cepr.net/press-center/press-releases/no-evidence-that-bolivian-election-results-were-affected-by-irregularities-or-fraud-statistical-analysis-shows), per mettere al suo posto una Jeanine Añez gradita solo all'1.7% dei votanti. No, non c'è bisogno che faccia come il fascista Camacho, “evangelical”, ma detestato dai pastori protestanti latino-americani: “Non userai la Bibbia come arma!” (https://noticias.perfil.com/noticias/informacion-general/pastores-rebeldes-repudiaron-el-golpe-no-usaras-la-biblia-como-arma.phtmlhttps://www.infobae.com/politica/2019/11/13/evangelicos-de-argentina-la-iglesia-no-puede-ser-utilizada-como-recurso-politico-para-enfrentar-a-ciudadanos-de-una-misma-nacion/).

Noi che agiamo su un altro piano, il piano, ma dai!, su! coraggio! chiamiamolo “di classe” che male non fa, noi che possiamo agire solo su questo piano, dobbiamo invece indignarci. Dobbiamo - e non solo “possiamo” - indignarci proprio perché questo piano ce lo consente. Possiamo e dobbiamo chiamare le cose col loro nome e non con quello della diplomazia e degli “interessi superiori”.

dobbiamo reagire, altrimenti resteremo attoniti a contemplare una destra estrema che ci sequestra i nostri slogan mischiandoli ai suoi turpi miti, ci rapina le piazze, deforma i nostri obiettivi, così come è già successo negli anni Venti del secolo scorso, così come lucidamente denunciava allora Antonio Gramsci.

Ma attenzione! Reagire non significa appoggiare chi questa situazione l'ha creata e ora cerca riparo nello scongiuro, nel talismano del politicamente corretto, nella censura, nell'avvilimento della democrazia, nell'isteria collettiva e la confusione che essa crea! Non significa appoggiare i maggiordomi della finanza cosmopolita, i devastatori dei diritti del lavoro, i neo-schiavisti, quelli che falsamente equiparano nazismo e comunismo perché di fatto (vedi Honduras, vedi Bolivia, vedi Ucraina) i nazisti li appoggiano, quelli che hanno già distrutto tutti in valori e tutti i vincoli, anche i propri, lasciando al “pubblico” solo i loro simulacri perché attorno ad essi si svolgano battaglie di ombre cinesi così che “i vecchi sentimenti”, dei difensori e degli avversari, lì si possano “smaltire accademicamente” e il vero piano reazionario di dominio possa “adempiersi al riparo della lotta diretta di classe” (Pasolini).

Eccoci allora ai mal di pancia di un europeista convinto come il professor Giampaolo Galli.

Ci dicono che il problema è che c'è “poca Europa”, che ci vuole “più Europa” e che è in questo senso che bisogna riformarla. E' lo scopo del Piano Junker, nel quale spicca la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), riforma avviata dall’Eurogruppo nello scorso giugno e che dovrebbe essere approvata il prossimo dicembre.

Ma questa riforma, per l'europeista convinto Gianpaolo Galli, può trasformarsi in un incubo. Ecco cosa ha detto nella sua audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati, lo scorso 6 novembre (https://www.giampaologalli.it/2019/11/il-meccanismo-europeo-di-stabilita-funzionamento-e-prospettive-di-riforma-audizione-presso-le-commssioni-riunite-v-e-xiv-della-camera-dei-deputati-6-novembre-2019/?fbclid=IwAR3_8DoYqFihekimmQWryOs5HFCpmBNXGqW9XQzt2WJr0wM_0wHyIFWNDRo):

Riporto solo alcuni passaggi:
La riforma in itinere sposta decisamente l’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Europea al MES. Non a caso, nei suoi interventi al Parlamento Europeo, la nuova Presidente della Commissione ha sostanzialmente evitato di parlare della governance dell’Eurozona.[…]
Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione Europea, considerata troppo politicizzata, ad un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il MES. [...]

Quanto agli aspetti critici, il punto fondamentale è che nella riforma che viene proposta emerge, in modo implicito ma abbastanza chiaro, l’idea che un paese che chiede aiuto al MES debba ristrutturare preventivamente il proprio debito, se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES. […]
È evidente che la riforma riguarda in particolare l’Italia che è il paese con lo spread più alto e che non ha creato le condizioni, né dal lato della finanza pubblica né dal lato delle riforme per la crescita, per mettere il debito su un trend discendente in rapporto al Pil. […]
La nostra opinione su questo punto è che l’idea di una ristrutturazione “early and deep” non avesse senso nella Grecia del 2010 e, a maggior ragione, non abbia senso nell’Italia di oggi. In particolare, occorre considerare che l’Italia ha risparmio di massa e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra.
Questo è quanto.
Dobbiamo agire, si diceva e dobbiamo farlo in fretta. Ma dobbiamo capire bene in quale direzione. In una crisi sistemica i parametri e le dinamiche da considerare sono molti, sono intrecciati e, soprattutto, sono globali. L'Euro è una trappola. E'  una trappola per i popoli europei ed è una trappola mortale per lo stesso progetto europeo. Lo si è visto, lo sappiamo e ogni medicazione delle sue difficoltà peggiora la situazione.

Non c'è da meravigliarsi visto che sebbene la spinta per l'Euro fosse motivata dalla politica e non dall'economia, come affermava Milton Friedman, la sua gestione è tuttavia stata affidata a funzionari che, per dirla con Giovanni Arrighi, devono curare gli interessi di «comunità di proprietari, la cui preoccupazione principale riguarda il valore monetario dei loro patrimoni piuttosto che il potere autonomo dei loro governanti» così come è sempre stato a partire dai sollevamenti rivoluzionari del 1776-1848, cioè dalla imposizione della borghesia come classe dominante.

Ma se l'Euro è una trappola, al suo esterno, come una matriosca di trappole, c'è quella del Dollaro e gli USA non ci aiuteranno di certo a uscire dalla trappola dell'Euro se non sono sicuri di farci acchiappare da quella del Dollaro, di un Dollaro che ha prospettive inquietanti e si sostiene sulla minaccia di fare stragi nel mondo.
Attenzione quando dall'altra parte dell'Atlantico astrologano sul futuro dell'Europa. Quello non è un astrologare, quelle non sono possibili previsioni. Sono piani di battaglia, o meglio, sintetizzano umori, idee, un clima comune e un sentire diffuso di battaglia.

Così ci troviamo in mezzo a correnti che si contrastano e si incrociano: di qua un malessere popolare e un rancore verso l'Europa (giustificatissimi) che in mancanza di proposte alternative di emancipazione, si stanno fascistizzando; di là gli Stati Uniti, sempre più occupati a leccarsi le proprie ferite e le proprie lacerazioni interne e che non hanno mai accettato l'UE come un'entità politica («Abbiamo rapporti con la Romania, ne abbiamo con la Francia. Non esiste una ’Europa’ con cui gli Stati Uniti hanno rapporti», sempre George Friedman) e come entità politica non la tollererebbero; infine un'Europa che vuole e non vuole, che vorrebbe ma non può, che non sa se mantenersi come struttura semi-politica e burocratica a favore di una più ampia e conflittuale “comunità di proprietari” o rischiare seriamente di frantumarsi per privilegiare i settori di proprietari che fanno capo a un nucleo ristretto di entità statali, cosa che non dovrebbe sorprendere perché l'autonomia dei proprietari finisce laddove devono farsi proteggere da uno Stato, come sapevano benissimo Braudel e Schumpeter. Entità statali nazionali e non “europee” (la famosa “Europa germanizzata” contrapposta all'impossibile - a quel che sembra - “Germania europizzata”). Ognuna con la sua logica nazionale particolare, “sovranista” anche quando sbandiera ideali globalisti.

E, al di fuori, la Cina con la sua Belt and Road Initiative, l'enorme Russia con la sua coraggiosa e intelligente politica internazionale, l'Iran che può essere un punto di equilibrio o di squilibrio mondiale (così come il Pakistan), il Sud Africa che sorregge, non solo figuratamente, l'intero continente africano, l'India che sta diventando il Paese più popoloso del mondo e infine un Brasile potenza continentale in preda a lacerazioni, tirato per la cavezza dagli USA da una parte ma con l'occhio e il portafogli che guardano dalla parte opposta.
Il caos sistemico.
Di fronte alla complessità di questo senario non sono ammesse soluzioni semplici. E, purtroppo, non è possibile occuparsi degli umiliati e offesi, ormai espansi a dismisura a un nuovo Quarto Stato, senza incappare immediatamente in questa complessità. Un Quarto Stato, noi, che in quella complessità e nei suoi conflitti incrociati è considerato dalle varie élite come semplice carne da cannone sociale e bellica.

Deplorable and disposable.

Piero Pagliani
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giovedì 14 novembre 2019

Italia in guerra... dove? - Elenco aggiornato delle missioni militari italiane nel mondo

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L’Italia è generalmente percepita come un paese pacifico o quantomeno non impegnato in prima linea nei conflitti mondiali. In realtà negli ultimi decenni le forze armate italiane hanno visto sempre di più ampliare i propri compiti: operazioni di peacekeeping (letteralmente: mantenimento della pace) in diverse aree del mondo, formazione del personale di polizia e militare di altri paesi, lotta al terrorismo e contrasto all’immigrazione irregolare.
Partendo da questa premessa, anche per il 2019 il Parlamento italiano ha votato il rifinanziamento delle missioni all’estero delle forze militari ed ha pressoché riconfermato tutte quelle già in corso nel 2018, ma in alcuni casi con un “riposizionamento” del personale. In sintesi, alcuni teatri operativi sono stati ritenuti meno urgenti rispetti ad altri e questo ha favorito una redistribuzione di forze.
Per quanto riguarda l’impiego delle risorse umane, si tratta di 6.290 soldati permanenti nelle varie missioni (nel 2018 erano 6.309), più un altro migliaio per un tempo limitato per una consistenza massima di circa 7.400 unità per il 2019.
Il maggior numero di militari è in Asia (46% del totale) e, a seguire, Europa (34%) e Africa (20%) mentre il continente con più missioni operative è quello africano, 18 sulle 43 complessive. Il grafico riporta invece i paesi con il maggior numero di unità presenti.
militari italiani all'estero

Missioni militari italiane in Asia

Nel continente asiatico l’Italia concentra quasi la metà delle forze armate impegnate in missioni militari nel mondo, e la partecipazione più significativa riguarda tre paesi: Libano, Iraq e Afghanistan.
In Libano il nostro paese ha il comando generale dell’intera missione ONU, con 1.076 unità più altre 140 per l’addestramento delle forze armate libanesi, per un totale di oltre 1.200 soldati presenti.
In Iraq l’Italia agisce a supporto della NATO nella formazione dell’esercito iracheno e delle istituzioni impegnate nella stabilizzazione del territorio dopo la sconfitta dell’Isis, con 1.100 unità (250 in meno rispetto al 2018, diminuzione probabilmente decisa proprio dopo la sconfitta apparentemente definitiva dello Stato Islamico).
In Afghanistan l’Italia è presente fin dal 2001, con 800 unità, in diminuzione rispetto al 2018 quando erano 900.
In sintesi, il 40% dei soldati italiani coinvolti in missioni internazionali opera solamente in queste tre nazioni, a cui si aggiunge l’impiego di 815 mezzi terrestri (veicoli, camion, carri armati ecc.) e 31 aerei, per una spesa complessiva – tra Libano, Iraq e Afghanistan – di 544 milioni di euro per il 2019.
Da segnalare anche una discreta presenza di forze italiane (32 unità) in Palestina di supporto alle forze di sicurezza palestinesi.

Missioni militari italiane in Europa

Contingente italiano in Kosovo a protezione di un monastero ortodosso serbo. Fonte: difesa.it
In Europa l’Italia partecipa a 14 missioni, divise in missioni di terra e di mare: tra le prime spicca la notevole presenza in Kosovo (missione avviata nel 1998 con compiti di peacekeeping a cui si sono aggiunte nel corso degli anni altre 3 missioni di supporto alla principale), per un totale di 566 unità, e in altri paesi dell’area balcanica con 68 unità, di cui 44 in Albania, per l’assistenza e formazione della polizia locale.
Nel Mar Mediterraneo invece l’Italia è presente con tre missioni: Mare Sicuro, su richiesta del presidente libico Al Serraj in supporto alla guardia costiera libica (754 unità ripartite tra sei navi e cinque aerei), Sophia su mandato dell’Unione Europea per contrastare i trafficanti di esseri umani (520 unità, una nave e tre aerei) e Sea Guardian (54 unità e una nave) per prevenire o combattere attacchi terroristici.
In sintesi, oltre 1.300 unità delle forze armate italiane sono impiegate per raggiungere due precisi obiettivi: contrasto all’immigrazione irregolare proveniente dal Mediterraneo al fine di diminuire le partenze verso le coste italiane e supporto alla stabilizzazione della Libia.

Missioni militari italiane in Africa


Fonte: Camera dei Deputati

Come detto, la maggioranza delle missioni per il 2019 sono in Africa, ben 18, suddivise tra i seguenti paesi: Egitto, Tunisia, Libia, Niger, Repubblica Centrafricana, Somalia, Mali, Gibuti.
Una presenza composta da circa 1.500 soldati con svariati compiti, sempre da inquadrare all’interno della strategia italiana di contenimento/gestione dei flussi migratori e supporto ai governi di aree ancora instabili e insicure.
In particolare in Niger, considerato un punto nevralgico delle rotte dei migranti verso l’Europa, l’Italia per il 2019 ha inviato 290 soldati, con l’obiettivo di contrastare il fenomeno dei traffici illegali e aumentare la capacità delle autorità nigerine di controllo e sorveglianza delle frontiere, per un costo annuale di 48 milioni di euro.
Nell’ex-colonia italiana della Somalia si trova invece il maggior contingente presente nel continente africano: tre missioni operative e 533 unità coinvolte con compiti di prevenzione e contrasto alla pirateria e rafforzamento delle istituzioni locali, per un costo complessivo di 40 milioni di euro.
A questo impegno si affianca poi quello in Gibuti, piccolo paese che si affaccia davanti allo Yemen, dove 145 soldati si occupano di formazione della polizia locale.

I costi delle missioni militari italiane nel mondo

Nel 2019 le missioni militari italiane nel mondo costano in totale 1 miliardo e 428 milioni di euro, di cui 1 miliardo e 56 milioni di costi per le missioni e 372 milioni di spese generali di supporto. Si tratta di una cifra record in un trend in continua crescita negli ultimi anni (nel 2014 si era ancora sotto il miliardo di euro).
Come accennato, un terzo di questa spesa è concentrata sulle tre missioni più importanti: Libano, Iraq e Afghanistan. Questa la ripartizione delle spese per continente:
missioni militari italiane nel mondo

Missioni militari italiane nel mondo: conclusioni

L’Italia è impegnata attualmente in oltre 20 paesi e con una presenza che arriverà ad un massimo impegno per il 2019 di quasi 7,4 mila militari. Come visto, si tratta di attività complesse, in aree geografiche spesso a rischio, di azioni volte al mantenimento della pace ma anche di contrasto all’immigrazione irregolare, formando le polizie e le istituzioni dei paesi africani maggiormente coinvolti.
Nel documento approvato dal Parlamento si legge che per le missioni “la principale linea di continuità è dettata dai principi consolidati che caratterizzano la nostra azione, come la fede nel processo di integrazione europea e nel legame transatlantico, la vocazione mediterranea, la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.
Queste missioni e interventi hanno un costo, che per il 2019 abbiamo visto essere di 1 miliardo e 428 milioni di euro. Per avere un termine di paragone, consideriamo che l’Italia destina per la cooperazione allo sviluppo un budget di circa 514 milioni di euro per il 2019.
In pratica l’Italia per l’anno in corso ha stanziato 2 miliardi di euro, di cui il 75% per perseguire una serie di missioni militari e il restante 25% in attività di cooperazione e sviluppo.
In questo scenario, è interessante analizzare la politica estera italiana in Africa, che persegue sostanzialmente tre obiettivi: contrasto all’immigrazione irregolare nel Mediterraneo, supporto militare e di sicurezza ai paesi maggiormente coinvolti da questo fenomeno, attività di cooperazione per favorire lo sviluppo nelle aree socialmente più arretrate.
Nel Rapporto annuale del 2018 dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo non sono riportate le cifre stanziate per singoli paesi tuttavia delle 22 aree considerate prioritarie, 9 si trovano in Africa; è quindi lecito suppore un impegno annuale medio di almeno un terzo delle risorse totali, che corrisponde ad almeno 150 milioni di euro.
In breve, il governo italiano per il 2019 ha stanziato in Africa circa 330 milioni di euro, una cifra di poco superiore allo 0% del Pil nazionale, di cui 178 milioni per missioni di tipo militare e di sicurezza, soprattutto sul tema del contrasto ai flussi migratori irregolari, ed il restante in progetti di cooperazione internazionale.
Leggendo questi dati emerge che ad oggi il comparto militare riceve una quantità di risorse superiore rispetto alle attività di cooperazione, che dovrebbero servire a ridurre le cause socio-economiche dell’emigrazione verso l’Italia e l’Europa.
Un aspetto questo del riequilibro delle risorse a favore di azioni mirate allo sviluppo dei territori che andrebbe tenuto conto dal Parlamento italiano in sede di rifinanziamento delle missioni altrimenti il rischio è che lo sbandierato principio dell’“aiutiamoli a casa loro” rimanga uno slogan, senza trasformarsi in una reale politica da perseguire.